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7.2.15

Mister Ghost will see you now (Piange il telefonino)


Che quando mi è venuto in mente di parlare del nuovo Dylan Dog, ho pensato che avevo voglia di fare una considerazione seria. Una considerazione da uno CHE LEGGE DYLAN DOG DAL 1989 SENZA INTERRUZIONI... etc etc etc.

Poi in effetti c'ho ragionato su e mi sono accorto che mi sarebbe venuto meglio un post scemo, di quelli farciti con cazzatine che strappano forse un sorriso e morta lì, missione compiuta.
Di quelle robe tipo che John Ghost c'ha lo stesso guardaroba di Christian Grey




oppure le copertine modificate che fanno sempre tanto ridere



Quando poi ho iniziato a ragionare sullo yaoi con protagonisti Dyd e JG, ho capito che era giunto il momento di fermarsi.

Com'è quindi questo Dylan Dog numero 341 "Al servizio del caos"?
Beh, innanzitutto è un albo che dal canto suo tenta di essere seminale: il manifesto con cui il curatore rielabora i canoni del "suo" Dylan Dog, l'infografica con cui Roberto Recchioni ci spiega il suo punto di vista sul personaggio, gli elementi di base che ne ridefiniscono la narrazione, i punti di contatto con l'interpretazione sclaviana dei famigerati primi 100 numeri,  gli ingredienti che il curatore dispone in dispensa con l'invito agli altri sceneggiatori di riusarli per le proprie ricette. (E ne approfitta per fissare l'attuale presente di Dylan, liberandolo da quell'eterno 1990 in cui era rimasto intrappolato).

È poi, quest'albo, un pretesto per presentare un nuovo personaggio che ricorrerà nella serie. Dotato di un'intelligenza fuori dal comune e con a disposizione una finestra spalancata sullo scibile umano. Raffinato ed elegante, sarà probabilmente un antagonista sui generis, cinico ma accomodante, una di quelle figure ambigue che spesso diventano l'unico aiuto per il protagonista, in un rapporto complicato e spesso conflittuale, eppure capace di generare un legame addirittura morboso. È un telefono, un Ghost9000 di nuova generazione dotato di un'intelligenza artificiale di nome IRMA, dal design che perverte la sezione aurea e dal fastidioso potere di costringere la gente ad ammazzare per averlo (a meno che la magia nera non sia a termine).



Ah, e poi c'è John Ghost. Uno che fa l'agente del caos e che, per carità, è sicuramente un personaggio interessante. Ma si trova decisamente in una posizione win-win. Cioè, con un po' di fantasia e di eloquenza risulta abbastanza semplice dimostrare la correlazione tra la farfalla che batte le ali in Giappone e le melanzane alla parmigiana che mi si sono inspiegabilmente bruciate l'altra sera.
Come dice il cotonatissimo Dylan Dog del numero 12 (quello che cita Terminator)


A parte questo, il biondo e spietato affarista si appresta a essere una variabile nascosta che tenderà a palesarsi senza uno schema preciso  percorrendo quella sfumatura di continuity, un po' come quel Xabaras dei primi numeri che lascia a Inverary i suoi appunti sul mesmerismo o fa il programmatore free-lance.


Cos'altro c'è in questo Dylan?
C'è non tanto una critica, quanto uno smascheramento della società moderna, l'idea che oltre all'essere vittime siamo altresì, se non colpevoli, quantomeno collusi. Ci sono dei disegni al di fuorì dei soliti schemi, fuori gabbia, pregevoli addirittura in alcune prospettive, c'è l'ignoto, ci sono cose che succedono senza un senso apparente, c'è una profusione di citazioni tanto per rimarcare il concetto del ritorno alle origini, fin troppo ammiccanti forse. Cioè, la sensazione che avuto io è che fossero non tanto fuori luogo ma proprio fuori tempo, come se appartenessero a un modo d'essere di un'altra epoca, quella senza internet sul telefonino, senza i zero gradi di separazione dalla conoscenza infinita, senza gli Zerocalcare, gli spoiler, l'hype.
O probabilmente è solo che preferivo quegli anni in cui le citazioni non le coglievo, in cui si leggeva con ingenuità senza alcun parametro, in cui è sempre stata meglio una storia copiata di cui non conoscevi il riferimento che una originale che ti lasciava indifferente.

Ah, c'è una cosa poi, probabilmente la più importante. Un particolare che rende davvero irrilevante tutto il resto, siano difetti, pregi, imprecisioni, inglesate (che se dico americanate so già che non va bene), tradimenti dell'originale e questo non è Dylan.
C'è un'idea, che è un'idea di fondo, il principio su cui a mio avviso si sta cercando di costruire questa nuova vita del personaggio, la dichiarazione d'intenti che appare sul manifesto se lo passi sopra una fiamma di candela. Il vero link con quell'antieroe degli anni '80 che si dichiarava astemio ma passava dalla birra al whisky, che soffriva il mal di mare ma possedeva una barca, che distruggeva irrimediabilmente il maggiolone per poi riguidarlo il giorno dopo, che moriva, saltava in direzioni parallele, volava con la macchina e che alla fine di casi non è che ne risolvesse poi tanti e quando capitava era spesso una botta di culo.
È la sensazione che tutto possa accadere, o meglio che possa accadere di tutto. L'esplicita volontà di non volere più dare certezza al lettore, la frantumazione del pilota automatico narrativo a favore di una disorientante sincronicità junghiana.
Per quel che mi riguarda è una dichiarazione d'intenti immensa e già di per sé appagante. E tanto mi basta.

Poi si sa, il diavolo sta nei dettagli. Un qualcosa che non va lo troveremo sempre, o perché non ce lo aspettavamo, o perché ce lo aspettavamo proprio, o lo pensavamo diverso. Per dire, a me nella liquidità di situazioni di questo numero è mancata una cosa a cui ricordo di essere sempre stato affezionato: quel modo di legare i cambi di scena facendo iniziare il primo baloon di una pagina con l'ultima parola non detta da un altro personaggio nella pagina precedente. Ecco, per me Dylan Dog è questo, se non mi metti 'sta cosa stai tradendo il simulacro di quella figura primigenia, lo stampo iniziale da cui dovrebbe derivare ogni numero.
Per me. Per qualcuno è Roi, per altri lo splatter, Bloch, i mostri, le poesie. Per altri basta che ricordi di essere vegetariano. Insomma, Dylan Dog non esiste. E siamo tutti allenatori.
Ognuno ha il suo, ognuno un'idea che non capisce perché non venga realizzata, un titolo, una storia, un progetto. Io qualche giorno fa ho avuto un'intuizione fighissima, che a realizzarla verrebbe davvero un qualcosa di sensazionale. Ora son qui comodo che aspetto che qualcun altro abbia la mia stessa illuminazione, per vederla finalmente realizzata.

E niente, volevo parlare di questo Dylan Dog, fare una considerazione di quelle che non servono a nessuno.
Spero di esserci riuscito.

(ah, vi ho risparmato la foto sulla perversione della proporzione aurea)

2.10.14

Spazio pro-forno (Il fantasmino di Anna Never)


[DISCLAIMER: leggo Dylan Dog dal primo numero e ho ancora il portafoglio a casa. Negli anni ho comprato il MAX col calendario, TUTTO con la storia di Baglioni, il diario con Gnut!, Un GRAZIA o GIOIA o una roba del genere con una storia disegnata da Casertano con le pagine che sanno di camomilla (non è una metafora, profumano davvero di camomilla), il cd col videogioco, il cross-over con Martin Mystere, con Ken Parker, con Napoleone, gli albetti parodia degli anni '90 tipo Dylan Blob, Dailan Bob quelle robe lì, gli inquilini arcani, un albo francese e ho letto i libri di Sclavi. In definitiva, in base alle regole della rete e dei social sono autorizzato a dire quello che mi pare.]

RECENSIONE BREVE: A me va bene così!

RECENSIONE MENO BREVE: A me va bene così, non tanto per la storia in sé ma soprattutto per l'idea che implicitamente trasmette. E no, non parlo del sottotesto meta-editoriale di cui personalmente avrei preferito non venire a conoscenza (è una fisima mia, i sottotesti (in questi contesti) li tollero se sono smaccati, spiattellati in faccia al lettore in modo che proprio non possa evitarli, insomma, tutto il metaforico che non viene chiaramente esplicitato, che dev'essere intuito, elaborato, espone il fianco a troppe ipotesi, introduce una componente d'interpretazione aleatoria che mi distrae, mi trasforma il sottotesto in metatesto, una traduzione incompleta degli intenti di chi scrive, con un residuo comunicativo che a un relativista come me spalanca un varco spazio-temporale sulle sterminate pianure dell'indeterminatezza. [oh, nella mia testa questa frase ha un significato. Tra l'altro non molto diverso da quel che ho scritto qualche giorno fa per Orfani, sono ripetitivo]).
Dicevo, quello che mi ha confortato è l'intuizione di base, l'introduzione di quell'incertezza nelle situazioni e nei risvolti che induce il lettore a non essere tranquillo per quel che potrà succedere nel prossimo numero.
Ecco, a me è questo spirito che va bene, che non c'era e ho ritrovato. Perché quel che ho sempre cercato leggendo un fumetto come Dylan Dog non è tanto il fatto che mi piacesse, ma che riuscisse in qualche modo lasciarmi una qualche sensazione di sorpresa, inquietudine, smarrimento o anche solo l'impressione che a qualcuno avrebbe potuto darla.
Sarei comunque uno stupido (non che chi non la pensa così lo sia, lo sarei io) se mi impuntassi a voler percepire ogni albo come quando avevo quattordici anni, ne ho trentotto, ho superato da un po' i trentatrè anni di Dylan e si sa che non sempre tutto quel che fanno i giovani ci è chiaro.

RECENSIONE CHE AVREI SCRITTO SE LA MIA UNICA FONTE DI INFORMAZIONE FOSSERO I COMMENTI DI FACEBOOK: Allora, premetto che a me la fantascienza piace anche. Però 'sta cosa di trasformare improvvisamente una serie come Dylan Dog in Star Trek mi pare una cosa un po' avventata. Comunque comprerò i prossimi numeri e vedrò come va, certo, se iniziano ad arrivare gli alieni e i Klingon credo che smetterò subito che per quello c'è già il comandante Picard. A me piaceva il Dylan ambientato a Londra col maggiolone e il Groucho normale, ma Recchioni ha deciso che è più consono trasportare tutti nello spazio e vabbé, mi chiedo solo come faranno con i vecchi personaggi, cioè, sono morti oppure qualcuno è stato ibernato e ritornerà?
Che poi, mi viene un dubbio: Dylan è stato mesmerizzato nel numero 57 dal dottor Hicks e nel numero 77 vediamo che tutta la popolazione terrestre è morta per un super-raffreddore ma che lui nel 2560 è ancora vivo, è possibile che l'umanità non si sia dunque estinta completamente ma che si sia trasferita nello spazio dove ha continuato a proliferare costruendo colonie su astronavi o che ne so sulla luna? Dunque nel 2427 oltre agli androidi con i ricordi di Dylan esiste anche il Dylan vero mesmerizzato e ancora "vivo"? C'è in previsione un incontro tra Dylan e i suoi cloni?
Tra l'altro, siccome abbiamo visto nell'ultimo color fest che Dylan Dog è ambientato nello stesso universo di Nathan Never, e siccome nel numero 26 di NN vediamo che nel 2395 la Terra è ancora abitata ma gli Ultra Sapiens vengono cacciati e Lucy Seward si sveglia dall'ibernazione e fa tre figli che sono quindi presenti nel 2427, ci sarà qualche relazione tra loro e Dylan? Il computer con cui vengono catalogati i ricordi che servono a sintetizzare i cloni di Dylan è forse il brain comdeck che appare anche nell'anno 2606 in Generazione Futuro?
Ecco, che Dylan abbia bisogno di un rilancio è un dato di fatto, spero che qualcuno in Bonelli ci pensi seriamente, ci fosse stato LUI di sicuro, per dire, Bloch mica lo facevano sparire dalla serie che aveva ancora tanto da dare e senza l'ispettore l'old boy non sarà mica più lo stesso.
Che poi, nel numero 100 che vi ricordo è l'ultimo della serie in assoluto, Bloch c'è e fa l'ispettore. Quindi questo come lo giustificate? L'hanno reintegrato? Era uno scherzo, un sogno, un richiamo da parte di Scotland Yard di tutti i vecchi ispettori come in Space Cowboy? (ancora lo spazio, notate...)
Secondo me Recchioni avrebbe dovuto leggersi almeno gli albi principali prima di profanarli.
Che poi c'è tutto questo pretesto dell'avventura spaziale per sottointendere in realtà tutta una situazione editoriale, in pratica ci sono cinque nuovi Dylan (che rappresentano l'inedito, lo speciale,  il maxi, il color fest e il gigante) che hanno il compito di catturare ogni mese i lettori, che sono rappresentati come degli spettri imprigionati nelle gabbie delle edicole, mentre vagano senza razionicinio in un'enorme astronave-galera che rappresenta facebook (bella mancanza di rispetto verso noi lettori a rappresentarci così, ma evidentemente è come ci vedono). Comunque a un certo punto iniziano a eliminare le testate (e il gigante infatti sparirà) e i personaggi, fino a che rimarrà solo l'inedito che però nessuno dei lettori-spettri vorrà e allora tutto verrà risucchiato da un buco nero (di bilancio) e Dylan che si risveglia e si getta in un crepaccio (suicidio editoriale?) ma continua a sopravvivere come clone (ristampe???).
Evidentemente in Bonelli hanno deciso di puntare tutto su Tex, e li capisco, visto che LUI Dylan Dog nemmeno voleva farlo. Un po' come adesso Sclavi che non vorrebbe assolutamente rilanciarlo ma lo hanno in pratica costretto via internet, e si è visto dalla faccia che ha fatto in conferenza.
Comunque, per chiudere, questo numero insomma, magari se non fosse tutta una copia potrebbe anche starci, ma così mi pare davvero una presa per il culo. Cioè, un conto è fare gli albi che citano e si ispirano a Shining, Terminator, Il miglio verde, Fuori orario, Blade Runner, La città verrà distrutta all'alba, Nigthmare, Il silenzio degli innocenti, Il nome della rosa, Dieci piccoli indiani, Io sono leggenda, Un lupo mannaro americano a Londra, I segreti di Twin Peaks, Psycho, L'isola del dottor Moreau, Poltergeist, La zona morta, Accadde domani etc etc etc, e un conto è invece PLAGIARE visto che il comandante Kobayashi ha guarda caso lo stesso nome dell'avvocato dei Soliti Sospetti.
Inoltre la vignetta in cui i Dylan sono intorno alla plancia di comando è praticamente identica alla scena del film Avengers in cui loro sono intorno al tavolo sull'astronave di Nick Fury e tutte le scene in cui si vedono le astronavi sono ispirate a quelle di Orfani. O meglio, sarebbero identiche se Mari sapesse disegnare, e invece lo capisco anche mio cugino che ha letto l'album in braille che i personaggi sono tutti storti e Dylan non somiglia per niente a quello di ROI che è l'unico veramente riconosciuto da noi lettori.
Che poi un robot che si chiama numero 5, secondo voi Recchioni ha copiato da Corto Circuito o da Cyborg 009?
Ah, e questo penso sia la prova definitiva: a un certo punto uno dei Dylan dice "Porca puttana!", proprio come Peter Finch nel famoso monologo di Quinto Potere, "Sono un essere umano porca puttana! La mia vita ha un valore!", ed è ironico che sia proprio un androide che umano non è a sottointendere questa frase, insomma pare proprio fatto apposta, e aggiungerei con scarsa fantasia.
[probabilmente dice "figlio di puttana" ma è comunque un atto contro i valori cristiani e questo basta!]

Quindi, riassumendo, hanno voluto cambiare ma io sinceramente 'sto gran cambiamento non l'ho percepito.
Cioè, se proprio devo fare un'analisi seria di questo numero posso dire soltanto che il principale punto di distacco di questa fase 2 con il periodo precedente è che Dylan non ha più i calzini. La cosa è anticipata dalla copertina e viene ripresa più volte nell'albo.


Cioè, è un anno che ce la menano con fase uno fase due fase tre e l'unico cambiamento che fanno è stato togliere i calzini. Peggio delle basette di Nathan Never. Che poi le Clark senza calze è praticamente impossibile portarle, almeno che non gli abbiano messo i "fantasmini", che per l'indagatore dell'incubo avrebbe anche un senso.
Probabilmente c'è anche dell'altro che ora mi sto scordando, tipo che Dylan si fa la barba senza schiuma come Wesley Snipes in Expendable 3 o che con la nuova grafica hanno risparmiato sul colore del logo e del bollino del prezzo ma mica ce l'hanno fatto pagare meno. E altro che mi verrà in mente.

Scusate la lunghezza, ma sono cose che andavano dette!








27.9.14

#erabelloOrfani


[Scrivo di Orfani anche se non dovrei, perché siamo a Milano, città della Sergio Bonelli Editore, culla del fumetto italiano, e qui non è ancora uscito l'ultimo Dylan Dog!]


Ho letto Orfani.
L'ho letto man mano che usciva in edicola e infatti ne ho anche parlato (Bildungsroman und Drang , Anticipo fratture, L'amore è cecchino, Shakespeare in war).

Poi l'ho riletto. Prima tutto il passato e poi tutto il presente.
Ma non mi convinceva.
Allora ho resettato. Ne ho letti due del passato e uno del futuro, e secondo me funziona già meglio.

Mi sarebbe piaciuto poi provare qualche combinazione strana, magari prima il finale e poi tutto il resto come flashback e flashback del flashback, oppure prima tutto il presente e poi tutto il passato.

Poi ho pensato a chi cazzo me lo faceva fare. Cioè, l'hanno scritto così e me lo leggo così. Altrimenti è come guardarsi Memento al contrario.

L'impressione comunque è che la divisione netta sia stata un po' penalizzante, non tanto la presentazione nello stesso albo di due piani temporali differenti, ma proprio l'intento di dare a entrambi lo stesso peso in ogni storia.

Ecco, dovrei a mettermi a parlare di Orfani ma c'è gente molto più brava e competente di me che l'ha fatto. C'è un'ottima recensione di Matteo Stefanelli qui, tocca con competenza aspetti artistici, stilistici, di mercato, insomma, analizza a 360 gradi la costruzione del fenomeno Orfani.
Poi ci sono delle discussioni davvero interessanti sui forum, tipo qui (ci sono anche tante di quelle stronzate da indurvi una specie di trance autolesionista, un riflesso incondizionato che improvvisamente vi suggerisce di cospargervi di benzina e saltar giù dal posto più alto a cui avete accesso mentre vi accendete una sigaretta. E nemmeno fumate. Quindi state attenti.)

In realtà, al di là di poche cose che ho disseminato qua e là, un giudizio preciso su questa prima stagione io non è che so darmelo davvero.
Orfani non era di sicuro una serie che avevo necessità di leggere, cioè, non ne sentivo la mancanza, non ho colmato un qualche vuoto interiore, non è stato il fumetto giusto al momento giusto.
Ma d'altronde nemmeno certi libri di Borges, nemmeno Magico Vento, nemmeno la pizza con le melanzane glassate che ho mangiato prima. Eppure sono cose che ho inevitabilmente adorato.

Allora, tanto per chiarire ogni dubbio, Orfani merita di essere letta. E non solo per il suo essere qualcosa di epocale per quel che riguarda il fumetto italiano, con quell'aria un po' spocchiosa da spartiacque che si è ritagliata addosso, coi colori veri e non quelle robe piatte che sembrano fatte riempiendo i numerini come i libri per bambini, con una storia che scivola giù inesorabile come un tronco lungo un torrente, impetuosa, violenta, travolgendo quel che incontra, nel sangue, nel dolore, nella crudeltà del rumore tragico delle cose che si spezzano.
Merita di essere letta perché ha qualcosa da dire. Perché ha una strada tracciata che ti invita a seguire, la percorre indefessamente nonostante le deviazioni che essa stesso si propone, come a voler periodicamente testare la propria forza di volontà, la propria costanza nel seguire ciò che ci si era prefissati.

Adesso dico qual è secondo me la cosa che non funziona in Orfani. E la dico ben conscio che in certi contesti avrei additato la stessa caratteristica come un pregio, come il plus che mi ha fatto innamorare di quel determinato racconto.
Ecco, secondo me la storia è troppo esposta a essere soggetta a più livelli di lettura. 

E quando dico più non mi limito a quelli che forse l'autore ha pensato di inserire in scrittura, no, io intendo proprio che è un racconto che nel suo dipanarsi può essere introiettato da qualunque lettore e fatto in qualche modo proprio. Le variabili che portano a questo sono differenti e tendenzialmente si potrebbero riassumere nell'affermazione che è una storia figlia di questo tempo, dell'abbattimento delle barriere scrittore\lettore, dello stupro digitale dei gradi di separazione.
Il fatto è che nella sua serialità la trama è talmente liquida ed equivocabile che inconsciamente si vorrebbe che procedesse nel modo in cui ci aspettiamo, scardinando quindi quel processo di fiducia che si dovrebbe stabilire nel lasciarsi condurre per mano attraverso ciò che chi scrive vuole raccontare.

Ripeto, è una caratteristica che di per sé non è un difetto. Non per tutte le storie almeno.
Eppure l'impressione, la mia eh sia ben chiaro, è che in questo contesto sarebbe servito un qualcosa di più rude, asciutto, una cosa tipo: ecco, questa è la storia leggetela, non avrete spazio per fantasticarci, non c'è un margine di sindacabilità, quel che leggerete è ciò che c'è e finità lì.

(lo so che che non vuol dire un cazzo eh, mica li conosco i meccanismi per cui quando leggi pensi a una cosa o a un'altra, per cui una frase è sempre ciò che è oppure ci costringe a ragionare a quel che avrebbe voluto dire l'autore)

Ecco, a me sarebbe piaciuto che Orfani si fosse fatta leggere senza l'eco del pensiero di cosa intendeva rappresentare l'autore in questo o in quel determinato contesto. E mi rendo conto che la colpa è soprattutto mia, mi capita anche in altre situazioni, con Murakami mi succede sempre per dire, o con Eco spesso.
Solo che, mentre per esempio di quel che avesse intesta Murakami mentre scriveva quel che sto leggendo non riesco a non interessarmi, a me di quel che pensava Recchioni quando scriveva Orfani non me ne frega un cazzo (ma nemmeno di Eco eh, tanto per livellare la cosa), vorrei leggere solamente la storia, magari in modo piatto, rapito da un "banale" intrattenimento. Eppure per un motivo o per l'altro non mi è riuscito di riuscirci.

Quindi così, se ti travolge questo meccanismo è ovvio che la cosa non può funzionare fino in fondo.
Perché si parla di loro

Che si sfidano a pagina 20 del primo numero, accettano le regole del duello, si mettono di schiena e camminano fino all'ultimo albo, dove li vediamo ancora lì, a reggersi lo sguardo, a odiare ciò che è l'altro, ad amare ciò che rappresenta.
E nel mezzo, a ogni passo, la storia di tutte quelle distruzioni. Della Terra, dell'innocenza, dei rapporti umani, degli amori, delle amicizie, della fiducia, dell'illusione, della dignità. Tutto inevitabilmente destinato alla deflagrazione, a una lenta o rapida corrosione.

Parlerebbe di questo, eppure per me, per tutto quel che ho detto prima, è la storia di Jimbo.
Umano e debole fin dal primo numero, eppure ligio a ciò che è, figlio di quel mondo senza speranza.
Lui che c'è, che sopravvive senza iniezioni potenziatrici.
Per fortuna forse, oppure per ricordarci che spostando gli occhi dal centro del quadro rischiamo sempre di meravigliarci di certi particolari così unici nella loro semplicità.
Jimbo è nell'economia della storia utile come i tozzi di pane dipinti sul desco del Cenacolo: la rende vera.






Dunque, se vi capita di voler leggere Orfani fatelo. Ne vale la pena. E leggeteci ciò che volete.
E se vi capita pensate Jimbo, spendete un attimo per lui, per la sua mediocrità se volete, e pensate a ciò che ha visto, ai mostri alieni che gli infestavano la testa, al sangue, ai compagni morti senza trovarci un senso, ai dubbi che non poteva o voleva esporre, alla paura di morire, di essere morto ormai, allo sguardo verso gli orfani, quelli speciali non gli altri come lui, a come ci si sente quando devi esserci comunque, quando il tuo lavoro è l'essere sacrificabile.

Ecco, #erabelloOrfani.


1.9.14

DAI, DAI, DAI... LAN!


Leggo Dylan Dog dal primo numero quindi è mio.
È mio è non me ne frega un cazzo, per quel che mi riguarda l'unico e vero Dylan è quello con la camicia azzurrina delle copertine iniziali del mitico Claudio Villa. E anch'io ogni giorno per andare in ufficio mi metto una camicia azzurrina, perché è questo che è il Dylan originale, è così che dovrebbe essere sempre.

In realtà io nell'86 avevo dieci anni e leggevo il Più. L'unico indagatore che conoscevo era l'ispettore Bobop e Slurp era il solo mostro che avevo finora incrociato fumettisticamente, ma ecco, in questo periodo di cambiamenti dire "io lo leggo dal primo numero" pare essere il mantra che ripetuto tipo mille volte dà diritto ad essere sceneggiatore per un giorno, anzi, ti investe del titolo di gran custode del personaggio originale.

Seguivo proprio in questi giorni tutte le polemiche veteroanimaliste a seguito dell'Ice Bucket di Dylan Dog (se volete, donate!).

Perché gli animali sono tutti carini e coccolosi, e le lumache sono immuni all'arsenico, e non serve a nulla testare i cosmetici sui coniglietti che sono già bellissimi così, e Dylan non ucciderebbe mai un animale nemmeno se fosse per salvare la propria vita perché il nostro Dylan è duro e puro, vegetariano e animalista e noi lo sappiamo e voi non potete impossessarvi del NOSTRO personaggio per fargli fare la pubblicità agli scienziati che curano le persone vivisezionando gli animali (che sono carini)

Già.
Sì beh, a parte i ratti naturalmente.


È che ovviamente tendiamo a ricordare solo ciò che ci fa comodo e contribuisce alle nostre tesi.

Dylan Dog sta cambiando, e i cambiamenti minano la tranquillità che ci avvolge all'interno della nostra routine. Ci tocca ripensare, rielaborare, spostare il punto di osservazione per capire, pensare di nuovo, mettere in discussione, ridiscutere meccanismi rodati della nostra lettura. Insomma, è un fastidio.

Se poi ci aggiungiamo che siamo nei tempi di facebook, l'era in cui esprimere un'opinione è diventato un dovere più che un diritto, dove non condivido le tue idee ma farò di tutto per trollarti sui social, beh, mi pare ovvio che qualunque (qualunque) argomento troverà il suo valido e rumoroso oppositore, gran cavaliere della tastiera, paladino degli haters e dell'analfabetismo funzionale (vedi post della scorsa settimana).

Va da sé che c'è pure chi ha rotto il cazzo per questa

Come se non fosse mai successo, tra l'altro.




No vabbé, quest'ultima non vale.




Però, grazie alle mie amicizie altolocate, ho la possibilità di mostrarvi in anteprima la copertina del numero 339.


E anche quella del 340 ispirata a quella del Giovane Holden.


Comunque, Dylan Dog sta cambiando. Finalmente.
Se ne uscirà da quel limbo atemporale da clessidra di pietra e ritornerà nel presente.
Magari non mi piacerà, magari il telefono che parla, Bloch in pensione, John Doe Ghost, la spider al posto del maggiolone (no, questa l'ho inventata io, ma era il soggetto che avrei voluto scrivere per il 339, perché Dylan è anche mio è bisognerebbe considerarci di più noi lettori).


Magari sarà riscoprire qualcosa, invece, quella necessità di essere stupiti che da ragazzini è così facile soddisfare, magari sarà come rivedersi dopo tanto tempo, ricominciare dall'attimo in cui ci si era lasciati.

(Fatto sta che settimana scorsa ho traslocato qui a Milano i Dylan Dog e sono sei borse dell'Auchan.)

Vabbé, di cose da dire ce ne sarebbero, ma se proprio dovessi chiudere con qualcosa che sia ben augurale per questa nuova avventura, beh, c'è questo fatto che mi è successo la scorsa settimana in una nota fumetteria milanese. Me ne stavo lì a sfogliare non so cosa, quando a un tratto una voce dietro di me si rivolge al commesso e gli fa: "ma ce l'avete qualche numero vecchio di Dailan Dog?".
Dailan. Quand'è stata l'ultima volta che l'ho sentito? Nel '92 forse... Anzi, non sentivo più dire Dailan dal '92.(cit.)
A me è sembrata una cosa bellissima, insomma, mi ha ridato un po' di speranza nell'umanità. Poca eh, solo per un attimo. Che poi c'è stato quello che ha chiesto se la serie d'ora in poi sarà sempre ambientata in un futuro fantascientifico...

(E comunque Recchioni, da quando mi ha fatto conoscere Halt and cacth fire può fare il cazzo che vuole...)


19.2.14

L'amore è cecchino - Orfani 5


Nonostante di Orfani si conosca già il finale, è una lettura che mese dopo mese fa ancora piacere proseguire (come le puntate di Colombo in cui conosci già l'assassino ma ti diverti a vedere come verrà smascherato...)
[Vabbé, ora posso dirlo: quella del finale era uno scherzo. In realtà  <SPOILER> ORFANI è una sigla che sta per "Oh, Rimane Finale Aperto... Nerd Inculatevi!"<\SPOILER>. Minchia se si diverte a trollare 'sto Recchioni!]

Ritornando seri (per quanto possibile) qualche giorno fa è uscito in edicola il quinto episodio della serie: L'uomo con il fucile.

PLAAAAAAGIO!!!!1!!1
Seri.

La mini di 12 episodi si avvicina quindi al giro di boa. I personaggi principali introdotti, le identità degli orfani svelate, ogni dubbio sulle tante incongruenze iniziali ormai confermato. Sì, le cose sono andate forse un po' a rilento ma, tanto per rimanere in ambito velistico, l'impressione data a oggi è che finora si sia proseguito di bolina, lentamente risalendo il  vento per tracciare la traiettoria migliore, seguendo quei segnali che solo se sei sulla barca puoi percepire in anticipo, lasciandoli agli spettatori soltanto dopo il diradarsi di qualche onda schiumosa. E la senzazione che si ha, che forse è solo una speranza ma pare proprio una sensazione, è che arrivati alla virata di metà percorso si cambierà velocità, si spalancherà lo spinnaker per stravolgere la marcia fino a qui intrapresa. Anzi, a dire il vero, arrivati a questo punto, con tutti gli indizi, le allusioni, i dubbi disseminati, potrebbe proprio capitare che si vada a scoprire che la barca non sia nemmeno una barca. Che voli, che si immerga, che si smembri ricomponendosi in qualcos'altro, di nuovo e inaspettato.

Quel che forse è emblematico è che dopo la lettura di ogni numero, quantomeno qui a casa mia, ci si sia sempre detti: beh, mi è piaciuto più del precedente.
Ecco, direi che in questa progressività sta il punto di equilibrio della serie, lo spartiacque lungo il cui declivio si è probabilmente connotato, sfoltito, serrato il cosiddetto zoccolo duro dei lettori.
Che non so nemmeno quanti effettivamente siano, spero che si sia riusciti a catturare quel tanto agognato target dei non lettori. Non so.
Perché c'è chi vorrebbe tutto subito, chi è abituato ad altri ritmi, a un altro tipo di serialità, altri personaggi forse, magari in cui immedesimarsi.

È che mentre leggi non ci presti più di tanta attenzione, non subito almeno. Il deficit di empatia ti arriva un po' dopo, mentre ripensi alle pagine che hai appena sfogliato. Cioè, è una sensazione di distacco che ti accompagna durante la lettura ma a cui non riesci subito a dare un'origine. Poi capisci: sono tutti degli psicopatici!
Ragazzini che ammazzano a sangue freddo per vendetta o solo perché è quel che devono fare, soldati addestrati ad annientare senza chiedersi, senza dubitare dell'obbiettivo, giovani la cui esistenza è permeata dalla violenza più efferata, in cui una poco più che bambina sta per essere violentata da un quasi coetaneo, in cui una ragazzina che sta per essere violentata si trasforma in un istante da vittima a carnefice, una crudele, spietata, atroce carnefice, militari spietati, psicologhe psicolabili che coinvolgono gruppi di bambini in non si sa che esperimenti. C'è il male, il male vero in tutti.
E poi ci si chiede perché non si riesce a immedesimarsi.

Fortuna che da 'sto numero c'è Raul.
Che è un discreto figo, e quindi riesco a identificarmi meglio.


Che proprio da lui sembra partire la presa di coscienza, una sorta di risveglio dal torpore militare che prepara quell'apertura di spinnaker presagita prima.
Ecco, succedono un sacco di cose, niente è come sembra, ci sono nuovi cattivi (anche se ormai capire chi sono i buoni sta diventando problematico), ci si ama, ci si odia, c'è chi sparisce e chi ritorna, si cresce, ci si ribella. E tutto a colori.

Niente, aspettiamo il prossimo.

22.1.14

Anticipo fratture


Da qualche giorno è in edicola il quarto episodio della miniserie Orfani
Come per tutte le cose c'è a chi piace, a chi non piace, a chi fa schifo, a chi non l'ha letta ma gli fa schifo, a chi è di Recchioni e allora gli piace, a chi è di Recchioni e allora gli fa schifo, a chi l'ha letta e non gli piace ma è di Recchioni e allora gli piace e viceversa, a chi bello ma il colore..., a chi brutto ma il colore..., a chi non succede niente, a chi succede troppo, a chi ci sono i buchi di sceneggiatura, a chi è troppo uguale a Halo, a chi è troppo uguale a Ender's Game, a chi è troppo poco uguale a Zagor, a chi capolavoro, a chi 4,50 euro per leggere dieci minuti è una vergogna.

Io di mio lo leggo. Mi sono davvero stupito di quanto mi piacessero i disegni di Dall'Oglio. Non che abbia molto altro da dire. Lo leggo come guarderei un film tratto da un dramma shakesperiano, soprendendomi a volte più della messa in scena che dell'intreccio della trama, magari rivedendo questo giudizio in base alle situazioni, liberandomi di qualsiasi rimando e lasciandomi trasportare come su di un materassino al mare, senza speranze di raggiungere qualche meta precisa, ma affidandomi alla corrente, guardando dove mi porta.

A me piace così, e forse è proprio a causa di questo mio lassismo che spesso mi ritrovo a perdermi ammirato tra le discussioni di chi invece ha preso davvero a cuore il dibattito sulla serie.
Tra tutti, quelli che preferisco sono gli auruspici. Non so se sia una categoria che esiste anche in altri ambiti, probabilmente sì, cioè di sicuro in questo momento c'è un qualche forum in cui un'auruspica sta esponendo la sua predizione sul fatto che la figlia scomparsa di Brooke non è la gemella di Summer ma probabilmente è stata la moglie del Sultano del Bering che però ha tradito con il console ghanese dando alla luce in segreto Mellory, questo perché in un angolo di una foto si scorge una ragazzina bionda che non dovrebbe esserci e che evidentemente è stata aggiunta da Kevin, il marito fotografo di Don, che altrimenti perché inserire un fotografo nella scorsa puntata se il suo lavoro non fosse stato un indizio rilevante per svelare la fine della gemella di Geremy?

*Postilla sui buchi di sceneggiatura: ma se una storia non è finita, se mancano ancora 8 (otto) capitoli alla conclusione della prima stagione, ma sulla base di quali presunti poteri divinatori si può accusare una sceneggiatura (poverina) di essere lacunosa? No, perché al tempo non c'erano i forum ma mi immagino tutte le lettere che può aver ricevuto il buon Manzoni dopo che la gente lesse il primo capitolo dei Promessi Sposi: e chi cazzo è 'sto Don Rodrigo? Mica si può citare un personaggio così senza spiegare chi sia... Perché dovrebbe impedire il matrimonio di 'sti poveracci? non ha senso. Poteva tranquillamente uccidere Renzo, perché mettere in scena 'sta cosa dei bravi? E comunque secondo me i bravi non sono quel che sembrano. Comunque mio cugino ha già letto il secondo capitolo e anche lì Don Rodrigo non viene approfondito per niente...

*Postilla sui 4,50 euro: una volta ho speso 4,50 euro per una pizza buonissima. Ci avrò messo cinque minuti a finirla da quanto buona era. Cinque. E una volta mangiata non è che me la sono portata a casa per rimangiarmela con calma quando avrei avuto voglia, e non ho potuto nemmeno prestarla  a mio cugino perché la mangiasse anche lui, né tantomeno l'ho potuta mettere su ebay per venderla a qualcuno che voleva mangiarsela. Ecco, per dire. Ma di sicuro non dico che sono stati cinque minuti buttati nel cesso...

Comunque, dicevo, mi piace leggere quelli che si prodigano nello svelare gli effettivi risvolti ancora sconosciuti della serie, mi piace perché non è un mero gioco d'azzardo, no, è una dimostrazione di acutezza, una sfida lanciata all'autore e all'internet tutta, è un poter dire (quando per la legge dei grandi numeri una cazzo di previsione si avvererà) proprio come avevo detto io, che cazzata...

E non sono ironico eh, magari non ne capisco a fondo la ratio, ma non sono ironico, davvero, c'è gente proprio brava, che si impegna, con fantasia, con competenze, passione. Se potessi li invidierei, sì, insomma, vorrei anch'io scrivere il mio risvolto, mostrare finalmente al mondo lo Sherlock che è in me (lo o il? Sherlock si raccorda come jedi?)

No vabbé, voglio farlo anch'io.
Dunque, qual è la cosa più straordinaria che potrebbe succedere in Orfani, il più raffinato imbroglio al lettore, il risvolto più eclatante?


Beh, senza dubbio che gli orfani non sono orfani! Cioè, un fumetto intitolato Orfani dove si scopre che i protagonisti che pensavamo tutti senza genitori in realtà non lo sono. Il finale a sorpresa già nel titolo. Come se a un certo punto scoprissimo che Tex in realtà non è mai stato Tex. Che botta eh?

E come dovrebbe succedere questa cosa?
Io ho tre ipotesi:

1. si scopre che gli alieni arancioni altro non sono che i veri genitori degli orfani, il raggio tachionico in realtà era un teletrasporto calibrato sul codice genetico di umani che avessero almeno una volta procreato. Gli involucri iridescenti servono per difendersi dalle radiazioni del pianeta e sono stati forniti loro dal vero artefice dell'esperimento, un mad doctor che era stato maltrattato dal padre e che ora aveva speso tutta la sua eredità per elaborare questo complicatissimo piano atto a mettere i genitori contro i figli. A un certo punto un mostro però fa con le dita un gesto che faceva sempre sulla culla di uno degli orfani e questo se ne ricorda e allora capisce e diventa tutta una lotta contro il tempo per fermare lo sterminio dei genitori, e il villain viene sconfitto e i genitori escono dall'involucro e si abbracciano tutti e gli orfani non sono più orfani, anzi non lo sono mai stati.


2. il raggio tachionico altro non è che un'ardita metafora grafica che nasconde in realtà l'atto della fecondazione. Gli orfani non sono i bambini che credono di essere, i loro ricordi sono tutti artificiali e nessuno di loro ha avuto la famiglia che pensa, così come nessuno dei loro genitori è morto durante l'attacco (che in realtà non c'è stato). Di fatto gli orfani sono tutti fratelli e sono stati creati in laboratorio tramite l'inseminazione artificiale con il materiale genetico estratto dal colonnello Nakamura e dalla professoressa Juric, che sono di fatto i loro effettivi genitori. Perché? A cosa potrà servire una prole di migliaia di ragazzini addestrati per diventare super-soldati? Il finale non lo dice. Ci si sofferma su quanto sia difficile per una mamma che lavora seguire le sue decine di migliaia di figli adolescenti e lentamente si sfuma in nero senza dare nessuna spegazione sull'esperimento di Painted Sky.
(ah, a proposito di Painted Sky vi racconto questa. Ero a una conferenza di presentazione di Orfani qui a Padova. C'è Recchioni che parla e racconta che è una serie corale, che non c'è un solo protagonista, che un esperimento del genere era stato fatto con Caravan che però è una serie di Medda. C'è un giornalista di fianco a me che scrive fitto fitto, alza la testa e mi sussurra sottovoce:"scusa, ma ha detto che è una serie di MERDA?" e io:"oh, evidentemente non gli è piaciuta!")


3. gli orfani non sono orfani e non potranno esserlo mai. Il raggio tachionico infatti ha aperto un varco spaziotemporale che ha trascinato i ragazzi che poi diventeranno gli Orfani indietro nel tempo, fino all'anno in cui sono stati concepiti. Come guidati da una sorta di intelligenza collettiva cosmica derivante dai flussi di neutrini collegati tra loro dall'entanglement, gli orfani si sostituiscono ai loro padri e fecondano le proprie madri diventando di fatto padri di sé stessi. Essendo quindi nello stesso momento padre e figlio non potrebbero mai divenire orfani in quanto la loro morte causerebbe l'estinzione di entrambe tali figure e quindi non esisterebbe un istante in cui la parte figlio riuscirebbe a sussistere slegata dalla parte padre. Il tutto si chiude con un pippone finale su ente, essente e essere e sulle caratteristiche intrinseche dell'orfanità in relazione a un'eredità memetica. Gli alieni altro non sono che la proiezione del desiderio degli orfani di diventare orfani davvero, quindi di fatto un'idea della loro parte genitoriale estrapolata da contesto di loro stessi e con cui entrano in duro contrasto quasi a rispecchiare le classiche dinamiche famigliari che rimangono però, in questo contesto, irrisolte per manifesta corrispondenza delle due parti. (rimane in questa ipotesi inspiegato il discorso sulle orfane, ma credo sia un buco di sceneggiatura che verrà colmato nella seconda stagione)


Ecco, secondo me è una di queste tre. Mi sbilancerei sulla terza anche se con 'sti giornaletti le sorprese sono sempre dietro l'angolo.

17.10.13

Orfani ovvero Bildungsroman und Drang


Qualche settimana fa ho scritto una mail a Roberto Recchioni.
Non è una cosa da me, ma era notte e autunno e avevo appena elaborato un pensiero abbastanza complesso, ramificato. Un pensiero che era all'improvviso sfociato in una sensazione.
Cioè, in quell'istante, nell'elucubrazione di tale ragionamento e a seguito di cose viste-fatte-lette, mi ero accorto di nutrire una insospettabile stima per il suddetto. E gliel'ho scritto.
Nonostante l'asocialità, il distacco e quel senso di stupidità adolescenziale che ancora un po' mi sento addosso.

Con Roberto ho avuto modo di incrociarmi in diverse occasioni. Qualche parola buttata lì, le solite cose.
In realtà la percezione è quella di una spietata incomunicabilità, come se due universi paralleli si sfiorassero senza riuscire a individuare il wormhole di Lorentz in grado di fare da ponte tra le loro differenti esperienze.
Ed è ovviamente un mio limite.
E posso anche ammettere che me ne dispiace, che mi avvincerebbe essere in grado di isolare il minimo comun denominatore, un contesto in cui instaurare un dialogo vero, uno scambio, un confronto, una dissomiglianza, se fosse.

Penso ciò perché credo sia una persona interessante. Non uno sceneggiatore interessante. Una persona.
Che quel manipolo di eroi con cui riesco a parlare mica vengono da me perché sono un programmatore interessante.

Lo so, il titolo lì sopra dice Orfani e io mica ci sono ancora arrivato.
O meglio, forse un po' sì.
(comunque se volete leggere di cosa parla e com'è (o come non è o come dovrebbe essere o come avrebbe potuto essere o come sarebbe stato meglio se fosse stato o come potrebbe diventare o come purtroppo sarà o come sicuro che succede così) Orfani basta che vi facciate un giro per l'internet.
Scoprirete che è uguale ma identico a tanta di quella roba che è tipo il buco nero super massivo posto al centro della galassia dell'intrattenimento.
Imparerete che le armature sono copiate da un videogioco che però le ha mutuate da un film che si era ispirato alla copertina di un libro che era stata ricalcata da una miniatura che si è scoperto che era invece una macchia di sugo.
E poi vi sorprenderete nell'apprendere che quel ragazzino di sicuro è vivo e che è tutta una simulazione e che sono tutti morti prima e che in realtà sono sulla Terra e che gli orfani non sono orfani ma si scopre che gli alieni sono i loro genitori e che l'orso è quello di Lost e che non è un vaccino ma un potente allucinogeno e che la tuta del colonnello è quella di Sue Sylvester.
Ah, saprete anche che ne hanno stampato un milione di copie, che il bambino della copertina in realtà è un nano, che il titolo è sgrammaticato e che i fumetti li fanno col computer.)

Dunque, io stavo dicendo che un po' c'ero arrivato a parlare di Orfani, ma solo perché l'impressione è che sia un enorme compendio a colori di quella che è la persona Roberto Recchioni.
Ma tipo una selezione di passioni, esperienze, letture, conoscenze, giochi, chiacchiere, notti, film, speranze, serie tv, cadute, scommesse, ossessioni.
Che poi, mica serve conoscere l'autore o il suo mondo per conoscere un'opera.
Eppure, se quello è il suo mondo ed è così distante dal mio, allora quel ponte di comunicabilità che mi permetterebbe di rapportarmi con Roberto dovrebbe essere la stessa via che mi conduce, se non ad apprezzare, quantomeno a comprendere il suo lavoro.

Sarà che l'ultimo videogioco a cui ho giocato aveva una gettoniera 100 + 100, sarà che la fantascienza per me è Clifford D. Simak, mica Heinlein, sarà che a lavorare in banca ho sentito così tante frasi a effetto che non mi fanno più effetto, insomma, mi sono accorto di partire forse avvantaggiato nel leggere questo Orfani. Ma proprio perché non ho nessun riferimento, perché le cose che vedo sono ciò che sono e non la trasposizione vera o ipotetica di un qualcos'altro.
Ecco, da questo mio punto di osservazione "privilegiato" (o svantaggiato, chi lo sa) posso dire che questo primo numero mi ha appassionato. Più della prima puntata di Breaking Bad, e che il cielo mi fulmini per questo, più del primo Dylan Dog che proprio non si può leggere a mio avviso (che per dire, sono 25 anni che leggo Dylan Dog e a me l'horror fa da cagarissimo. Eppure nel mio modo di leggere i fumetti, attraverso la mia personale chiave di lettura, funziona. Altre cose no, ma quello sì, per dire).
Ma mi ha appassionato non tanto perché si legge bene, rapido rapido, e nemmeno per gli ottimi disegni di Emiliano Mammucari, e i colori (che a me i colori), e i fucili, le astronavi, gli alieni col teletrasporto, e la guerra, la fine del mondo, e i ragazzini e gli esperimenti.
No, io la vera potenzialità l'ho trovata nei rapporti umani, nelle intercorrelazioni, i drammi, i moti d'animo. Non so, sia nel piano temporale dei giovani orfani sia in quello dei guerrieri superuomini ho scorto, o forse ho solo voluto vedere, una moltitudine di fili pronti a intrecciarsi, spezzarzi, soffocarsi a vicenda, oppure solo collegare, legare, rendere indissolubili.
Boh, magari è solo il mio come avrebbe dovuto essere Orfani.

Fosse una serie di quelle che ti guardi in streaming sul pc, preferirei avere già tutte le dodici puntate lì pronte in modo da potermele sparare una in fila all'altra. Sì, la sensazione che mi ha dato è proprio questa, di voler sapere dove va a finire, anche solo per capire se mi piacerà o no.

Che poi, è un po' il senso del feuilleton. E questo lo è, no?
Che io me la immagino la gente a ogni capitolo dei Tre Moschettieri a chiedersi come sarebbe andata avanti, e Milady è buona no è cattiva no è bona, e quello muore, no ritorna ed è tutto un trucco di Richelieu e D'Artagnan è un eroe del cazzo (vedrai nella terza stagione!)
E se in parecchi si stanno chiedendo cose analoghe su Orfani, beh, probabilmente significa che ci sono buone probabilità che funzioni.

Comunque, sono andato strafuori tema, non ho parlato del fumetto, che è un albo introduttivo, che ha solo seminato dubbi, inquadrato approssimativamente la situazione, presentato i personaggi, spiegato poco e mica tutto, anzi, quasi niente.

E allora si aspetta. Per capire se quel meh è una falla della sceneggiatura o solo un deficit di pazienza, per scoprire se è sospensione d'incredulità o abuso di posizione dominante, per dire io l'avevo scritto tre numeri fa, o magari solo per leggere, che pare niente, ma bisognerebbe far bene anche quello.

Oh, anche se non sembra, sono preparato. Se ci sono domande rimango a disposizione...
(cazzo, non ho nemmeno parlato di Caravan...)

23.5.13

Matter more be


E' dell'altro giorno la notizia che Roberto Recchioni sarà il nuovo curatore di Dylan Dog.
[ok, smarchiamo a riga due tutte le possibili battute su Dylan Dog malato - curatore, Mater Morbi, Dylan Dog con gli oRecchioni, Recchioni? ma è curatore o culattone? Ma l'omosessualità non è una malattia, ma non è Dylan Dog a essere malato ma chi lo compra ancora, ma se è DyD allora è RoR?, ... Bene! fatto! finito!]

Dylan è probabilmente un personaggio che può ancora dare molto, anche se (e qui magari per adesso mi ci metto dentro solo io) l'impressione è di essere cambiato di più io rispetto a lui che non lui rispetto a me. Insomma, la teoria è che l'adultescenza porti comunque con sé una quota di disillusione in cui certi meccanismi, magari ci penso e dico anche quali, vengono diluiti in un eccesso di realtà (generalmente si direbbe che noi adulti non siamo più capaci di sognare, ma io non lo sono mai stato quindi il problema non si pone. E quindi è altro...)

[Dylan è uno importante. Abbiamo iniziato con lui a leggere davvero i fumetti. Quelli della mia generazione, dico. E' uno su cui tutti abbiamo un aneddoto, un ti ricordi quella volta...]

Anche se più o meno so cosa fa un curatore, nella mia testa lo vedo impegnato a rileggersi ciclicamente tutta la serie e a ripetersi a memoria le cose, i personaggi, le situazioni. Ché ho sempre pensato, se per esempio domani mi presento, che so, col soggetto del Dylan Dog 148 - Abissi di follia che non è che sia rimasto proprio impresso nella memoria (è un esempio eh, avrei potuto dire anche DD numero 1 ma mi sa che quella bomba nella custodia del clarinetto non me l'avrebbero fatta passare...) se niente niente nessuno si ricorda che c'è già stato che fanno? me lo pubblicano?
E se è la storia di un altro fumetto? O se il disegnatore ha copiato le vignette dal "Tromba" turkmeno? 
Ecco, per questo secondo me il curatore è lì che legge albi tutto il giorno...

Comunque, Roberto è bravo (lo so, bravo non vuol dire un cazzo: Roberto è competente, conosce i fumetti più di ogni altra persona che io abbia mai incrociato in vita mia, ha una passione spropositata per quel che fa, tende ad avere le idee chiare o quantomeno a far trasparire di averle, ha l'esperienza necessaria per seguire una strada ed eventualmente per modificarla se necessario, anche se non sembra sa ascoltare, è polemico di quella polemica intelligente e una critica, fosse anche la peggiore, non cade mai a vuoto, insomma mentalmente se la segna, gli rimane e se può ne fa uso. E' uno che si fa gli esami di coscienza. Magari a volte viene bocciato, ma se li fa. E in più ama smodatamente Dylan Dog (nessun riferimento a riga due), davvero, di quell'amore che genera protezione, con gli occhi forti di quando ti scagli a difesa di qualcosa in cui credi).
[che detta così pare che mi stia simpatico, in realtà no (ma questo vale anche per una buona parte dei miei amici. Amici amici, dico). Roberto è una persona così diversa da me da riuscire addirittura a non starmi sul cazzo anche se dovrebbe, insomma, non so se traspare ma è una cosa positiva. Cioè, per me. Che quando a Bologna ci siamo visti e mi fa "Vedi, stavolta ti ho riconosciuto" io volevo rispondergli "Veramente è la prima volta che ci vediamo" ma non l'ho fatto. Ecco, questo è quel che intendo per cosa positiva.]

E niente, tutto quel che può interessarvi su pensionamenti, esclamazioni, eliminazioni, tariffe, cellulari e quant'altro cercatevelo in rete, che tanto se n'è già scritto fin troppo. Fin troppo a cazzo, intendo.
(e quindi no, in questo post non ci sarà
- l'elenco delle nuove esclamazioni di Dylan Dog
- l'elenco dei personaggi che moriranno in Dylan Dog
- la dichiarazione dei redditi di Dylan Dog pubblicata in nome della trasparenza
- l'elenco degli scontrini giornalieri di Dylan Dog, così da scaricarli dalla diaria
- il modello del nuovo cellulare di Dylan Dog
- la descrizione del nuovo look di Dylan Dog che si taglierà le basette
- il libro delle nuove ricette vegetariane di Dylan Dog
- i risvolti peccaminosi sulla convivenza di Dylan e Groucho
- varie ed eventuali (soprattutto riguardanti: abuso di superalcolici alla frutta, figli segreti, tatuaggi mai visti, meccanici miracolosi e di nuovo sconcertanti rivelazioni su quella cosa della bomba nella custodia del clarinetto)

Io di mio sono convinto che Roberto farà un lavoro ottimo.
Non piacerà a tutti (forse nemmeno a me, però la differenza tra una cosa ottima e una cosa che non mi piace la so ancora distinguere [cioè, non tutto quel che mi piace è ottimo e non tutto ciò che è ottimo mi piace]), probabilmente molti nemmeno si accorgeranno che qualcosa è cambiato, altri se ne accorgeranno e romperanno il cazzo, qualcuno sarà già lì che aspetta al varco.
Forse inizialmente ci saranno più rivoluzioni fuori che non dentro gli albi, nei modi di rapportarsi con chi legge, nel cercare di dare un senso a quel che succede, nel comunicare l'idea che c'è alla base del (auspicato) cambiamento.
(che poi si è mosso Sclavi in prima persona e tutti siamo ahhhhhh. Anzi AHHHHHHH...)




Proprio perché so che Roberto farà un lavoro ottimo non gli faccio gli auguri. Non servono.
Però i complimenti sì.

Sorprendimi.




9.11.12

ASSO ovvero un cazzo di tutti


[Premessa: questo post non terrà conto del fatto che ogni volta che mi è capitato di salutare l'autore non mi ha mai riconosciuto e mi ha sempre guardato con l'espressione da ma chi te s'incula?
A fronte di ciò, il mio rapporto con lui è scandito dal fatto che io sono quello di qualcosa.
Quello del corso di sceneggiatura, quello di quella storia su Gesù, quello della recensione dell'ultimo John Doe. Quello di Gardaland. Quello di Gardaland funziona benissimo, la potenza del Raptor. (Il prossimo anno mi presento con le tette!)]


In realtà avrei voluto intitolare questo post Per aspera ad Asso, ma le cose (si sa) non vanno mai come te l'aspetti. Nemmeno quando sei tu a deciderle.

Pare strano, ma questo libro parla anche un po' di questo.

Però ci stava, in effetti. Per aspera ad Asso. Il racconto di come, attraverso gli ostacoli, Asso sia diventato ciò che è.
Oppure no, forse il racconto di quali ostacoli abbia incontrato Asso a causa di ciò che è.
Meglio ancora, il come Asso sia diventato un ostacolo per il solo fatto di essere.

Ecco, sì, ora capisco perché l'ho cambiato.

Asso è (non so se si possa dire davvero, ma a un certo punto si capisce questo) l'alter ego a fumetti di Roberto Recchioni aka RRobe aka l'autoproclamatasi rockstar del fumetto italiano aka quello di John Doe aka uno che tutto puoi dirgli ma non che non sappia come si fa un fumetto.

Ora, se mi trovassi a dover leggere un post che già a riga dodici inizia a scomodare Heidegger o Sartre per arrovellarsi su come sia possibile scindere l'opera dall'autore e da quali influenze dovrebbe ripararsi il lettore per acquisire una visione oggettiva dell'opera e bla bla bla, ecco, sarei già saltato all'ultima riga.

Per comodità ho quindi deciso di inserire qui l'ultima riga del post (che si prevede lungo):
leggetelo!

No, niente filosofia: anch'io ho fatto ragioneria.
Ma l'idea che ci siano due modi di leggere - o meglio due situazioni per leggere - questo fumetto non è ancora scemata.
La verità è che, più che autobiografico, Asso è un libro onanistico.

Il fine della raccolta appare quantomeno masturbatorio (e questo non lo discosta molto da una certa tendenza del fumetto moderno), si chiudono gli occhi e si ripercorre una memoria inventata eppure densa di elementi del vissuto.

Credo ci siano due modi di porsi di fronte a quest'opera. La differenza la fa il grado di penetrazione delle nostre conoscenze rispetto al Recchioni personaggio pubblico (cioè, scindila tu l'opera dall'autore...).

Per chi lo ha scoperto nei fumetti, letto nel blog, ascoltato alle conferenze, seguito su facebook, followerato su twitter, incontrato alle manifestazioni, chi ne conosce la storia, le cadute, la malattia, il protagonismo e altre e ancora altre varie ed eventuali  (che quando non è impegnato a morire è dappertutto 'sto qua), il rischio è che le storie (che per buona parte, in modo sparso, quei chi avevano già letto) arrivino usurate, logore dal troppo parlarsi addosso, isolate da un contesto estremamente più ampio.
E l'impressione è che questo derivi non tanto dalla ripetitività del fumetto in sé, ma più che altro dal fatto che la stessa versione di quella sua esistenza (fallibile e appassionante, sia ben chiaro) sia stata perpetuata troppe volte e da troppe direzioni e media differenti.

Il tutto funziona (perché funziona) per il semplice fatto che Recchioni questo lo sa.
Incolla i pezzi dei propri limiti (artistici) sulle vignette di un diario poco segreto e dispone accanto a ognuna le critiche e i giudizi più crudi che riesce a carpire dai pensieri del pubblico futuro.
Un meta-fumetto al contrario, in cui non è il disegno a fingere di essere reale ma la realtà che finge di essere disegno.

Ah, poi ci sono gli altri (sì, esistono persone che non ti conoscono, Roberto), per loro è diverso.
Si trovano tra le mani un patchwork disomogeneo di dolore, arroganza, sesso, malattia, ineluttabilità, bushido e pornografia, ne percepiscono la sofferenza, il percorso. Ad astrarmi (per aspera ad astrarmi), intuisco che possano appassionarsi, venir coinvolte, emozionarsi (qualunque emozione vale) per quel personaggio scorretto, esagerato, sfacciatamente accentratore.
È un romanzo di formazione Asso, essenziale, spoglio. Ma anche di deformazione, di prostituzione dell'immaginario a servire un ego che incontra nella smisuratezza la propria più subdola fragilità.

La verità è che Asso, se esistesse davvero, col suo essere sé e coi suoi modi ti farebbe sentire un cazzo di nessuno. Straborderebbe anche nella tua di personalità, rubandoti la scena anche nei confronti di te stesso. Se esistesse.
E sempre se esistesse, si contrapporrebbe a quell'essere un cazzo di nessuno con il suo essere un cazzo di tutti. Come quello degli attori porno. Perché sa concedersi, darsi e farsi dare, puttana forse, forse solo un buco nero che ruba luce per trasformarla nel brivido dell'inesplorato.

Ripasso a Roberto Recchioni, che nel suo percorso artistico e umano ha saputo (o gli è capitato) posizionarsi al crocevia di un numero impressionante di talenti, delle loro vite, delle loro amicizie.
Collettore di individualità a volte geniali in una dimensione filantropica che  addirittura male si addice al personaggio, ma non alla persona.

E matura da questi rapporti quella che, a mio avviso, è la parte davvero empatica di questo volume.

Storie deliziose, divertenti, commoventi, illuminanti. L'arte al servizio dell'amicizia (dell'amore?):
Luca Bertelé, Federico Rossi Edrighi, Mauro Uzzeo, Elisabetta Melaranci  e tutti gli altri.

Alla fine mi sa che ho detto che ho preferito la parte degli omaggi rispetto a quella dell'autore.
Ma mica significa niente. Per me il Kubrick migliore è quello di Eyes Wide Shut, non mi piace il wasabi e non guardo il calcio.
Insomma, c'ho i miei gusti.

È un libro che vale la pena di leggere, dunque: leggetelo!

31.5.12

John Doe n.20 - ovvero passaggi di testimoni



Qui, mentre scrivo è la fine di maggio. L'ambientazione, anzi il genere, è il divano, rumore di gatti che sgranocchiano qualche crocchetta, telefono che ogni tanto vibra. Compulsivamente alzo la testa a guardare il lampadario: ondeggia ancora. L'ultima scossa è stata qualche minuto fa, poca roba.

Sarò stato a pagina 20 quando ha tremato sul serio, una splash abbastanza arzigogolata, me la stavo studiando mentre è iniziato il tremolio, poi il rullare dei bicchieri, le mani strette sul bordo annerito delle pagine, come se fosse bastato quello a sorreggersi, qualcosa che cade di là.

Jitso.

Beh, niente in confronto a ciò che è successo a He-man la scorsa settimana.

Non parlo a caso, l'ambientazione, la mia ambientazione è importante. E' importante perché da un pezzo il Golden Boy ha abbattuto rabbiosamente le pareti della quarta, forse della quinta dimensione. Degenerando. Fluttuando tra i generi con alterne fortune, cercandoci, minacciandoci, sfidandoci.

Noi lettori.

E se devi trovarmi, John, non voglio sorprese. Voglio attenderti con le gambe allungate sullo schienale, il cuscino ripiegato a sorreggere la testa, le briciole di qualche avanzo a stuzzicare le dita. Come sempre, come ogni volta che ti ho guardato come se fossi un animale da zoo, irrequieto nell'irreale prigione di ogni pagina, ingannato in un solipsismo al contrario. Dove l'illusione di essere Dio era il riflesso di un ateismo irrisolto, dove il non credere più in te stesso pensavi fosse eresia e poi hai scoperto che il trucco era nella forma e non nella sostanza: Dio eravamo, siamo Noi!

E quei tre che cercano di difenderci. Credono. Oppure no? Oppure quel passo indietro, quel labirinto in cui hanno intrappolato John è solo un trucco per riuscire a prendere più rincorsa?

Com'è questo 'Flettendo i muscoli'?

Credo che Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni si siano divertiti a scriverlo.

E' un fine omaggio di fine maggio.

Un percorso denso di citazioni, sottotesti, metafore, cineserie.
Parla di testimoni, di passaggi, di stelle che nascono danzanti, incespicano, brillano fino ad abbandonare la luce al proprio destino.
Parla di strati.
Di chi c'era prima e chi verrà dopo, di quanto vale un'eredità, un esordio, una lezione.

E' addirittura dolce, malinconico. E sì, parla di supereroi in calzamaglia.

Watchmen, Batman, gli Invincibili, qualche Marvel, quelle robe lì insomma.
E poi Rat-Man.
Due vignette, di profilo, una silhouette. Eppure sembrano una ventina di pagine. Sembra che ci sia stato davvero, che abbia insegnato davvero come si fa, come essere fumetto. L'altro fumetto.
E John ha imparato.

Ha allargato la breccia, tracciato un sentiero.
E cerca continuità. Conferme. Verità forse. E tra le mani un testimone.

[Poi è addirittura ovvio che non c'ho capito un cazzo. Ma quel Valter Buio lì qualcosa mi avrà pure significato.]

E' che John Doe sta finendo, e come finisce lui non finisce nessuno.

Che poi, se dovessimo parlare della storia dovremmo parlare dei disegni della storia.
Perché è un albo fatto di immagini. Ma non come sono fatti di solito. E' un albo fatto di immagini che non rappresentano soltanto un'idea di realtà, no, la realtà la inventano, la rendono malleabile, duttile, altro.

Il tratto di Federico Rossi Edrighi sicuramente divide. C'è chi lo ama e chi non lo tollera.
A me divide. Separa le percezioni, è sinestetico (se mai esiste come termine), davvero. E' come quell'attimo che precede una scossa di terremoto, quando capisci che c'è qualcosa che non va e quel senso di vertigine ti mette il dubbio di essere tu finché ti accorgi che invece è il pavimento che ha iniziato a tremare. Ecco, lui disegna lì, tra i picchi di un sismografo. In un grottesco che è iperrealtà. Superrealtà, forse. Supereroi.

La nota grigia sono i grigi. La pessima, pessima stampa li ha decisamente rovinati, trascinandosi con sé un'impressione di sciatta fotocopia da autoproduzione. Ed è un peccato. Un peccato perché le tavole sono splendide, e sono splendide con i retini intendo (fatevi un giro nel sito di Federico e capirete), la resa è davvero tutt'altra.

Che altro dire? Niente, finiamo.

John, io sono pronto. Non ti permetterò di farmi finire insieme a te!



15.9.11

e-citazioni


Allora, ricapitoliamoci.
Di John Doe 11 ne avevo parlato qui, citando la citazione al detective Smullo di La Rosa, il quale ne aveva parlato qui. Io poi di La Rosa avevo parlato qui, ma quella era un'altra cosa.
Succede poi che se Smullo appare di qua allora John Doe appare di là. Quindi ecco il fumetto, che già si è digievoluto in metafumetto, appare in un altro fumetto, che poi è Dio, che poi è questo.
Che tra l'altro Dio (che è un fumetto) sta leggendo il fumetto di John Doe (che è Dio) che comunque è già un fumetto nel fumetto e ha sfondato la barriera della fumettosità per combattere contro gli sceneggiatori che però erano i personaggi a fumetti degli sceneggiatori mentre i lettori non si sa su che piano di esistenza siano veramente. Fatto sta, che citazione per citazione Recchioni cita qui la citazione derivata dalla citazione che era stata citata da La Rosa.
Spero di aver citato tutti.

Fatto sta che questo è solo un promemoria per una cosa che devo cercare da mesi e che volevo mostrare a La Rosa. Una cosa di coincidenze.

12.9.11

La solita figura di nerd

Era il 1985 quando uscì "La rivincita dei Nerds", avevo 7 anni, al cinema c'erano le sedie di legno col sedile che si abbassava, le M&M's stavano superando le Smarties nella mia personale classifica delle praline al cioccolato, io sognavo di avere un Commodore VIC 20 e una BMX come ne "I ragazzi del computer" e Caccola mi faceva ridere un casino.

Da allora, quando sento la parola nerd un brivido mi percorre la schiena e so già che qualcosa di ipnotico accadrà alla mia vita.
E' per questo che quando abbiamo visto che sabato c'era questo

abbiamo inforcato i nostri occhiali aggiustati con lo scotch e siamo partiti alla volta di Movieland.

La parola nerd probabilmente deriva da "knurd", "drunk" al contrario, usata per indicare quelle persone che alle feste non si ubriacavano.
Il tipico nerd indossa una maglia di Star Wars (magari con pancia ben in evidenza), porta sulle spalle il classico zainetto ricolmo di fumetti, cards e  banchi di ram, e non abbandona mai il proprio Iphone costantemente collegato alla rete e all'Ipad nonché all'Ipod e magari al Mac Air. Insomma, io sono andato per cercare questo





In realtà ho trovato ben altro.

Lì, di fronte a un palco nerd, con una presentatrice nerd coaudiuvata da un assistente nerd, un pubblico decisamente nerd ha assistito a un quiz nerd organizzato in modo nerdissimo, dove autori di fumetti dai trascorsi nerd si sono sfidati in una tenzone a tratti decisamente triste ma col fascino ammaliante di un videogioco 8-bit.
Diego Cajelli, Tito Faraci, Roberto Recchioni, Diego Zucchi, Micol Beltramini, Paola Barbato
La sfida, nonostante (o forse per merito de) l'atmosfera sfigatissima, è stata appassionante e avvincente, picchi di suspence sui manifesti minimali, Cajelli che rovina il gioco dei film con Tom Sizemore, e soprattutto un geekissimo flame a causa della kriptonite rosa. Comunque, pur avendo dominato fino alla fine, la coppia Cajelli-Faraci (gustosissimi i suoi aneddoti sui rasoi e pennelli da barba) cede all'assalto finale di Recchioni-Zucchi che si aggiudicano la gara lasciando a bocca asciutta il duo femminile Beltramini-Barbato, mai pienamente a fuoco.

In realtà alla mattina abbiamo fatto prima un giro nella casa degli orrori, ma l'avvenimento più saliente è che ho rischiato di prendere a cazzotti Freddy Krueger, 'sto cazzo di Wolverine mal riuscito.

Il pomeriggio è proseguito poi in contemplazione di un atleticissimo John Rambo che ci ha deliziato combattendo per cielo, aria, mare e quad.

Ma soprattutto, se a qualcuno capita di passare per Movieland, è assolutamente d'obbligo mettersi in coda per Magma 2, salire sul camion di quell'incosciente figlio di troia di Miguel, e lasciarsi trasportare attraverso un'umidissima terra di confine dove le leggi sulla sicurezza non esistono, il D.Lgs. 81/2008 è trattato come i tedeschi delle barzellette e attaccato allo specchietto del camion si può scorgere una foto di Miguel che s'incula il signor Beghelli salendo in bilico su una pila di manuali della 626, fumando, e senza scarpe antinfortunistiche!
No, no, se ti siedi al centro non ti bagni...Mavaffanculo!
In assoluto la giostra più imprevedibilmente pericolosa e divertente del mondo!

Moderatamente bagnati e soddisfatti ci avviamo verso l'ultima attrazione della giornata, sono le 17.30 e alle 18.00 il parco chiude ma c'è ancora tempo per l'U-571, tanto che mai potrà essere?
In fila comunque incrociamo Roberto Recchioni , si fanno due chiacchiere sulle ultime lezioni del corso di fumetto, si ipotizza l'idea di finire la serata a Gardaland e poi ci si infila sottocoperta nel ventre del sottomarino.
Adesso, immaginatevi di essere seduti sul serbatoio della moto di Valentino Rossi (mentre sta gareggiando al Mugello), immaginatevi poi che da dei tubi sulle pareti inizi a cadere una quantità d'acqua sufficiente a girare 50 video di Christina Aguilera e a soddisfare per almeno un anno il fabbisogno di un piccolo stato africano. Quindi ricapitolando: buio, acqua, rumore assordante, acqua, movimenti inconsulti dell'ambiente, instabilità, scivolamenti, un diluvio d'acqua che scende da ogni dove e poi acqua e aggiungerei acqua.
Roberto "Aquaman" Recchioni
Dire che ne siamo usciti fradici è un ingeneroso eufemismo.

E' stato probabilmente l'avvelenamento da cloro a indurci a salire in macchina gocciolanti e a dirigerci verso il parco di Prezzemolo per concludere la giornata.

Naturalmente quel che succede a Gardaland rimane a Gardaland!

Posso però dire che la fila per il Raptor è stata un'esperienza assolutamente traumatica e psichedelica, sia per me sia per la bambina di tre anni, troppo piccola per salire, che i genitori hanno abbandonato lungo il percorso con una ciotola di granita.

Il Raptor è comunque una figata di montagna russa, ti avvolge dolcemente con le sue evoluzioni e in quei 30 secondi ti dimentichi dell'allucinante ora che hai trascorso in coda. 

Il protagonista assoluto della serata e delle nostre vite da oggi all'avvenire è stato lui:

Grazie davvero a tutti per la piacevole giornata!