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26.7.12

John Doe 22 - ovvero la fine giustifica i mezzi


Ciao,
 se siete arrivati qui cercando su Google 'recensioni John Doe 22', se volevate sapere com'è, se vale la pena spendere quei tre euro, se siete di quelli insomma che per comprare un fumetto si attengono alle indicazioni che altri danno loro e passano più tempo a leggere i forum per sapere cosa leggere piuttosto che leggere i fumetti che quelli del forum dicono loro di non leggere.

Bene, se siete quelli lì siete capitati decisamente male!

Ancora poche righe e qui passeremo direttamente all'ultima pagina dell'ultimo albo dell'ultima stagione di John Doe (a spoilerare, come dite voi giovani).
Quindi, dato che state mendicando un consiglio eccovi il mio: andate in edicola e compratelo!

E' un'ottima storia, una delle migliori che io abbia letto quest'anno (e non parlo solo di John Doe, anzi, non parlo solo di fumetto da edicola) e ai disegni si avvicendano autori talentuosi che, anche quando si sono cimentati solo per poche vignette, hanno svolto un lavoro egregio.
Addirittura la qualità di stampa (vera pecca di quest'ultima stagione) è decisamente di un livello superiore allo standard degli albi più recenti.

Quindi, senza indugio, recatevi all'edicola più vicina e compratelo. Basta, fine dei consigli per gli acquisti.
Ora, se proprio volete rimanere, sappiate che nella prossima riga dirò il finale.


John Doe è un personaggio dei fumetti! Dei fumetti!!!

Forte vero?
A volte mi domando come facciano a pensarle. Secondo me si drogano!
Sì, come i poeti maledetti, o quelli della beat generation.
Artisti...

Questa però in un fumetto dovrebbe essere la premessa, mica può essere il finale: qualcuno sta cercando di ingannarci.

Tentiamo un approccio differente:

Arriva John Doe è un film del 1941 diretto da Frank Capra.
Con il fumetto ha in comune non solo il nome del protagonista ma anche una parte importante della trama:
John Doe non esiste, è un personaggio virtuale, una marionetta mediatica. C'è qualcuno che scrive quel che deve dire e fare, c'è un'entità più o meno occulta che lo usa per arricchirsi, ne sfrutta l'immagine.
A un certo punto però John si rende conto di essere solamente uno strumento nelle mani del potere, il peso dell'inganno è tale da non intravedere nessun'altra forma di liberazione se non il suicidio.

Pare che questo fosse il vero finale, Gary Cooper che se ne frega dei tentativi che fanno i suoi sostenitori per dissuaderlo e si getta da un palazzo.
Pare. In realtà il John Doe del film si lascia convincere.

Ecco, il John Doe del fumetto invece decide che l'unica via che l'eroe può seguire è quella della morte (editoriale).
Il Golden Boy è così, abbiamo imparato a conoscerlo ormai, se c'è una regola lui deve per forza infrangerla.
Dicono che sono i lettori che decretano la sparizione di un fumetto? Bene, lui di questo se ne frega, decide lui quando e come abbandonare!
E poco importa se per farlo dovrà ingannare tutti, scendere a compromessi con il proprio creatore, smettere di essere per conquistare lo status di essere.
John, che da uomo era divenuto Dio, ora da Dio si fa uomo e nella sua via Crucis dei generi sanguina la propria fine.
John che chiude alle proprie spalle la porta dell'irrealtà per ritrovarsi nel mondo degli umani.
John che da illuso creatore si riscopre creatura, robot assemblato pezzo per pezzo nei laboratori mentali dei tre autori.
John che, cazzo, è il piacente John Doe mica il mostro di Frankenstein. Potrà dileguarsi tra la folla, diventare quel qualunque che il suo nome rappresenta, in nomen omen è quasi una regola no?
Già, le regole ...

Vabbè, ci siamo capiti.

La storia scivola docile verso il finale.
Bartoli e Recchioni giocano. Giocano con le metafore, con lo spazio e con il tempo. Infrangono dimensioni, cuori, vite, morti.
Cercano di sorprendere, ancora. Preparano un insolito solito solo per il gusto di evitarlo, illudono, sviano. Dicono, sì c'avevamo pensato anche noi, ma no!
Si divertono. Pare anche quello, sì.

Cosa rimane?
Ah, le Alte Sfere. La nemesi. Gli imperatori da compiacere, il pubblico per cui essere giullare, noi: i lettori!
(Sì per chi non lo avesse capito quest'ultima stagione è stato un esperimento metafumettistico volto al trasportare l'eroe di fantasia nella nostra realtà costringendolo dapprima a scontrarsi con i propri creatori per poi metterlo a confronto con la massa variegata dei lettori fino a farne emergere il relativismo e l'impossibilità di fissare la vera anima di un personaggio dato che questa risulta composta dalle esigenze e dalle aspirazioni di differenti categorie di fruitori [il non mettere le virgole in questa frase fa parte dell'esperimento]).

Ci sono le pagine bianche, sì, ma da qui in poi diventa una cosa personale.
Quel che succede sulla carta è solo un'ipotesi, un esempio. In realtà il discorso è tra noi e John, tra ciò che vorremmo e ciò su cui incespichiamo inevitabilmente a ogni vignetta.
Pare addirittura scontato il suggerimento ad arrangiarci, disegnarcelo da soli, comporcelo come vogliamo il nostro John Doe (nooo, era quello il senso della copertina quindi?).

...
...
...
Ci siete cascati vero?
Quasi anch'io, quasi. Tutti quei John ha fatto questo, John ha detto quello, e in realtà, vero, falso, e John è ed è stato. Eccolo lì l'inganno: John non esiste, non così.
E' un personaggio dei fumetti.

Ve l'avevo detto che finiva così!

C'è un quadro di Magritte,s'intitola I due misteri.
C'è disegnato il famoso quadro della pipa, quella che non è una pipa, e poi, fuori dal quadro c'è una pipa vera. O meglio, c'è un'idea di pipa, un'interpretazione iperuranica
Ecco, la pipa irreale, dipinta in un quadro che afferma lui stesso che non è una pipa, contrapposta alla pipa reale.

Bene, John Doe è quella pipa lì.
Quale, direte? Quella reale o quella finta?

Entrambe. Sono entrambe pipe disegnate, nessuna delle due è reale, uscire dal quadro è servito soltanto a finire in un altro quadro.
L'uscita da un fumetto confluisce inevitabilmente in un altro fumetto, l'essere un personaggio inventato non ha redenzione, non contempla sanatorie.

Non c'è via di scampo!

Dunque finisce così, con una risata soddisfatta e inaspettata che inganna addirittura il magone commosso che la fine di un'epoca si porta sempre con sé.

Adesso mi verrebbe da scrivere che c'è il vissuto di ogni lettore tra gli spazi bianchi di un albo, anche il mio. E quando ho comprato il primo John Doe, a dov'ero, con chi ero... e il secondo, e il terzo.
E l'ultimo.

L'ultimo.

Ma vabbé, questa è un'altra storia.

[Grazie a tutti quelli che l'hanno scritto (lui, lui e lui) e che l'hanno disegnato. Un po' meno a quelli che l'hanno editato che ci son sempre quei fastidiosi refusi che... vabbè, grazie a tutti.]


Ah, visto che c'è sicuramente chi non capirà e vorrà assolutamente sapere chi è il misterioso personaggio che ritorna nel finale, beh, anni e anni di C.S.I. in tutte le città degli Stati uniti mi hanno insegnato qualche trucco.

Se avete una foto che il carnefice ha scattato alla vittima, garantito al 100% che ingrandendo l'iride degli occhi scorgerete nel riflesso il volto dell'assassino.

Visto?


Maledetto Kiwi, lo sapevo che saresti tornato!



Addio, John. E grazie di niente.

31.5.12

John Doe n.20 - ovvero passaggi di testimoni



Qui, mentre scrivo è la fine di maggio. L'ambientazione, anzi il genere, è il divano, rumore di gatti che sgranocchiano qualche crocchetta, telefono che ogni tanto vibra. Compulsivamente alzo la testa a guardare il lampadario: ondeggia ancora. L'ultima scossa è stata qualche minuto fa, poca roba.

Sarò stato a pagina 20 quando ha tremato sul serio, una splash abbastanza arzigogolata, me la stavo studiando mentre è iniziato il tremolio, poi il rullare dei bicchieri, le mani strette sul bordo annerito delle pagine, come se fosse bastato quello a sorreggersi, qualcosa che cade di là.

Jitso.

Beh, niente in confronto a ciò che è successo a He-man la scorsa settimana.

Non parlo a caso, l'ambientazione, la mia ambientazione è importante. E' importante perché da un pezzo il Golden Boy ha abbattuto rabbiosamente le pareti della quarta, forse della quinta dimensione. Degenerando. Fluttuando tra i generi con alterne fortune, cercandoci, minacciandoci, sfidandoci.

Noi lettori.

E se devi trovarmi, John, non voglio sorprese. Voglio attenderti con le gambe allungate sullo schienale, il cuscino ripiegato a sorreggere la testa, le briciole di qualche avanzo a stuzzicare le dita. Come sempre, come ogni volta che ti ho guardato come se fossi un animale da zoo, irrequieto nell'irreale prigione di ogni pagina, ingannato in un solipsismo al contrario. Dove l'illusione di essere Dio era il riflesso di un ateismo irrisolto, dove il non credere più in te stesso pensavi fosse eresia e poi hai scoperto che il trucco era nella forma e non nella sostanza: Dio eravamo, siamo Noi!

E quei tre che cercano di difenderci. Credono. Oppure no? Oppure quel passo indietro, quel labirinto in cui hanno intrappolato John è solo un trucco per riuscire a prendere più rincorsa?

Com'è questo 'Flettendo i muscoli'?

Credo che Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni si siano divertiti a scriverlo.

E' un fine omaggio di fine maggio.

Un percorso denso di citazioni, sottotesti, metafore, cineserie.
Parla di testimoni, di passaggi, di stelle che nascono danzanti, incespicano, brillano fino ad abbandonare la luce al proprio destino.
Parla di strati.
Di chi c'era prima e chi verrà dopo, di quanto vale un'eredità, un esordio, una lezione.

E' addirittura dolce, malinconico. E sì, parla di supereroi in calzamaglia.

Watchmen, Batman, gli Invincibili, qualche Marvel, quelle robe lì insomma.
E poi Rat-Man.
Due vignette, di profilo, una silhouette. Eppure sembrano una ventina di pagine. Sembra che ci sia stato davvero, che abbia insegnato davvero come si fa, come essere fumetto. L'altro fumetto.
E John ha imparato.

Ha allargato la breccia, tracciato un sentiero.
E cerca continuità. Conferme. Verità forse. E tra le mani un testimone.

[Poi è addirittura ovvio che non c'ho capito un cazzo. Ma quel Valter Buio lì qualcosa mi avrà pure significato.]

E' che John Doe sta finendo, e come finisce lui non finisce nessuno.

Che poi, se dovessimo parlare della storia dovremmo parlare dei disegni della storia.
Perché è un albo fatto di immagini. Ma non come sono fatti di solito. E' un albo fatto di immagini che non rappresentano soltanto un'idea di realtà, no, la realtà la inventano, la rendono malleabile, duttile, altro.

Il tratto di Federico Rossi Edrighi sicuramente divide. C'è chi lo ama e chi non lo tollera.
A me divide. Separa le percezioni, è sinestetico (se mai esiste come termine), davvero. E' come quell'attimo che precede una scossa di terremoto, quando capisci che c'è qualcosa che non va e quel senso di vertigine ti mette il dubbio di essere tu finché ti accorgi che invece è il pavimento che ha iniziato a tremare. Ecco, lui disegna lì, tra i picchi di un sismografo. In un grottesco che è iperrealtà. Superrealtà, forse. Supereroi.

La nota grigia sono i grigi. La pessima, pessima stampa li ha decisamente rovinati, trascinandosi con sé un'impressione di sciatta fotocopia da autoproduzione. Ed è un peccato. Un peccato perché le tavole sono splendide, e sono splendide con i retini intendo (fatevi un giro nel sito di Federico e capirete), la resa è davvero tutt'altra.

Che altro dire? Niente, finiamo.

John, io sono pronto. Non ti permetterò di farmi finire insieme a te!



4.4.12

sPostare


I prossimi post che non scriverò saranno:

- un post dal titolo "Degenerando" su John Doe n.17.
Con arguzia e ironia avrebbe descritto il percorso degli ultimi episodi dell'ex Golden Boy. Con la sagacia di chi ne sa, si sarebbe soffermato sulla svolta che dal numero 12 della nuova stagione ha condannato JD (e anche il lettore) a spaziare tra i diversi generi. Rimpiangendo un po' la roboante esplosione metafumettistica del numero 11 che ha portato però al rinchiudersi nella gabbia degli stereotipi.
E in quel degenerando sta l'intuizione semantica: attraverso i generi per degenerare, assottigliarsi, ridurre all'osso la storia fino ad annullarla.
Eppure in ognuna c'è un particolare nascosto, un puntino col numerino sopra di cui ci accorgeremo soltanto perché ce l'avranno detto gli autori. E allora tireremo le nostre linee e penseremo che era facile. Dopo.
In questo numero c'è Autumn. C'era anche nel precedente.
Non importa che si parli di fantasy, sport, sentimenti, avventura, porno: i punti fissi sono quelli, da lì si ricomincerà per finire. Penso.
Ecco, questo avrei scritto se avessi scritto quel post. Magari avrei parlato anche dei disegni di Flaviano Armentaro, anche di come una pessima stampa non ce li abbia fatti apprezzare abbastanza, eppure c'è una dinamicità bizzarra in quelle tavole. Questo avrei detto.
Avrei parlato anche della storia, del tentativo di ricostruire quel mondo immaginario nel regno impossibile della disponibilità. Delle forzature. Del Lovelace D.T. e di come il gioco a volte non faccia sorridere abbastanza. Avrei provato anche a trarne delle conclusioni serie, probabilmente.
Ma non l'ho fatto.

- un post dal titolo "Televuoto" sull'Almanacco della Paura 2012 con inclusa storia sul Bowling a Amici.
Avrei detto che Brindisi è sempre una certezza, che gli omaggi a Zed sono sempre graditi, che il dinamico duo Uzzeo-Recchioni sa come raccontare una storia. Il peso delle vignette, il loro scorrere, l'incastrarsi fluido. Persino la caratterizzazione dei personaggi, con Groucho che pare uscito dall'Ultimo uomo sulla terra.
Avrei anche detto che a fine lettura mi sentivo orfano di un tocco di soprannaturale. Di quella tensione ingannevole che ti fa credere che ci sia, poi che non ci sia e poi che tutto è invece normale e magari non lo è e avevi creduto sbagliato. Ecco, quella roba alla Dylan Dog insomma.
Anche qui avrei detto, ma non lo farò.

- un post dal titolo "Quando c'era Dailan" su Dylan Dog n.307 "L'assassino della porta accanto". E avrei parlato dei disegni di Gerasi.
Che a dire altro non ci sarei riuscito, anzi forse avrei detto che la storia senza Dylan sarebbe stata ancora più interessante. E non l'avrei detto scherzando, no. Un altro protagonista, più idoneo magari, avrebbe sicuramente valorizzato meglio un soggetto che da par suo era senza dubbio interessante.
Ma non l'ho scritto. E non lo scriverò ché questi sono i post abbandonati.

28.8.11

John Doe n. 11 - ovvero rilancio a effetto


[Pericolo - Spoiler sparsi!]

L'effetto finale di questo John Doe è che mi sono divertito.
Che per un'opera d'intrattenimento direi che è sicuramente un buon risultato.

A iniziare dall'effetto Droste della copertina, passando dall'effetto Holtzman che fa viaggiare il Golden Boy attraverso lo spazio che divide la finzione dalla finta realtà (e, per i più speranzosi, forse dalla realtà reale), inciampando sull'effetto farfalla causato da lievi particolari disseminati nelle storie fin dai primi numeri, perdendo il fiato in un effetto domino di situazioni (c'entrasse Fato, magari) che sempre più rapidamente hanno contribuito all'effetto Forer di un delirante dio, che di fronte alle pagine di un fumetto crede di aver trovato sé stesso.

Lancia un tiro a effetto quindi Roberto Recchioni. Dal monte di lancio osserva di soppiatto la posizione dei lettori e poi, dopo aver schernito il battitore, solleva il ginocchio a nascondere dove ha deciso di direzionare.
E spara.

Sì, perché invece della palla nascondeva una pistola dietro al guantone.
Una di quelle vecchie colt che sono addirittura belle da vedere. Lucidata per le grandi occasioni.
La pistola perfetta per un suicidio.

Povero, piccolo John. Dio smarrito e incazzato che accelera la confusione della propria morte sbagliando.
Sbaglia. Nella sua perfezione di divinità sbaglia continuamente.
Amici, nemici, nemesi: mai una scelta vincente per lui.

E di questo approfittano i tre sceneggiatori, trovandosi faccia a faccia col loro personaggio ne sfruttano tutte le debolezze, in primis la sciocca presunzione di sapere, di interpretare il reale con le regole dell'irrealtà, e soprattutto di confondere l'irrealtà col reale.

Perché la sospensione dell'incredulità travalica, si ripega su sé stessa in un'alternanza di chiaroscuri che tratteggiano una figura impossibile in cui l'occhio e la mente si perdono.

A ogni cambio di scena occorre riordinare le idee per verificare effettivamente in quale piano della finta realtà siamo atterrati..
Pur sapendo che è solo un gioco non si riesce a essere tranquilli fino in fondo.
Recchioni raccoglie la fiamma di quella sensazione di inquietudine appicciata da Bartoli nel precedente capitolo, e la usa per rischiarare a tratti le stanze in cui ci sta conducendo. Una luce traballante, misteriosa, mai chiarificatrice.
Potrebbe essere una prigione, una cantina in cui ci ucciderà, la suite di un albergo a 5 stelle: non lo percepiamo mai chiaramente.

Quel che intuiamo è che la colpa è nostra. O almeno questo è quello che crede John.
I tre bastardi lo hanno convinto che i responsabili siamo noi, lui era incazzato, molto. E ora lo è con noi.

Dobbiamo preoccuparci?
Probabilmente sì, o forse no ché è solo finzione. Perché è finzione, vero?

L'unica cosa che sappiamo è che il viaggio del nostro dio sarà ancora lungo.
Da oggi in poi ogni numero sarà il primo, ogni storia un inizio, un rilancio.
In affanno tra le carceri dei vari generi, arrabbiandosi ancor di più nel convulso labirinto della ripetitività, delle storie già viste, della tranquillità editoriale: quello che John non ha mai  vissuto, insomma.

E in quel patimento matureranno le sue convinzioni, le sue paranoie, il suo odio.
E magari arriverà qui.

Ma solo quando arriverà il momento sapremo effettivamente dove saremo in quell'istante.
Effetti.

Speriamo non sia un effetto cobra.

Ah, quattro disegnatori per questo numero. Quattro prestazioni davvero encomiabili. Citare un preferito in tale diversità è sicuramente un inutile spreco di paragoni.
Ma Rossi Edrighi mi ha simpaticamente intrattenuto.

Chi la fa da padrone comunque è il detective Smullo,
il vero totem a cui si affidano le nostre certezze, la nostra mente spiazzata dal meta-fumetto. La nostra trottola in questo delirante Inception è proprio lui.
E alla fine ci rendiamo conto di dove siamo, contiamo i passaggi attraverso i differenti strati della finzione, disegni, idee, parole, sceneggiature, e ci rassicuriamo di essere nella realtà che conosciamo.

[ho volutamente evitato fino alla fine il termine meta-fumetto, me lo sto tenendo per Dylan Dog 300 se mai riuscirò a scriverci sopra qualcosa che non parli degli splendidi colori...]

27.7.11

John Doe n. 10 - ovvero una quiete inquietante

 [Avvertenze-Sta per iniziare una lunga inutile introduzione: per risparmiarsela far scorrere la pagina fino a quando la nebbia vi indicherà che siamo in zona recensione]

Qualche giorno fa stavo chiedendo cosa avessero ancora da dare i fumetti al mondo di oggi..

Cioè, perché dovremmo ritenerlo ancora uno strumento valido per raccontare delle storie?
In fin dei conti, con le tecnologie in uso, un film ormai può mostrarci in modo realistico qualunque parto, anche il più astruso, della nostra immaginazione.

Quella rappresentazione che, fino a qualche anno fa, sarebbe risultata ridicola e impacciata, a oggi è diventata talmente perfetta da rendere addirittura faticoso distinguere ciò che è vero da ciò che è artificioso.

Un tempo certe storie potevano soltanto essere immaginate.
Immaginate e disegnate.

Oggi no.

E allora perché?
Perché un fumetto che ci mostra due giganti, un uomo e un robot, che combattono tra i palazzi di una città, con gli omini spaventati che fuggono schivando le macchine scagliate dai due, vale la pena di essere letto?
Perché non sarebbe meglio un film?
Insomma, alla fine sono passati i tempi dei pupazzoni con la cerniera dietro...

E perché leggere una storia così?
Una bella storia in cui il protagonista interagisce con gli autori? 
Uscendo dallo schermo della tv, del pc, sbucando soffocante dai fogli dattiloscritti, dal fax, oppure insinuandosi solamente tra i pensieri di chi lo immagina, possedendo chi gli dà vita e diventando esso stesso il suo creatore, in un effetto Droste talmente ubriacante da coinvolgere anche il lettore oltre che i due succitati attori?
eh?
In effetti lo hanno già fatto no? 
Sì che l'hanno già fatto!
Film, cartoni animati, opere teatrali… 
Cosa potranno mai aggiungere quelle pagine di carta disegnata a tutto ciò?

Non me la sono mica dato una risposta, ma un pensiero l’ho avuto.
C’è un’intimità nascosta nella lettura di un fumetto che non riesco a scovare nelle altre forme di espressione, chiamiamole non-immaginifiche (il senso è che un libro lo leggi e immagini, un fumetto o un film li guardi e qualcuno ha immaginato per te) [ci sarà sicuramente un nome ma mentre sto scrivendo sono in macchina e non ho un collegamento, e quindi va bene così].

Quelle due ali aperte di fronte agli occhi sono il paravento che ti nasconde da tutto il resto del mondo. Lì dietro sei solo tu.
Le tue impressioni, i tuoi pensieri, le tue perplessità.

Perché un fumetto si legge in solitaria. E in quel silenzio tu guardi loro e loro guardano te.

Sì, lo so. Anche un film posso guardarmelo da solo.
Ma c’è quell’assenza di contatto, quella mancanza di fisicità che sterilizza la trasmissione di un certo tipo di informazioni emozionali.

L‘ho detto, è solo un pensiero. Ma ci sono delle occasioni in cui un fumetto riesce a sfondare le pareti della fiducia e, mentre abbassi  la guardia, ti restituisce come dei cazzotti le emozioni che non gli avevi affidato.
E' in quel momento che ti rendi conto che non esiste un altro metodo per darti quella sensazione.
L'unicità si nasconde in ciò che ti toglie più ancora che in quel che ti dà.

Nebbia! Da qui parte la recensione...(qualcuno potrebbe trovare alcune affermazioni degli spoiler)
Mentre leggevo questo John Doe numero 10 ( 88 della vecchia datazione) ammetto che ho avuto un momento di sconforto.
Sfogliavo le pagine e pensavo: no, ancora, di nuovo, e le alte sfere e le donne che non ha rispettato e quanti amori amori buttati e che inetto che sei John e combatto che sono Dio e sono il più forte e ho inventato tutto io e io so' John Doe e non me dovete cacà er cazzo che anche se sembra che me l'hanno messa in culo poi so' io che gliela metto che il Golden Boy cade e se rialza e ricade e se rialza. 
Insomma, pur con l'ansia di saper dove mi volesse portare il buon Bartoli, la sensazione era quella di un altro numero che si stava appiattendo sotto il peso di sé stesso.

Tra l'altro, i disegni di Luca Genovese (che, sia ben chiaro, ho sempre ammirato) pur essendo incisivi e di carattere, erano così sporchi da rendere difficile la lettura complessiva delle varie tavole. 
Per i miei gusti avrei preferito un tratto più pulito, ben definito, così da permettere di apprezzare al meglio la parte del combattimento, l'epica battaglia tra uomo e macchina, imputato e giudice, potere e ribellione.
Comunque, tutto scorre lungo al fiume della perplessità, fino a qui
Pagina 80.
Che per quanto bella è, per me, poteva finire anche lì l'albo.

Invece l'albo continua.
Finalmente gli autori si mettono in gioco, Lorenzo sanguina sé stesso su ogni vignetta, ogni dialogo. I disegni sono perfetti. Ruvidi ed essenziali.
E John è finemente crudele.

Chi scrive entra nuovamente in contatto con il mondo immaginato, e lo fa suo malgrado. 
Perchè la forza che scorre attraverso le pagine non è più quella dello scrittore, non è più suo l'impeto che dona vita alla storia. No.
Ormai chi scrive è vittima della potenza del personaggio, pedina svuotata di ogni velleità artistica perché corrotta dalla volontà strabordande della propria creatura.
Bartoli si spersonalizza, regala la parte più dolorosa di sé al percorso di John, si oppone magari, ma soccombe. Si arrende alla burrascosa incontrollabilità di un Dio risorto dalle ceneri di chi l'ha creato.

E ora è il personaggio che usa l'artista e non il contrario. E John è più puttana di Madame Bovary.

La calma e il distacco con cui tutto ciò viene raccontato, la potenza di una tale rivelazione, l'apparente quiete che permea dalle pagine, dagli sguardi in camera dei protagonisti: l'ho trovata inquietante.
Come se davvero tutto sia sfuggito di mano, come se dovessimo davvero affidarci all'esuberante rabbia di un Dio senza controllo per poter raggiungere la pace della fine.

Ho detto qualche giorno fa che mi fa piacere che John Doe si avvii alla conclusione.
E' sempre più vero, in qualunque modo lo stesso John abbia deciso di dover finire la serie.

La verità è che, da quando è iniziata la nuova stagione, questa è la prima volta che voltando l'ultima pagina ho mentalmente assaporato il momento in cui avrei avuto il tempo di rileggere l'albo.

Ora John è cattivo. Lo era anche prima ma ora lo è di più.
Sono in macchina.
L'auto parcheggiata di fronte a me è targata 'BAD', guardo verso l'alto, mi aspetto di vederlo arrivare.
Feroce.

E m'inquieto.






13.7.11

John Doe - a metà del metafumetto

Che a me gli sceneggiatori di Boris hanno sempre fatto brillare gli occhi.

Sono molto affezionato a John Doe, e proprio per questo sono felice che finisca.

Perché si meritava di essere lasciato in pace a un certo punto, che peggio di lui solo Hank Moody.
Ma soprattutto perché, se non ci fosse stata la consapevolezza del finire, probabilmente, non ci saremmo incanalati all'interno di questa spirale di meta-fumetto, che mica piace a tutti ma che a me, pur fastidiandomi non poco, diverte un casino.

Aggiungiamoci pure quel gusto per i disegnatori favolosi a cui ormai c'hanno abituato, e direi che il cerchio quadra.

Undicesimo numero su ventidue. Siamo a metà.

Il resto lo si vede qui.

6.7.11

Iterazioni

Oggi va così.
Vivo di pensieri concentrici, gabbie sintattiche che si nascondo in un gioco di scatole cinesi, la matrioska crudele delle mie indecisioni irrevocabili...
Una prigione sconfinata che si ripropone a ogni apertura della cella, a ogni sfondamento del muro di sicurezza della mia coscienza incosciente.

Tutto rimane lì, uguale a prima eppure diverso.
E ogni pensiero è un laccio che si stringe su sè stesso, e ritorna.
Ritorna. Diverso e uguale. Solito. Differente e solito.

E ritorna.

Tutto questo per avere una scusa per la pubblicazione di questa ennesima splendida copertina del Decu.