[ATTENZIONE: Contiene il finale e anche buona parte della trama (almeno credo)]
No, non è il buon vecchio Charles che metterò in discussione ma l'omonimo romanzo a fumetti firmato Piccatto/Barbato.
Già leggendo il redazionale iniziale si intuiscono un paio di argomenti che risulteranno assolutamente essenziali per lo svolgimento della storia. Ma ne parlerò dopo.
Cominciamo innanzitutto a dire quali sono le cose che vanno in Darwin:
- rispetto alle sue recenti prove, Piccatto è decisamente in stato di grazia e le deformità anamorfiche degli ultimi Dylan Dog si risolvono in un tratto assolutamente distintivo ma sicuramente di piacevole impatto.
- non che se ne sentisse la mancanza, ma un buon soggetto su uno scenario post-apocalittico fa sempre piacere, che dall'Ultimo Uomo di Mary Shelley a Ken Shiro, dalla Peste Scarlatta di London a Terra! di Benni l'ambito catastrofi e affini ci ha sempre dato grandi soddisfazioni
- c'è un'altra cosa che vale la pena di citare come merito a questo Darwin, ma ci arrivo tra un po'.
Il 21 dicembre 2012 una misteriosa pioggia di meteoriti devasta Parigi.
Lo studente irlandese Kent Darwin si risveglia dopo mesi nella città devastata e inizia la sua avventura alla ricerca della fidanzata Chieko.
E fin qui ci sta.
Vabbè, se proprio vogliamo dire qualcosa il 21 dicembre 2012 è un po' inflazionata come data, ma finché non si parla di Maya va tutto bene.
Anzi, a proposito di Maya, c'è un aneddoto che collega gli autori di questa vicenda alle cosiddette profezie dei Maya, ma ogni cosa a tempo debito.
Se andiamo a leggerci le interviste scopriamo che Darwin, che nasce da un soggetto di Piccatto, era stata presentata come miniserie per poi evolversi (o involversi) in romanzo. (Notate il divertente gioco di parole con evoluzione legato a Darwin...)
E a fare i conti possiamo infatti notare che ogni 100 pagine circa si cambia ambientazione e atmosfera, come se fossero tre albi incollati insieme a modello delle raccolte che trovi d'estate nelle edicole al mare.
E anche in ciò non c'è niente di male, gli autori decidono di scandire i tempi come meglio credono.
Quindi abbiamo una prima parte in cui il protagonista perde tutto: la sua fidanzata sparisce (assieme al di lui rivale) durante una pioggia di meteoriti che distrugge la città in cui vivono, lui si risveglia dopo quattro mesi senza la minima idea di cosa sia successo e inizia a scopire gli assetti del nuovo mondo post-catastrofe fino a trovare finalmente una guida: il samurai-yakuza Kinja (e dopo vi dirò cosa ne penso di questo personaggio).
Seconda parte in cui il maestro conduce l'allievo attraverso i gironi infernali della nuova Parigi, facendogli compiere un viaggio non solo fisico ma anche spirituale. Kent prende coscienza di sé stesso e inizia a maturare le proprie capacità.
Se alla fine della prima parte troviamo la guida, la seconda parte si conclude invece con il ritrovamento e la liberazione della bella fidanzata (che nasconde un mistero che dopo vi dirò).
Ecco, cosa c'è che non va in queste prime due parti?
Prima di tutto c'è che ogni tanto i protagonisti dicono e fanno cose a caso.
Si svegliano di notte in un aereo e iniziano a cercare non si sa cosa, uno chiede loro un fiammifero e fanno una faccia che pare gli abbiano chiesto di risolvere il teorema di Fermat.
Fluttuano in estrema soluzione di continuità, subentrano nuovi personaggi che subito spariscono, così, come se ognuno fosse un ripensamento improvviso.
E quel che colpisce è forse questo, l'incertezza nello sviluppo della trama. Trama che si fa leggere, sia ben chiaro, ma in più occasioni appare rabberciata, stiracchiata, raffazzonata e ciò non è per nulla un tratto distintivo di Paola Barbato che anzi, nel bene e nel male, è sempre decisa e diretta nelle sue storie e le sue fila le tira sempre con la certezza di dove vorrà andare a parare.
C'è poi un altro discorso che riguarda gli aerei, che però vedremo nella terza parte.
Sconclusionato. Ecco, tenete a mente questa parola: poi vi dico perché!
Terza parte in cui invece vengono ripresi i temi alla Survivor, un gruppo disomogeneo di sopravvissuti in uno scenario catastrofico deve raggiungere una qualche meta per sventare una terribile minaccia e nel farlo subiranno perdite e scopriranno di essere accomunati da un soprendente segreto.
Bene, se sei arrivato fino a qui ti aspetti che adesso succeda qualcosa.
O meglio, ti aspetti che succeda qualcosa che non contempli: un nuovo culto Maya, i bambini indaco, gli Uomini in nero, le società segrete che sanno sempre tutto e noi no, un nuovo inizio senza che ci sia stata la fine,
E mentre sei lì che ti chiedi perché, e le poche pagine che stringi tra le dita della mano destra urlano rassegnate la loro decaduta utopia, ecco che partono le note di Wise Up, tutti cantano "It's not what you thought when you first began it", non è quel che pensavi quando hai cominciato, e no, non lo è.
Ma non è solo perché alla fine non si sa 'ste meteoriti da dove arrivano, chi sono queste società segrete contrapposte, perché sapevano della catastrofe, da dove saltano fuori 'sti ragazzi indaco e perché non sono stati addestrati prima, chi è buono e chi è cattivo, cazzo c'entrano i Maya, cos'è successo in quei quattro mesi, cos'è il motore del mondo, cosa c'è a Bugarach, chi sono e come sono organizzate le bande che si sono spartite Parigi, dove sono gli americani e in genere che fine ha fatto il resto del mondo, che fine ha fatto Carmen Sandiego e come si fa a costruire quadrati su un cateto senza che scivolino giù.
No.
E non c'entra nemmeno il fatto che io non abbia più accennato a tutte le cose che ho scritto che avrei spiegato più avanti. Né tantomeno che lo abbiano fatto gli autori, dato che l'albo è disseminato di 'dopo ti spiego', 'poi saprai', 'quando sarai pronto capirai', 'più avanti vedrai', 'magari se ho voglia dopo ti dico', 'sì ho detto così ma scherzavo e avevo le dita dei piedi incrociate', etc...
No. Il vero punto debole di Darwin, la nota assolutamente stonata, dissonante, distopica, l'elemento che proprio non doveva esserci e che, ahimé, vanifica il dispiegamento d'intenti e di talenti che hanno costruito le 288 pagine del volume, quello che ha in pratica rovinato un'idea che ai suoi albori avrebbe anche potuto rivelarsi vincente. Insomma, la maggiore critica che si può muovere alla storia e di riflesso agli autori e in parte anche all'editore è che
