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9.9.13

Ragione(ria) e sentimento (post che avrei preferito scrivere il 06.05.1994)


"Lei sa!"
Me lo ripeto nella testa, salendo i due piani di scale che conducono proprio di fronte alla porta dell'aula. Quarta B.
Il nome è incavato con lettere bordeaux su una targa d'un beige svogliato. Lei sa!
E non perché io ne sia convinto, anzi, io sono certo e spero che lei non sappia (che senso avrebbe, poi? no, il mio dire l'ho detto e lei non sa), ma quell'anagramma è così inesorabilmente confortante che pare un ossimoro, la prosecuzione inconsapevole di quel gioco d'inchiostri e pagine strappate, messaggi in bottiglia affidati al mare muto del sottobanco.

Entrare nell'aula è un'immersione ruvida, polvere di gesso e caldo si appiccicano a maggio e ai polmoni. Il primo respiro gratta la gola come se ci si muovesse avvolti da una nebbia di vetro finemente frantumato.
E cerco il muro, le spalle al muro.
Ciao, io sono lui. Esteticamente vorrei essere il Dylan Dog del primo Roi, quello di Ti ho visto morire, per questo porto la camicia sgualcita fuori dai jeans e (accantonato il bello) mi escogito tenebroso con risultati quantomeno inosservabili.

Lei è giù. Due piani.
Perché la Seconda A è proprio qua sotto. Lei è lì, potrei vederle le scriminature dei capelli corvini se non ci fosse tutta questa scuola costruita intorno. Da qui addirittura il profilo degli occhiali e il riflesso del suo sguardo delizioso sulle lenti. Poi poco altro, che avvolta in quelle felpe larghissime non ha un'altra forma se non quella di quel sorriso letale come la lama di un rasoio troppo affilato.
E certe ore di quelle noiose, col gomito appoggiato sul banco dietro di me, io guardo giù, con la soffocata speranza di vedere al di là, e scrivo, scrivo che a volte mi pare che le parole arrivino direttamente dalle mani, senza passare nemmeno dal cervello o dal cuore. No, il cuore no, quello è un muscolo, roba da poeti e da macellai. L'amore ha il suo rifugio nella testa.

Che poi c'ha il moroso, dice. E io son qui col Tuir che mi chiedo che attinenza ci sia tra l'amore e un debitore insolvente. Entrambi sfuggevoli, bugiardi e decisi a fregarti.

Kurt Kobain è morto, era vecchio, non dovrebbe fare notizia ma è morto. Me ne ricordo ogni volta che indosso una camicia a quadri. Non voglio farmi notare, ma vestirsi male mi serve a questo, che poi per me non è nemmeno vestirsi male, è solo il rifiutare il resto.
Anche Senna è morto, e prima di lui Ratzenberger. Non se lo ricorderà nessuno ho pensato e ho deciso di appuntarmelo mentalmente. Ogni volta che diranno Senna io penserò Ratzenberger, non ci sarà un motivo particolare, solo un allenarsi al ricordo.

Anche lei vorrò ricordarmela, e come potrei non farlo? Cos'altro potrà mai succedermi di così grande? No, davvero, non ce l'ho abbastanza fantasia per immaginare un evento che possa destarmi da questo sentire.
Dicono il tempo, la vita. Che col tempo, con la vita tutto viene messo in disparte, passa oltre, come detriti intrappolati in un conoide di deiezione.
E che anche a trovarlo un modo di frenare quella corrente, una diga emozionale che imbrigli quel soccombere di attimi, beh, quanto potrebbe reggere? Quanto insostenibile potrebbe diventare il peso della memoria?

È che io non voglio perdere nulla, sostituire lo spazio occupato da queste sensazioni con quelle che verranno. Non voglio perdere nulla di tutto questo.
E guardo giù, a ignorare quei due piani di piastrelle rossastre.
E la vedo.
È bella come questa disillusione, più di ogni cosa che ho scritto nascondendomi dal suo giudizio.

Adesso è qui, assieme a tutto quel che avrò.
E ancora, e ancora, ancora...
Poi chissà...

24.6.13

Quel poco di buono...


Ieri er sarebbe stato il compleanno di mia nonna.
Adesso dovrei dire quanti, in realtà non lo so. Probabilmente più di 90, forse era del '21.
Non mi sono mai preoccupato di saperlo, ci sono momenti nella vita di una persona in cui tutto ciò che la circonda sembra eterno, e di fronte all'eternità non ha senso preoccuparsi degli anni passati o futuri. Per questo non so quanti anni avrebbe mia nonna, perché lei era viva in quel periodo lì, quando essere non era un'ipotesi ma uno scontato sovrappensiero.

Mia nonna però è morta vent'anni fa. Anzi 21. E questo significa che ormai sono più gli anni che ho passato senza di lei rispetto a quelli in cui mi ha guardato.
Perché mia nonna mi guardava.
Aveva occhi grandi con cui parlare, e raccontava favole che non ho più sentito mai. Mai prima, e mai soprattutto dopo. Anche adesso, che pare che tutto il sapere del mondo sia contenuto in una barra su cui digiti, beh, quelle storie non si trovano.
Le sapeva lei. Le inventava, si capiva, che ogni volta se ne dimenticava un pezzo, o cambiava il finale, un personaggio. E a me andava bene così, che si dice sempre che i bambini hanno bisogno di ripetitività, io preferivo la meraviglia. 


Non lo so quante cose io abbia imparato da lei, so però che non me le ha mai spiegate, non si è mai messa in cattedra, no mai, anche perché lei in seconda elementare l'hanno cacciata da scuola perché voleva uccidere la maestra con delle forbici. Rideva quando lo raccontava, e io non ci credevo, perché mia nonna era buona, davvero, superava con quei suoi sorrisi pieni qualunque altra esperienza di bontà io avessi mai conosciuto fino ad allora.

E poi mi ha insegnato a riannodare la lenza della canna da pesca, e a mangiare l'anguria col pane biscotto, a usare la neve sciolta per curare le scottature, e qual è l'ora giusta per gettare l'acqua bollente sui nidi di vespe.

Io non lo so come funzionano 'ste cose, cosa si eredita. Però, ci fosse mai qualcosa di buono in me, mi piace pensare che sia una prosecuzione di quel suo modo d'essere.

Mia nonna l'ultima volta che l'ho vista aveva sei anni.
Era leggera, solo un frammento di quella donna corpulenta che era stata.
Piangeva, come si piange per un giocattolo, con quei passaggi tra risa e disperazione tipici dei bambini piccoli. Era tornata indietro, con tutto. E viveva nei suoi anni venti, con la forbice in mano a inseguire la maestra.
E per un attimo, ricordo, l'ho invidiata. Ché anch'io avrei voluto regredire ai miei sei anni e rimanere lì, con lei, a giocare a carte e a tagliare col filo la polenta ancora calda.

Poi, boh, forse ho cambiato idea. Forse a vederla lì, consumata dall'incoscienza di sé, forse mi ha insegnato un'ultima cosa. E tanto di quel che penso arriva da quel momento.

Mia nonna si chiamava Jole Regina e ieri avrebbe compiuto non so quanti anni, è stata bambina, ragazza, adulta, nonna e poi di nuovo bambina. Cucinava il pane durante la guerra.

23.5.13

Matter more be


E' dell'altro giorno la notizia che Roberto Recchioni sarà il nuovo curatore di Dylan Dog.
[ok, smarchiamo a riga due tutte le possibili battute su Dylan Dog malato - curatore, Mater Morbi, Dylan Dog con gli oRecchioni, Recchioni? ma è curatore o culattone? Ma l'omosessualità non è una malattia, ma non è Dylan Dog a essere malato ma chi lo compra ancora, ma se è DyD allora è RoR?, ... Bene! fatto! finito!]

Dylan è probabilmente un personaggio che può ancora dare molto, anche se (e qui magari per adesso mi ci metto dentro solo io) l'impressione è di essere cambiato di più io rispetto a lui che non lui rispetto a me. Insomma, la teoria è che l'adultescenza porti comunque con sé una quota di disillusione in cui certi meccanismi, magari ci penso e dico anche quali, vengono diluiti in un eccesso di realtà (generalmente si direbbe che noi adulti non siamo più capaci di sognare, ma io non lo sono mai stato quindi il problema non si pone. E quindi è altro...)

[Dylan è uno importante. Abbiamo iniziato con lui a leggere davvero i fumetti. Quelli della mia generazione, dico. E' uno su cui tutti abbiamo un aneddoto, un ti ricordi quella volta...]

Anche se più o meno so cosa fa un curatore, nella mia testa lo vedo impegnato a rileggersi ciclicamente tutta la serie e a ripetersi a memoria le cose, i personaggi, le situazioni. Ché ho sempre pensato, se per esempio domani mi presento, che so, col soggetto del Dylan Dog 148 - Abissi di follia che non è che sia rimasto proprio impresso nella memoria (è un esempio eh, avrei potuto dire anche DD numero 1 ma mi sa che quella bomba nella custodia del clarinetto non me l'avrebbero fatta passare...) se niente niente nessuno si ricorda che c'è già stato che fanno? me lo pubblicano?
E se è la storia di un altro fumetto? O se il disegnatore ha copiato le vignette dal "Tromba" turkmeno? 
Ecco, per questo secondo me il curatore è lì che legge albi tutto il giorno...

Comunque, Roberto è bravo (lo so, bravo non vuol dire un cazzo: Roberto è competente, conosce i fumetti più di ogni altra persona che io abbia mai incrociato in vita mia, ha una passione spropositata per quel che fa, tende ad avere le idee chiare o quantomeno a far trasparire di averle, ha l'esperienza necessaria per seguire una strada ed eventualmente per modificarla se necessario, anche se non sembra sa ascoltare, è polemico di quella polemica intelligente e una critica, fosse anche la peggiore, non cade mai a vuoto, insomma mentalmente se la segna, gli rimane e se può ne fa uso. E' uno che si fa gli esami di coscienza. Magari a volte viene bocciato, ma se li fa. E in più ama smodatamente Dylan Dog (nessun riferimento a riga due), davvero, di quell'amore che genera protezione, con gli occhi forti di quando ti scagli a difesa di qualcosa in cui credi).
[che detta così pare che mi stia simpatico, in realtà no (ma questo vale anche per una buona parte dei miei amici. Amici amici, dico). Roberto è una persona così diversa da me da riuscire addirittura a non starmi sul cazzo anche se dovrebbe, insomma, non so se traspare ma è una cosa positiva. Cioè, per me. Che quando a Bologna ci siamo visti e mi fa "Vedi, stavolta ti ho riconosciuto" io volevo rispondergli "Veramente è la prima volta che ci vediamo" ma non l'ho fatto. Ecco, questo è quel che intendo per cosa positiva.]

E niente, tutto quel che può interessarvi su pensionamenti, esclamazioni, eliminazioni, tariffe, cellulari e quant'altro cercatevelo in rete, che tanto se n'è già scritto fin troppo. Fin troppo a cazzo, intendo.
(e quindi no, in questo post non ci sarà
- l'elenco delle nuove esclamazioni di Dylan Dog
- l'elenco dei personaggi che moriranno in Dylan Dog
- la dichiarazione dei redditi di Dylan Dog pubblicata in nome della trasparenza
- l'elenco degli scontrini giornalieri di Dylan Dog, così da scaricarli dalla diaria
- il modello del nuovo cellulare di Dylan Dog
- la descrizione del nuovo look di Dylan Dog che si taglierà le basette
- il libro delle nuove ricette vegetariane di Dylan Dog
- i risvolti peccaminosi sulla convivenza di Dylan e Groucho
- varie ed eventuali (soprattutto riguardanti: abuso di superalcolici alla frutta, figli segreti, tatuaggi mai visti, meccanici miracolosi e di nuovo sconcertanti rivelazioni su quella cosa della bomba nella custodia del clarinetto)

Io di mio sono convinto che Roberto farà un lavoro ottimo.
Non piacerà a tutti (forse nemmeno a me, però la differenza tra una cosa ottima e una cosa che non mi piace la so ancora distinguere [cioè, non tutto quel che mi piace è ottimo e non tutto ciò che è ottimo mi piace]), probabilmente molti nemmeno si accorgeranno che qualcosa è cambiato, altri se ne accorgeranno e romperanno il cazzo, qualcuno sarà già lì che aspetta al varco.
Forse inizialmente ci saranno più rivoluzioni fuori che non dentro gli albi, nei modi di rapportarsi con chi legge, nel cercare di dare un senso a quel che succede, nel comunicare l'idea che c'è alla base del (auspicato) cambiamento.
(che poi si è mosso Sclavi in prima persona e tutti siamo ahhhhhh. Anzi AHHHHHHH...)




Proprio perché so che Roberto farà un lavoro ottimo non gli faccio gli auguri. Non servono.
Però i complimenti sì.

Sorprendimi.




8.5.13

Parole, parole, parole: Mamihlapinatapai


Come quella volta (ti ricordi?) che il gioco era consumare l'aria intorno a noi, e la linea che univa i nostri sguardi era una miccia che divorava famelica quella distanza infinita.
E attendevamo il frastuono dell'esplosione, già lo si pregustava riecheggiare tra le stanze vuote delle nostre solitudini, svuotate dal quel ladro maleducato del tempo, razziate dall'orda scomposta delle nostre futili illusioni. E invece solo silenzio.

Come se fossimo nello spazio.
Come se fossimo noi lo spazio.

Mamihlapinatapai, l'avresti detto di sicuro al tempo, ad averlo saputo dico, l'avresti detto con quella smorfia indagatrice di chi chiede una conferma, l'avresti detto incespicando sulle lettere e ridendo. L'avrei ascoltato solo per sentirti ridere, lo ammetto.

"Guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l'altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo", l'avresti imparata a memoria pur di raccimolare una scusa per quel che stava accadendo.

Che il mio passo è già guardarti, già ho consumato il fiato e le speranze e i dubbi solo nel pensarti. Non ho gambe o vita o stupidità per essere primo.

Non so nemmeno essere ultimo, non adesso, non sulla corda instabile che il fato sta filando intrecciando i nostri sguardi.

E rimaniamo lì, sospesi, senza nemmeno parole. Solo silenzio.
E lo spazio. Noi.

23.4.13

Revisionismo stoico



E ricordi quella volta che mi hai guardato?
Non era forse un ti amo quello?

Pareva non dovesse finire più, il nostro primo sguardo.

Che poi sei stata brava, lo ammetto. Poi.
A riabassare subito gli occhi, a sperderli nel tuo da fare. Un libro forse, non ricordo. Non ricordo perché tutto si è fatto più confuso in me dopo quel nostro sbirciarci breve, quell'inciampare dell'anima sulla corda tesa del tuo osservare.
Breve. Eppure inevitabilmente profondo, delicato e squassante al tempo stesso.

Non trovi che ci siamo già scambiati tutto ciò che siamo con quel primo sguardo?

Chissà se è stata timidezza, oppure un'inesplorata indecisione, che ti ha portata a non badarmi da lì a seguire. Chissà... Ché le capisco certe pressioni del nostro intimo pensare, l'arrovellarsi delle notti soffocate dall'afa pesante dei dubbi, delle incertezze.
Ma quale incertezza avrebbe dovuto mai esserci? L'hai letto anche tu quel ti amo pungente sospeso sul ramo di quei pochi secondi? L'hai letto di sicuro, eppure adesso pare che tu non l'abbia mai vissuto. Sei brava a ignorarlo, l'ho già detto. Come fai? Davvero mi chiedo com'è che fai, ché io non vivo più da allora, non vivo da quanto grande è questa cosa. E tu la ignori... Come fai?

Nonostante quello sguardo, dico. Te lo ricordi quel nostro primo sguardo?
Era carico di ti amo, l'ho pensato da subito. Sei stata brava a ignorarmi poi.

Ma forse il nostro destino è questo, chissà quanto mi hai voluto e non hai mai osato. Chissà...
Forse il nostro destino è questo, condannati ad amarci senza averci. Da quel primo, unico, sguardo.

Chissà come fai, tu?

14.4.13

Pochezze


In realtà niente. Avevo solo voglia di scrivere un post intitolato così.
Pochezze.

Che mica occorre per forza appiccicarci un significato negativo, anzi, mi piace anche pensare che siano le cose minime, esili. Myricae, direbbe Pascoli.
(e la sua voce cavernosa echeggerebbe nell'angustia buia della bara e tutti a pensare a cosa sono quei gorgoglii che arrivano dal cimitero? [Ma che esista una storia tipo Club dei poeti estinti zombie, coi poeti che escono dalle tombe e invece di divorare la carne ti divorano l'anima struggendoti con le loro composizioni talmente oltreumane da dilaniarti? {Ma se uno è vegano e poi muore e ritorna come zombi, tipo che non riesce a mordere nessuno e quindi rimane uno zombi inerte che sta lì e non essendo nemmeno poeta non serve a un cazzo? Zombie vegani, sapevatelo!}])

Ci sono cose piccole. Più piccole dei gesti. Talmente piccole che riesci a distinguerle soltanto se sai, se ti concentri su quel punto, se capisci dove guardare.
Ma non perché siano scontate, tutt'altro, è solo che la percezione del mondo non si basa su quelle.

Così come la percezione di un grattacielo non si basa sull'invisibile anima di metallo che lo sorregge.

Ci sono cose infinitamente piccole. Come le amicizie vere, talmente minute da non doversi preoccupare di quanto pesante sia la vita che le schiaccia. Perché son tanto microscopiche da rifugiarsi negli interstizi, resistono in quella linea vuota tra gli atomi di due materiali a contatto. E non le schiacci.

Ma sono piccole in modo assolutamente relativo. Ché se sai dove guardare, e come. Se usi quel microscopio mentale che ti sei costruito coi fondi delle bottigliette di succo di frutta bevuti insieme, e i tappi con le bandiere degli stati e il tubo dello scottex. Ecco, con quel microscopio lì le vedi quando grandi e complesse sono.

Tutto qua. Volevo scrivere un post che s'intitolasse pochezze.
L'ho fatto.

12.4.13

Belle e poche


Non lo so se un giorno dovrò spiegare a qualcuno com'era il mondo di un tempo, che so, di quando avevo dieci, quindici anni.
Forse no.


Ma chissà se ci riuscirei.

Cioè, come la spieghi l'attesa?

Ieri sera volevo ascoltare Le tre verità, tipo LA canzone di Battisti (ma apriamo una parentesi [ho esagerato lo so, non è certamente LA canzone, altre ce ne sono, magari meglio, magari più famose... ma affascinanti come questa no. Intrigante, sofisticatamente semplice, semplicemente sofisticata. Oh, magari sono io eh, ma 'ste sonorità post rock pre post rock a me dicono qualcosa... Che poi, hai un singolo del genere e me lo fai uscire quasi in contemporanea con la canzone del sole? Vuoi fargli del male...] chiusa parentesi).

Vado su Spotify (funziona anche con youtube), scrivo, clicco, ascolto.

Ecco, io adesso non so quanti anni abbiate voi ma quando avevo dieci anni io e mi veniva voglia di ascoltare Le tre verità, o c'avevo la cassettina che però sicuro che stava sulla Fiat 132 e mio papà era in giro oppure chiamavo (di nascosto) Radio Luna che trasmetteva più o meno da dietro casa mia e dicevo "ciao Radio Luna, (anche se sapevo che in realtà c'era Thriller a mettere su i dischi, ma mica lo sapevo come si chiamasse davvero, solo Thriller e mica si poteva dire) vorrei ascoltare le tre verità di Lucio Battisti".

E poi aspettavi.

Aspettavi che la macchina tornasse, il rumore dei copertoni sulla ghiaia davanti casa.
E aspettavi che la passassero in radio. Sapevi bene qual era il nome falso e il paese falso che avevi detto, e appena sentivi Fabio da Piacenza d'Adige o Luca da Este allora sapevi che era arrivato il tuo momento, avevi vinto.
L'attesa.

E magari eri lì fremente con le due dita su REC e PLAY, perché così si faceva, mica si rubava scaricandola la musica, no, si rubava con due dita. Come i ladri prestigiatori.

Si attendeva.
L'amico che tornasse, il film che passasse in tv, e Thriller che ti mettesse quella cazzo di canzone che c'avevi le dita formicolanti a forza di star ferme su quei due tasti.

E ho paura che non sarei in grado di spiegarla, quell'attesa.

Non ho nostalgia, no, non c'è stato un tempo da venerare nel tempio dei ricordi. Nessuna Belle Époque.
Solo alcune cose, belle e poche.

Forse tre. Tre verità.

27.3.13

incerte notti


Dormi, adesso.

Davvero, dormi. Non c'è più nemmeno il rumore dissennato della notte a disturbarti, non quassù, sospesi sul limitare dell'orizzonte. Solo il vento.
Ti guardo da qui, dalla luce funerea di questo inverno prepotente, sei lì, accoccolata come un'equilibrista sul filo che separa sole e luna, il mio mondo dal tuo.
E io di qua, lontano, ti osservo.

Sei bella.
Di nuovo ho smarrito le parole, io, compulsivo d'aggettivi, prolissità da punta delle dita: e dico bella.
Come se non esistesse nessun'altra immagine in cui riporre il pensiero che percorre questa distanza che lenta sfuma verso il tuo sonno.
Non è avvenente, seducente, incantevole, affascinante. Solo bella, come il torpore cullato dal caldo buono delle lenzuola.

E dormi.

Fossi un poeta ti canterei la mia ninna nanna, di stelle e intenti, di mondi nuovi, di dolci stenti, di te che provi a dare un senso a questo tempo, di me che penso a te che intanto, stai già dormendo, così lontano, da questo mondo, dalla mia mano; in questa notte, silenzio e sogni, le cose dette non son più pegni, tu che nascondi nella mia penna, pochi secondi di ninna nanna.

Ma non sono un poeta, lo sai, so solo guardarti. Affidare alla memoria la necessità di non perdere quell'attimo, guardarti, scandendo la meraviglia al tempo del tuo respiro. Nient'altro.

Finché non viene notte, non viene sonno.
E sto lì, senza nemmeno sfiorare i tuo capelli, ma volendolo.
Sussurrando una ninna nanna che si perde nel momento in cui gli occhi si abituano a questo buio, in quell'attimo esistono le mie parole, solo lì.

E buonanotte.

6.3.13

Alza il volume di questo silenzio (post che avrei voluto scrivere un giorno di marzo del 1993)


La verità è che sei piccola.
Piccola quando ti rannicchi in te stessa a spiare il mondo da sotto quella felpa larga. Raggomitolata nell'indecisione di essere; in bilico costante tra apparire e nascondere.
Nel mistero indelicato del dirsi, scoprirsi, svelarsi. Sei lì.
E sei più di ciò che sei. E sei piccola.

E' una verità da niente, lo so. Ma lo sei.

Così piccola che mi spaventa il sovrastarti, l'avvicinarmi troppo.
Temo un inganno da falsopiano, che all'ultimo passo tu ti possa rivelare talmente minuta da starmi in una mano. E io ho mani incerte, emozionate, idiote.
Ho mani che (incerte) in certe penombre vorrebbero accarezzarti, lo vorrebbero loro, ribellandosi a una ragione spaesata, a un sentimento illuso, non irreale ma dalla realtà distante, come se volasse su un altro piano d'esistenza. Come quei pianetucoli che intersecano il piano dell'eclittica ogni diecimila anni.

Le mani no, le mani loro lo sanno. Per questo ti cercano, e scrivono, e piegano bigliettini che loro stesse nascondono per farti trovare, e frugano nelle tasche di un cuore disordinato, di una mente inadeguata, forse stupida. No, di sicuro stupida.

E' che le mani percepiscono ciò che sei senza guardarti.
Che se ti vedessero, allora anche loro si smarrirebbero, ammutolite in quel silenzio che solo le cose belle si meritano.
Sarà che uno a quindici anni s'illude d'averlo capito che cos'è il bello, cos'è per lui.
Insomma, non sarà poi tanta ma la vita l'ho vista. Poi arrivi tu e sparigli ogni certezza.
E frana qualunque pensiero fatto fino all'attimo prima del tuo sorriso, rovinosamente crollano canoni, parametri, convinzioni.
Inaspettatamente mi sono reso conto dell'esistenza di un oltre, la percezione di una bellezza che travalica il senso stesso della mia sopportazione. Continuo a usare la parola bello, nessuno sforzo di evolvere in un sinonimo, non avrebbe senso, non in questo contesto, ché sei bellezza primordiale, basica, atavica addirittura.

Ho compreso finalmente Dante, Petrarca, Cavalcanti. Non servivano i libri. Li ho compresi e li ho odiati.
Perché è così, non è nemmeno concipibile il tentare, nemmeno la speranza. Ci si convince subito di questo, è l'istinto forse. Un imbroglio è, solo questo (ma 'sta cosa la capirò solo dopo, molti anni dopo).

E mi rimane il silenzio.

7.2.13

Tenere ammende



Fanno percorsi strani, i nostri pensieri dico (quando è sottointeso è ovvio che si parli dei pensieri), e più ancora i ricordi, mai dimenticarseli quelli, riescono essere addirittura crudeli in quei contesti in cui tenti di scordarli.

Nell'ultimo periodo mia nonna pensava di essere bambina, come se qualcuno avesse invertito i cavi che regolano l'afflusso della memoria, faceva tenerezza, molta, eppure era evidente in ogni suo gesto una tragica felicità.
E io mi chiedevo che fine avessero fatto tutte quelle storie che mi raccontava, racchiuse in una scatola nascosta in un punto dell'esistenza che lei nemmeno ancora immaginava, in un futuro passato che arrancava su una linea temporale ormai in disuso.

Quelli che ti dicono 'nel mio disordine trovo sempre tutto' non sono mai completamente sinceri, perché in fondo in fondo sanno che sarebbe stato meglio dire 'nel mio disordine trovo sempre DI tutto' .
Ed è così, se pensate che casa mia sia disordinata non vi siete ancora fatti un giro tra le stanze della mia memoria.

E quando tenti di riordinare salta sempre fuori qualcosa che manco sapevi, ed è lì, ed è tuo, forse.

Ecco le prime dieci cose inutili che ho scoperto di ricordare e che occupano indebitamente lo spazio per qualcosa di più serio e vantaggioso.


La formazione della New Team
Alan Crocker - Charlie Custer  - Jill Taylor - Bruce Harper - Jack Morris - Bob Denver  - Ted Carter -  Paul Diamond -  Johnny Mason -  Oliver Hutton - Tom Becker 

Il pin del mio primo bancomat
25731

I titoli e i disegnatori dei primi dieci Dylan Dog
L'alba dei morti viventi - Stano
Jack lo squartatore - Trigo
Le notti della luna piena - Montanari & Grassani
Il fantasma di Anna Never - Roi
Gli uccisori - Dell'Uomo
La bellezza del demonio - Trigo
La zona del crepuscolo - Montanari & Grassani
Il ritorno del mostro - Picatto
Alfa e Omega - Roi
Attraverso lo specchio - Casertano

Tutte le parole che formano Satanarchibugiardinfernalcolico
Satana - anarchico - archibugi - bugiardi - giardino - infernale - alcolico

Il nome della madre di Foscolo
Diamantina Spatis

Il monologo finale di Blade Runner
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

La suddivisione delle Alpi che mi hanno insegnato alle elementari
Marittime - Cozie - Graie - Pennine - Lepontine - Retiche - Atesine - Carniche - Giulie

I testi di tutte le canzoni contenute in Patè d'animo di cui citerò a titolo di esempio 'Germano, i sellini e sua madre'

Mi dice il mio amico Germano andiamo a annusare sellini di bici davanti al linguistico Pia Crocefissa
Maria Ausiliatrice Piagata ed Assunta dal Buon Redentore
Io dico è una scuola maschile!  Germano m'incalza: ué, non fare il sottile! Lo dico per te, è tutto grasso che cola, tu pensa soltanto se ai tempi di scuola lo avessi trovato qualcuno che annusa la tua Roma Sport!
Effettivamente non l'ho mai trovato, ma io non ci voglio venire, ci ho già il mio da fare ci ho corso di nausea e le gare - ecco - di Orzoro! Io poi lo so già che i sellini non c'è da fidarti, tu arrivi, saluti, ci provi a sederti,
ma il sellino di dice: "FUORI DAI COGLIONI!"
Oh, yes.

È un mulo, l'amico Germano, un martello, un aratro, 'ste cazzo di feste e le gite, il teatro, lui poi ci ha un bel dire uei non fare il musone se siamo sei coppie e tu invece da solo. Non fare la faccia di quello che sembran due mesi che qui non si ciula. Che invece è due anni,  però non importa. Siam qui con Ermanno, la Cicci, la Dada, Alessandra, Fiorenzo, la Titti, Sabrino, Samantha, Martino, la Zizzi, la Merdi, divertiti su!

Okay, mi diverto però non vorrei succedesse come tre anni fa, quando dicesti vedi, tu e Rita dovreste venire a teatro più spesso! Io non concepisco il tuo disinteresse per l'arte più pura
Però concepisti con Rita un bambino nel buio del retro foyer.

Germano, sei proprio un amico, che spasso quel Tito Andronico, ti bacio e ti strabenedico, ma scusa se adesso fornico la madre di te.

La formula dell'interesse composto
C [(1 + i)t – 1]

L'indirizzo della prima ragazza che proprio non esisteva nient'altro
Via Antonio Vivaldi, 18



27.1.13

Passaggi


Mio nonno è sempre più piccolo.
Non esile, o minuto, o basso.
È piccolo, come lo ero io quando alzavo lo sguardo a cercare il suo, mentre la stanza era invasa dal profumo del caffè d'orzo e la pelle sfogava il caldo resinoso del camino di mattoni.
Avessi oggi sette anni riuscirei a perdermi nell'azzurro di quei suoi occhi solo guardando dritto, e mi misurerei con quella curiosità, con quella vita dilagante che spesso ha tentato di insegnarmi.

Mio nonno ha 92 anni. E s'incazza.
Così lontano da me come in tutto, ha 92 anni e fatica a volte a dire le cose.

Eppure quando deve, perché deve, parlarmi di quei momenti non inciampa mai sulle parole, percorre il sentiero di ogni frase come quei ciechi che imparano a memoria il percorso verso la via di casa, e nella nebbia buia dei troppi anni ricorda il posto di ogni momento, come se l'avesse lì di fronte agli occhi, a memoria.

Tutte le volte mi chiedo per quanto potrò ancora ascoltarlo, perché il per sempre è una linea che si assottiglia rapida, lo sappiamo, e certe sensazioni mica le puoi raccontare, nemmeno il narratore più dotato potrebbe, non meglio di chi ne parla a memoria.

Ecco, a me spaventa un po' quando la memoria finirà.
Ché qui, qui noi intendo, siamo come le cinque scimmie, e anche se a contarci arriviamo a sette miliardi rimaniamo quelle cinque scimmie a cui hanno sostituito la memoria con l'abitudine.
Funziona così.

E niente, io spero che avremo, che avrò, ancora per tanti anni la fortuna di risentire quelle storie, quella Storia. E i treni, e gli smarrimenti, le fughe, le avversità, l'umanità, il non capire, il reagire, i ritorni, Zagabria, le bombe, la guerra.

E la vita così distante, talmente difforme che sarà perfino ostico spiegarla, senza quegli occhi lo sarà di certo.
Senza le parole strascicate ma decise, come pennellate sulla tela ruvida del ricordo.

Ricordatevi.

Davvero. Magari solo una frase, un episodio, un istante.
Ma che sia vero.
Per dare dignità al vero.

Serve a quello la memoria, no?

10.12.12

L'odore del sangue rappreso


Dicono che passerà.
Che non è questo ancora lo stare male. Dicono che bisogna aspettare.


(post che avrei dovuto scrivere il 16.11.1989)

Però intanto la bici si è incastrata in posa innaturale lungo il declivio del fossato, la ruota anteriore non si è ancora fermata. Per almeno tre quarti di giro pizzica la dinamo, non saprei dare un nome a quel ronzio deforme, ma la luce del fanale mi punta, va e viene, va e viene.
È alfabeto morse, penso. Linea, punto, punto, linea. Va e viene. Ma non mi parla.

Non lo so l'alfabeto morse.

Dio se fa freddo. La lieve foschia della notte al contatto con i fili d'erba già si  tramuta in brina.
E guardo quella lampadina agonizzante che lentamente muore, fioca. Va e viene. Va. Poi si spegne.

Era l'unica luce, me ne rendo conto solo ora.
Non c'è luna stasera.

La luna non mi serve, non con questi occhi almeno.
Miope.
Dice che è la crescita, che l'occhio si schiaccia e non mette a fuoco.
E la luna non mi serve più. È solo una sagoma senza contorno.

Ma cos'è successo?
Cazzo!

A me sembrava un'oca. Ma con questo freddo, non so.
Caduto.
Ho pensato al muro, ai colori, mentre aspettavo lo spigoloso scivolare della ghiaia sul palmo della mano.
Solo una, sinistra.

C'era quel ragazzo che piangeva, ieri. Poi le ruspe.
Mai un rumore però, non in tv.
Ed è caduto.

Forse un'oca. Forse il buio.

Fa freddo.
Pure il tempo di pensare è passato. Mi lecco un ginocchio, quasi non c'è sangue.

Quasi, ma è solo il freddo.
Ora esce. Riempie dapprima le grinze della pelle, come l'acqua che sale dalla sabbia. Poi inizia a colare.
Denso e scuro.

Sa di ferro, penso.
Poi lo copro con la neve. Non l'ho detto, ma c'è la neve.

Un pavone urla nascosto dietro alla linea dell'orizzonte.
(Paupula, il pavone paupula. Mai che mi ricordi le cose quando servono!)

E me ne sto lì, a contare i brividi che s'infilano lungo la striscia scoperta di schiena, le ginocchia sotto al mento e nelle narici l'odore del sangue.
Penso a quante volte capiterà, quante ancora starò seduto lì, col gelo che invade il respiro, a chiedermi del perché son caduto.
Quante volte l'odore della terra si confonderà con quello del sangue rappreso.

Quanto vivrò ancora.

?

(fine del post che avrei dovuto scrivere il 16.11.1989)

Dicono che passerà.
Che quando si sanguina non è niente. Che è altro il dolore.

Dicono che passerà.




19.9.12

Parole, parole, parole: osculo


Dice che è diminutivo di bocca, diminutivo. Come se diminuire fosse realmente alla portata di questi pensieri.
Perché la bocca è parola (innanzitutto), linguaggio, espressione, dire.
E il diminutivo di dire è solo non dire.

On-off, nessuna cazzo di sfumatura di grigio, o bianco o nero, il gatto è vivo o è morto. Schrodinger è morto, forse, ma non importa. O meglio, importa e non importa allo stesso momento.

Importa e non importa nello stesso istante in cui pronunci la parola labbra e ripensi al sapore di ogni bacio.
Ce li hai tutti lì, in un catalogo disordinato, sparso, crittografato. Eppure ti assale mentre scivoli sui bordi arrotondati di osculo.

Consistenze, tonalità, modalità, gusti, tepori: tutti lì, buttati in un sacchetto come biglie che tintinnano mentre scuoti i pensieri. E solo tu conosci il filo invisibile che le unisce, il percorso che penetra la trasparenza di ognuna di quelle magie opalescenti, le raccoglie in una fila ordinata, solo tu, solo nella tua testa e un po' nella memoria. Solo un po'.

Inoscularsi. Dice che significa baciarsi.
Tu pensi Inoscularsi a Nuoro. Un attimo, solo il tempo di un sorriso.

17.7.12

Pur se andassi per valle oscura


"...mi soreeege il tuo LINCAASTROOO"
Ma davvero ha detto lincastro? Magari pensava fosse l'incastro. Ma 'ste vecchie vengono in chiesa solo per cantare le parole che non sanno? Mugugnano fino al vocabolo misterioso e lì spalancano l'ugola per far sentire quanto lo sbagliano.
Signora, vincastro. Vincastro da vinco, salice... è un bastone, cazzo, lo capisce il bastone signora?

Ci fossi stato tu, lo so, ti saresti girato a guardarla fingendo di osservare il soffitto e poi mi avresti detto qualcosa tipo "la mandemo da Gerry Scotti...".
Ci fossi stato, ma a pensarci bene che cazzo ci stavamo facendo io e te seduti su un banco di chiesa?

Se partono con "io credo, risorgerò.." scoppio a ridere, giuro. Signora non canti, signora.
Fa caldo.

Maggio anticipa prepotente l'inadeguatezza di un completo nero nella calura estiva. Non è estate, non ancora, eppure l'asfalto sfrigola accarezzato dalle foglie secche e i rumori arrivano distanti, manipolati dall'arsura.

Forse quando l'aria si surriscalda trasmette i suoni in maniera differente?

Dovrebbe piovere ai funerali.
Nei film piove sempre. Qui fa caldo invece.

L'odore dell'incenso invade le labbra socchiuse, strette di nascosto nella morsa dolorosa dei denti, trattengo le lacrime come si trattiene uno sbadiglio, "che do maroni" mi dici.
No, non dici nulla, non tu, ché tu sei morto e chiuso in una bara e io son qui a parlarti mentre lo sguardo si sperde tra le facce rassegnate.
Però, ci fossi stato (da vivo dico) l'avremmo presa per il culo la vecchiaccia che è arrivata in ritardo e ha pure fatto spostare il tipo con le stampelle. E come c'ha guardato l'omino delle offerte, mica erano falsi quei 50 centesimi? Silenzio. Forse è finita.

No, ora c'è gente che parla. Noo, io lo so come vanno 'ste cose, che poi sale sempre il collega che dice che ics era sempre gentile con tutti, disponibile, propositivo, il migliore dei colleghi, di quelli che sanno sorridere anche nelle avversità e ti aiutano quando possono. Ecco, succede che quando si dicono queste cose vedi sempre gli sguardi che si cercano, le occhiate ammiccanti, i sorrisetti maliziosi che si trattengono e quelli in fondo che si danno col gomito e accennano anche a roteare la mano, come dire 'sto cazzo.

E in quell'istante penso che vorrei salire sul pulpito e appoggiarmi al leggìo, guardare tutti negli occhi e dire che eri sempre disponibile, gentile, sempre con un sorriso per tutti, anche nei momenti più tesi.
E lo so che non vedrei nessuno a darsi di gomito, lo so perché nel tuo caso era vero. Manco agli stereotipi riuscivi a star dentro.
Ecco sì, direi quanto testa di cazzo sei stato, che mi hai fatto tornare. Rientro tra una settimana, mi dici, vieni anche tu, lavoriamo insieme per un po'. E sei morto.

Passa la bara.
Suppongo tu sia dentro. Giallo, come uno stramaledetto Simpson.

L'ultima volta avevi gli occhi così itterici che non si distinguevano dalla pareti giallognole dell'ospedale, e ti caricavi sulle spalle l'onere di dover rassicurare tutti, come sempre.
Poi mi scrivevi, mi chiedevi di cercare informazioni su questo e su quello, tu che sei bravo dicevi, ma so che speravi solo che fosse tu che puoi capire perché, magari tu che mi dirai le cose come stanno, perché di quel poco che ti sentivi non avresti voluto sprecarlo in false speranze.

Fanculo a te e agli scorpioni azzurri.

Cancro al fegato. Me l'hai detto sorridendo al tempo.
Ma al tempo mica avremmo voluto arrivare fino a qui.
Non avrei voluto arrivarci nemmeno oggi, lo sai.
Al tempo c'era ancora l'illusione statistica del riuscirci. Lograr, e non so nemmeno io perché l'ho pensato in spagnolo. Al tempo.

Poi la telefonata di qualche giorno fa, e a chi mi chiedeva dicevo l'ho sentito insomma.
Insomma.
E vaglielo a spiegare che non ti avevo sentito proprio, che non c'era più niente di vivo nella voce che si strascicava al cellulare, che non c'era più niente di te in quell'abbandono. Ed eri tu.
Insomma.
Sommando tutti i frammenti di quel disastro, eri tu.

Adesso no, non più.
Adesso smetto di parlarti, tanto non ci sei più.

E mi hai preso per il culo per l'ultima volta, e hai vinto tu.

(niente, ti sto ancora parlando).



27.1.12

Raccontami una favola...


Quando ti siedi lì sai già che ti tocca.

E' sempre all'improvviso, senza un avvertimento, un gesto.
Sembra quasi che attenda per prenderti di soppiatto. Si nasconde dietro ai racconti della quotidianità per assalirti spalancando le fauci dei ricordi.

Non c'è una parola che lasci presagire l'inizio del discorso, nulla se non un impercettibile mutamento del silenzio.
D'un tratto quegli occhi azzurri si perdono in un vuoto differente.
Estremamente vivi, tra le pieghe rugose del tempo.
Così diversi dai miei, e sempre arriva il momento in cui mi lambicco su quelle differenze, li avessi io così speciali. Ma lui sta già raccontando.

E anche se un sorriso svela il mio "ancora...", lui va, cammina svelto su quelle strade lontane, la voce è incerta ma non le gambe, non in quel narrare almeno, secche anche allora. Lo portano lungo percorsi impervi eppure conosciuti ormai, rivissuti, rivisti, immaginati. Da sempre. Da quando mi ricordo di essere stato in grado di ascoltare qualcosa.

E mi ripeto mentalmente i passaggi, lo controllo sì, ché non si perda niente, che la reciti tutta perfettamente quella poesia, lo controllo. Perché a novant'anni (ma lui dice già novantuno), si sa, qualcosa può anche sfuggire. Ma io non voglio. Mi piace sentirmela narrare uguale uguale, altrimenti non è la stessa cosa.
E poi, se non fosse così mi proccuperei.

Perché la memoria funziona così, devi domarla con le ripetizioni, ripiegarla su sé stessa, ripercorrerla avanti indietro, come quando da bambino correvi senza un senso, su e giù nel corridoio freddo di quella casa di campagna.

E lui racconta. Lui che è del '21, un anno in più del Papa, l'altro, quello morto. E l'inverno, i treni, l'infermeria in Jugoslavia, le andate e i ritorni, e quell'ufficiale tedesco che mi ha fatto saltar giù dal vagone, e ci stavano portando in Germania. E le strade percorse, le bombe nel giardino che si è salvata solo la statua della madonna, e il nascondersi nei fossi con le canne in bocca per respirare.

E ripasso anch'io tra quelle parole, ruvide come asfalto. E mi immagino sempre i se. Fino a non esserci, fino a scomparire io stesso in un'ipotesi.

E mi sento più vivo, sopravvissuto forse anch'io, anacronisticamente superstite di una tragedia sempre così lontana.

La memoria è così. Noi inganniamo lei e lei ci ripaga d'inganni.
E ripetere è il trucco, ripetere anche quando sembra ovvio, ripetere fino ad arrivare oltre l'imparare.

E lui è ancora lì che racconta.


Poi toccherà a me.

12.1.12

Prime volte (post che avrei dovuto scrivere il 28.07.1990)



Per la prima volta ieri ho scritto una poesia.

Era terribile. Lo ammetto.

Parole buttate sul foglio come dadi a inseguire un numero immaginato tra i pensieri, a giocare coi significati, a illudersi di parlarti davvero così.

Le iniziali di ogni parola formano il tuo nome. Un'altra di quelle complicazioni che adoro.
Acrostico dicono che si chiama. Credo di averlo trovato in qualche libro. Qui. Nel silenzio incerto di questa biblioteca pericolante che è la mia memoria.

Sai, ti ho vista ieri. No, non ti ho solo vista: ti ho scoperta.
Un gesto inconsulto che fa scaturire un evento inaspettato. Questo sei. Questo è stato.
Come accorgersi della penicillina su un contenitore abbandonato, come imbattersi in un continente inaspettato ricercando il conosciuto.

Hai riso. Non mi ricordo nemmeno cosa ho detto. E' passato un giorno, forse solo qualche ora, ma non mi ricordo nulla di quel che ho detto. Solo che ridevi.
Mai nessuno avevo sentito ridere così. Gli occhi straripanti di questo luglio incendiario, le labbra immense, deliziosamente adolescenziali, inevitabilmente accentratrici.

Ridevi.

Chissà se mi è bastato quello.
Ho scritto una poesia ma non parlava di questo, non parlava di niente.
Eppure in ogni singola lettera ho immaginato di tracciare il contorno del tuo viso.
C'era una rima sbagliata, forse paura, ma già non ricordo nemmeno questo.

Troppo poco spazio in me per contenerti.

Ti guarderò in questi giorni, lo so. Ti guarderò fino a che gli sguardi saranno logori, la prospettiva del mio osservarti consunta, consumata dall'irrequieta instancabile smania di averti di fronte.
E già so che ci sarò, sostituendomi al caso per capitare nella tua vita.
Parlerò con te dei tuoi amori fuggevoli, strabordanti, sofferti e sofferenti.
Li ascolterò, proteggendoti quando potrò. Facendo me, fino a risultarne addirittura fastidioso.
Mi preoccuperò, lo so. E mi capiterà di amarti nel silenzio sfacciato delle mie invenzioni. Del mio mondo sbagliato. 

Fino a perdersi, magari un giorno, ma essendoci sempre comunque.

Chissà, come saremo a vent'anni, a venticinque, a trenta. Chissà dove saremo.
Per ora di te ho solo una poesia rabberciata che ho appena strappato. Già svanita.
Forse solo la prima riga mi ricorderò un giorno, forse è solo questo che siamo: inizi che non si risolveranno mai, prime volte incomplete, parentesi solitarie orfane del proprio riflesso.

Non la so la vita, io. Tu sempre così certa dei tuoi errori invece, esuberantemente prigioniera della tua libertà. Vorrei saperti sempre così, inquietamente allegra. La pace, la sicurezza, la serenità t'ingannerebbero quel giorno, ti assalirebbero alle spalle fino a umiliarti, corromperti, tristemente consumarti.
La pace, la sicurezza, la serenità sono giochi di fata morgana a cui la tua semplice complessità si aggrapperebbe fiduciosa, volandone magari, fino a cambiare l'angolazione, mostrartele nella loro finzione. Smaschererai l'imbroglio forse. Ma sarà tardi.
E' sempre tardi.

Per questo vorrei saperti sempre così.

9.10.11

Di donne (poste che avrei dovuto scrivere il 21.05.1999)


[che poi non è pigrizia, è che stavo sfogliando cose vecchie per cercare una roba che mi era venuta in mente...]

26.7.11

Bogotà (post che avrei dovuto scrivere il 07.10.2003)



Il cielo di Bogotà è plumbeo: denso di piombo e perennemente incerto. Minaccia pioggia e smog costantemente, e se a volte la pioggia ci risparmia lo smog si aggrappa ai polmoni come una fucilata di pallini di piombo in pieno petto.

Dall’aeroporto percorriamo la calle 59, oppure era la 63 o magari la 79, superiamo tubi di scappamento temporaleschi, cumulonembi di benzene e anidride carbonica, soffocanti ciminiere ruotate in soffocanti incroci di strade numerate. Sbuchiamo sulla calle 80, incontriamo Padre Maurizio che ci saluta e scappa, fiancheggiamo l’autovia de Medellin e al di là del ponte si apre l’esile skyline del barrio Lisboa.

Ci accoglie randagio come i cani che lo ospitano o che ospita: occhi polverosi che ti guardano dalle terrazze incompiute, zampettano sculettanti rasentando i muri di mattoni rossi, voltando le teste ballonzolanti verso le corriere che sfrecciano sulle vie terrose e crude. 

La biblioteca nuova: un sogno dal profumo vellutato di cemento: rumore. 

Rumore di fondo interminato e interminabile … cani che abbaiano la loro affollata solitudine, e gente cigolante che si affaccia ai negozi semichiusi, semivuoti, e i vigilantes che fischiano la paura di trovarsi di fronte a un reato: come se il più grande reato non fosse già di fronte a tutti quelli che si sporgono dai confini del barrio Tutta questa miseria, queste facce emaciate, smorte ma sorridenti, questa fame che lacrima dagli occhi; questo è un crimine tremendo, reiterato, ubiquo e probabilmente impunibile.

Il fischietto del vigilante tace un attimo, poi riprende: aspro, acido, fastidioso, a ricordarmi che questo è il Barrio Lisboa, questa è la Colombia, questo è il mondo che vive al di là dei nostri occhi chiusi.


25.7.11

Madeleine

Oggi non scrivo.

Avrei la recensione dell'ultimo almanacco della fantascienza da postare, un facecook di qualche tempo fa, una descrizione di Bogotà, una poesia di Montale, un discorso sul senso del fumetto nel 2011, una cosa che mi era venuta in mente e già non mi ricordo più, un'idea sull'analisi di alcune canzoni, un giochino con delle sciarade, un rebus che mi è venuto in mente adesso mentre scrivevo "sciarade"... Fermi!

Catena di pensieri che si è sviluppata in quest'istante mentre scrivevo:
- "Sciarada": Dylan Dog 191
- "l'ascia lascia la scia" da Dylan Dog 26 "Dopo Mezzanotte"
- l'ascia che apre in due la testa di Groucho nella storia "Gnut" che avevo nel diario di terza superiore
- le poesie che scrivevo su quel diario
- arrivare a scuola con la prima corriera, le aule vuote, l'odore di detergente, nascondere ogni giorno un biglietto sotto il banco di quella ragazza che ti piaceva proprio tanto
- gli occhi di lei quando ti raccontava questa cosa e ti chiedeva se avevi visto qualcuno entrare
- il karate
- il dogi bianco da strattonare
- judo boy
- il cappello di Ken, il ragazzino amico di Sanshiro
- il tuo cappello, che hai perso e che ti ricordava diverse cose
- la nebbia fredda che ti conduce in un mondo irreale, e parli e ti accorgi che ce l'hai anche dentro
- la tua camicia rossa che d'inverno ti mettevi sempre senza niente sotto
- l'occhio nero che avevi un giorno che indossavi quella camicia e ti sei messo i capelli davanti che ti sembrava facesse così poeta maledetto
- quelle sere in cui c'era sempre qualcuno da ascoltare, e tu che pur di non vivere aiutavi gli altri a farlo
- il suo sorriso nel buio, quella volta che vi siete rivisti dopo non so quanti anni
- l'odore di borotalco

Si sono accavallate frenetiche, staffetta malinconica che scivola lungo la gola.
E' stato un breve istante. Breve.

Ora basta.
Oggi non scrivo.

21.7.11

Genova - vane ed eventuali (post che avrei dovuto scrivere il 25.07.2001)


Dov'ero ieri?

La notte mi si è rovesciata addosso come un secchio colmo di oblio.
Non so neanche se ho dormito davvero.

Una sconosciuta, una casa vuota, il velluto polveroso di un divano in cui affondare il viso.
Trattenendo l'irrealtà tra le dita come ali di farfalla.
Per paura. Paura di vederla fuggire o di sentirla restare.

Se non stringessi tra le mani questo libro, adesso, non avrei nessuno a raccontarmi che è successo davvero.
Solo il livido proporsi della mia memoria emozionale.
Sapori, suoni, colori, sinestesie.

Solo il rapido riviversi degli attimi. Fugace inseguirsi di quell'avvicendarsi d'anime.
I nutrimenti terrestri.

Ora non ricordo più, nuovamente non ricordo, se non quel libro.
La pagina bianca su cui la mia penna è inciampata.
La teneva lei.
La scrittura morbida, fragile come i suoi sorrisi.
Mi ha fatto tenerezza, lo ammetto. Eppure tutta la mia arrogante solitudine si è spaurita di fronte a quella deliziosa magia.

Fuggire.
Nel sole cocente del pomeriggio. Senza meta.
Fuggire da me attraverso l'essere l'esagerazione di me stesso. Crudelmente.

Lecce è muta questa mattina. Anche la tv è un silenzioso strepitio d'immagini confuse.
Un caleidoscopio sanguinante, volti stridenti, angoscianti incognite.

Li avevo visti quei ragazzi.Qualche giorno fa, quando sono partito da Roma.
Li avevo visti e li ho sfidati. Nella mia mente ho parlato con loro, dell'inutilità della piazza. Della vana illusione che la partecipazione trasmette, dell'esigenza di disilludersi, disingannarsi.

Ero lì. A cercare un treno da prendere a caso, come sempre.
E ho scelto la direzione contraria, non per quel motivo, non per ostinazione. Ma l'ho scelta.

Ora la mia direzione è la staticità dei pensieri di fronte al telegiornale.
Le bocche gementi che tracimano un dolore vermiglio, gli occhi svuotati, scavati d'incredulità e cazzotti.

E' colpa dei soliti penso. Lo penso forte. Come a voler convicermi delle mie stesse idee.
Perché non riesco ad accettare di essere spaventato da chi dovrebbe difendermi.
Da chi ho incaricato di decidere quali azioni vadano fatte per tutelare la mia incolumità.

Lo Stato.

Che la maggioranza di quelli che sono lì non abbia nemmeno la percezione di contro cosa stia protestando continua a girarmi in testa. Ieri l'ho scritto.
Deluso, quasi arrabbiato.


Un popolo, il popolo di Seattle.



E' colpa dei soliti. Lo ripenso.

Lo ripenso perchè in quella bolgia vociante d'intenti, l'atto criminale di un singolo riecheggia attraverso la cassa di risonanza della moltitudine.
E in quell'amalgamarsi si frantuma in particelle incontrollate, si sparge sulla folla ignara, rendendola a volte complice, a volte spaventata vittima.

E nel mucchio i poliziotti devono difendere. Lo Stato, i cittadini, la città, sé stessi.
Ci credo. Perché non tollero che l'istituzione che ho scelto per essere protetto in realtà mi offenda.
Atrocemente, deliberatamente, gaudentemente addirittura.

Ci credo perché se smettessi di crederci allora tutto perderebbe di significato.
Il sentimento verso lo Stato, il senso stesso di Stato.
Non amo le appartenenze, ma essere qui, in questi confini, con queste persone, è una scelta.
L'accetto perché è mia, e perché in questo istante non sopporterei la tragica definizione di fallimento.

Se non ci credo è fallito tutto. E mi ostino.
E non me ne frega un cazzo di Pasolini, non sto con i poliziotti. Sto con me stesso.
Ma in quegli sguardi afflitti, impauriti, violentati, io me stesso l'ho perso.

Nelle lacrime insanguinate, le teste sbattute sul muro, la folle processione di quelle anime macilente, perso.
E giustifico ancora, ma non ci credo più.

Magari sono pochi, magari solo qualcuno ha sbagliato. Eseguivano gli ordini.
Già.

Giro tra le mani il mio libro.
Respiro il fruscio delle pagine.

Respiro.

Non ho perso un istante, in questi giorni, a chiedermi se fosse giusto o sbagliato quel protestare.
Mi chiedo se sono giusto io.

Apro il libro a caso.
"Preferisco dirmi che ciò che non è, è ciò che non poteva essere" .

Silenziosamente, protesto.