ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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1.7.15
...e celere tornerai!
Lo so, a volte mi si rimprovera di parlare troppo di fumetti, ma era addirittura dai tempi di "Sette anime bannate" che su questo blog non si parlava di Dylan Dog.
Il numero 346 si intitola ...e cenere tornerai e rappresenta il culmine di quella che è stata battezzata come Fase 2, la seconda fase del processo di rinnovamento della testata da parte della squadra capitanata da Roberto Recchioni.
[Attenzione: in base alla vostra sensibilità potrebbe contenere spoiler e tracce di frutta a guscio]
Dylan Dog è morto, questo è evidente, nell'ironia del contrappasso si è tramutato in uno di quegli zombie contro cui lottava nel primo episodio. Trent'anni fa.
Arranca nel suo incedere cadenzato, sempre uguale, perdendo pezzi di quel sé in putrefazione.
Un morto vivente.
Ecco, l'aver suddiviso questo nuovo percorso editoriale in fasi è probabilmente un esplicito richiamo all'elaborazione del lutto.
Negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione.
Le stazioni di questa Via Crucis in bianco e nero.
Negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione.
Che a conti fatti è anche ciò che succede in quest'albo.
Un Dylan afflitto da quell'inconcludente girotondo che in fondo è sempre stata la sua vita, non vuole accettare di perdere tutto quel niente che si è costruito attorno per darsi una parvenza di soppravvivenza.
Non lo vuole, e questo rifiuto si trasforma presto in rabbia. Verso Groucho, la vita, il sistema, il fato, verso ciò che è diventato il suo mondo e sé stesso.
Arrivando a perdere completamente la coscienza della propria persona, smarrire definitivamente un'identità già precaria, la somma delle proprie stratificazioni che si sgretola come argilla secca spazzata dal vento, fino a essere solamente polvere sospesa in un raggio che filtra da qualche spiraglio.
Ed è lì, in quel microuniverso mutevole e inquieto che si rimescolano i ricordi, come in uno spazio quantistico in qui non valgono le leggi della fisica, in cui passato presente e futuro possono essere visti da tutte le angolazioni e nello stesso momento, cerca la consapevolezza di sé, o meglio di tutti quei sé che nel tempo il personaggio ha saputo essere. Personaggio.
È questa forse l'epifania di un istante, il vortice metafumettistico che lo pone di fronte a ciò che effettivamente è: un personaggio che non può cambiare. E di fronte alla rassegnazione immota tipica di ogni depressione, l'unica via d'uscita è solamente il suicidio. Dylan che uccide sé stesso, non per resilienza o per scontata resurrezione, no, per assoluta necessità.
Ecco, rimane così solo l'accettazione, il "bentornato Dylan Dog", la fenice che risorge dalle proprie ceneri, il diverso ma uguale, rassegnazione, ineluttabilità o precisa volontà di cambiamento?
Ora, ammetto di aver sempre mal sopportato il biasimevole Dylan Dog di Paola Barbato, immaturo e piagnone, quello che si trascina con sé non so che peccato originale, un personaggio colpevole che sconta i propri torti, scritto (ma magari è solo la mia percezione) con un certo sadismo, quasi una sorta di rancore da contrapporre alla benevolenza sclaviana, quell'accondiscendenza maschile che tanto somiglia all'autoindulgenza.
E ammetto anche che le derive metafumettistiche mi affascinano sì, ma nella giusta dose e soprattutto nel giusto contesto (qualcuno ha già detto DYDPOOL???). Ché l'abbattimento della quarta parete a volte è solamente un crollo violento che alza inevitabilmente polvere fastidiosa e non altro.
Ah, ammetto anche che più che le storie "SU" Dylan preferisco quelle "DI" Dylan, ma meglio ancora gradisco le storie "CON" Dylan, quelle dove l'indagatore è solo il tramite per raccontarci altri personaggi, magari protagonisti subitanei di poche vignette, vite effimere tra una closure e l'altra, ma che sono sempre state a mio avviso il fulcro della narrazione dilandoghiana.
Ecco, fatte queste ammissioni, cosa resta di quest'albo?
Beh, di sicuro c'è lo spirito di andare oltre le dichiarazioni di intenti, quell'incitamento a osare che trova finalmente una realizzazione, c'è l'indeterminatezza che a suo modo spaura, la sensazione che tutto potrebbe concludersi in modo assolutamente inaspettato. C'è la sensazione che tutto potrebbe addirittura concludersi, e forse lo fa. In quell'attimo in cui Dylan incrocia gli inquisitori di Caccia alle streghe c'è un monito crudele che ci ricorda che non ci si deve adagiare sulla sicurezza che l'eroe ne esca sempre vincitore. Sempre vivo.
C'è una storia che paga un po' la sua collocazione, che sarebbe stata sicuramente più efficace più a ridosso de Il cuore degli uomini, ma che comunque spicca sia nella fluidità della sceneggiatura, nelle soluzioni dei vari passaggi, nelle citazioni, e soprattutto nella capacità dei fratelli Cestaro di materializzare graficamente tutta l'angoscia di cui sono pregne quelle pagine. Tutta l'irrimediabilità, l'inquietudine dovuta all'inevitabile, che per osmosi si rimpalla tra personaggio, autori, lettori.
E poi c'è Dylan, "disingannato ma non rinsavito". Che torna a essere sé stesso, col clarinetto da suonare a mani invertite, col galeone da non finire e Groucho che gli lancia la pistola. Eppure sarà un Dylan diverso, forse maturato, forse disilluso, forse meno eroe romantico. Come un Didimo Chierico (Dydimo!) a reincarnare una nuova proiezione di chi lo scrive, un personaggio nuovo che emerge dalla crisalide della sua avvenuta mutazione. La linea di demarcazione tra ciò che è stato e ciò che è.
Per dirci che ormai non è più tempo di ripensare a chi eravamo noi trent'anni fa, e come lo vivremmo se avessimo oggi tredici anni o come sarebbe stato se allora ne avessimo avuti quaranta.
Che non è più una questione di attese o di aspettative, ma solo di scelte.
Che dobbiamo solamente decidere se questo è il fumetto che vogliamo leggere, o altrimenti non leggerlo (o al limite leggerlo sapendo che non sarà mai ciò che vogliamo).
Insomma, è un Dylan del presente che si presenta.
E niente, a voi la scelta!
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12.9.13
La pazienza del destino - ovvero all'arme a Hollywood
Ci sono certe storie che arrancano. Ti trascinano lungo salite sfiancanti, addirittura vie ferrate in cui devi premurarti a ogni passo di avere almeno un moschettone agganciato al cavo. Sono storie che rischi di perdere, vuoi per spossatezza o vuoi per noia. Sentieri dal passo incerto, su cui il proseguire diventa un evento dubbioso, uno sforzo di volontà.
Questa non è così, lo dico subito. Anche se, almeno fino a metà, tutti gli elementi che potrebbero ridurla a quello si affacciano in dosi variabili sparsi tra le pagine, accentuando di volta in volta un attrito che rimane però sempre al limite.
(Non impazzisco per i disegni di Freghieri e questo non mi ha aiutato, lo ammetto. Ma è una cosa che mi porto dietro da Frankestein! o Armageddon! [che chissà come mai gli danno da disegnare tutti i titoli col punto esclamativo!] Comunque Freghieri c'ha regalato la Diana con tre mani in Ultima fermata: l'incubo! [punto esclamativo] e per questo gli vorrò sempre bene
)
Ci vuole pazienza.
Come quando aspetti l'alba, ché il sole necessita dei suoi tempi per sorgere e a volte le tende della notte sono panni pesanti da sollevare. Ci vuole pazienza, sopportare il buio per poi vivere un estasi che si consuma in un istante. Pazienza.
È che Paola Barbato confeziona una storia che è come quei vecchi giocatori di scacchi nei parchi. Quelli che preparano la scacchiera in modo meticoloso, dispongono i pezzi lentamente, uno alla volta seguendo un ordine studiato. Ragionando su quale pedina possa meritarsi una determinata casa, misurandone la posizione per cercare il centro perfetto di ogni casella, il baricentro che permetta l'equilibrio perfetto di quella disposizone iniziale, come se ogni figura dovesse rimanere lì per sempre.
E tu sei lì che guardi, che aspetti impaziente, che reclami il gioco, il movimento, la partita. E non comprendi che state già giocando, che quella monotona preparazione è già movimento, già strategia, partita.
Va così. Che quel che sembra l'inizio altro non è che la fine. E il vecchio apre. Apertura del barbiere. E in poche mosse è già matto. Ti ha fregato.
Ecco, questa storia è questo, si prepara lentamente, dispone i suoi pezzi e in poche mosse ti frega.
Personaggi stereotipati da hard boiled, e lo dico in senso positivo, una Hollywood in cui nessuno è buono, non ci sono personaggi positivi in scena, quelli esistono solo nei ricordi, fotografie, flashback.
Il presente è costruito invece su ombre e penombre, su un protagonista che recita la sua spietata ambiguità, riproponendo in un racconto solido e onesto un vecchio inciso: che non c'è redenzione per nessuno.
Copertina meravigliosa di Di Gennaro, ma che ve lo dico a fare?
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14.10.12
Il Boia di Parigi - ovvero splendida esecuzione
Raymond Queneau scrisse che la grande storia vera è quella delle invenzioni. Sono le invenzioni quelle che provocano la storia...
Storia e invenzione. Antipodi che s'incontrano amalgamandosi nel fulcro su cui si appoggiano gli accadimenti, in una leva imperfetta, l'inesatto fluire dei fatti che si calcificano nel duro ossario del tempo.
(no, non l'ho so nemmeno io cosa ho detto. Credo che il senso fosse che Storia e storia sono intrecciate come la doppia elica del DNA e questo le rende materia costituente di ogni attimo)
Parte forse dall'invenzione della ghigliottina questa prima storia de Le Storie (maiuscola minuscola, ancora), il magnanimo apporto di una scienza che subito si ritrae, l'evoluzione della pietà che repentinamente muta il suo senso, da rapida assoluzione a lento spettacolo grandguignolesco.
Oppure parte dall'invenzione di una vita, quella di Charles-Henri Sanson boia di Parigi, figlio e padre di boia passati e futuri. Uomo magnanimo forse, onorevole e ligio, uomo silenzioso che poco lasciò di sé.
Qualcuno disse che chi fa la storia non ha tempo di scriverla, e nell'accavallarsi dei propri drammi interiori Sanson diventa, se non artefice, strumento per la realizzazione di drammi superiori, eterni, storici.
Chi scrive è invece Paola Barbato, decisamente a proprio agio nell'alternanza dei passaggi tra storia e Storia, capace di tracciare il tormento di una personaggio persona irrisolta attraverso la cupezza intima dei pensieri che la assillano e soprattutto nella semplicità morbosa e cadenzata dei gesti.
La sceneggiatrice bresciana propone un raffinato studio della biografia del boia di Parigi, riesce a delineare in pochi passaggi lo spirito e il carattere delle figure storiche protagoniste della Rivoluzione Francese (Danton, Marat, Robespierre [si dicono sempre in quest'ordine, come liberté, égalité, fraternité {che poi, fraternité un cazzo che si sono ammazzati tutti come Caino e Abele, Romolo e Remo, insomma si sono ammazzati tutti come gente che non era fratella}]).
E con la stessa apparente semplicita riesce a colmare i vuoti di una storia privata lacunosa, apocrifa.
Inventa, crea addirittura gossip, elementi attrattivi, mai irreali eppure sottilmente unici, speciali. Crea la storia laddove la Storia era elemento sovrastante.
Ed è proprio nei punti in cui questo processo viene limitato che il racconto dà l'impressione di essere più debole. Nei vuoti in cui la mano della narratrice lascia quella del lettore, nei salti temporali lievi ma decisi in cui veniamo abbandonati alla nostra immaginazione, a un processo creativo personale che si attiva in modo incostante, brusco e proprio per questo a tratti disturbante. In fondo siamo il popolo, e il popolo è morboso, vuole vedere.
Pare forse che in questo senso la storia soffra un po' della foliazione, forse qualche pagina in più, o forse no.
Ecco, a cercare il motivo vero mi sa che non lo trovo, ma un po' il finale ne paga, cosa da poco comunque di fronte all'appassionata bontà del lavoro svolto
Impeccabile invece è il lavoro di un incredibilmente ispirato Giampiero Casertano, i disegni graffiano il foglio crudi e morbidi allo stesso tempo. Ogni tavola è una meraviglia e anche nel confronto con le iconografie dei personaggi storici il pennino del disegnatore risulta quanto mai illuminato.
Quindi, in conclusione, esordio assolutamente positivo per questa nuova collana che statisticamente si rivela allo stato attuale promossa a pieni voti (1/1).
Per tutto quel che riguarda carta, cartoncino, layout, frontespizio, costina, colori, cazzi e smazzi, beh, non me ne frega un cazzo quindi va bene così.
Se vi capita compratelo, che 3,50 euro, a sapere il lavoro che ci sta dietro, sono decisamente meno che giusti.
Fine della Storia storia.
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