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17.3.14

Ogni cosa è ruminata


Uno dei leit-motiv di questo blog è quello dell'essere sempre discretamente fuori tempo massimo.
Ho usato la parola discretamente perché la fuoritempomassimalità in questo caso è misurabile con valori discreti, giorni generalmente.
(Ho usato leit-motiv invece perché è una parola tedesca con incursioni nel francese)
E così mi sono perso il Pi-Greco Day, la festa della donna, la giornata internazionale della lingua madre e anche il compleanno di mio nonno. (mio nonno l'ho richiamato poi, sta mediamente bene, un po' d'influenza anche se ha fatto il vaccino).
È che ci penso prima, poi dico che ci penso dopo e intanto non ci penso, a volte un po', rimugino, mi correggo mentalmente, rumino...

Non scrivo nel blog, che scrivere nel blog che non scrivo nel blog mi fa sempre molto ridere, ma questo dipende dal fatto che non ho voglia di salvarmi. 
Mi sono segnato dei titoli, ma davvero non sapre che farmene.
Tipo: sull'orlo del Balaton, a me pare un bel titolo ma che me ne faccio? Cioè, anche supponendo che possa saltarci fuori un qualcosa su 'sto cavolo di lago Balaton, ma cosa potrà mai esserci di interessante in Ungheria?




Cioè, a parte il gulash dico...



SOS Tantra. Che pareva anche carina come idea, ma poi come la sviluppi? Che mica puoi metterci Tata Lucia con Sting a scopare per diciassette ore di fila e magari a mettergli le stelline sul frigo se è andato bene.
No, non credo che sia una cosa compatibile con le bambinaie.




Proprio no.

Premio Strega subito!


E altre cose che boh, non so se riprenderò...
Comunque questo fine settimana ero al Cartoomics a Milano.
La fiera del fumetto e di quelle robe lì che, a parte la musica incessante a tutto volume che pareva di essere al primo maggio però il 2 di febbraio (oh, se uno la sa questa è una battuta bellissima), mi ha dato modo di vedere molti fumetti.

Fumetti
 e fumetti


e fumetti

tantissimi fumetti


Cioè, c'erano proprio dei fumetti enormi quest'anno.





E niente, il prossimo post potrebbe seriamente parlare di come leggere i fumetti come si deve...

31.12.13

Anni collaterali



È da qualche giorno che una vocina mi segue e continua a ripetermi: ma fallo il post di fine anno dai, fai la classifica, alla gente piace la classifica, si lavora e si fatica per la panza e la classifica...

A me le classifiche fanno lo stesso effetto della kryptonite per Batman: non me ne frega un cazzo!

Sarà che mi chiamano il Protagora dell'alto polesine, sarà che il relativismo ce l'ho proprio nel sangue


ma della classifica proprio non mi fido. Cioè, non nutro molta fiducia nei miei di gusti, figuriamoci in quelli degli altri.

Comunque, visto che ormai l'argomento l'ho introdotto, facciamo il riassunto di questo 2013 così almeno ce lo togliamo definitivamente dalle palle.
(oh, sia ben chiaro che io non ho nulla contro gli anni, per me 2013 o 1340 o 2659 pari sono. Che tu sia bisestile, centuriato, sabbatico, domini per me è uguale, non faccio discriminazioni. Però il 2013 è stato un anno di merda! Non mi metterò qui a dare spiegazioni sul perché, ma lui lo sa bene: tu, 2013 sei a conoscenza di ciò che hai fatto, è comodo adesso dire oh, è il 31, è il mio ultimo giorno, se hai delle lamentele falle al 2014... tu sai cosa hai fatto!)

Allora, quest'anno niente premi, podii, corone d'alloro, miss in bikini e polente col gulash: solo una frasettina veloce, due parole tanto per...

Miglior fumetto del 2013 (graphic novel, fumanzo, libro a fumetti,  roba che trovi alla feltrinelli): Unastoria di Gipi.



Miglior fumetto del 2013 (serie regolare: bonelli, bonellide, formato tipo quelli, roba che trovi in edicola e che esce periodicamente): Lilith n. 10 Cuore di tenebre



Miglior fumetto del 2013 (miniserie: bonelli, bonellide, formato tipo quelli, roba che trovi in edicola con un numero di uscite prestabilite): Long Wei



Miglior fumetto del 2013 (bonelli, bonellide, formato tipo quelli, roba che trovi in edicola in Italia ma fatto all'estero): Y, l'ultimo uomo



Miglior fumetto del 2013 (saga all'interno di: bonelli, bonellide, formato tipo quelli, roba che trovi in edicola): Rat-Man  la saga semi-finale



Miglior fumetto del 2013 (che non si è capito dove è uscito): Tuta Teschio di Ratigher



Miglior fumetto del 2013 che devo ancora finire di leggere: Il Nao di Brown


Miglior fumetto del 2013 con protagonista un indagatore dell'incubo londinese con una camicia rossa, un maggiolone scassato e un assistente che assomiglia a Groucho Marx: Chuck Norris karate kommandos



Miglior serie tv conclusa nel 2013: Breaking Bad



Miglior serie tv iniziata nel 2013: Master of Sex



Miglior serie tv in corso nel 2013: The Newsroom



Serie che riprenderanno nel 2014 e che spaccheranno il culo a tutti: Shameless, Sherlock




Miglior lettura del 2013: questa 



Miglior pizza coi peperoni del 2013: Quattro formaggi, tonno, peperoni
Miglior pizza senza peperoni del 2013: Salsiccia, patate al forno, grana



Film trasmesso più frequentemente nel 2013: Slevin - patto criminale



Miglior battuta del 2013:  Mio cugino sa un colpo segreto ma non può fartelo perché è segreto



Miglior ricetta del 2013: involtini di melanzane e pancetta affumicata con asiago


Miglior biscotto del 2013: Gran Cereale croccante



Miglior trasmissione di Gordon Ramsay del 2013: Masterchef USA



Miglior té del 2013: Estathé al limone



Miglior micia di casa 2013: la Yuleimi



Miglior gelato che non fanno più nel 2013: Winner Taco


 Miglior giorno del 2013: 01 gennaio 2014







4.12.13

Long Wei 6 ovvero è tempio di morire


Visto che si sta parlando di kung fu, c'è una frase presa da Kung Fu Panda che ben si addice a introdurre il discorso sul numero 6 di Long Wei:
noi siamo spaghettinari! Il brodo ci scorre dritto nelle vene!
Spesso ci si imbatte nel proprio destino sulla strada presa per evitarlo.

Lo so, gli altri blogger mettono le citazioni di Bodhidarma o di Yang Ch’eng Fu ma la mia formazione sulle arti marziali ha, diciamo, seguito un percorso differente.
E comunque come può il kung fu fermare qualcosa che ferma il kung fu?

No vabbé, questo è Kung Fu Panda 2... ehm...

Dicevamo, il destino.
Il destino di Long Wei è con buona probabilità quello di essere ricordato. Magari non solo per le cose buone, ma ricordato. Ma di quei ricordi che si sdraiano tra la malinconia e l'entusiasmo, quelli che ti rispuntano nei forum per farti dire "eh, sì è vero...", quel ma vi ricordate che roba forte era?
Un po' come adesso capita di sentire parlare di Hammer o Esp o Morgan o Hammer di nuovo o del fumetto x, in base ai gusti. (fumetto x non è una testata, era per dire un qualsiasi altro nome di caro estinto).

Verrà ricordato, presumibilmente, perché ha portato in edicola qualcosa di diverso. Forse non di nuovo ma, per l'attuale congiuntura edicolofumettistica, sicuramente di diverso.
Più fresco, più dinamico. Una scrittura divertente, un disegno che si allontana dal classicismo senza però risultare troppo caricaturale, delle tavole che sfruttano tutte le potenzialità delle vignette, che sperimentano, che giocano con la struttura (e a me che sono vecchio ritornano alla mente i primi Nathan Never, ma perché erano davvero una gioia per il mio sense of wonder da composizione della tavola), e delle storie che si fanno leggere davvero bene, addirittura rileggere da quanto piacevoli.

Ma quindi, se il destino di Long Wei è questo: qual è la strada presa per evitarlo?
Presto detto: la strada che vorrebbe sviare il paladino di via Paolo Sarpi dal suo percorso è lastricata di passi falsi.
E l'inciampo principale è che un fumetto pensato, scritto e disegnato con tanta passione (e si percepisce tutta) debba poi essere trattato in questo modo in fase di confezionamento e distribuzione.
Dicevamo, i passi falsi.
Primo fra tutti la pessima qualità di stampa dei primi numeri. Spiace dirlo, ma alcune copie erano al limite del leggibile. Uno scivolone che credo abbia fatto nicchiare i meno puri e sicuramente desistere i palati più fini. A me non ha fatto effetto, ma sono un cialtrone.
Poi i problemi di distribuzione: arriva, non arriva, è arrivato ma è già nei resi, mai sentito nominare, lì ce n'è una copia e ne servirebbero 30, lì 30 ed è l'edicola dove vanno i giapponesi che coi cinesi si odiano. Insomma, non è sicuramente una responsabilità di chi ha fatto il fumetto, ma purtroppo suppongo abbia influito.
E poi c'è il lettering.
Che un refuso ci sta, c'è sempre, ci mancherebbe capita, ma cinque, dieci, iniziano a trasmettermi quel senso di incuria che lentamente si insinua a cercare di rovinarmi la storia.
È la cosa a cui sono più sensibile probabilmente, e non ho dubbi che da quel punto di vista questo Long Wei numero 6 Il Tempio sia quello che più mi ha fatto soffrire. Ma perché in quelle troppe troppe sviste traspare tutta la fretta e le limitazioni che, pur essendo assolutamente lecito e comprensibile che ci siano, bisognerebbe cercare di fare apparire il meno possibile.
Ma tipo tre refusi nello stesso ballon...


Davvero insopportabili.
E detto ciò: se dovessi misurare quanto tutte queste cose mi abbiano rovinato la lettura di quest'ultima uscita, beh, non credo che avrei molti dubbi. Zero.

Perché questo sesto episodio è davvero splendido. Ma splendido che può capitarti di rileggertelo di continuo come quando da ragazzino ascoltavi la stessa canzone fino a consumare il nastro della cassettina.
Il dinamico e affiatato duo veneto  Vanzella-Genovese confeziona quello che decisamente è il punto di svolta della serie. Sia perché con il numero sei siamo a metà delle 12 uscite previste, sia perché con questo numero la storia si alza di livello rispetto agli episodi precedenti, più picareschi, spingendo sull'acceleratore della continuity e introducendo elementi sconosciuti del passato di Long Wei. Fatti e personaggi che vengono rovesciati sul presente dell'ex attore cinese e sempre più velocemente si impossesseranno del suo futuro.
Ma il punto di svolta dato dall'albo è anche e soprattutto quello di aver alzato l'asticella delle aspettative.
Sia dal punto di vista della qualità ché, pur mantenendo gli elementi positivi degli albi precedenti, in quest'ultimo il lavoro fatto da Luca Genovese è davvero straordinario, sia dal punto di vista della storia in sé, dato che dopo un racconto così a fuoco e dopo l'introduzione dei nuovi personaggi, l'attesa è quella di episodi che mantengano lo stesso tenore e la stessa tensione, mescolando ancora più ad arte sia gli elementi più divertenti che quelli più drammatici.

E l'impressione è che ci riuscirà. Per questo verrà ricordato.

[Comunque, penso che a chi capiterà di leggere unicamente questa storia verrà decisamente non solo la smania di recuperare gli albi precedenti, ma anche l'impulso incontrollabile di viaggiare nel futuro per procurarsi i successivi. Almeno, a me è venuto. Poi mi son ricordato che i numeri vecchi ce li avevo già!]

Sulle copertine di LRNZ non dico più nulla, che tanto son sempre dei gioiellini...

29.11.13

Storia di tali a fumetti








Era da qualche giorno che desideravo parlare di fumetto. Non sapevo di cosa in specifico, però insomma, di solito basta farsi un giro nei forum per tirar fuori qualcosa.
Solo che boh, hai presente quando tutto ha il sapore del già visto?
E Akab che disegna Dylan Dog, e Zerocalcare che c'ha la z di zeitgeist, e quello che fa i fumetti di merda, e st'altro che chiude no non chiude sì chiude ma dopo...

Poi sono incappato in questa notizia: i fumetti sono molto più antichi di quel che pensavamo!
Cioè, noi si era rimasti a Yellow Kid e alle strisce sui giornali, e invece è stato svelato che le nuvolette esistevano da ben prima.
Un gruppo di paleoarcheologi danesi ha infatti scoperto che i graffiti che decoravano le grotte dei primi uomini erano delle vere e proprie vignette, corredate anche di didascalie e balloon.
In genere i disegni rappresentavano situazioni leggere, quasi umoristiche (dell'umorismo di un milione e mezzo di anni fa, che oggi potrebbe risultare anche poco divertente, o addirittura incomprensibile), ma ci sono anche casi di veri e propri drammi esistenziali degni delle più moderne graphic novel.

Purtroppo la tipologia di materiali utilizzati per vergare le scritte sulle rocce non ha permesso a queste di arrivare fino a noi. Grazie però alle tecniche radiologiche utilizzate, con la sperimentazione di scanner 3d al cesio, e dopo un lavoro certosino di pulizia e analisi delle pareti di roccia, sono stati finalmente svelate le incisioni rupestri per quel che effettivamente erano.

E magari non faranno ridere, ma per quel che mi riguarda rischiano di essere meglio anche di tanta roba che compri in edicola.

Il carro nuovo.





Il divieto.





Il giovane cavernicolo.





Gli inventori.

 

Le renne in amore.






I tuffanti.





Lo gnu filosofico.


6.11.13

unastoria ovvero l'assenso della vita

 “Se il diciottenne si svegliasse. Di colpo. Una notte. Si alzasse. Ed allo specchio si vedesse, con le paure, con le miserie dei suoi futuri cinquantanni, morirebbe vomiterebbe.

È da qualche giorno che mi rigiro tra le mani questo unastoria di Gipi.
L'ho letto la prima volta a Lucca, seduto su un plinto del padiglione a pochi metri da dove l'avevo preso, c'era confusione eppure non mi sembrava. Me ne sto rendendo conto solo adesso che lo sto scrivendo, che c'era confusione.
Quando l'ho comprato, allo stand Coconino, mi han detto che se glielo lasciavo potevo ripassare domenica e magari mi ci faceva sopra una dedica, forse un disegnetto, quelle robe lì, ma forse che ce n'eran già centinaia lì pronti col fogliettino del nome che usciva fuori.
Prima ho detto sì, poi c'ho ripensato, sono tornato indietro e ho chiesto se per favore me lo ridà che vorrei leggerlo adesso.

Poi è ricapitato. L'ho letto quella notte. Pioveva. Poi il giorno dopo me lo sono portato nello zaino tutto il giorno, mi piaceva sentirne il peso sulle spalle, e se avessi incrociato Gipi allora sì che me lo sarei fatto fare il disegnetto, la dedica o quelle robe lì.
Che poi Gipi l'ho incrociato davvero, ma gli ho più o meno solo detto grazie, qualche cazzata e grazie, niente dediche o disegnetti.

Ecco, adesso il libro è sul divano. Ogni tanto passo, ci sposto da sopra qualche gatto e apro una pagina a caso per respirarla. Il gatto non capisce.
L'ho riletto poi, ancora: credevo a un certo punto di aver trovato un passaggio che non funzionava, tipo che da lì in poi il racconto avrebbe smesso di piacermi. Non era vero.

Sto tergiversando, lo so.

È che non so come potrei parlarne.
Comunque ne hanno già scritto, bene, qui o qui o da qualche altra parte, e ancora ne scriveranno. Se cercavate una recensione leggetevi quelle.

Da parte mia vorrei solo che chiunque capitasse a passare di qui cogliesse il suggerimento di leggerlo. Per sé stesso e perché ne abbiamo bisogno tutti, di certe rivelazioni dico, ché la bellezza, quella bellezza che ti scava l'anima come le gocce pesanti di un temporale la terra, quasi sicuramente ci rende persone migliori. Quindi se vi va leggetelo per questo, per darci una speranza, come uomini dico, umani.

Perché è un libro meraviglioso.
Meraviglioso e crudele.
E crudele.

È una storia piccola, di quelle che succedono, che accadono inaspettate come certe valanghe originate dal ruzzolare di un sassolino. E come certe valanghe si ampliano, alimentandosi di sé stesse e del mondo attorno inerme che con esse precipita, così diventa un'altra storia, più grande, più vecchia. E ancora indietro, giù a valle, fino a diventare la storia di tutti.

E così va a finire che il titolo diventa un imbroglio da cui non ci sentiamo ingannati, un pretesto per metterci di fronte a uno specchio che riflette ogni nostro istante, ogni nostro viso, passato e futuro, allontanandoci da qualsiasi redenzione e mostrandoci per quanto umani siamo, irrimediabilmente.
Ed è una sofferenza incantevole, mirabilmente raccontata.

Sarebbe interessante fare un discorso tecnico sui vari stili, le tecniche molteplici con cui sono state realizzate queste tavole, tecniche che si mescolano all'interno della stessa pagnia, della stessa vignetta a volte, per mostrarci i vari piani di esistenza, di lettura. E sarebbe interessante anche parlare della padronanza del mezzo fumetto maturata da Gipi, di come ogni passaggio sembri realizzato così ad arte da faticare a volte a rimanere solo all'interno della storia. Come se a una mostra di quadri fossimo continuamente affascinati non solo dalle opere esposte ma anche dalle cornici, dai muri, dai pavimenti, dall'arredo. (che gliel'ho detto a Gipi 'sta cosa della padronanza del mezzo, e lui mi fa 'beh, son 50 anni che faccio fumetti' e io 'beh, c'è gente che li fa da di più e mica ce l'ha...')
E certi stacchi, certi cambi di pagina che ripeti due tre quattro volte, per gustarti di nuovo quell'emozione, quella scelta di regia strabiliante, per verificare che si rinnovi costantemente quella sensazione, e lo fa.

Sarebbe interessante, ma serve lucidità per queste cose e io mica ce l'ho.

C'è un momento per i protagonisti in cui tutto si ferma. Coincide esattamente con l'attimo immediatamente precedente al crollo, l'ultimo rimbalzo solitario del sassolino prima del fragore della valanga.
Sembra solo un momento, eppure tutto il racconto ruota attorno a quell'istante.  Quel tempo cristallizzato in cui l'unica percezione è quella di vivere con un canovaccio uliginoso sulla faccia, in cui ogni repiro è fatica e la lingua che sfrega sul palato raccoglie solo il sapore di terra e polvere impastate.
Ecco, quando ho iniziato a scrivere questo post ero parecchio spaventato dall'arrivare a raccontare quel momento del libro, lo sono anche adesso.
Lo sono perché è così, perché prima è qualcosa che non va, magari poco, piccoli segnali qua e là, una telefonata che non serviva, la pizza bruciata nel forno, un pensiero da cui fatichi a uscire.
Poi arriva sempre un'ossessione: il lavoro, una donna, un'idea, la corrispondenza di guerra di un avo, non importa cosa. L'invasamento che trascini con te con la convinzione di gestirlo, fino alla realizzazione che sei tu a essere trascinato, gestito.
Ecco, poi ti svegli distratto, non te ne sei nemmeno accorto eppure qualcosa durante la notte si è rotto. Niente di evidente, cose piccole.
Però da quel momento tutto pesa diversamente, come se il regolatore della gravità fosse stato in qualche modo manomesso. E pesa sempre di più, e di più, fino a che non ti senti più in grado e distribuisci il peso sui polmoni, sugli occhi, sul cervello, a turno su tutti gli organi interni e vuoi solo smettere e che smetta. Perché non sei in grado.

E non è nemmeno il voler morire ma la disperata necessità di un'alternativa al vivere.
Parla di questo, anche.

Mi è venuta in mente mia nonna mentre leggevo questo libro. Non c'è un motivo vero.
Se dovessi dargli un merito però gli darei proprio questo: quello di emozionare, di rimestare nelle sensazioni che ci portiamo dentro fino a far emergere ciò che più percepiamo come la nostra essenza, il nocciolo attorno a cui si è sviluppato il frutto della nostra esistenza. Fino a ricordarcene.

E poi è anche unabellastoria.

(Ah, su i "sì" senza accento sorvoliamo, che se no mi tocca rivedere tutto il giudizio complessivo e sono pigro)





17.10.13

Orfani ovvero Bildungsroman und Drang


Qualche settimana fa ho scritto una mail a Roberto Recchioni.
Non è una cosa da me, ma era notte e autunno e avevo appena elaborato un pensiero abbastanza complesso, ramificato. Un pensiero che era all'improvviso sfociato in una sensazione.
Cioè, in quell'istante, nell'elucubrazione di tale ragionamento e a seguito di cose viste-fatte-lette, mi ero accorto di nutrire una insospettabile stima per il suddetto. E gliel'ho scritto.
Nonostante l'asocialità, il distacco e quel senso di stupidità adolescenziale che ancora un po' mi sento addosso.

Con Roberto ho avuto modo di incrociarmi in diverse occasioni. Qualche parola buttata lì, le solite cose.
In realtà la percezione è quella di una spietata incomunicabilità, come se due universi paralleli si sfiorassero senza riuscire a individuare il wormhole di Lorentz in grado di fare da ponte tra le loro differenti esperienze.
Ed è ovviamente un mio limite.
E posso anche ammettere che me ne dispiace, che mi avvincerebbe essere in grado di isolare il minimo comun denominatore, un contesto in cui instaurare un dialogo vero, uno scambio, un confronto, una dissomiglianza, se fosse.

Penso ciò perché credo sia una persona interessante. Non uno sceneggiatore interessante. Una persona.
Che quel manipolo di eroi con cui riesco a parlare mica vengono da me perché sono un programmatore interessante.

Lo so, il titolo lì sopra dice Orfani e io mica ci sono ancora arrivato.
O meglio, forse un po' sì.
(comunque se volete leggere di cosa parla e com'è (o come non è o come dovrebbe essere o come avrebbe potuto essere o come sarebbe stato meglio se fosse stato o come potrebbe diventare o come purtroppo sarà o come sicuro che succede così) Orfani basta che vi facciate un giro per l'internet.
Scoprirete che è uguale ma identico a tanta di quella roba che è tipo il buco nero super massivo posto al centro della galassia dell'intrattenimento.
Imparerete che le armature sono copiate da un videogioco che però le ha mutuate da un film che si era ispirato alla copertina di un libro che era stata ricalcata da una miniatura che si è scoperto che era invece una macchia di sugo.
E poi vi sorprenderete nell'apprendere che quel ragazzino di sicuro è vivo e che è tutta una simulazione e che sono tutti morti prima e che in realtà sono sulla Terra e che gli orfani non sono orfani ma si scopre che gli alieni sono i loro genitori e che l'orso è quello di Lost e che non è un vaccino ma un potente allucinogeno e che la tuta del colonnello è quella di Sue Sylvester.
Ah, saprete anche che ne hanno stampato un milione di copie, che il bambino della copertina in realtà è un nano, che il titolo è sgrammaticato e che i fumetti li fanno col computer.)

Dunque, io stavo dicendo che un po' c'ero arrivato a parlare di Orfani, ma solo perché l'impressione è che sia un enorme compendio a colori di quella che è la persona Roberto Recchioni.
Ma tipo una selezione di passioni, esperienze, letture, conoscenze, giochi, chiacchiere, notti, film, speranze, serie tv, cadute, scommesse, ossessioni.
Che poi, mica serve conoscere l'autore o il suo mondo per conoscere un'opera.
Eppure, se quello è il suo mondo ed è così distante dal mio, allora quel ponte di comunicabilità che mi permetterebbe di rapportarmi con Roberto dovrebbe essere la stessa via che mi conduce, se non ad apprezzare, quantomeno a comprendere il suo lavoro.

Sarà che l'ultimo videogioco a cui ho giocato aveva una gettoniera 100 + 100, sarà che la fantascienza per me è Clifford D. Simak, mica Heinlein, sarà che a lavorare in banca ho sentito così tante frasi a effetto che non mi fanno più effetto, insomma, mi sono accorto di partire forse avvantaggiato nel leggere questo Orfani. Ma proprio perché non ho nessun riferimento, perché le cose che vedo sono ciò che sono e non la trasposizione vera o ipotetica di un qualcos'altro.
Ecco, da questo mio punto di osservazione "privilegiato" (o svantaggiato, chi lo sa) posso dire che questo primo numero mi ha appassionato. Più della prima puntata di Breaking Bad, e che il cielo mi fulmini per questo, più del primo Dylan Dog che proprio non si può leggere a mio avviso (che per dire, sono 25 anni che leggo Dylan Dog e a me l'horror fa da cagarissimo. Eppure nel mio modo di leggere i fumetti, attraverso la mia personale chiave di lettura, funziona. Altre cose no, ma quello sì, per dire).
Ma mi ha appassionato non tanto perché si legge bene, rapido rapido, e nemmeno per gli ottimi disegni di Emiliano Mammucari, e i colori (che a me i colori), e i fucili, le astronavi, gli alieni col teletrasporto, e la guerra, la fine del mondo, e i ragazzini e gli esperimenti.
No, io la vera potenzialità l'ho trovata nei rapporti umani, nelle intercorrelazioni, i drammi, i moti d'animo. Non so, sia nel piano temporale dei giovani orfani sia in quello dei guerrieri superuomini ho scorto, o forse ho solo voluto vedere, una moltitudine di fili pronti a intrecciarsi, spezzarzi, soffocarsi a vicenda, oppure solo collegare, legare, rendere indissolubili.
Boh, magari è solo il mio come avrebbe dovuto essere Orfani.

Fosse una serie di quelle che ti guardi in streaming sul pc, preferirei avere già tutte le dodici puntate lì pronte in modo da potermele sparare una in fila all'altra. Sì, la sensazione che mi ha dato è proprio questa, di voler sapere dove va a finire, anche solo per capire se mi piacerà o no.

Che poi, è un po' il senso del feuilleton. E questo lo è, no?
Che io me la immagino la gente a ogni capitolo dei Tre Moschettieri a chiedersi come sarebbe andata avanti, e Milady è buona no è cattiva no è bona, e quello muore, no ritorna ed è tutto un trucco di Richelieu e D'Artagnan è un eroe del cazzo (vedrai nella terza stagione!)
E se in parecchi si stanno chiedendo cose analoghe su Orfani, beh, probabilmente significa che ci sono buone probabilità che funzioni.

Comunque, sono andato strafuori tema, non ho parlato del fumetto, che è un albo introduttivo, che ha solo seminato dubbi, inquadrato approssimativamente la situazione, presentato i personaggi, spiegato poco e mica tutto, anzi, quasi niente.

E allora si aspetta. Per capire se quel meh è una falla della sceneggiatura o solo un deficit di pazienza, per scoprire se è sospensione d'incredulità o abuso di posizione dominante, per dire io l'avevo scritto tre numeri fa, o magari solo per leggere, che pare niente, ma bisognerebbe far bene anche quello.

Oh, anche se non sembra, sono preparato. Se ci sono domande rimango a disposizione...
(cazzo, non ho nemmeno parlato di Caravan...)

30.9.13

Un lavoro vero - ovvero il puro di Berlino


Ci sono libri che mi prendono alla sprovvista.

Molte volte è solo un discorso sul come me li ero immaginati, spesso un titolo o una copertina sono micce che accendono un percorso di fantasia attraverso cui lambire quelle che in genere vengono chiamate aspettative.
In altre occasioni, invece,è una questione di chimica, di reazioni inaspettate. Un po' come la prima volta che lasci cadere una mentos in una bottiglia di coca cola e, per quanto tu possa averlo visto già mille volte su youtube, di fronte a quel inarrestabile disastro ti sorprende una inattesa, infantile meraviglia.

Un lavoro vero di Alberto Madrigal è stato un po' questo. Questo della coca cola, dico.

Ne parlo con una certa inadeguatezza, lo ammetto. Perché andrebbe fatto un discorso un po' più serio sull'accurata semplicità dei disegni, l'uso meticoloso dei colori che ti guidano in una sorta di percorso cromatico sospeso tra differenti piani temporali. Una sorta di finestre della memoria da cui sbirciare rapidamente, rubare un perché, chiarire un dopo attraverso i vetri colorati del prima.

Dovrei parlarne, sì.
Eppure in questo momento mi va di starmene qui, a sorprendermi di quanto questo fumetto sia stato capace di descrivere il mio personale zeitgeist. Non tanto la tendenza predominante di questo scampolo di secolo, cioé forse anche sì ma non ho un punto di vista così preferenziale da riuscire a far combaciare le atmosfere della storia con lo spirito di questo tempo.
Ma con lo spirito del mio intimo vivere sì. Fuori tempo massimo, ovviamente.
Ché avrei dovuto essere io quindic'anni fa a pensarlo, e invece lo sono adesso, a trentasette, in bilico sulla corda tesa dell'irrealizzazione, a percepire la scomodità di ogni posto in cui mi siedo dovendo comunque combattere con la soddisfazione pigra dell'essere seduto.

Un lavoro vero è un libro che parla di sé stesso. Racconta di com'è nato, di quali siano i meccanismi che ti portano a credere e a non credere in ciò che fai, di come gli incontri con certe persone ci modifichino, a livello del DNA. Parla di bisogni, necessità, di cose per cui siamo fatti. Cose a cui rinunciamo solo per finta, magari perché quando non le sentiamo vicine diventano ancora più vere e intense. Ma questo lo scopriamo solo dopo. E il dopo implica sempre che ci sia stato un dolore, prima.

In effetti avrei ancora diverse cose da dire. Sui personaggi, sulle città viste dall'alto e da dentro, sulle cose che capitano e su quanto spesso una passione riesca a trovare comburente nel tempo che non le dedichiamo piuttosto che nello spazio immenso di un'assidua dedizione.

Ecco, avrei diverse cose da dire, sì. Ma perché?
Alla fine sono solo cose mie, magari anche noiose. E quindi non le dico, me ne resto qui, nello spirito del mio tempo, a scoprire dove mi porterà tutta questa incompiutezza.
E della storia non serve neanche che vi racconti.

Insomma, leggetevelo.