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7.2.15

Mister Ghost will see you now (Piange il telefonino)


Che quando mi è venuto in mente di parlare del nuovo Dylan Dog, ho pensato che avevo voglia di fare una considerazione seria. Una considerazione da uno CHE LEGGE DYLAN DOG DAL 1989 SENZA INTERRUZIONI... etc etc etc.

Poi in effetti c'ho ragionato su e mi sono accorto che mi sarebbe venuto meglio un post scemo, di quelli farciti con cazzatine che strappano forse un sorriso e morta lì, missione compiuta.
Di quelle robe tipo che John Ghost c'ha lo stesso guardaroba di Christian Grey




oppure le copertine modificate che fanno sempre tanto ridere



Quando poi ho iniziato a ragionare sullo yaoi con protagonisti Dyd e JG, ho capito che era giunto il momento di fermarsi.

Com'è quindi questo Dylan Dog numero 341 "Al servizio del caos"?
Beh, innanzitutto è un albo che dal canto suo tenta di essere seminale: il manifesto con cui il curatore rielabora i canoni del "suo" Dylan Dog, l'infografica con cui Roberto Recchioni ci spiega il suo punto di vista sul personaggio, gli elementi di base che ne ridefiniscono la narrazione, i punti di contatto con l'interpretazione sclaviana dei famigerati primi 100 numeri,  gli ingredienti che il curatore dispone in dispensa con l'invito agli altri sceneggiatori di riusarli per le proprie ricette. (E ne approfitta per fissare l'attuale presente di Dylan, liberandolo da quell'eterno 1990 in cui era rimasto intrappolato).

È poi, quest'albo, un pretesto per presentare un nuovo personaggio che ricorrerà nella serie. Dotato di un'intelligenza fuori dal comune e con a disposizione una finestra spalancata sullo scibile umano. Raffinato ed elegante, sarà probabilmente un antagonista sui generis, cinico ma accomodante, una di quelle figure ambigue che spesso diventano l'unico aiuto per il protagonista, in un rapporto complicato e spesso conflittuale, eppure capace di generare un legame addirittura morboso. È un telefono, un Ghost9000 di nuova generazione dotato di un'intelligenza artificiale di nome IRMA, dal design che perverte la sezione aurea e dal fastidioso potere di costringere la gente ad ammazzare per averlo (a meno che la magia nera non sia a termine).



Ah, e poi c'è John Ghost. Uno che fa l'agente del caos e che, per carità, è sicuramente un personaggio interessante. Ma si trova decisamente in una posizione win-win. Cioè, con un po' di fantasia e di eloquenza risulta abbastanza semplice dimostrare la correlazione tra la farfalla che batte le ali in Giappone e le melanzane alla parmigiana che mi si sono inspiegabilmente bruciate l'altra sera.
Come dice il cotonatissimo Dylan Dog del numero 12 (quello che cita Terminator)


A parte questo, il biondo e spietato affarista si appresta a essere una variabile nascosta che tenderà a palesarsi senza uno schema preciso  percorrendo quella sfumatura di continuity, un po' come quel Xabaras dei primi numeri che lascia a Inverary i suoi appunti sul mesmerismo o fa il programmatore free-lance.


Cos'altro c'è in questo Dylan?
C'è non tanto una critica, quanto uno smascheramento della società moderna, l'idea che oltre all'essere vittime siamo altresì, se non colpevoli, quantomeno collusi. Ci sono dei disegni al di fuorì dei soliti schemi, fuori gabbia, pregevoli addirittura in alcune prospettive, c'è l'ignoto, ci sono cose che succedono senza un senso apparente, c'è una profusione di citazioni tanto per rimarcare il concetto del ritorno alle origini, fin troppo ammiccanti forse. Cioè, la sensazione che avuto io è che fossero non tanto fuori luogo ma proprio fuori tempo, come se appartenessero a un modo d'essere di un'altra epoca, quella senza internet sul telefonino, senza i zero gradi di separazione dalla conoscenza infinita, senza gli Zerocalcare, gli spoiler, l'hype.
O probabilmente è solo che preferivo quegli anni in cui le citazioni non le coglievo, in cui si leggeva con ingenuità senza alcun parametro, in cui è sempre stata meglio una storia copiata di cui non conoscevi il riferimento che una originale che ti lasciava indifferente.

Ah, c'è una cosa poi, probabilmente la più importante. Un particolare che rende davvero irrilevante tutto il resto, siano difetti, pregi, imprecisioni, inglesate (che se dico americanate so già che non va bene), tradimenti dell'originale e questo non è Dylan.
C'è un'idea, che è un'idea di fondo, il principio su cui a mio avviso si sta cercando di costruire questa nuova vita del personaggio, la dichiarazione d'intenti che appare sul manifesto se lo passi sopra una fiamma di candela. Il vero link con quell'antieroe degli anni '80 che si dichiarava astemio ma passava dalla birra al whisky, che soffriva il mal di mare ma possedeva una barca, che distruggeva irrimediabilmente il maggiolone per poi riguidarlo il giorno dopo, che moriva, saltava in direzioni parallele, volava con la macchina e che alla fine di casi non è che ne risolvesse poi tanti e quando capitava era spesso una botta di culo.
È la sensazione che tutto possa accadere, o meglio che possa accadere di tutto. L'esplicita volontà di non volere più dare certezza al lettore, la frantumazione del pilota automatico narrativo a favore di una disorientante sincronicità junghiana.
Per quel che mi riguarda è una dichiarazione d'intenti immensa e già di per sé appagante. E tanto mi basta.

Poi si sa, il diavolo sta nei dettagli. Un qualcosa che non va lo troveremo sempre, o perché non ce lo aspettavamo, o perché ce lo aspettavamo proprio, o lo pensavamo diverso. Per dire, a me nella liquidità di situazioni di questo numero è mancata una cosa a cui ricordo di essere sempre stato affezionato: quel modo di legare i cambi di scena facendo iniziare il primo baloon di una pagina con l'ultima parola non detta da un altro personaggio nella pagina precedente. Ecco, per me Dylan Dog è questo, se non mi metti 'sta cosa stai tradendo il simulacro di quella figura primigenia, lo stampo iniziale da cui dovrebbe derivare ogni numero.
Per me. Per qualcuno è Roi, per altri lo splatter, Bloch, i mostri, le poesie. Per altri basta che ricordi di essere vegetariano. Insomma, Dylan Dog non esiste. E siamo tutti allenatori.
Ognuno ha il suo, ognuno un'idea che non capisce perché non venga realizzata, un titolo, una storia, un progetto. Io qualche giorno fa ho avuto un'intuizione fighissima, che a realizzarla verrebbe davvero un qualcosa di sensazionale. Ora son qui comodo che aspetto che qualcun altro abbia la mia stessa illuminazione, per vederla finalmente realizzata.

E niente, volevo parlare di questo Dylan Dog, fare una considerazione di quelle che non servono a nessuno.
Spero di esserci riuscito.

(ah, vi ho risparmato la foto sulla perversione della proporzione aurea)

1.9.14

DAI, DAI, DAI... LAN!


Leggo Dylan Dog dal primo numero quindi è mio.
È mio è non me ne frega un cazzo, per quel che mi riguarda l'unico e vero Dylan è quello con la camicia azzurrina delle copertine iniziali del mitico Claudio Villa. E anch'io ogni giorno per andare in ufficio mi metto una camicia azzurrina, perché è questo che è il Dylan originale, è così che dovrebbe essere sempre.

In realtà io nell'86 avevo dieci anni e leggevo il Più. L'unico indagatore che conoscevo era l'ispettore Bobop e Slurp era il solo mostro che avevo finora incrociato fumettisticamente, ma ecco, in questo periodo di cambiamenti dire "io lo leggo dal primo numero" pare essere il mantra che ripetuto tipo mille volte dà diritto ad essere sceneggiatore per un giorno, anzi, ti investe del titolo di gran custode del personaggio originale.

Seguivo proprio in questi giorni tutte le polemiche veteroanimaliste a seguito dell'Ice Bucket di Dylan Dog (se volete, donate!).

Perché gli animali sono tutti carini e coccolosi, e le lumache sono immuni all'arsenico, e non serve a nulla testare i cosmetici sui coniglietti che sono già bellissimi così, e Dylan non ucciderebbe mai un animale nemmeno se fosse per salvare la propria vita perché il nostro Dylan è duro e puro, vegetariano e animalista e noi lo sappiamo e voi non potete impossessarvi del NOSTRO personaggio per fargli fare la pubblicità agli scienziati che curano le persone vivisezionando gli animali (che sono carini)

Già.
Sì beh, a parte i ratti naturalmente.


È che ovviamente tendiamo a ricordare solo ciò che ci fa comodo e contribuisce alle nostre tesi.

Dylan Dog sta cambiando, e i cambiamenti minano la tranquillità che ci avvolge all'interno della nostra routine. Ci tocca ripensare, rielaborare, spostare il punto di osservazione per capire, pensare di nuovo, mettere in discussione, ridiscutere meccanismi rodati della nostra lettura. Insomma, è un fastidio.

Se poi ci aggiungiamo che siamo nei tempi di facebook, l'era in cui esprimere un'opinione è diventato un dovere più che un diritto, dove non condivido le tue idee ma farò di tutto per trollarti sui social, beh, mi pare ovvio che qualunque (qualunque) argomento troverà il suo valido e rumoroso oppositore, gran cavaliere della tastiera, paladino degli haters e dell'analfabetismo funzionale (vedi post della scorsa settimana).

Va da sé che c'è pure chi ha rotto il cazzo per questa

Come se non fosse mai successo, tra l'altro.




No vabbé, quest'ultima non vale.




Però, grazie alle mie amicizie altolocate, ho la possibilità di mostrarvi in anteprima la copertina del numero 339.


E anche quella del 340 ispirata a quella del Giovane Holden.


Comunque, Dylan Dog sta cambiando. Finalmente.
Se ne uscirà da quel limbo atemporale da clessidra di pietra e ritornerà nel presente.
Magari non mi piacerà, magari il telefono che parla, Bloch in pensione, John Doe Ghost, la spider al posto del maggiolone (no, questa l'ho inventata io, ma era il soggetto che avrei voluto scrivere per il 339, perché Dylan è anche mio è bisognerebbe considerarci di più noi lettori).


Magari sarà riscoprire qualcosa, invece, quella necessità di essere stupiti che da ragazzini è così facile soddisfare, magari sarà come rivedersi dopo tanto tempo, ricominciare dall'attimo in cui ci si era lasciati.

(Fatto sta che settimana scorsa ho traslocato qui a Milano i Dylan Dog e sono sei borse dell'Auchan.)

Vabbé, di cose da dire ce ne sarebbero, ma se proprio dovessi chiudere con qualcosa che sia ben augurale per questa nuova avventura, beh, c'è questo fatto che mi è successo la scorsa settimana in una nota fumetteria milanese. Me ne stavo lì a sfogliare non so cosa, quando a un tratto una voce dietro di me si rivolge al commesso e gli fa: "ma ce l'avete qualche numero vecchio di Dailan Dog?".
Dailan. Quand'è stata l'ultima volta che l'ho sentito? Nel '92 forse... Anzi, non sentivo più dire Dailan dal '92.(cit.)
A me è sembrata una cosa bellissima, insomma, mi ha ridato un po' di speranza nell'umanità. Poca eh, solo per un attimo. Che poi c'è stato quello che ha chiesto se la serie d'ora in poi sarà sempre ambientata in un futuro fantascientifico...

(E comunque Recchioni, da quando mi ha fatto conoscere Halt and cacth fire può fare il cazzo che vuole...)