Bene.
Le ferie sono irrimediabilmente terminate.
Teoricamente non sarebbe neanche il caso di parlarne. Probabilmente non lo farò, o magari tra qualche mese o qualche anno.
Sarebbe facile. (Post che avrei dovuto scrivere il...) e così lascerei il tempo di disperdersi a quest'incerta cognizione di me stesso, ruvido sfregarsi del fiammifero di un equilibrio che non si accende.
Scintille sparse e nessuna fiamma.
Per ora Pisa.
Che, si sa, è questo
Ma sinceramente mi piace pensare che sia questo:
Regole a cui trasgredire.
Testardaggine.
Ma soprattutto:
Soprattutto persone che si sbracciano, che si affannano illudendosi di manipolare la realtà, simulando una forza che non gli è stata data, caricandosi di pesi effimeri, lontani da sé stessi, eppure convinti di dare al mondo l'impressione di farcela, che sia vero.
Recitano la loro parte con convinzione, attori improvvisati che sfogliano uno scarno copione.
Ma basta spostarsi un semplice istante dal loro punto di vista per smascherare il trucco, e vederli per come appaiono veramente: fantocci in pose assurde, ridicole marionette a imitare un'idea ormai logora e deforme.
Gente, che fa la gente.
E io tra loro.
(e tra parentesi, io li adoro, starei giorni a fissarli, fascino ipnotico dell'irreale, dell'incredibile, dell'incosciente...grazie gente!)
ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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21.8.11
Vajont - foto e poco altro
Vedete questa collina?
Cinquant'anni fa non c'era.
E' scivolata giù da qui
dal Monte Toc, il monte marcio.
Era la notte del 9 ottobre 1963, in quell'avvallamento dove ora si erge la collina c'era un lago. Un lago artificiale trattenuto da una diga. Se ritornate su sulla prima foto la vedete in basso a destra.
Ve la mostro meglio
264,6 metri di altezza, invaso massimo a 722,5 metri sul livello del mare, 168,715 metri cubi di capacità. Era la più alta del mondo, un capolavoro di ingegneria. Un capolavoro.
Lì dove ora c'è la collina c'era un lago.
Un lago che aveva raggiunto la sua altezza massima e che ora si stava cercando di abbassare in tutta fretta.
E proprio quell'acqua che aveva sollevato la frana, ora le stava togliendo la base d'appoggio: la notte del 9 ottobre 1963.
Dapprima il rumore del Toc che precipita giù, 30 metri al secondo, 270 milioni di metri cubi di terra e rocce.
Poi l'onda, il lago che si svuota, l'acqua scacciata dall'irruenza della montagna.
Un'onda tricuspide dicono. Due fronti risalgono le pareti della vallata, uno sale verso Casso e ricade sulla frana, l'altro scavalca la sponda del lago e si infrange sul paese di Erto.
Il terzo, 50 milioni di metri cubi di acqua, si alza 100 metri sopra il ciglio della diga, si porta via il coronamento che la sovrasta e, almeno per metà della sua portata, la scavalca.
25 milioni di metri cubi d'acqua s'insinuano nella stretta gola del torrente Vajont, acquistano velocità, spingono per uscire.
Passano da qui, buttandosi nella valle del Piave.
A 100 chilometri orari.
L'onda d'urto generata dallo spostamento dell'aria è stato equivalente a quello della bomba di Hiroshima. Sarebbe bastato quello a spazzare via Longarone. Invece c'è stata anche l'acqua, il fango, le rocce, i detriti.
C'è stato il buio, il frastuono, la pioggia dal cielo stellato. Lo stupore, lo stordimento, la paura.
Poi il silenzio. Rumoroso.
Ora c'è solo una diga. Un capolavoro d'ingegneria che ha resistito a una sollecitazione 7 volte superiore a quella per cui era stata progettata. Un capolavoro.
Un precipizio di calcestruzzo che scende giù come l'inferno di Dante.
Chissà se tratterrà anche questa lacrima...
Cinquant'anni fa non c'era.
E' scivolata giù da qui
dal Monte Toc, il monte marcio.
Era la notte del 9 ottobre 1963, in quell'avvallamento dove ora si erge la collina c'era un lago. Un lago artificiale trattenuto da una diga. Se ritornate su sulla prima foto la vedete in basso a destra.
Ve la mostro meglio
264,6 metri di altezza, invaso massimo a 722,5 metri sul livello del mare, 168,715 metri cubi di capacità. Era la più alta del mondo, un capolavoro di ingegneria. Un capolavoro.
Lì dove ora c'è la collina c'era un lago.
Un lago che aveva raggiunto la sua altezza massima e che ora si stava cercando di abbassare in tutta fretta.
E proprio quell'acqua che aveva sollevato la frana, ora le stava togliendo la base d'appoggio: la notte del 9 ottobre 1963.
Dapprima il rumore del Toc che precipita giù, 30 metri al secondo, 270 milioni di metri cubi di terra e rocce.
Poi l'onda, il lago che si svuota, l'acqua scacciata dall'irruenza della montagna.
Un'onda tricuspide dicono. Due fronti risalgono le pareti della vallata, uno sale verso Casso e ricade sulla frana, l'altro scavalca la sponda del lago e si infrange sul paese di Erto.
Il terzo, 50 milioni di metri cubi di acqua, si alza 100 metri sopra il ciglio della diga, si porta via il coronamento che la sovrasta e, almeno per metà della sua portata, la scavalca.
25 milioni di metri cubi d'acqua s'insinuano nella stretta gola del torrente Vajont, acquistano velocità, spingono per uscire.
Passano da qui, buttandosi nella valle del Piave.
A 100 chilometri orari.
L'onda d'urto generata dallo spostamento dell'aria è stato equivalente a quello della bomba di Hiroshima. Sarebbe bastato quello a spazzare via Longarone. Invece c'è stata anche l'acqua, il fango, le rocce, i detriti.
C'è stato il buio, il frastuono, la pioggia dal cielo stellato. Lo stupore, lo stordimento, la paura.
Poi il silenzio. Rumoroso.
Ora c'è solo una diga. Un capolavoro d'ingegneria che ha resistito a una sollecitazione 7 volte superiore a quella per cui era stata progettata. Un capolavoro.
Un precipizio di calcestruzzo che scende giù come l'inferno di Dante.
Chissà se tratterrà anche questa lacrima...
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