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6.5.14

Per un pelo


Nei commenti al post precedente è stata sollevata a gran voce la questione dell'estinzione della talpa barbuta del Mississippi del 1892.
Allora, tralasciando i trascorsi burrascosi della segnalante (la cui identità celeremo dietro lo pseudonimo di "La nipote di Giggi") e omettendo per questioni di privacy la denuncia per furto d'identità, i quattro anni di custodia vigilata per cose volgari, l'accusa ancora non provata di essere un ragioniere sessantenne di Sarno e quella brutta brutta storia  (veramente brutta) delle papaye, la nipote di Giggi ha giustamente posto il problema del perché si sia estinto questo grazioso animale.

Mi sembra dunque il caso di rispolverare l'ormai consueta rubrica AMEN (Animali Meravigliosi Estinti Nefastamente) che arriva oggi alla sua terza e ultima puntata.

Innanzitutto parliamo della talpa barbuta: cos'era? com'era? cosa faceva?
Allora, tanto per fugare ogni equivoco chiariamo subito una cosa: la talpa barbuta non era una talpa. Ma proprio che neanche ci somigliava, non era nemmeno un mammifero, anzi, a dirla tutta la talpa barbuta del Mississippi non si sa bene che forma avesse.
Il nome talpa deriva infatti dalla pronuncia americana del termine tulpa. Come spiega wikipedia, nella cultura tibetana identifica un'entità incorporea creata attraverso particolari metodi meditativi sviluppati dai monaci, soprattutto i grandi lama tantrici. Secondo tali credenze l'essere, che vive nel piano astrale, può essere visualizzato sotto molteplici aspetti, soprattutto quello animale, da altri monaci raccolti in meditazione.

grande lama tantrico

La talpa barbuta del Mississippi esisteva dunque davvero?
Secondo il pastore protestante Geremia McGregor (1851-1914) sì.
Dice infatti in uno dei suoi numerosi diari: "... capita spesso, quando siamo riuniti in preghiera nel fienile di Tom (Siddle [N.d.T]), che si unisca a noi in meditazione un vecchio monaco dell'Asia ospite ormai da anni della nostra comunità. [...] in quei frangenti la carica mistica è così forte che aprendo gli occhi a tutti noi capita di vedere questi esserini dalle sgargianti ali multicolori e dalle folte barbe che paiono dei cipressi rovesciati. [...] Anche i bambini nella loro ingenuità e purezza li vedono, e mia figlia Clotilde giura che una di queste creature le si è avvicinata addentando il tozzo di pane che stringeva tra le dita. Quel tozzo ce l'ho qui davanti ora e l'ho mostrato a tutti i cacciatori del circondario: nessuno ha mai visto un morso di tale fattura..."

Altre sono comunque le testimonianze che rafforzano la tesi dell'esistenza di questi curiosi animali che, secondo quanto descritto dal naturalista Devon Smith (allievo di Darwin): hanno sulla sommità del dorso delle piccole escrescenze a forma d'ala che però non utilizzano per il volo, il corpo somiglia a quello di un cavalluccio marino ma di ben altra taglia, e si sposta su quattro zampe tozze talmente ravvicinate da sembrare una cassa di quelle che si usano per le mele. La caratteristica più impressionante è comunque la barba, rigogliosa e folta tanto che spesso ricopre tutto l'animale che pare uno di quei cespugli che vagano per il deserto. Di cosa si nutra non è dato sapersi, solo si sa che vive nelle zone adiacente al fiume e lì probabilmente ha la sua tana...

Nel 1883, durante una veglia per propiziare la vendemmia,  è stata addirittura scattata una foto di due talpe barbute intente a giocare con un graspo d'uva.




Ma cos'è successo quindi nel 1892, ultimo anno in cui si è a conoscenza della presenza di talpe barbute lungo le rive del Mississippi?

Come possiamo riscontrare nel "Tragic Story of America's Greatest Disasters" (che è un po' la Bibbia per quelli che fanno questo mestiere)


nel 1892 avvenne una tragica rottura degli argini del Mississippi-Missouri che inondò buona parte dei territori circostanti, isolando un'ampia porzione di villaggi adiacenti e causando danni per un valore imponente.
A seguito di quella disastrosa alluvione non è più registrato nessun avvistamento della talpa barbuta.
C'è chi dice perché, vivendo questo animale in tane scavate sulle rive del fiume, siano state tutte tragicamente sommerse e uccise dalla piena. D'altrocanto in molte cronache dell'epoca si ritrova la versione di chi sostiene che le talpe barbute furono cacciate in massa a seguito dell'alluvione per utilizzare le loro barbe, altamente assorbenti, come imbottitura dei sacchi messi a difesa delle finestre e degli accessi agli scantinati per evitarne l'allagamento. Ancora oggi, la frase che si potrebbe tradurre come "In barba all'alluvione" è spesso usata in quelle zone per indicare un espediente utilizzato per scampare a un pericolo.
Altri ancora giurarono di aver visto, poche ore prima della rottura degli argini, le talpe barbute librarsi in volo e allontanarsi in perfetta fila indiana volando verso sud.

Quale di queste versioni sia quella veritiera non è dato sapersi.
L'unica certezza è che quando le acque si ritirarono nessuno avvistò mai più una talpa barbuta, tutte sembravano scomparse, tutte in qualche modo vittime di quella tragica fatalità.

Anzi, non uniche. Durante quella sera del 1892 anche un'altra persona scomparve, l'unica vittima accreditata di quell'inondazione tanto terribile quanto miracolosa nel conto dei sopravvissuti: Marvin Xiao, monaco tibetano e ospite della comunità da diversi anni. Il suo cadavere fu ritrovato qualche giorno dopo tra le radici di un albero sradicato. Tra le dita stringeva una folta lanugine che pareva una barba, ma tutti dissero che erano alghe...

Ora, se proprio una morale vogliamo coglierla in questa storia direi che è questa: gli Americani avranno tanti difetti, ma quando c'è da fare le cose in grande sono i migliori!

AMEN.


24.4.14

di buona (fa)lena






La scorsa settimana ha destato un inaspettato interesse il post della rubrica AMEN, che descriveva l'assurda fine dell'opossum tumulatore del Borneo. Mi hanno scritto stupiti diversi animalologi etologi, che per la prima volta venivano a conoscenza di questa incredibile storia. Mi ha contattato anche un operatore cimiteriale, un becchino, appassionato del genere mi ha detto.

(ovviamente nessuna mi ha mandato foto di tette, ma mi pare che questa sia diventata la regola ormai).

Comunque, dato il risalto che ha avuto la notizia, vorrei anticipare la seconda puntata di questa rubrica che tante gioie mi ha già regalato. Quindi: AMEN (Animali Meravigliosi Estinti Nefastamente).

In questa puntata voglio parlarvi della zvuglia imperiale. La zvuglia  è  era un lepidottero appartenente alla superfamiglia dei macroeteroceri, autoctona della penisola italica, in particolare delle zone paludose adiacenti alle foci del Po.



La data della sua estinzione è abbastanza recente, e anzi, possiamo addirittura saperne il giorno e l'anno: il 17 ottobre del 1973 infatti si è compiuta quella che nelle zone del basso polesine viene ancora ricordata come "ea note dei barbastreji".

Ma partiamo dall'inizio. La zvuglia è un esemplare di falena, una farfalla notturna dalle dimensioni medie, ali color muschio, piccole antenne ricoperte da una peluria rosata. In realtà dal punto di vista zoologico non è un animale di grande rilevanza, è un fenotipo abbastanza comune e di falene quella zona è piena. Nella sola area che va dal delta del Po a quello dell'Adige se ne contano almeno 300 specie differenti.

Quel che rende unica la zvuglia è però il nome. Etimologicamente deriva dal latino, significa a seconda delle interpretazioni "che non vola" oppure "senza voglia". Entrambe le locuzioni descrivono il comportamento tipico di questo lepidottero, che raramente utilizza le ali e che generalmente se ne sta adagiato su qualche sasso, confondendosi col muschio e nutrendosi di tutto quel che passa nel raggio d'azione della sua lingua prensile.
Il suo nome così inconsueto ha però anche un'altra particolarità: è l'ultima parola del vocabolario. Viene persino dopo il famigerato zuzzurellone.



Ora, siamo nel 1973, in piena austerity: le rotative sono pronte per stampare i dizionari che verranno utilizzati nel 1974, e di cosa ci si accorge? Che a causa di quell'ultima parola a tutti i vocabolari andrebbe aggiunta una pagina. Una pagina, per milioni di vocabolari, in piena austerity, a causa di una sola parola: i costi si rivelarono subito non sostenibili e si decise che bisognava fare qualcosa.

I più grandi produttori di dizionari si riunirono in segreto e, appoggiati dall'allora governo Rumor passarono all'azione, (in realtà gli unici che allora si opposero furono Devoto-Oli, ma le minacce di fallimento li fecero subito rientrare nei ranghi).

La notte tra il 17 e il 18 ottobre 1973, 12 convogli ferroviari carichi di pipistrelli furono trasportati e aperti all'unisono sulle rive sassose del Po.
I testimoni raccontano di un'ondata nera come la pece che copri il cielo nel raggio di diversi chilometri, impedendo addirittura alla luce della luna di filtrare. Nel buio più totale i pipistrelli (barbastreji in veneto) iniziarono a utilizzare i loro sonar per individuare le zvuglie ma, essendo queste animali statici e non concependo il pericolo, le falene se ne stavano tranquille sui loro sassi senza compiere nessun movimento e per questo risultavano invisibili ai loro predatori alati.

Tutta la notte trascorse nel borbottio incessante degli stormi di pipistrelli che si ritirarono soltanto alle prime luci dell'alba.
Lo spettacolo che accolse gli astanti in quella mattina del 18 ottobre fu tremendo:
tutta la pianura, da Porto Tolle fino a Busa Dritta, era ricoperta da uno spesso strato di guano di pipistrello. Nei punti di maggior concentrazione se ne misurarono 12 cm.
Inutile dire che le zvuglie, per loro pigrizia e inattitudine al volo, vi rimanerono completamente sommerse fino a morire soffocate nella merda.

E tragicamente anche questa storia finisce. Vuoi per l'avidità dell'uomo, vuoi perché non c'era ancora internet coi suoi comodi dizionari online, vuoi perché quando si è nella merda non è il caso di starsene lì fermi, ma fatto sta che la zvuglia imperiale non c'è più.
Ognuno tragga la sua morale.

AMEN.
La sua estinzione è abbastanza recenteMacroeteroceri