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15.7.11

Consoli mi consòli - ovvero la Sacra Sindrome


Ho la sindrome di Carmen Consoli.
Me ne sono accorto parecchi anni fa, ho anche provato a guarirci, ma è stato un tentativo vano ed effimero.

Ho anche altre sindromi. Alcune sono maturate col tempo, altre ce le ho da sempre, o almeno da quando mi ricordo di ricordare.

Una è la sindrome di assembach. E' una sindrome che non ha prezzo, anche se in realtà l'apprezzo.
Poi c'è una neanche troppo latente sindrome di Tourette.
Un'apprezzabile sindrome di Stoccolma nei confronti di me stesso. Sporadici sintomi da sindrome di Stendhal.
Ci aggiungerei poi una leggera Asperger.

Ah, mi piacerebbe scrivere un breve racconto sulla sindrome di Cotard e una volta ho visto Sindrome cinese.

Fatto sta che la sindrome di Carmen Consoli è una di quelle ossessioni a cui difficilmente rinuncerei.
Non è che agisca sempre, sia ben chiaro, solo quando scrivo. Un attimo prima sono normale, parlo (poco, ma parlo), e il momento dopo sono lì, a circondare i sostantivi di aggettivi come fossero criminali da scortare.

E non è che non me ne renda conto. Ma spesso è proprio un bisogno fisiologico. Un invadente bisogno.

Me l'ha detto Diè.
Me lo diceva sempre anche il mio professore di italiano delle superiori. Quella volta che ho usato "eonico" si è proprio incazzato.
Rischi del mestiere.

Comunque funziona così.
Scrivo una parola, che so, "luce".
Già di per sé "luce" è una parola completa. Che altro puoi metterci? E' già luminosa, chiara, ristoratrice.
Ma no. Già quando la scrivo devo incollarci sopra qualcosa tipo "improbabile", "improvvisa", "indefinita".. se la parola è corta meglio che il primo aggettivo sia leggermente più lungo, non esageratamente, giusto un po'.
Ideale sarebbe che fosse anche qualcosa di spiazzante, ossimorico, paradossale addirittura sinestetico. Ecco, la sinestesia è l'ideale. "Una rumorosa luce". Perfetto.

Poi però capita sempre che la frase abbia necessita di prolungarsi, di scivolare come una zolla fino a incunearsi sotto un nuovo periodo. Allora serve un qualcosa in più. Un ulteriore aggettivo a incatenare quella luce, per prenderla a braccetto e condurla in sicurezza verso il prossimo segno di punteggiatura.

Se il primo aggettivo doveva spiazzare il secondo serve per sbalordire.
Per vantarsi con chi legge di conoscere una certa parola.

La nostra "rumorosa luce" quindi potrebbe diventare "erubescente" oppure "calefaciente" o "postprandiale".

Reiterando questi ragionamenti per ognuna delle parole che si sta scrivendo riusciamo a ottenere un artificioso  costrutto, gravido di orpelli affettati e pleonastici.
"Una rumorosa luce erubescente". Terribile!

Eppure quando lo leggo per la prima volta mi piace. Perché c'è tutto quel che volevo dire, ogni sfumatura, ogni significato.
Poi tolgo. Lo osservo un istante ancora in quella forma perfettamente imperfetta, e inizio a sfoltire, menomare, buttare... Ed è sempre meglio così.

Eppure la sindrome di Carmen Consoli mi rincuora sempre. Mi consola.

Che poi, quando leggo chi sa scriverla davvero una canzone m'incanto.
Certi testi m'inebriano, sono ambrosia, nettare, etere...

E mi chiedono perché ascolto canzoni italiane. Per questo.



"Una luce". 
Va bene anche così.


7.7.11

Caparezza Eretico Tour 2011 - ovvero sublime subliminalità


Esistono cose che vorresti far fare alle nuove generazioni. Cose che spesso risultano davvero ostiche: 
mangiare le verdure, rispondere con educazione, lavarsi dietro alle orecchie, formarsi una coscienza politica approfondendo criticamente i temi della società civile.

Cose da genitori insomma, da maestri, professori, suore dell'asilo, amici che ne sanno, da wikipedia e altri siti senza tette. (che poi non è neanche vero).

Conosciamo i giovani. Sono affascinati dal vietato, dal nonsipuò, dal sono cose da giovani che noi vecchi non capiamo e quando eravamo giovani noi mica c'era 'na roba del genere che non capisco e cosa c'è da capire che sono solo quattro deficienti.. robe così insomma.

Conosciamo anche i vecchi. Sono quelli che da vent'anni votano a cazzo e si fanno comprare dal caldo buono di una promessa non mantenuta.

Ma rimaniamo sui giovani. Ma anche sui vecchi. Cosa si fa? Come glieli si propinano i broccoletti?

O siamo dei geni della psicologia inversa:



Oppure dobbiamo avvalerci di altri mezzi. E qual è la cosa più figa che abbiamo sempre visto in tutti i film, quel metodo infallibile per convincere qualcuno di qualcosa senza che magari se ne renda conto e addirittura illudendolo che sia sua volontà quel pensiero che subdoli gli abbiamo inculcato?
Quale sarà?

Ma senza ombra di dubbio i messaggi subliminali!!!

E ogni canzone di Michele Salvemini, in eccelsa arte Caparezza, è un messaggio mascherato da divertimento.
E' un salto, un urlo, un coro. E' la voce gracchiante che ti trapassa al ritmo esagitato dell'incontrollabile, dell'incontenibile.

Caparezza c'è! E' sempre presente. 
Sul palco è ovunque e per ognuno dei suoi pezzi porta un'invenzione, un istante in cui pensi 'genio', un'infinitesimale quiete silenziosa che precede la tempesta dei suoni, la raffica luminosa delle parole, la pioggia ritmata e rimata dei significati.

E in ognuno di quei brani, energetici, primordiali, tribali, si nasconde un messaggio. Il cuore pulsante al centro del tornado, un'anima di antimateria che si nutre di quell'irrequietezza.

Caparezza dice. Dice quel che pensa, lo infila in ogni frase, te li trovi avvinghiati tra le righe quei pensieri, come serpenti pronti a morderti. Pericolosi. Perché di pensieri pericolosi parliamo, non tanto nel loro significato ma nel loro percorso: sono frutto di ragionamento, di critica. Sono l'elaborazione di un'esperienza umana, figli della curiosità, dell'osservazione della società e delle sue incongruenze, delle sue mancanze, delle sue brutture.

E' caustico, crudele, iconoclasta. E te lo trasmette mentre salti, mentre la musica ti percorre fino a sfinirti. Te lo regala silenziosamente mentre ti ubriaca di rumore, di teste danzanti di fronte ai tuoi occhi, di vita irrequieta, giovane, vecchia, non importa. Perché quell'attimo riesce ad azzerare ogni distanza.

E magari subito non te ne accorgi. Ma quei messaggi te li sei portati a casa.
Non perché siano tuoi, ma per il gusto appagante di rifletterci, di valutarli, di usarli per crearsi una propria coscienza civile. Insomma, quel che dicevamo prima.

Sublime subliminale.

4.7.11

Eh già!

Altro che ritiro!
Questo è il Blasco che ci piace ricordare...