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7.11.14

Le ragazzine... di Ratigher - ovvero Io, te e le erose


[PREMESSA]
Ho letto Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. di Ratigher.
Me lo sono trovato nella cassetta delle lettere e l'ho letto.
Cioè, prima sono andato sul sito entro il 30 giugno, poi ho cliccato ho pagato ed è arrivato. E l'ho letto.
In realtà, a essere precisi, non era nella cassetta delle lettere, non ci stava, il postino l'ha appoggiato sopra così che chiunque avrebbe potuto prenderlo e leggerlo, forse anche il postino stesso, ma non credo l'abbia fatto nessuno, o forse sì non è importante. L'ho letto io e tanto mi basta.
L'ho letto, tra l'altro, pensando a quand'è che si smette di essere adolescenti, ci pensavo sfogliando quelle pagine pesanti, vaste, quel tipo di pagina che ti sposta l'aria sul viso con una tale portata da costringerti quasi a chiudere le palpebre, quasi, senti quel soffio denso d'inchiostro risalire lungo la curva della sclera, impetuoso addirittura quando attraversa la bisettrice di quell'angolo ideale tra copertina e cervello. L'aria spostata dalle pagine de Le ragazzine ha la stessa devastante, sontuosa imponenza di quella prodotta dal battito d'ali della famigerata farfalla che provoca uragani dall'altra parte del mondo.
E ho pensato che si smette quando non ci si sente più diversi.

Il libro di Ratigher è una bugia.
Finisci di leggerlo e la prima cosa che ti viene in mente è che nel titolo c'era già tutto. In tre atti la descrizione minima di tutta la storia. Azione, reazione, lezione.
Poi lo riguardi, i disegni che trasudano l'inquieta arroganza della normalità, quel tratto affilato che emerge dalla pagina come la marmellata di una merendina messa in microonde, i colori che non potrebbero essere che quelli, lo riguardi e magari lo rileggi. E ti accorgi che non è vero. Che le ragazzine non hanno perso il controllo, che la società non le teme e soprattutto che non c'è nessuna fine.

È un imbroglio, è giusto saperlo. È un imbroglio nello stesso modo in cui lo è l'adolescenza.
Quando credi che nulla finirà, quando quella percezione di crescita che punge tendendosi sottopelle ti illude che non esista un'alternativa a ciò che sei. È da qui che nascono quelle corrispondenze indissolubili, quelle amicizie senza orizzonte, nell'interminata incoscienza che il mondo sia tutto lì, fisso, immutabile. Bugiardo appunto.

Di questo parla Ratigher, di un'amicizia ormonale, di due ragazze che si scivolano sulla superficie della vita  trascinandosi come se fossero fogli di carta vetrata. E nella loro convinzione di consumare il mondo lentamente si logorano, si erodono fino a perdere ogni attrito, sconfitte dalla sconfinatezza della realtà. Fino a uno stravolgimento talmente enorme da riequilibrare ogni cosa.

Il fumettista è un osservatore silenzioso, uno stalker discreto,  un lurker che legge la linea della vita di quelle due adolescenti irrequiete (Castracani e Motta, nemmeno un nome, come alle medie), quella vita fatta di un trasgressivo nulla che gocciola nella persuasione di dover essere diverse dagli altri diversi.
Come in Trama, gioca con le attese, con l'aspettativa di tragedia del lettore e si diverte a protrarre quell'opera di convincimento di aver svelato il trucco, di poter avvicinarsi alla fine anche in solitaria.
Ma la fine, per quanto non sia una fine, è comunque azzurra. E l'azzurro si sa, qui sulla terra è il colore delle cose di cui non riesci a scorgere il confine, di quelle che arrivano a piegarsi dietro la curva dell'orizzonte.

Comunque, a me ha inevitabilmente ricordato Buzzati. Quel girovagare tra una normalità inconsueta eppure banale, quell'incaponirsi sulle situazioni fremendo nell'attesa della svolta, di un deus ex machina, dell'evento principale di quella trama che si presuppone di conoscere. E poi l'impensabile, la personificazione del surreale, quel momento talmente scostante da qualunque immaginazione da sembrare assolutamente indicato, inevitabile.

Ecco, Le ragazzine non poteva che finire così.

[RECENSIONE]
Strano ma bello.

31.10.13

Il grande Belzoni ovvero Ontico Egitto


[Recensione velocissima che domattina si parte per Lucca e qui è ancora tutto un casino, ma ci tenevo a farla prima di partire.]

Dietro casa mia c'è via G.B. Belzoni.
Ce n'è una in ogni paese qua attorno. A Padova è appena fuori dal centro, dopo il Santo e l'ospedale. L'ho fatta tante volte, ancora adesso. Fila via dritta tra due muri di portici e palazzi, tante copisterie e un kebab buono proprio lì, prima di spegnersi all'entrata del Portello. Nasce e muore a pochi passi dai luoghi più animati della città, eppure è silenziosa, rigida, come se soffrisse quell'irrealizzazione, l'incedere immobile dei suoi confini cercando di protrarsi oltre la linea immaginaria del conosciuto, aspirando a divenire punto d'arrivo senza mai rassegnarsi al suo destino di essere soltanto un tramite.

Ecco, Il grande Belzoni di questo racconta. Dell'avventura inusuale e meravigliosa di un uomo condannato a essere soltanto il tratto centrale di un percorso, un ponte maestoso che collega epoche differenti senza mai essere punto cruciale del loro dipanarsi.

Una storia genuina, di quelle di una volta.
Ed è proprio questa l'impressione da cui si viene subito colti aprendo l'albo, pare proprio che provenga da un altro tempo, coi suoi disegni puliti, l'impostazione classica, una regia mai invasiva, che ti avvolge immediatamente e ti trasporta all'interno delle ambientazioni raffinate e inebrianti come spezie esotiche.

Il lavoro di Walter Venturi  è puntiglioso e accurato. Il tratto rassicurante e dosato ti trattiene all'interno della storia anche in quei passaggi che sembrano più incredibili, permettendo di mantenere sempre costante la sensazione di trovarsi di fronte a un racconto rigorosamente storico.

E nella Storia, quella con la esse maiuscola, ti conduce questo romanzo. Spingendosi come una feluca sul Nilo alla scoperta di un personaggio prodigioso, un eroe d'altri tempi, di quelli che nei fumetti ormai non s'incontrano più: figuriamoci nella realtà!

Detto tra me e me, non mi sarebbe dispiaciuto avere ancora più dramma, soprattutto nella parte conclusiva dell'esperienza belzoniana. E oh,  ci ho questa inveterata passione per gli sconfitti...

Quindi, in edicola, 272 pagine, 9.50 euro, Walter Venturi, Il grande Belzoni, Sergio Bonelli Editore.

26.10.13

L'indagatore dell'internet


Qualche settimana fa è uscito Orfani.
Chi ha avuto negli ultimi mesi un accesso a internet dovrebbe saperlo.
Al di là di un giudizio di merito sul primo episodio, quel che più mi ha affascinato di questo periodo subito successivo alla pubblicazione sono state le reazioni dell'internet.
Detrattori, osannatori, hater, troll, lurker tutti uniti per analizzare, esprimere, affondare, denigrare, difendere, accusare, profetizzare.

Non so, non dovrei stupirmene eppure trovo curiosa questa urgenza di esternare, con posizioni che spesso hanno il tono della catechizzazione o di una maliziosa arringa da legal thriller.
Mi direte, vabbé anche tu ti sei buttato subito lì a scrivere di cosa ne pensavi. E io vi rispondo, sì, ma io uno scopo ce l'ho. Io scrivo di fumetti quando mi interessa evidenziare la loro componente attrattiva, quel che mi preme è lanciare un'esca perché chi capita qui sia stimolato a leggerli, perché più gente li legge, più i fumetti vivono, più ne producono e così io posso leggerne di più. È bieco opportunismo il mio!

Comunque, tutto questo scrivere è meravigliosamente inquietante. Certe posizioni sono inquietanti.
Davvero. Forse solo perché fatico a capirne lo scopo, il fine ultimo, l'esigenza primordiale che spinge a essere addirittura livorosi, crudeli, disfattisti. Spesso addirittura contro i propri interessi di lettore.
E vale anche il contrario comunque. Le idolatrazioni, gli incensamenti a priori.
Nulla di costruttivo o utile...

Pare che il solo fatto di avere un device collegato a un social network sia requisito sufficiente per la preveggenza.

Così mi sono chiesto, e se all'uscita del primo numero di Dylan Dog ci fosse stato Facebook?
Il Dylan Dog quello tipo il più grande fenomeno editoriale degli ultimi trent'anni...
Pareva 'na roba divertente.
Antropologicamente, dico.



* i refusi sono ovviamente tutti accuratamente inseriti per esigenze di realismo

19.9.13

I kill giants - ovvero tarlo martello


A leggere troppi fumetti può capitare di rischiare di rovinarseli.
Cioè, pur essendo i meccanismi narrativi molteplici e spesso sorprendenti si sa che tendono comunque a ripetersi. Si ripetono i personaggi, si ripetono le storie, le soluzioni, i colpi di scena, i finali.
C'è una bella parola in spagnolo: acostumbrado. Significa, più o meno, abituato, avvezzo, quasi assuefatto.

Ecco, quando leggi un fumetto dopo averne letti tanti ti rendi conto che c'è una parte della tua mente così acostumbrada alla narrazione che tende a fuggire via, a precorrerla.
Un po' come uno scacchista percorre in automatico tutte le soluzioni che siamo in grado di elaborare, le esamina, le soppesa, ne decide la più probabile in base allo scorrere delle vignette, come un algoritmo d'intelligenza artificiale impostato sullo svelamento del trucco. Occhi allenati a vedere i fili.

Che per certi libri 'sta cosa tende proprio a rovinarteli eh, altri invece resistono, ti ingannano, ti sfidano portandoti sul loro terreno, e lì non sai se vincerai, ma la mente è cosa imperterrita e ci prova lo stesso.
Gli altri, quelli che sai dove vogliono andare a parare, quelli che non poteva essere che così, quelli che vabbé si capiva, era ovvio a pagina tre, ecco, questi altri libri che senso hanno? Cosa possono dare al lettore?

Adesso lo capiamo.

I kill giants è un libro bello (dal latino bellu(m) ‘carino’, che deriva dalla contrazione della parola bonolus ‘buono in parte’), dove il continuo smascheramento degli intenti (seppur non volontario) diventa un espediente per arricchire la narrazione, per distogliere la mente da complicate congetture e permetterle di dedicarsi con serenità alla magia delle tavole, alla loro leggera intensità, epicità tascabile.
Perché una delle tante cose che funzionano di questo libro sono proprio i disegni, anzi, probabilmente è la cosa che funziona meglio.

Una storia di formazione permeata del concetto di deformazione, dove il reale è il fine ma non il mezzo.
Barbara, ragazzina asociale di Long Island, irrequieta, irrisolta, irridente. Barbara che si rifugia in un mondo terribile, spaventoso pur di fuggire dal suo mondo spaventoso e terribile.
Un mondo, il primo, in cui i Giganti sono la razza dominante, in cui sono la razza malefica dominante.
Ma in quel mondo lei ha un'arma, nel mondo 1 può difendersi, ad averlo nel mondo 2 uno strumento del genere, il mitico martello Coveleski, ma c'è solo nel mondo 1.
Allora viene facile sovrapporre mondo 1 a mondo 2, e poco importa se i Giganti invaderanno entrambi. Tanto c'è Coveleski!

Ecco, anche se di pagina in pagina diventa sempre più facile capire come funziona, cos'è Coveleski, chi sono i giganti, chi è Barbara, la sua famiglia, il suo malessere nei confronti del mondo. Anche se sappiamo come finirà (o quantomeno possiamo intuirlo con un buon margine probabilistico), la lettura riesce a mantenersi sempre avvincente, mediamente emozionante, visivamente stimolante.

Ché, a voler proprio andare a cercare una pecca, quello che non risulta perfettamente a fuoco nella storia è quel senso di tragicità che la permea senza soluzione di continuità. Cioè, dei siparietti leggeri ci sarebbero anche, ma difettano sia di comicità che di ironia rimanendo delle scene vuote, senza un effettivo riscontro emotivo. (che ad andare in fondo al libro e a leggere le vignette umoristiche sull'ideazione della storia realizzate dagli autori, si capisce anche come mai. Che non ce n'è una che faccia quantomeno sorridere, insomma, non era il loro ambito...)

Quindi, abbiamo un racconto abbastanza prevedibile, di quelli che non poteva essere che così, che vabbé si capiva, che era ovvio a pagina tre, eppure abbiamo un racconto che funziona. Perché? Perché è scritto bene e disegnato meglio, perché anche se non sa sorprenderti riesce comunque a meravigliarti, perché a volte un viaggio è speciale non per la meta ma per chi ti accompagna lungo il percorso.
Ecco, Joe Kelly e JM Ken Niimura sono degli ottimi compagni di viaggio.


12.9.13

La pazienza del destino - ovvero all'arme a Hollywood


Ci sono certe storie che arrancano. Ti trascinano lungo salite sfiancanti, addirittura vie ferrate in cui devi premurarti a ogni passo di avere almeno un moschettone agganciato al cavo. Sono storie che rischi di perdere, vuoi per spossatezza o vuoi per noia. Sentieri dal passo incerto, su cui il proseguire diventa un evento dubbioso, uno sforzo di volontà.

Questa non è così, lo dico subito. Anche se, almeno fino a metà, tutti gli elementi che potrebbero ridurla a quello si affacciano in dosi variabili sparsi tra le pagine, accentuando di volta in volta un attrito che rimane però sempre al limite.

(Non impazzisco per i disegni di Freghieri e questo non mi ha aiutato, lo ammetto. Ma è una cosa che mi porto dietro da Frankestein! o Armageddon! [che chissà come mai gli danno da disegnare tutti i titoli col punto esclamativo!] Comunque Freghieri c'ha regalato la Diana con tre mani in Ultima fermata: l'incubo! [punto esclamativo] e per questo gli vorrò sempre bene
)

Ci vuole pazienza.
Come quando aspetti l'alba, ché il sole necessita dei suoi tempi per sorgere e a volte le tende della notte sono panni pesanti da sollevare. Ci vuole pazienza, sopportare il buio per poi vivere un estasi che si consuma in un istante. Pazienza.

È che Paola Barbato confeziona una storia che è come quei vecchi giocatori di scacchi nei parchi. Quelli che preparano la scacchiera in modo meticoloso, dispongono i pezzi lentamente, uno alla volta seguendo un ordine studiato. Ragionando su quale pedina possa meritarsi una determinata casa, misurandone la posizione per cercare il centro perfetto di ogni casella, il baricentro che permetta l'equilibrio perfetto di quella disposizone iniziale, come se ogni figura dovesse rimanere lì per sempre.
E tu sei lì che guardi, che aspetti impaziente, che reclami il gioco, il movimento, la partita. E non comprendi che state già giocando, che quella monotona preparazione è già movimento, già strategia, partita.

Va così. Che quel che sembra l'inizio altro non è che la fine. E il vecchio apre. Apertura del barbiere. E in poche mosse è già matto. Ti ha fregato.
Ecco, questa storia è questo, si prepara lentamente, dispone i suoi pezzi e in poche mosse ti frega.

Personaggi stereotipati da hard boiled, e lo dico in senso positivo, una Hollywood in cui nessuno è buono, non ci sono personaggi positivi in scena, quelli esistono solo nei ricordi, fotografie, flashback.
Il presente è costruito invece su ombre e penombre, su un protagonista che recita la sua spietata ambiguità, riproponendo in un racconto solido e onesto un vecchio inciso: che non c'è redenzione per nessuno.

Copertina meravigliosa di Di Gennaro, ma che ve lo dico a fare?


18.7.13

Long Wei 2 - che bel caratterismo


Se c'è una cosa che mi succede spesso in questo periodo, troppo spesso, è di uscire dal cinema lamentandomi del fatto che i personaggi non avessero spessore, e sono monodimensionali, e sono caratterizzati male, e quantomeno avrebbero potuto metterci una figa... (sì, ho visto Man of Steel, sì ho visto Pacific Rim, vabbé, è colpa mia...)

Ecco, una delle cose che già si intuivano nel primo numero, e che mi è stata confermata da questo secondo, è che i personaggi di Long Wei, protagonisti o comparse che siano, hanno il grosso merito di essere fortemente caratterizzati. Rappresentati a tutto tondo in tre, forse quattro, dimensioni. E soprattutto questa caratterizzazione, quest'anima che è stata loro insufflata, beh, funziona, è credibile nel contesto, divertente nel senso più ampio del termine, azzeccata.

Che poi, il grosso merito mica è dei personaggi, ma di chi se li è inventati.

Fatto sta che anche in questo secondo episodio succedono cose, ci si mena con e senza kung fu, l'eroe fa l'eroe, i cattivi fanno i cattivi, quelli molto più cattivi dei cattivi fanno i molto più cattivi, si avanza in verticale e in orizzontale, e, cosa non sempre così ovvia, ci si diverte. A mio avviso parecchio.

Cioè, di mio sono lieto che questa miniserie se ne sia uscita adesso, in estate, col cervello in modalità estiva: perché ci sta, è proprio quel che ci voleva, come una fetta di anguria o il ventilatore.
Anzi, proprio per quel discorso sui personaggi così ben caratterizzati, beh, ci aggiunge anche qualcosa di più, tipo l'ombrellone e quella brezza perfetta da fine giornata.

E' un numero veloce, che fila via che manco te ne accorgi. I dinamici disegni di Gianluca Maconi fanno a gara con quelli del primo numero, in positivo intendo. Con quel quasi realismo che, oh, a me trasmette l'atmosfera giusta per una storia del genere.

Copertina di LRNZ che lèvate...

Ecco, e pensare che stavolta mi ero quasi convinto di voler fare una disamina seria. Ma alla fine perché?
Cioè, se vi dico leggetelo che vi farà passare un quarto d'ora di contentezza, non vi basta?

(ah, la stampa e quelle cose lì, che pare che tutti a casa c'abbiano i fumetti in carta Amalfitana grammatura 300, mentre io sono l'unico pezzente che si legge quel che capita e che gli sbavano i neri perfino ai Dylan Dog. Tendenzialmente la stampa è in linea col precedente, la carta stavolta è bianca, un passo avanti rispetto al giallino. Però, sul primo numero non c'era la cordonatura, adesso c'è. Insomma, pare che un riscontro alle critiche mosse ci sia stato. Che ci stiano lavorando. (che per me può anche rimanere così, tra l'altro...))

Bon, basta.

14.7.13

Nobody - ovvero Partito Pirata


Quando avevo quindici anni ero un disadattato.
Essenzialmente come adesso, ma con meno malizia, meno esperienza della vita, meno dissimulazione.
E così, in questa mia disattitudine, istintivamente scavavo una nicchia dentro cui esporre i miei distinguo, la mia necessaria difformità. Leggevo.
Con il gusto di leggere, non c'è dubbio, ma impelagandomi spesso in certi titoli da esporre sul petto come medaglie al valore. L'Ulisse, L'uomo senza qualità. Horcynus Orca, L'arcobaleno della gravità. Tutto un bestiario di classici della complicazione, romanzi irrisolti, spesso per lunghi tratti incomprensibilii, quantomeno a me.
Eppure non era semplicemente l'ardore di una vanità atavica a muovermi, no, c'era un gusto particolare nel perdersi in quelle pagine. Le disincantate disgressioni di Joyce, i periodo perfetti di Musil, gli sfrontati cambi di ritmo di Pynchon.

Però, a doverne parlare, ad averne parlato quand'è capitato, non sono mai riuscito ad andare oltre una flebile riproposizione, un citazionismo smemorato dalle buone intenzioni ma con povere intuizioni.

Quando avevo quindici anni mi masturbavo spesso. Non solo più di adesso, ma con uno spirito differente.
Immaginavo, questo sì, nello stesso modo convulso, ma non mi aggrappavo mai a una storia a cui essere fedeli. Cioè, il presupposto in realtà era proprio quello, ma nell'incedere delle fantasie era la presenza di questa o quella figura a prendere il sopravvento.
Non diventava più una questione del come ma del chi. Con le facce che si alternavano fino a un turn-over compulsivo, come a dover calibrare ogni volta in base alla sensazione di quel preciso istante, ricercando ogni immagine con dovizia, eppure con la foga di voler includere nella solitudine di quel lasso di tempo una qualunque delle situazioni che componevano il mio immaginario.

Ecco. Io quando l'ho letto ho pensato che questo Nobody fosse così. Come quando mi masturbavo a qundici anni.
Che, e non vorrei che si capisse il contrario, non è un giudizio negativo, anzi al tempo era la cosa migliore che avevo.
Solo che, e qui mi sale la consapevolezza di essere stato rovinato dai miei trentasette anni, l'impressione è che in questo caso sia la storia a essere funzionale alle citazioni invece che il contrario. Cioè, sono le citazioni che contengono la storia e non viceversa.

Nobody è una narrazione onirica, poetica, densa di Omero, Joyce, Verne, Stevenson, Conrad, Bergman, Salgari, Melville (e altri e altri ancora) ... Anzi, più che densa in alcuni passaggi è proprio appicicaticcia di tutto questo pregresso, di tutte queste fonti.
Cioè, per dire, tutt'a un tratto appare Yanez, nello stesso modo in cui al tempo io citavo Molly Bloom, con la stessa effimera funzionalità con cui per un istante m'immaginavo le tette di una mia compagna di classe.
Lì, buttato nella mischia con l'unico scopo di essere sostituito. Di lasciarsi trascinare dalla marea dei vinti, di nuovo, come in un loop variegato ma senza soluzione di continuità.

È una storia che sogna più che far sognare, con un protagonista che cavalca la propria palla di cannone da Barone di Munchhausen e lentamente ci disillude. Come un ascesa verso la realtà che si blocca ogni tanto per le pause di decompressione.
Raccontata con amore da un Alessandro Bilotta in delirante forma e disegnata da un riuscitissimo Pietro Vitrano.

È un bell'albo? Sì, seppur parecchio lontano da ciò che almeno io mi aspettavo. È una bella storia? A me non è piaciuta, ma il mio è sempre un giudizio che vale poco anche per me. Una racconto che è partito pirata ed è arrivato ben oltre. Oltre il fumetto stesso, probabilmente.

È una storia che probabilmente rileggerò quando ne avrò bisogno, quando l'estate sarà finita e ci sarà meno luce. Ecco, forse è solo una storia da meno luce.




26.5.13

L'intervista di Manuele Fior - ovvero chi c'è in ascolto?


Prima di mettermi a scrivere de L'intervista sono andato a rileggermi la recensione di 5000 chilometri al secondo (che poi, le chiamo recensioni per comodità. Recensire un'opera è una truffa bella e buona: o si esprime un giudizio in base ai propri gusti, o si effettua un'analisi in base a parametri precodificati. In entrambi i casi qualsiasi risultato estrapolato è nel complesso menzognero. Nel primo caso perché squisitamente soggettivo, nel secondo perché insensibile all'azione rivoluzionaria che un'opera d'arte rischia di generare nei confronti appunto dei parametri utilizzati per giudicarla. Quindi, facciamo che da oggi in poi scriverò degli 'inviti alla lettura', e siamo tutti più a posto con noi stessi).

Dicevo, mi sono riletto la rec  il vecchio post perché mi ricordavo di quanto mi avesse impressionato l'utilizzo meticoloso dei colori per scandire le diverse parti del racconto.
Quindi, con la sicumera degli stolti (e di quelli che non cercano mai prima in internet) ho aperto il libro per perdermi in quel caleidoscopio pigmentato  e che ti trovo? Notte. Fumo. Carbone. China.
Null'altro.
Solo fuliggine soffiata su fogli porosi.

Ed è il disegno stavolta lo strumento graduato con cui si misura la profondità di osservazione, la distanza a cui si pone l'autore nei confronti dell'intimità dei personaggi.
Più il tratto diventa nitido, le sfumature calibrate, i volti sicuri, e più ci si avventura tra le pieghe maggiormente sensibili dell'animo dei protagonisti, le loro debolezze meno raccontate.

E poi arrivano gli alieni.

Sì.
Perché siamo nel 2048 nel Nord-Est di un'Italia dis-unificata. E a modo suo questo è un libro di fantascienza.
Ma è soprattutto il libro di  Raniero, psicologo cinquantenne in crisi con la moglie e con la vita.
Ed è il libro di Dora, la ragazzina che gli spiegherà lei e il nuovo mondo.

Ecco, sul filo teso tra questi due personaggi scorre tutta la storia. Con la delicatezza di un funambolo, lentamente, ragionando su ogni passaggio, ogni incedere lieve.
Una storia che racconta di generazioni che si accavallano, smarrite in un'incomunicabilità fatta di anni e convinzioni, una storia che racconta di due persone lontane che si trovano, s'innamorano delle proprie distanze, si cercano dopo essersi trovate, si amano forse, di un amore vecchio, di quelli che nel 2048 potrebbero non esistere più.

È una storia da ascoltare. Per lunghi tratti silenziosa, sussurrata. E quindi a cui prestare ancora più attenzione.
Un libro che si ascolta. Nel fruscio scuro delle pagine.

Così.

E poi gli alieni.
Perché in fondo detta così non è altro che Storia: generazioni che si accusano di essere in errore, genitori e figli a desistere d'incompresione. Ma stavolta forse no.
Forse i giovani della Nuova Convenzione riusciranno a dare un senso ai loro rapporti poliamorosi, e Dora riuscirà a dimostrare che la telepatia è il modo migliore di conoscere le persone, e Raniero sceglierà finalmente di vivere, e tutti gli altri, a naso in su a chiedersi cosa cambierà d'ora in poi in quel mondo futuro così simile a tutti i mondi passati.
Gli alieni. Come fuliggine. Che entra nei polmoni, nelle ossa, che sporca la pelle e al tempo stesso pulisce, lava, rinnova...

E noi ad ascoltare.

(Ah, non ho mai citato l'autore. Manuele Fior. Quello che ha osservato la storia per noi che l'abbiamo ascoltata. Quello che ha rubato i gesti più comuni, intimi, per sfumare di vero ogni vignetta. Quello che ha disegnato la notte e delicatamente l'ha illuminata per mostrarci come va a finire. E gli alieni.)


31.3.13

Resort


Sono ancora in tempo per la santissima Pasqua, vero?

Comunque, lezione di storia dell'arte: da quando è stata inventata la scrittura si è sempre cercato di utilizzarla per rendere i quadri più avvincenti e comprensibili.
Purtroppo, dato l'alto tasso di analfabetismo, aggiungere parole che pochi sarebbero stato in grado di leggere veniva ritenuto disturbante. Succede quindi che ai quadri cosiddetti "muti", veniva spesso abbinato uno schema in materiale trasparente (in genere una struttura tessuta in filo di seta finissimo) dove comparivano dei primordiali fumetti e che veniva sovrapposto al quadro stesso per creare un effetto simile a quello dei lucidi.

Pescando negli archivi dei vari musei sono riuscito quindi a ricomporre la versione per alfabetizzati di famose rappresentazioni della resurrezione di Cristo.

È stato un lavoraccio.

E in più nell'uovo ho trovato un regalo da femmine.











26.2.13

Blorch. ovvero Cronaca di una morte a nunchaku


A volerla fare proprio breve breve potreste anche leggervi questa qui, ché insomma, di quello in fondo si parla.
Libretto rosso tipo Adelphi, disegnetti neri di omini malfatti: gli Scarabocchi di Maicol&Mirco.

Ciò nonostante, pur rimanendo nella continuità del precedente Blam., questo Blorch. (si legge lorch che la B è muta) raccoglie il testimone del precursore solo per riutilizzarlo in modo scomposto, come quelle scimmie che usano un telescopio per aprire noci di cocco, o le melanzane che nascono dalle piante di pomodoro.


Se in Blam. il filo conduttore era la morte di morte violenta, meglio se di pistola, in Blorch. la canna della stessa pistola viene utilizzata come microscopio per scandagliare le profondità e le superficialità dell'animo umano, svelando ciò che al nudo occhio di un perdonante buonismo spesso sfugge.

Scemata l'estatica euforia che contraddistingueva i drastici omicidi/suicidi, Maicol&Mirco si cimenta(no) nella crudele arte del giudizio.
Più Mirco, forse.
Perché guardare non gli basta più, non è più sufficiente la spietata fotografia di un momento, la nonchalance dell'osservatore casuale di fronte all'incidente sull'altra corsia.
No, l'evoluzione è nell'espressione di una valutazione. Non più folla gaudente ma giudice austero e incorruttibile di fronte alla più severa delle leggi: la verità di ciò che siamo, sotto le maschere dell'apparire, giù in fondo, dietro all'anima, ai pensieri repressi, a quelli che addirittura non pensiamo, aborti.

E il gioco stavolta è proprio nell'esprimere un giudizio (pietoso forse) su quell'interiorità, quel mescolarsi di sensazioni che nascondiamo in barattoli di psiche, anima, cuore, anche a noi stessi, ma che a volerlo tirar fuori spesso altro non è che un ammasso di vomito.

Ecco, in questo libro si dà il voto a quel vomito.
Come a Miss Italia ma con più risate.

Che poi, a Bologna sotto una tormenta di neve che sembrava di essere Jack London (e non a caso, dato che "La peste scarlatta" è proprio il soprannome con cui scherzosamente chiamo gli Scarabocchi di Maicol&Mirco quando ci penso tra me e me), dicevo, sotto la tormenta ho comprato il libricino.
Lo giro. Leggo. (lo giro in quarta di copertina dico, non sottosopra che pare che legga i messaggi satanici al contrario).
E in quarta di copertina c'è








Naturalmente ho subito sentito il mio avvocato, ma pare che non ci si possa fare niente, ha detto 'na roba tipo libertà di stampa, carta dei diritti, insomma cose che credevo esistessero solo nei telefilm americani.

Vabbé, la prossima volta ne scriverò male. Colpa mia.

Comunque, se proprio ne avessero bisogno, ci metto un'altra frasetta a gratis da usare nel prossimo libro.

"Maccianghero e libetrico all'unisono. Ma senza mai sbaiaffare."

17.2.13

Il lato oscuro della luna - ovvero Sartre nel buio


[AVVERTENZA: Avevo scritto questo post stamattina, non era neanche male. Poi blogger me l'ha cancellato. Giuro. Stavo facendo colazione e l'ha cancellato. Lo riscrivo ma non sarà mai più niente come prima.]

L'ideale sarebbe non parlare di questa storia.
Probabilmente sarebbe l'unico modo di rispettare l'intimità solenne in cui è stata tratteggiata.
Perché, e soprattutto, è una storia che si adatta fin troppo alle ipotesi più disparate, ognuna abbarbicata nell'incavo della sensibilità personale, e suggerisce più che raccontare, indica.

Lo dico subito, non è la storia  che stavo cercando.
Non mi capita spesso di cercare storie,  mi abbandono a quel che c'è e mi va bene.
È che stavolta ero già un po' perso di mio nel magazzino dove tengo in maniera confusa le sensazioni.

Sarà stata quella frase dal silenzio dello spazio, una minaccia senza volto... 

E io ero già in quella stanza immersa in una penombra buia, sempre. Fredda di marmo e tappeti. Sei, forse sette anni. Fantascienza cartonata edizioni SAIE, pagine ingiallite, umidità di carta porosa.


Lo presentavano così:
Lloyd ha coronato il sogno della sua infanzia: è un astronauta ed è in viaggio verso la Luna… Ma, all’improvviso, l’avventura diviene incubo. Com’è possibile che i suoi compagni siano spariti senza lasciare traccia? Perché la sua mente è assediata da dolorosi ricordi? Forse le risposte sono nascoste su quel freddo satellite, attendono nell’ombra eterna del suo… lato oscuro.

No, non è fantascienza.
Ma no come quelli che fanno i fighi e dicono che Star Wars non è fantascienza è un western.
Questa è un'altra cosa.

E infatti non vorrei parlarne. Forse dico qualcosa, forse dopo.
Prima però vorrei soffermarmi su un aspetto, che pare niente eppure dovrebbe essere di un'importanza clamorosa.
Mentre leggevo, questa storia che non mi aspettavo e che non aspettavo, mi è capitato più di una volta di fermarmi, ritornare alla pagina di copertina, guardare il prezzo anche, e rendermi conto di ciò che avevo in mano, del fatto che l'avevo preso in edicola tra Unità Speciale e le Winx.
Che a essere distratti ci si sarebbe probabilmente attesi, per qualità artistica, narrativa, umana, altra fattura, altri loghi, altri luoghi.

E forse, tra tutti i numeri già usciti, questo è quello più sorprendente.

No, non è fantascienza, è scienza.
A ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria.
L'ascesa del protagonista verso la luna si contrappone alla sua discesa, uno sprofondare doloroso nei meandri di sé stesso.
Crudele, allucinante, ineffabile.

Ecco, filosofia più che scienza a dire il vero.
Esistenzialismo, nichilismo, più Nietzsche che Asimov, più 2001 Odissea nello Spazio che Star Trek.
Il lato oscuro della luna è quello dei Pink Floyd, quello dove Astolfo cerca il senno di Orlando, quello dove il protagonista si ritrova. Oppure si perde.

Follia, senno, smarrimento.

E un percorso, da intuire più che da seguire.
Per questo non ne parlerei, per non violare l'intimità propria di chi legge, per non ricalpestare impronte che meritano di rimanere assolute. Come sulla luna.

Ecco. 3,50 euro. In edicola. Alessandro Bilotta e Matteo Mosca.
Bravi.

Nient'altro.



24.1.13

Spremi



Dice, ma questo non era un blog che parlava anche di fumetti? Tipo che ogni tanto si passava di qui, c'era qualche recensione di quelle che non si capiva un cazzo ma almeno c'era la foto del libro e uno se voleva se lo comprava, tipo che magari non era neanche interessante quel che scrivevi ma almeno c'era, insomma se lo cercavi con google arrivati a pagina trenta forse saltava anche fuori, no?
Ma hai smesso di leggerli?

Dico, macché ne leggo che son sempre in mezzo ai maroni che ogni volta che ti alzi casca un fumetto da qualche parte che pare the butterfly effect però ristretto in tre stanze e due gatti.
E comunque fatti i cazzi tuoi, che qui scrivo di quel che mi pare che mica siamo su Comicus che non è mai morto nessuno qua, a differenza, e non ho mai minacciato nessuno di rigargli la portiera della macchina. Con le lenti degli occhiali. Suoi. Mentre li indossa. Ecco, finora non l'ho fatto.

Dice, vabbé oh, senza neanche che ti scaldi tanto che era solo un pò di curiosità (po' dico io, con l'apostrofo e lui dice con l'apostrofo viene pó con la o chiusa e io dico guarda che mica si sta parlando di fonetica ma di grammatica e lui drammatica? e lì è stato che si è rigata la portiera. Io non ho visto niente ché i miei occhiali ce li aveva lui) e lui dice che c'avevi anche promesso i premi e le classifiche come nei siti seri, con le fontane a forma di trilobite che zampillano estathé e il chinotto gratis. E in più avevi detto che c'erano le vallette fighe, fighe, FIGHE (no niente, questa l'ho ripetuta per i motori di ricerca).

Dico, ma tanto io parlo solo dei fumetti che mi piacciono che di quelli che non mi piacciono che cazzo me ne frega di mettermi a fare la disamina che questo si poteva fare così e il colpo di scena che non colpiva e la sospensione di incredulità che si sospendeva e guarda che naso gli ha fatto qui pare Pinocchio (era il fumetto di Pinocchio, capita a tutti di confondersi...)

Dice non è vero, hai parlato anche di Darwin.

Vabbé, hai rotto il cazzo. Dico.
Sweet Salgari di Bacilieri, Gli scarabocchi di Maicol e Mirco, Un polpo alla gola di Zerocalcare.

Allora dice, ah ho capito, allora quelli di cui non hai parlato ti han fatto da cagare.

Mi rimetto gli occhiali. Quel che resta.
Semplice di Stefano Simeone, Full Monti di Makkox, Asso di Roberto Recchioni ma più la parte non di Roberto Recchioni, Legion75 dei fratelli Riccio, Metamorphosis di Giacomo Bevilacqua corri che è ancora in edicola che ne sono usciti solo due e ne manca uno ma merita davvero e mi sarebbe piaciuto scriverne ma vabbé, Orrore tra gli Amish di Diego Cajelli, un Martin Mystère che proprio non mi ricordo il titolo ma era davvero bello, Shangai Devil di Gianfranco Manfredi che accelera sempre più, il numero 3 di Mytico quello del minotauro di Matteo Casali e Maurizio Rosenzweig e Mytico è si è concluso col 38 e mi sarebbe piaciuto parlarne ma vabbé, Lilith - Il mondo fluttuante di Luca Enoch, Allen dopo aver visto Prometheus, uno di Nirvana di sicuro, l'ultimo John Doe nel senso proprio di ultimo.

Dice, con un filo di voce, ma il meglio?

Mi rimetto gli occhiali. Di nuovo. Pulisco il sangue prima, che non siamo mica dei selvaggi.
Guarda, per me il fumetto che proprio mi ha dato di più quest'anno è questo


Dampyr 152 RITORNO A SHEFFIELD di Mauro Boselli e Fabio Bartolini.

Lo so, è un albo di una serie, lo so, se non hai letto quelli prima e non conosci i personaggi non ci capisci niente, lo so la copertina è proprio brutta. Ma è una storia che ha tutto e ce l'ha in modo armonico, romantico, equilibrato.
Non ci sono i vampiri ma vabbé, sarà mica obbligatorio c'erano anche dei Dylan Dog senza mostri che erano belli no? (Dylan Dog è un fumetto di quand'ero giovane che adesso credo non facciano più).
Comunque, c'è un amore che va oltre, un'amicizia che resiste, rabbia, odio, ossessione, rassegnazione, tenerezza, pietà, sorpresa, inseguimenti, morti ammazzati... Insomma, di roba ce n'è. Mai troppa, sempre con la giusta misura di tutto. 
E poi ci sono fili che si tagliano, fila che si tirano, epiloghi, prologhi, fini.

Dice, tanto rompere il cazzo e poi ti è piaciuto il giornaletto dell'edicola col numero 152 che son tutti uguali e manco ci sono i vampiri che è un fumetto di vampiri.

Dico, guarda che questo è un blog democratico: potete andarvene a fare in culo tutti!

E lì ridiamo insieme...

19.11.12

Un polpo alla gola ovvero zero ricalcare


Chi ha la mia età se lo ricorda.
Vorrei dire che sembra ieri, ma non lo è. E non lo sembra, no.
Però ritorna ai pensieri con quel brivido che solo il ricordo di una sensazione sa destare.

Primi anni novanta, ne parlavano tutti.
Ne parlavano i giornali, le tv, i ragazzini incancreniti sui videogiochi al bar, le mamme, ne parlavano le mamme, e noi.

Noi ne parlavamo con quella luce negli occhi che solo la fiamma della passione ha la capacità accendere.

Io ero uno di quelli che non ne aveva mai preso uno. Inverno 1991.
Inverno/inferno, si è iniziato a scherzare così da quel giorno.

Insomma, a un certo punto della tua vita capita che arriva qualcuno che parla con te con un linguaggio che nessuno aveva mai utilizzato.
Ti dice le tue cose, quello che sei, quello che vorresti e non sai, che potresti e non sei.
Tu sei lì, perso nel mondo come tutti, in cerca di un significato per troppe cose, lo stesso significato per tutte le cose, ecco, sei lì e arriva uno che fa fumetti e ti affascina.

Ti affascina perché lo senti che in mezzo a tutto quell'aggrovigliarsi di chine nere sta parlando di sé. E non è finzione, no, perché lo percepisci quando le cose sono vere. Parla di sé, di quel che non va, di quel che sente che non va, e pare che ti stia dicendo che lo sa, lo sa che anche tu che sei lì con quelle pagine sporche tra le mani senti quelle cose e ti ci ritrovi. Capisci qual è il messaggio velato tra le vignette e ti coccoli in quel tuo farne parte, e partecipi anche tu a quel gioco di autopsicanalizzazione, consumi le tue angosce leggendo così come chi ha scritto ha consumato le sue.

O forse erano loro, le angosce, a consumare entrambi. Non lo so.

So che c'era quella poesia che mi accompagnava, il gusto accogliente delle citazioni, dei rimandi.
Il riferimento al conosciuto per palesare gli aspetti più indecifrabili dell'inconscio, della realtà, dell'irrealtà addirittura.

Sembrava tutto facile quando ho deciso di scrivere questo pezzo, e invece mi ritrovo qui impantanato su una strada percorsa troppi anni fa.

È che quegli elementi, insomma, quegli elementi io (e ne parlo con gli occhi di uno che stavolta non ce l'ha quella fiamma) in Zerocalcare li ho ritrovati.

Perché se mi guardo intorno, anzi se mi guardo indietro, l'impressione è proprio che fino a oggi da quel Dylan Dog, da quell'illuminato Tiziano Sclavi, da quei racconti accoglienti e plebiscitari, non ci sia stato nulla di simile se non questo Zerocalcare.

Contesto differente, fumetto differente, poetica differente, eppure risultato simile.

(ho anche cercato in giro per l'internet se qualcuno avesse già fatto questo parallellismo, ma pare che no. Forse sono stupido.)

E la cosa che fa più specie, non so se da un certo punto di vista faccia tristezza ma fa specie,  è che probabilmente il target è rimasto lo stesso.
E il merito di Michele Reich (si chiama così) è stato quello di aver travolto con l'onda del suo Un polpo alla gola anche quei ragazzini del '91 (ora più che trentenni) rimasti immuni all'esplosione dylandoghiana ma soccombuti al fumetto grazie all'opera del fumettista romano.

In questi casi si dice fenomeno. E lo è.

Potrei parlarne del libro, sì.
Ma perché?

Serve davvero la recensione del libro di un autore che in questo istante è posizionato qui?
Da notare che al quarto c'è anche l'armadillo!

Un polpo alla gola non ha bisogno di altre parole, è un'opera con cui Zerocalcare ha dimostrato di saper raccontare, di essere ben di più del giochino ammiccante dei personaggi amarcord e della storiella isolata.

Già, La profezia dell'armadillo l'avevo tenuta lì, nel purgatorio delle decisioni, rimandando il giudizio, procrastinando come solo noi trentenni sappiamo fare, deresponsabilizzandoci perfino da noi stessi. Non ero convinto del tutto, avrebbe potuto adagiarsi su quel modus operandi, sarebbe potuto ritornare sulla scena del delitto, magari gli sarebbe venuto bene copiare da sé stesso.

Invece no, mi ha sorpreso.

Ecco, niente. Compratelo.




9.11.12

ASSO ovvero un cazzo di tutti


[Premessa: questo post non terrà conto del fatto che ogni volta che mi è capitato di salutare l'autore non mi ha mai riconosciuto e mi ha sempre guardato con l'espressione da ma chi te s'incula?
A fronte di ciò, il mio rapporto con lui è scandito dal fatto che io sono quello di qualcosa.
Quello del corso di sceneggiatura, quello di quella storia su Gesù, quello della recensione dell'ultimo John Doe. Quello di Gardaland. Quello di Gardaland funziona benissimo, la potenza del Raptor. (Il prossimo anno mi presento con le tette!)]


In realtà avrei voluto intitolare questo post Per aspera ad Asso, ma le cose (si sa) non vanno mai come te l'aspetti. Nemmeno quando sei tu a deciderle.

Pare strano, ma questo libro parla anche un po' di questo.

Però ci stava, in effetti. Per aspera ad Asso. Il racconto di come, attraverso gli ostacoli, Asso sia diventato ciò che è.
Oppure no, forse il racconto di quali ostacoli abbia incontrato Asso a causa di ciò che è.
Meglio ancora, il come Asso sia diventato un ostacolo per il solo fatto di essere.

Ecco, sì, ora capisco perché l'ho cambiato.

Asso è (non so se si possa dire davvero, ma a un certo punto si capisce questo) l'alter ego a fumetti di Roberto Recchioni aka RRobe aka l'autoproclamatasi rockstar del fumetto italiano aka quello di John Doe aka uno che tutto puoi dirgli ma non che non sappia come si fa un fumetto.

Ora, se mi trovassi a dover leggere un post che già a riga dodici inizia a scomodare Heidegger o Sartre per arrovellarsi su come sia possibile scindere l'opera dall'autore e da quali influenze dovrebbe ripararsi il lettore per acquisire una visione oggettiva dell'opera e bla bla bla, ecco, sarei già saltato all'ultima riga.

Per comodità ho quindi deciso di inserire qui l'ultima riga del post (che si prevede lungo):
leggetelo!

No, niente filosofia: anch'io ho fatto ragioneria.
Ma l'idea che ci siano due modi di leggere - o meglio due situazioni per leggere - questo fumetto non è ancora scemata.
La verità è che, più che autobiografico, Asso è un libro onanistico.

Il fine della raccolta appare quantomeno masturbatorio (e questo non lo discosta molto da una certa tendenza del fumetto moderno), si chiudono gli occhi e si ripercorre una memoria inventata eppure densa di elementi del vissuto.

Credo ci siano due modi di porsi di fronte a quest'opera. La differenza la fa il grado di penetrazione delle nostre conoscenze rispetto al Recchioni personaggio pubblico (cioè, scindila tu l'opera dall'autore...).

Per chi lo ha scoperto nei fumetti, letto nel blog, ascoltato alle conferenze, seguito su facebook, followerato su twitter, incontrato alle manifestazioni, chi ne conosce la storia, le cadute, la malattia, il protagonismo e altre e ancora altre varie ed eventuali  (che quando non è impegnato a morire è dappertutto 'sto qua), il rischio è che le storie (che per buona parte, in modo sparso, quei chi avevano già letto) arrivino usurate, logore dal troppo parlarsi addosso, isolate da un contesto estremamente più ampio.
E l'impressione è che questo derivi non tanto dalla ripetitività del fumetto in sé, ma più che altro dal fatto che la stessa versione di quella sua esistenza (fallibile e appassionante, sia ben chiaro) sia stata perpetuata troppe volte e da troppe direzioni e media differenti.

Il tutto funziona (perché funziona) per il semplice fatto che Recchioni questo lo sa.
Incolla i pezzi dei propri limiti (artistici) sulle vignette di un diario poco segreto e dispone accanto a ognuna le critiche e i giudizi più crudi che riesce a carpire dai pensieri del pubblico futuro.
Un meta-fumetto al contrario, in cui non è il disegno a fingere di essere reale ma la realtà che finge di essere disegno.

Ah, poi ci sono gli altri (sì, esistono persone che non ti conoscono, Roberto), per loro è diverso.
Si trovano tra le mani un patchwork disomogeneo di dolore, arroganza, sesso, malattia, ineluttabilità, bushido e pornografia, ne percepiscono la sofferenza, il percorso. Ad astrarmi (per aspera ad astrarmi), intuisco che possano appassionarsi, venir coinvolte, emozionarsi (qualunque emozione vale) per quel personaggio scorretto, esagerato, sfacciatamente accentratore.
È un romanzo di formazione Asso, essenziale, spoglio. Ma anche di deformazione, di prostituzione dell'immaginario a servire un ego che incontra nella smisuratezza la propria più subdola fragilità.

La verità è che Asso, se esistesse davvero, col suo essere sé e coi suoi modi ti farebbe sentire un cazzo di nessuno. Straborderebbe anche nella tua di personalità, rubandoti la scena anche nei confronti di te stesso. Se esistesse.
E sempre se esistesse, si contrapporrebbe a quell'essere un cazzo di nessuno con il suo essere un cazzo di tutti. Come quello degli attori porno. Perché sa concedersi, darsi e farsi dare, puttana forse, forse solo un buco nero che ruba luce per trasformarla nel brivido dell'inesplorato.

Ripasso a Roberto Recchioni, che nel suo percorso artistico e umano ha saputo (o gli è capitato) posizionarsi al crocevia di un numero impressionante di talenti, delle loro vite, delle loro amicizie.
Collettore di individualità a volte geniali in una dimensione filantropica che  addirittura male si addice al personaggio, ma non alla persona.

E matura da questi rapporti quella che, a mio avviso, è la parte davvero empatica di questo volume.

Storie deliziose, divertenti, commoventi, illuminanti. L'arte al servizio dell'amicizia (dell'amore?):
Luca Bertelé, Federico Rossi Edrighi, Mauro Uzzeo, Elisabetta Melaranci  e tutti gli altri.

Alla fine mi sa che ho detto che ho preferito la parte degli omaggi rispetto a quella dell'autore.
Ma mica significa niente. Per me il Kubrick migliore è quello di Eyes Wide Shut, non mi piace il wasabi e non guardo il calcio.
Insomma, c'ho i miei gusti.

È un libro che vale la pena di leggere, dunque: leggetelo!

6.11.12

Blam. di Maicol&Mirco ovvero in sostanza stupefacente



Fare le recensioni dei fumetti è uno sbattimento.
Cioè, già comprarli a Lucca è stato considerato (da un giudice di pace di Livenza, atto n.23615 del 16.05.2008) cito testualmente "un atto in netto contrasto con i principi basilari della Convenzione di Ginevra e deliberatamente pregno del più bieco sadismo etc etc etc..."

Che a star lì di fronte allo stand, con il tizio vestito da Thor che ti appoggia il suo possente Mjöllnir tra le chiappe con cadenzato moto ondulatorio e la ragazzina che vuole a tutti i costi passare tra te e il banco, a sfregio delle sue imponenti ali in piume (apertura 2,5 m) di vero corvo (probabilmente sterminato dall'aviaria), ecco, a star lì col libricino in mano capita spesso che tutta la tua vita ti passi davanti agli occhi come in un libretto di Maicol&Mirco™, rosso, tipo Adelphi. (giuro non farò più periodi così lunghi).

Comunque fare le recensioni è uno sbattimento, l'ho detto, quindi quest'anno ho deciso che userò recensioni fatte da altri prese a caso da internet.
Per parlare di Blam., quindi, eccovi l'estratto copiato citato da uno dei commentatori del blog di RRobe.

Ok, per oggi direi che il nostro dovere l'abbiamo fatto.











Ah, un'ultima cosa lasciatemela dire prima dei saluti: Blam. è un libro eccezionale.

Un condensato di truce meraviglia che gocciola dalle pagine, come se il voltare di ogni foglietto rosso fosse la pressa sotto cui appiattire le proprie contenutezze.

Non vorrei sbilanciarmi che poi cado, ma non mi stupirei se tra qualche giorno si rivelasse il libro migliore che mi sono portato a casa da Lucca.

Perché si ride, tanto. Fino a vergognarsi di aver riso probabilmente. Risollevando lo sguardo per nulla sollevati, ripercorrendo il lampo di quelle storie brevi, essenziali, minime fino allo scuotimento del tuono di inadeguatezza che attraversa gli organi interni arrivando al cervello. Cervelletto, ipotalamo, amigdala. E lì si ferma. A inceppare qualche pensiero come un corpo estraneo, a cercare la paura, di sé, e non trovarla, svelarsi.

Blam. è una raccolta di vignette crude, scorrette, disdicevoli, sconvenienti, coprolaliche e offensive (e questa è la parte in cui ne sto parlando bene), una sequenza di microstorie così spiazzantemente vere da necessitare dei disegni finti, sbagliati, eppure necessari.

Che poi, a cercare bene si scopre che nel mirino della satira stavolta c'è proprio chi legge, e il fucile del giudizio impietoso è puntato verso di noi, sorridenti col nostro librettino rosso in mano, partecipi come tutti dell'ipocrita danza di significati buona solo a sollevare il fastidioso pulviscolo del perbenismo: polvere sottile a coccolare i cancri di una società coattamente adulta.

E in questo contesto Maicol&Mirco sono i bambini che indicano il re, gridando non solo che è nudo ma che si è anche cagato addosso mentre stuprava il proprio figlio seienne.
E proprio come bambini hanno scelto di disegnare, ricercando la feroce sincerità infantile e così facendo ingannare e ingannarsi, sprofondare come tutti nel girone degli ipocriti, delle maschere, della finzione.

Blam. il colpo secco della pistola che pagina dopo pagina uccide le nostre speranze di redenzione, rimaniamo lì, a sanguinare un riso spietato, cinico e malato.

Per fortuna prima o poi moriremo.

BLAM.

(adesso ve ne posto tre, immaginatevele con i disegni normali, non funzionano. È il parossismo, l'estremizzazione, il freakesco che fa la differenza. E quei due birboni [che sono capaci di disegnare bene] lo sanno.)

[potrebbe capitare che non vi piacciano, che vi disturbino, addirittura che vi offendano. Cazzi vostri che io i 10 euro ormai li ho spesi!]








Sì, lo so. Ho detto tre e sono cinque.
Mi sono sbagliato. BLAM.

14.10.12

Il Boia di Parigi - ovvero splendida esecuzione


Raymond Queneau scrisse che la grande storia vera è quella delle invenzioni. Sono le invenzioni quelle che provocano la storia... 

Storia e invenzione. Antipodi che s'incontrano amalgamandosi nel fulcro su cui si appoggiano gli accadimenti, in una leva imperfetta, l'inesatto fluire dei fatti che si calcificano nel duro ossario del tempo.
(no, non l'ho so nemmeno io cosa ho detto. Credo che il senso fosse che Storia e storia sono intrecciate come la doppia elica del DNA e questo le rende materia costituente di ogni attimo)


Parte forse dall'invenzione della ghigliottina questa prima storia de Le Storie (maiuscola minuscola, ancora), il magnanimo apporto di una scienza che subito si ritrae, l'evoluzione della pietà che repentinamente muta il suo senso, da rapida assoluzione a lento spettacolo grandguignolesco.

Oppure parte dall'invenzione di una vita, quella di Charles-Henri Sanson boia di Parigi, figlio e padre di boia passati e futuri. Uomo magnanimo forse, onorevole e ligio, uomo silenzioso che poco lasciò di sé.

Qualcuno disse che chi fa la storia non ha tempo di scriverla, e nell'accavallarsi dei propri drammi interiori Sanson diventa, se non artefice, strumento per la realizzazione di drammi superiori, eterni, storici.

Chi scrive è invece Paola Barbato, decisamente a proprio agio nell'alternanza dei passaggi tra storia e Storia, capace di tracciare il tormento di una personaggio persona irrisolta attraverso la cupezza intima dei pensieri che la assillano e soprattutto nella semplicità morbosa e cadenzata dei gesti.

La sceneggiatrice bresciana propone un raffinato studio della biografia del boia di Parigi, riesce a delineare in pochi passaggi lo spirito e il carattere delle figure storiche protagoniste della Rivoluzione Francese (Danton, Marat, Robespierre [si dicono sempre in quest'ordine, come liberté, égalité, fraternité {che poi, fraternité un cazzo che si sono ammazzati tutti come Caino e Abele, Romolo e Remo, insomma si sono ammazzati tutti come gente che  non era fratella}]).
E con la stessa apparente semplicita riesce a colmare i vuoti di una storia privata lacunosa, apocrifa.
Inventa, crea addirittura gossip, elementi attrattivi, mai irreali eppure sottilmente unici, speciali. Crea la storia laddove la Storia era elemento sovrastante.

Ed è proprio nei punti in cui questo processo viene limitato che il racconto dà l'impressione di essere più debole. Nei vuoti in cui la mano della narratrice lascia quella del lettore, nei salti temporali lievi ma decisi in cui  veniamo abbandonati alla nostra immaginazione, a un processo creativo personale che si attiva in modo incostante, brusco e proprio per questo a tratti disturbante. In fondo siamo il popolo, e il popolo è morboso, vuole vedere.
Pare forse che in questo senso la storia soffra un po' della foliazione, forse qualche pagina in più, o forse no. 

Ecco, a cercare il motivo vero mi sa che non lo trovo, ma un po' il finale ne paga, cosa da poco comunque di fronte all'appassionata bontà del lavoro svolto

Impeccabile invece è il lavoro di un incredibilmente ispirato Giampiero Casertano, i disegni graffiano il foglio crudi e morbidi allo stesso tempo. Ogni tavola è una meraviglia e anche nel confronto con le iconografie dei personaggi storici il pennino del disegnatore risulta quanto mai illuminato.

Quindi, in conclusione, esordio assolutamente positivo per questa nuova collana che statisticamente si rivela allo stato attuale promossa a pieni voti (1/1).

Per tutto quel che riguarda carta, cartoncino, layout, frontespizio, costina, colori, cazzi e smazzi, beh, non me ne frega un cazzo quindi va bene così.

Se vi capita compratelo, che 3,50 euro, a sapere il lavoro che ci sta dietro, sono decisamente meno che giusti.

Fine della Storia storia.

26.7.12

John Doe 22 - ovvero la fine giustifica i mezzi


Ciao,
 se siete arrivati qui cercando su Google 'recensioni John Doe 22', se volevate sapere com'è, se vale la pena spendere quei tre euro, se siete di quelli insomma che per comprare un fumetto si attengono alle indicazioni che altri danno loro e passano più tempo a leggere i forum per sapere cosa leggere piuttosto che leggere i fumetti che quelli del forum dicono loro di non leggere.

Bene, se siete quelli lì siete capitati decisamente male!

Ancora poche righe e qui passeremo direttamente all'ultima pagina dell'ultimo albo dell'ultima stagione di John Doe (a spoilerare, come dite voi giovani).
Quindi, dato che state mendicando un consiglio eccovi il mio: andate in edicola e compratelo!

E' un'ottima storia, una delle migliori che io abbia letto quest'anno (e non parlo solo di John Doe, anzi, non parlo solo di fumetto da edicola) e ai disegni si avvicendano autori talentuosi che, anche quando si sono cimentati solo per poche vignette, hanno svolto un lavoro egregio.
Addirittura la qualità di stampa (vera pecca di quest'ultima stagione) è decisamente di un livello superiore allo standard degli albi più recenti.

Quindi, senza indugio, recatevi all'edicola più vicina e compratelo. Basta, fine dei consigli per gli acquisti.
Ora, se proprio volete rimanere, sappiate che nella prossima riga dirò il finale.


John Doe è un personaggio dei fumetti! Dei fumetti!!!

Forte vero?
A volte mi domando come facciano a pensarle. Secondo me si drogano!
Sì, come i poeti maledetti, o quelli della beat generation.
Artisti...

Questa però in un fumetto dovrebbe essere la premessa, mica può essere il finale: qualcuno sta cercando di ingannarci.

Tentiamo un approccio differente:

Arriva John Doe è un film del 1941 diretto da Frank Capra.
Con il fumetto ha in comune non solo il nome del protagonista ma anche una parte importante della trama:
John Doe non esiste, è un personaggio virtuale, una marionetta mediatica. C'è qualcuno che scrive quel che deve dire e fare, c'è un'entità più o meno occulta che lo usa per arricchirsi, ne sfrutta l'immagine.
A un certo punto però John si rende conto di essere solamente uno strumento nelle mani del potere, il peso dell'inganno è tale da non intravedere nessun'altra forma di liberazione se non il suicidio.

Pare che questo fosse il vero finale, Gary Cooper che se ne frega dei tentativi che fanno i suoi sostenitori per dissuaderlo e si getta da un palazzo.
Pare. In realtà il John Doe del film si lascia convincere.

Ecco, il John Doe del fumetto invece decide che l'unica via che l'eroe può seguire è quella della morte (editoriale).
Il Golden Boy è così, abbiamo imparato a conoscerlo ormai, se c'è una regola lui deve per forza infrangerla.
Dicono che sono i lettori che decretano la sparizione di un fumetto? Bene, lui di questo se ne frega, decide lui quando e come abbandonare!
E poco importa se per farlo dovrà ingannare tutti, scendere a compromessi con il proprio creatore, smettere di essere per conquistare lo status di essere.
John, che da uomo era divenuto Dio, ora da Dio si fa uomo e nella sua via Crucis dei generi sanguina la propria fine.
John che chiude alle proprie spalle la porta dell'irrealtà per ritrovarsi nel mondo degli umani.
John che da illuso creatore si riscopre creatura, robot assemblato pezzo per pezzo nei laboratori mentali dei tre autori.
John che, cazzo, è il piacente John Doe mica il mostro di Frankenstein. Potrà dileguarsi tra la folla, diventare quel qualunque che il suo nome rappresenta, in nomen omen è quasi una regola no?
Già, le regole ...

Vabbè, ci siamo capiti.

La storia scivola docile verso il finale.
Bartoli e Recchioni giocano. Giocano con le metafore, con lo spazio e con il tempo. Infrangono dimensioni, cuori, vite, morti.
Cercano di sorprendere, ancora. Preparano un insolito solito solo per il gusto di evitarlo, illudono, sviano. Dicono, sì c'avevamo pensato anche noi, ma no!
Si divertono. Pare anche quello, sì.

Cosa rimane?
Ah, le Alte Sfere. La nemesi. Gli imperatori da compiacere, il pubblico per cui essere giullare, noi: i lettori!
(Sì per chi non lo avesse capito quest'ultima stagione è stato un esperimento metafumettistico volto al trasportare l'eroe di fantasia nella nostra realtà costringendolo dapprima a scontrarsi con i propri creatori per poi metterlo a confronto con la massa variegata dei lettori fino a farne emergere il relativismo e l'impossibilità di fissare la vera anima di un personaggio dato che questa risulta composta dalle esigenze e dalle aspirazioni di differenti categorie di fruitori [il non mettere le virgole in questa frase fa parte dell'esperimento]).

Ci sono le pagine bianche, sì, ma da qui in poi diventa una cosa personale.
Quel che succede sulla carta è solo un'ipotesi, un esempio. In realtà il discorso è tra noi e John, tra ciò che vorremmo e ciò su cui incespichiamo inevitabilmente a ogni vignetta.
Pare addirittura scontato il suggerimento ad arrangiarci, disegnarcelo da soli, comporcelo come vogliamo il nostro John Doe (nooo, era quello il senso della copertina quindi?).

...
...
...
Ci siete cascati vero?
Quasi anch'io, quasi. Tutti quei John ha fatto questo, John ha detto quello, e in realtà, vero, falso, e John è ed è stato. Eccolo lì l'inganno: John non esiste, non così.
E' un personaggio dei fumetti.

Ve l'avevo detto che finiva così!

C'è un quadro di Magritte,s'intitola I due misteri.
C'è disegnato il famoso quadro della pipa, quella che non è una pipa, e poi, fuori dal quadro c'è una pipa vera. O meglio, c'è un'idea di pipa, un'interpretazione iperuranica
Ecco, la pipa irreale, dipinta in un quadro che afferma lui stesso che non è una pipa, contrapposta alla pipa reale.

Bene, John Doe è quella pipa lì.
Quale, direte? Quella reale o quella finta?

Entrambe. Sono entrambe pipe disegnate, nessuna delle due è reale, uscire dal quadro è servito soltanto a finire in un altro quadro.
L'uscita da un fumetto confluisce inevitabilmente in un altro fumetto, l'essere un personaggio inventato non ha redenzione, non contempla sanatorie.

Non c'è via di scampo!

Dunque finisce così, con una risata soddisfatta e inaspettata che inganna addirittura il magone commosso che la fine di un'epoca si porta sempre con sé.

Adesso mi verrebbe da scrivere che c'è il vissuto di ogni lettore tra gli spazi bianchi di un albo, anche il mio. E quando ho comprato il primo John Doe, a dov'ero, con chi ero... e il secondo, e il terzo.
E l'ultimo.

L'ultimo.

Ma vabbé, questa è un'altra storia.

[Grazie a tutti quelli che l'hanno scritto (lui, lui e lui) e che l'hanno disegnato. Un po' meno a quelli che l'hanno editato che ci son sempre quei fastidiosi refusi che... vabbè, grazie a tutti.]


Ah, visto che c'è sicuramente chi non capirà e vorrà assolutamente sapere chi è il misterioso personaggio che ritorna nel finale, beh, anni e anni di C.S.I. in tutte le città degli Stati uniti mi hanno insegnato qualche trucco.

Se avete una foto che il carnefice ha scattato alla vittima, garantito al 100% che ingrandendo l'iride degli occhi scorgerete nel riflesso il volto dell'assassino.

Visto?


Maledetto Kiwi, lo sapevo che saresti tornato!



Addio, John. E grazie di niente.