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11.7.11

niente. (post che avrei dovuto scrivere il 30.07.1987)

Non dormo molto in queste notti afose.
Mi sveglio.
Non so ogni quanto, non c'è un orologio in camera. Mi sveglio e la stanza è immersa nel buio.
Un buio rovente. Assoluto e inquietante.

Vorrei alzarmi a volte ma l'idea di non riuscire a trovare la porta mi frena.
Perché in quell'oscurità continuo a immaginarmi che tutto sia svanito. Che le pareti lisce della stanza mi circondino completamente.
Nessuna via d'uscita. E allora sto lì.

Respiro i rumori della notte. Il silenzio assordante della campagna.
Grilli, cani, galli sbadati, un pavone in lontananza. Sirene. Stasera anche sirene.

Sono i pompieri. Lo so. Riconosco l'altalenante rincorrersi di quella cadenza ritmata, me la ripeto nella testa finché non svanisce. Sfumando in un vociare tintinnante di posate.
Rimango lì. Con le gocce di sudore che imperlano la schiena e le lenzuola ruvide che si appiccicano al sonno.

Poi c'è un momento, alla mattina. Un momento che attendo con gli occhi socchiusi.
Dai fori delle tapparelle dei timidi raggi di luce tracciano la strada a un soffio d'aria fresca.
Una scossa minima alla persiana lo preannuncia. E' solo un istante.
Ma è l'istante che aspetto. E mi godo quella carezza di vento sulla pelle umida e accaldata.

Mi volto per goderne a pieno, per sollevare quel panno rorido di notte che mi pesa sul petto.

Mi alzo. C'è mio padre che è già tornato dal bar.
"Le hai sentite le sirene ieri notte?"
E poi mi parla dell'incidente, della 127 accartocciata al palo della luce, di chi è stato sbalzato fuori, di chi non ce l'ha fatta.
Io ripenso a quelle sirene. Mi immagino che avrei potuto uscire con la mente dal corpo, essere lì per vedere, per capire com'è. E ripenso al salto che ha fatto la macchina, lo rivedo davanti agli occhi e a un certo punto non mi accorgo neanche più che è solo immaginato.
Era verde. Non lo so perché ma per me era verde quell'auto maledetta.

Esco da dietro e corro in strada.
Qualcuno piange.
E io questa cosa del piangere non la capisco. Ho 11 anni e non piango se una persona muore. Perché dovrei?
E poi io di persone morte non ne ho mica mai viste.
Solo alcune lucertole quando le buttavamo nei fossi. E un gatto una volta. Con una mosca nell'orbita vuota dell'occhio.

Però mi siedo sullo spartitraffico, il sole brucia tra i capelli ma rimango lì. Penso a ieri sera.
C'ero anch'io nel codazzo di ragazzini che l'ha accompagnata fino all'incrocio.
Sorrideva.
Io avevo una cassettina bianca che mi ha dato mio nonno, l'ha trovata nel Dixan.
E' di Baglioni.
Io non l'ho neanche ascoltata ma a lei piace. Ha detto mia mamma di dargliela.

Per quello l'avevo seguita.
"Domani..." mi ha risposto e sorrideva ancora quando me l'ha rimessa in mano.

Aveva 15 anni penso. Ma è solo per il puro gusto di rievocare un numero.
Neanche mi rendo conto di cosa significa.
C'è ancora qualcuno che piange.

Mi incammino.
Sono solo 500 metri in fondo.

E' morta lì. A 500 metri da casa.
Vorrei vederla quella 127.


4.7.11

Cicatrici (post che avrei dovuto scrivere il 13.10.1978)

Mi ricordo solo il buio della caduta.
Perché ho chiuso gli occhi neanche lo so, mi è sembrato quasi di voler assaporare quell'attimo in cui l'aria mi circondava completamente. Stavo volando e anche il respiro si è bloccato a mezz'aria, in un'attesa sacrale, quasi fosse al cospetto di un momento irrealizzabile.

Di nuovo quella voglia di andare oltre, la sorridente sicurezza della ripetizione, il sottile desiderio di mostrarsi.
D'altronde per quanti metri avevo già percorso quel muretto, le braccia larghe  a inseguire un equilibrio di passi rapidi e scattosi? venti? forse trenta... Sì, perchè avevo già superato il cortile accarezzato dal vento pungente di questo ottobre lento, davanti a me avevo preso come riferimento la fila di salici che spoglia fuggiva verso una nebbia lontana. Una triste immobile processione a fare da punto di fuga della mia strada sospesa.

Pochi passi mancavano.
Poi il nero rumoroso del niente.
Cado. Prima sento che i piedi non trovano nulla su cui appoggiarsi, forse si toccano tra di loro, non so, ma cado. Ed è allora che chiudo gli occhi. Come se il mondo per un istante fosse solo il ruvido tonfo del cemento sullo zigomo.
Rumore e silenzio. Silenzio e rumore.
Piango ancor prima di sentirlo davvero il dolore. Lacrime a lavare l'onta della caduta, non dell'avventatezza ma del non essere stato capace di cadere come se si avesse voluto farlo.

Sento il sangue caldo che ricopre i sassolini che si sono conficcati nella pelle, si mischia alle lacrime fino a colorare l'angolo rugoso del muretto.
Mi siedo appoggiando la schiena a uno dei pali di sostegno di una rete che non esiste ancora.
Il pavimento è freddo. Il "selaxe" lo chiama mio nonno.

Piango. Urlando fino a sentire la voce strozzarsi in gola.
Percepisco il freddo dell'acqua che entra nella ferita. Poi il viaggio in macchina, il metallo gelido dell'ago che entra nella pelle. Nessuna anestesia ma solo il fascino di quei fari caldi e ipnotici che mi imprigionavano come se fossero un disco volante.

Li guardo e mi immagino di volare di nuovo.
Come un alieno. Nel tepore buono di quella luce.

Resterà una cicatrice dicono.

E so già che me ne vanterò. Me la guarderò allo specchio pensando se sia a destra o a sinistra.
Chiuderò un occhi per vedere come la pelle sopra lo zigomo si stringerà in manierà strana, tracciando un solco sottile in cui perdere fantasie di pirati ed eroi.

Magari un giorno penserò che quell'imperfezione parlerà di me, mi ricorderà ciò che ero, ciò che sarò.
E parlerò di me attraverso ogni cicatrice che la vita mi regalerà.

E forse ci sarà un tempo in cui neanche piangerò
Rimarrà solo il fascino di un'altra storia da scrivere indelebile su di me.