ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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14.7.13
Nobody - ovvero Partito Pirata
Quando avevo quindici anni ero un disadattato.
Essenzialmente come adesso, ma con meno malizia, meno esperienza della vita, meno dissimulazione.
E così, in questa mia disattitudine, istintivamente scavavo una nicchia dentro cui esporre i miei distinguo, la mia necessaria difformità. Leggevo.
Con il gusto di leggere, non c'è dubbio, ma impelagandomi spesso in certi titoli da esporre sul petto come medaglie al valore. L'Ulisse, L'uomo senza qualità. Horcynus Orca, L'arcobaleno della gravità. Tutto un bestiario di classici della complicazione, romanzi irrisolti, spesso per lunghi tratti incomprensibilii, quantomeno a me.
Eppure non era semplicemente l'ardore di una vanità atavica a muovermi, no, c'era un gusto particolare nel perdersi in quelle pagine. Le disincantate disgressioni di Joyce, i periodo perfetti di Musil, gli sfrontati cambi di ritmo di Pynchon.
Però, a doverne parlare, ad averne parlato quand'è capitato, non sono mai riuscito ad andare oltre una flebile riproposizione, un citazionismo smemorato dalle buone intenzioni ma con povere intuizioni.
Quando avevo quindici anni mi masturbavo spesso. Non solo più di adesso, ma con uno spirito differente.
Immaginavo, questo sì, nello stesso modo convulso, ma non mi aggrappavo mai a una storia a cui essere fedeli. Cioè, il presupposto in realtà era proprio quello, ma nell'incedere delle fantasie era la presenza di questa o quella figura a prendere il sopravvento.
Non diventava più una questione del come ma del chi. Con le facce che si alternavano fino a un turn-over compulsivo, come a dover calibrare ogni volta in base alla sensazione di quel preciso istante, ricercando ogni immagine con dovizia, eppure con la foga di voler includere nella solitudine di quel lasso di tempo una qualunque delle situazioni che componevano il mio immaginario.
Ecco. Io quando l'ho letto ho pensato che questo Nobody fosse così. Come quando mi masturbavo a qundici anni.
Che, e non vorrei che si capisse il contrario, non è un giudizio negativo, anzi al tempo era la cosa migliore che avevo.
Solo che, e qui mi sale la consapevolezza di essere stato rovinato dai miei trentasette anni, l'impressione è che in questo caso sia la storia a essere funzionale alle citazioni invece che il contrario. Cioè, sono le citazioni che contengono la storia e non viceversa.
Nobody è una narrazione onirica, poetica, densa di Omero, Joyce, Verne, Stevenson, Conrad, Bergman, Salgari, Melville (e altri e altri ancora) ... Anzi, più che densa in alcuni passaggi è proprio appicicaticcia di tutto questo pregresso, di tutte queste fonti.
Cioè, per dire, tutt'a un tratto appare Yanez, nello stesso modo in cui al tempo io citavo Molly Bloom, con la stessa effimera funzionalità con cui per un istante m'immaginavo le tette di una mia compagna di classe.
Lì, buttato nella mischia con l'unico scopo di essere sostituito. Di lasciarsi trascinare dalla marea dei vinti, di nuovo, come in un loop variegato ma senza soluzione di continuità.
È una storia che sogna più che far sognare, con un protagonista che cavalca la propria palla di cannone da Barone di Munchhausen e lentamente ci disillude. Come un ascesa verso la realtà che si blocca ogni tanto per le pause di decompressione.
Raccontata con amore da un Alessandro Bilotta in delirante forma e disegnata da un riuscitissimo Pietro Vitrano.
È un bell'albo? Sì, seppur parecchio lontano da ciò che almeno io mi aspettavo. È una bella storia? A me non è piaciuta, ma il mio è sempre un giudizio che vale poco anche per me. Una racconto che è partito pirata ed è arrivato ben oltre. Oltre il fumetto stesso, probabilmente.
È una storia che probabilmente rileggerò quando ne avrò bisogno, quando l'estate sarà finita e ci sarà meno luce. Ecco, forse è solo una storia da meno luce.
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17.2.13
Il lato oscuro della luna - ovvero Sartre nel buio
[AVVERTENZA: Avevo scritto questo post stamattina, non era neanche male. Poi blogger me l'ha cancellato. Giuro. Stavo facendo colazione e l'ha cancellato. Lo riscrivo ma non sarà mai più niente come prima.]
L'ideale sarebbe non parlare di questa storia.
Probabilmente sarebbe l'unico modo di rispettare l'intimità solenne in cui è stata tratteggiata.
Perché, e soprattutto, è una storia che si adatta fin troppo alle ipotesi più disparate, ognuna abbarbicata nell'incavo della sensibilità personale, e suggerisce più che raccontare, indica.
Lo dico subito, non è la storia che stavo cercando.
Non mi capita spesso di cercare storie, mi abbandono a quel che c'è e mi va bene.
È che stavolta ero già un po' perso di mio nel magazzino dove tengo in maniera confusa le sensazioni.
Sarà stata quella frase dal silenzio dello spazio, una minaccia senza volto...
E io ero già in quella stanza immersa in una penombra buia, sempre. Fredda di marmo e tappeti. Sei, forse sette anni. Fantascienza cartonata edizioni SAIE, pagine ingiallite, umidità di carta porosa.
Lo presentavano così:
Lloyd ha coronato il sogno della sua infanzia: è un astronauta ed è in viaggio verso la Luna… Ma, all’improvviso, l’avventura diviene incubo. Com’è possibile che i suoi compagni siano spariti senza lasciare traccia? Perché la sua mente è assediata da dolorosi ricordi? Forse le risposte sono nascoste su quel freddo satellite, attendono nell’ombra eterna del suo… lato oscuro.
No, non è fantascienza.
Ma no come quelli che fanno i fighi e dicono che Star Wars non è fantascienza è un western.
Questa è un'altra cosa.
E infatti non vorrei parlarne. Forse dico qualcosa, forse dopo.
Prima però vorrei soffermarmi su un aspetto, che pare niente eppure dovrebbe essere di un'importanza clamorosa.
Mentre leggevo, questa storia che non mi aspettavo e che non aspettavo, mi è capitato più di una volta di fermarmi, ritornare alla pagina di copertina, guardare il prezzo anche, e rendermi conto di ciò che avevo in mano, del fatto che l'avevo preso in edicola tra Unità Speciale e le Winx.
Che a essere distratti ci si sarebbe probabilmente attesi, per qualità artistica, narrativa, umana, altra fattura, altri loghi, altri luoghi.
E forse, tra tutti i numeri già usciti, questo è quello più sorprendente.
No, non è fantascienza, è scienza.
A ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria.
L'ascesa del protagonista verso la luna si contrappone alla sua discesa, uno sprofondare doloroso nei meandri di sé stesso.
Crudele, allucinante, ineffabile.
Ecco, filosofia più che scienza a dire il vero.
Esistenzialismo, nichilismo, più Nietzsche che Asimov, più 2001 Odissea nello Spazio che Star Trek.
Il lato oscuro della luna è quello dei Pink Floyd, quello dove Astolfo cerca il senno di Orlando, quello dove il protagonista si ritrova. Oppure si perde.
Follia, senno, smarrimento.
E un percorso, da intuire più che da seguire.
Per questo non ne parlerei, per non violare l'intimità propria di chi legge, per non ricalpestare impronte che meritano di rimanere assolute. Come sulla luna.
Ecco. 3,50 euro. In edicola. Alessandro Bilotta e Matteo Mosca.
Bravi.
Nient'altro.
9.12.11
BILO.TA = (4,1,5,2)
Non sono un integralista, anzi, spesso riesco a essere anche una persona decisamente affabile.
Polemico sì, ma neanche esageratamente. Per nulla diplomatico ma pur sempre conciliante.
Eppure c'è una cosa che proprio non sopporto: gli errori nei fumetti.
Errori di battitura, refusi, errori ortografici, grammaticali, di sintassi, coquille. Capita.
(la parola refuso l'ho sempre trovata affascinante, l'ho sempre associata alla fatica, al dover appunto rifondere la lastra tipografica, al piombo colante, al calore, al fuoco che frusta le gote... anche coquille ha la sua storia, un'altra volta però...)
E per carità, chi non fa non falla, si sa: che poi ogni cosa ha la sua gravità, s'intende.
E' che mi sorprende sempre che, nei vari passaggi di creazione dell'opera, nessuno si sia accorto di quel qual'è, del pò, di buoi al posto di buio, della parola che manca, del nome sbagliato.
Mi sorprende e mi spaventa.
Perché mi si dissolve quell'idea di cura amorevole, di attenzione materna, che tanto mi conforta associare alla filiera attraverso cui passa il fumetto per arrivare alla stampa.
E così quando mi succede di incontrare un errore, mi blocco.
Basta, non riesco più a proseguire.
A volte bastano 5 minuti, altre volte un giorno, magari una settimana. E' capitato anche un mai più.
E' una questione di rispetto verso la storia, un discorso tra me e la pagina.
Comunque ieri è stata giornata di grandi manovre pre-natalizie.
Una di quelle giornate in cui l'aspirapolvere la fa da padrona e il mocio è il re della casa.
Ma quando succedono dei giorni così, la prima cosa da fare è raccogliere tutti gli albi che sono sparsi per casa, radunarli in un unico punto, dividere quelli letti da quelli da leggere e poi trovare per ognuno una nuova casa tra gli spiragli delle librerie.
In questo marasma mi capita tra le mani il Dylan Dog Gigante n.20, comprato e abbandonato lì in attesa di una giornata di ispirazione dato che tra me e l'Old Boy non è che ultimamente corra buon sangue.
Comunque ora ce l'ho tra le mani, scosto la copertina, prima pagina:
BILOTA?!? Ma mica sarà Alessandro Bilotta quello di Valter Buio?
Cioè, magari c'è un motivo, magari sono rincoglionito io, magari è un altro. Ma se fosse, cazzo, se fosse, cosa posso aspettarmi da un fumetto in cui nessuno si è accorto che perfino il nome dell'autore è stato scritto sbagliato? Bilota...
Che poi la storia un po' l'ho letta e fin dove sono arrivato non è neanche male.
Fastidio.
Comunque 'sta storia della T che sparisce mi ha fatto tornare alla mente una cosa di un po' di tempo fa.
Chissà, magari un altro giorno...
P.s. Ah, quella di apertura è una crittografia coniata per l'occasione dal titolo "IN EGITTO".
Toccherà pensare a un premio se qualcuno la risolve...
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