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3.10.12

Benedetto Crocs


Immaginatela così:
l'apoteosi del degrado morale e culturale di questa società capitalista e materialista viene scandita a ritmo costante, di ventennio in ventennio. 
L'iperbole economica dei sistemi finanziari è un cobra che s'inghiotte da solo, morendo del proprio veleno denso di falso benessere, annichilendo in sé stesso  come una stella che implode.
In questo scenario i mezzi di comunicazione altro non sono che un ago di siringa che s'infila nelle menti di un popolo-spettatore, sostituendo ogni pensiero con un'accozzaglia di tronisti e veline, di liti mediatiche e ottusi spot pubblicitari dai jingle penetranti.

Ecco, se in questo contesto si presentasse qualcuno di veramente vivo (e non solo sopravvivente), qualcuno che avesse il carisma e le competenze per difendere i valori che, seppur non più esercitati, sono ancora riconosciuti come pilastro portante di una società sana, qualcuno che si ergesse a simbolo della lotta alle mafie, legali o illegali che siano, che si opponesse al predominio spietato delle multinazionali (quelle che fomentano lo sterminio degli indigenti grazie ai loro caffè e latti solubili in acque virulente), qualcuno che fosse l'icona vivente di tutto quel moto, sommosso e sommesso, di liberazione dalle catene consumistiche dell'occidente schiavo e schiavista di sé stesso.

Cosa accadrebbe a questa persona?

Beh, cosa succederebbe se piantaste una splendida orchidea nel deserto? Morirebbe.
Ecco, quella persona , quel simbolo morirebbe, strangolato dall'ubiquità del potere, schiacciato dal peso lancinante delle parole scagliate e riavute con la forza sesquipedale di chi maneggia le menti, la giustizia, i governi, la vita.
Ucciso forse, nel più gretto dei modi, o magari finemente. Poco importa.
Quel che importa è che contro di lui si scaglierebbe la violenta reazione di tutti quei mali, corporati in un unico, immenso, complottoso blob.

Muoiono così gli eroi, nell'angoscia effimera dei loro protetti, annegati in un post su facebook e subito dimenticati. Panico da ribalte teatrali, preoccupazione epidermica lavabile con una dose di finti reality.

E si dimentica, dispersi nella precisione allineata del conformismo, ragionieri in doppiopetto che marciano verso una laconica fine del mese. Fine del mondo.
E chi non può, chi il lavoro non ce l'ha, è in fila per l'iPhone: sorridente a guardare sugli schermi le facce ceronate dei divi da copertina, ammaestrati alla compravendita di sé stessi, alla cessione a titolo gratuito della propria esistenza e, crudele bramosia internettiana, di quella degli altri, ché cento lire in fondo non valgono nemmeno più l'idea di ciò che sono state.

Ecco, questo è in pratica il testo di 'Hanno ucciso l'Uomo Ragno'. Andate a rileggervelo, vi giuro che è questo.
Così, tanto per bearci del fatto che sono solo canzonette.


(no, non ci credo nemmeno io. Era solo per giocare un po')