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28.8.12

Parabole 3


La Bibbia - Prequel
ATTO SECONDO

SCENA 7

   Un laboratorio parecchio disordinato, fogli per terra, fogli sul tavolo, progetti appesi al muro, disegni. Un'enorme lavagna con disegnata la mappa dell'universo


DIO appoggiato a un tavolo osserva un progetto, gli Arcangeli lavorano all'interno del laboratorio

GABRIELE: Siamo ancora a livello di prototipo, l'idea è quella di rendere la gravità proporzionale alla velocità di rotazione...
DIO: Quindi di due oggetti quello che girà più veloce attirerà l'altro? Mhhh...
GABRIELE: Sì, ci sembrava più intuitivo di quella cosa dei colori!
DIO: Già, azzurro attira rosa, verde attira beige... Bella stronzata! Ma se invece la facessimo proporzionale alla massa?
Senti qua "due oggetti si attraggono con una forza di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle masse e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza"
LUCIFERO: Niente male, mettiamoci corpi invece di oggetti, è più accattivante. Bella Dio, cinque alto!
DIO: Sì, grazie. Ma non perdiamo tempo, siamo indietrissimo. Ezechiele, come siamo messi con il disegno dell'universo?
EZECHIELE: Stiamo ancora lavorando su quel progetto della Terra fissa al centro, ma non farti illusioni io te l'ho già detto che così non sta in piedi. Evapora l'acqua, si schiacciano i poli, guarda un disastro.
DIO: E se aumentassimo la rotazione?
EZECHIELE: Vomiterebbero tutti, anche gli organismi monocellulari, oceani di vomito, altro che vacanze al mare!
DIO (indica un punto sulla lavagna): Vabbé, il centro facciamolo qui e chi se ne frega, tanto mica sarà quello che cambia. Piuttosto, Terra è un nome provvisorio vero? Non vorrei che pensassero che sono didascalico!
Qui stiamo facendo la Storia signori!
LUCIFERO: Anche la geografia a dire il vero!
DIO: Guarda che non l'ho ancora creata l'ironia, saputello!
Gabriele! Gabriele! Con le altre leggi come siamo messi?
Principio di Archimede?
GABRIELE: Fatto!
DIO: Leggi di Keplero?
GABRIELE: Manca la terza ma considerala già fatta!
DIO: Principio di indeterminazione di Heisenberg?
GABRIELE: Fatto!
DIO: Bene, segnati questo E = mc2 mi è venuta in mente prima in bagno, carina no? Dopo penso a cosa farci...
Con gli animali come siamo messi?
GIOELE: Praticamente sono già stati assemblati tutti, è avanzato qualche pezzo...
DIO: Come assemblati??? No, no, ho deciso di fare quella cosa dell'evoluzione. Preparate il brodo primordiale.
GIOELE: Scusa se mi permetto, ma all'ultima riunione di redazione si era detto di posizionarli già pre-assemblati. Adesso non si può più, capisci, è già tutto pronto, finito.
DIO (gioca coi pezzi avanzati): Sì, lo so quel che è stato detto, ma mi sembrava più stimolante come cosa, un po' di imprevedibilità. Facciamo così, giochiamocela ai dadi. Se viene 12 facciamo come dico io, altrimenti vada per la roba ikea che avete montato.
GABRIELE: Ehm.. ehm... Dio, tu non puoi giocare ai dadi, lo sai. C'è quell'ordinanza restrittiva, e poi mica vorrai ricominciare a frequentare i giocatori anonimi?
DIO: Perme! Hai ragione. Piuttosto che sorbirmi di nuovo quei fissati di cabala muoio e risorgo venti volte. Allora si fa come dico io: evoluzione!
Gioele, vai a prendere il dado primordiale che facciamo il brodo...
Dado, ma si chiama tutto dado qui? E perché avete tutti i nomi che finiscono in ELE?
Vabbé, non importa: guardate cosa ho fatto, questo lo teniamo così com'è!
GIOELE: E l'evoluzione?
DIO: Senti, ti ho inventato l'eccezione che conferma la regola. Lo chiamiamo ornitorinco che il nome difficile fa figo.
LUCIFERO: Ma perché l'eccezione conferma la regola invece di invalidarla?
DIO: Ok, non hai rotto il cazzo solo perché devo ancora inventarlo. 
Qualcun altro vuole scatenare l'ira di Dio?
TUTTI: ...

DIO: Ma guarda te se mi tocca sempre incazzarmi per far andare le cose! Dai, vediamo se funziona tutto: Enele accendi il sole!
ENELE: 10, 9, 8...
DIO: Che è?
ENELE: Il conto alla rovescia!
DIO: La testa ti rovescio con uno sganassone, accendi!
Ecco, va' che luce... Ma il rumore? Fa sempre 'sto casino infernale?
GABRIELE (urla): È il vento solare, le esplosioni atomiche in superficie, il muro del suono...
DIO: Scusa, ma a cosa va 'sto robo?
GABRIELE: Diavolina!
DIO: E non inquina?
ENELE: Ehmmm... E la stessa cosa che dicevano quelli di Greenpeace!
DIO: E?
ENELE: Li abbiamo trasformati in statue di sale. A forma di cuccioli di foca.

DIO: Vabbé, finiamo qui e andiamo a casa. Mi sentite? Urlo di più?
Universo fatto. Leggi della natura fatte. Brodo primordiale squisito! Sole acceso! Cosa manca?
GABRELE: Leggi morali!
DIO: Eh? Greggi montane?
TUTTI: Leggi morali!
DIO: Ah, sì. Guardate, c'ho pensato. Per me facciamo che si può fare di tutto, ma bandiamo la crudeltà. Voglio un mondo buono, poliamoroso, peace & love.
Facciamo così, l'unica legge morale è il divieto di essere atroci!
GABRIELE: Che ha detto? Divieto di? Spegnete 'sto sole! Ripeti...
DIO: Divieto di essere atroci!
GABRIELE: Ma che cazz... Divieto di, e poi? Che ha detto?
GIOELE: Essere froci!
GABRIELE: Divieto di essere froci! E sia...


FINE ATTO SECONDO

2.3.12

Urge di Alessandro Bergonzoni - ovvero appagamento a pagamento


Inizia a sipario chiuso.
Inizia prima di iniziare, anticipando una fine che non ci sarà, nel ripiegarsi concentrico in sé stesso inseguendo il binomio sogno-irrealtà che, ma questa è cosa nota, nel suo sovrastarsi genera sprazzi di verità.
Finisce, forse, in un sogno a sipario spalancato, a oltrepassare il fine (scopo) fine (arguto) della fine (termine).

Inizia con un sogno. Un sogno raccontato in cui non c'è una baby-sitter con lo skateboard.
E su questa mancanza si regge tutta la trama. Non che ne sia parte rilevante, anzi è solo un pensiero lasciato subito in disparte, ma è la sconvolgente manifestazione di tutto ciò che, e mi immagino sia solo per una questione di tempo, sia stato necessario omettere dal racconto.

Il racconto, ecco sì. Di cosa parla Urge?

[Ah, Urge è uno spettacolo di e con (e su e tra) Alessandro Bergonzoni che ho visto ieri sera a Vittorio Veneto, e scriverne è abbastanza complicato, non tanto perché non mi risulti chiaro quel che il comico (?) bolognese sia magistralmente riuscito a mettere in scena, ma più che altro per il rischio di abbandonarsi in queste righe a una riproposizione giocosa e claudicante di quello stile ineluttabile, della capacità chirurgica di sezionare i significati, riadattarli, ricucirli tra loro in un danzante mostro di Frankestein che è appunto cosa da mostrare, e il rischio, perché di quello ancora si stava parlando, è quello di trasformarsi in uno Zelig letterario (quello di Woody Allen non quello di Canale 5) e costruire questo testo come un proseguimento, una dimostrazione, un negativo da guardare in controluce per supplire all'impossibilità di descrivere in modo lineare una situazione circolare. Quindi per quanto potrò eviterò. E vi terrò.]

In Urge c'è un cormorano, un film, un tavolo, un blocco e una cella.

Il resto sono parole. Tante.
Talmente tante da rendere necessario un "voto di vastità", allargare lo spazio sul palcoscenico come se fosse coscienza, percezione, mente. (no, adesso non farò nessun gioco di parole con mente voce del verbo mentire né tantomeno con mente plurale di menta).
E da questa vastità Bergonzoni (sì, in effetti rimarrebbe m'ente oppure men te in caso di diminuzione della bevanda), DA QUESTA VASTITA' BERGONZONI attinge secchiate di nonsense, calembour, doppi sensi, crasi, paradossi, neolinguaggi, carabattole, darvinerie.

L'ho Lo fa senza tregua, appropriandosi del fiato degli spettatori per reggere lo sforzo polmonare di quella discesa rapida e ripida nell'abisso dei significati, quel salto al contrario tra le spire del surreale.
Respira tra le spire, e ispira.

Ispira e inspira notevolmente, addirittura spesso. E si ride, addirittura senza accorgersene, come se fosse un riflesso involontario, con quel sorriso meravigliato ed ebete di quando ti spiegano le cose che ti sembravano complicate e invece mentre te le dicono le trovi semplicissime e intimamente ti senti stupido e ridi e poi deve rifarle e non capisci come mai sono ritornate complicate e diventi un portiere che non sa dove andare a parare.

Bergonzoni è il mago che ti svela il trucco ancor prima del numero, e pur sapendolo ti sorprende.
Ti mostra il non visto, quell'attimo di meraviglia che sporge dai bordi di ogni parola .

Inciampa a volte, quando vuol dire altro, quando cerca di recitare un messaggio invece di svelarlo. E a quel punto avrei preferito mi parlasse di come e coma.

La vastità. Già a parlarne si andrebbe troppo oltre, e a dire di questo spettacolo si rischia di rendersi conto che l'unico modo realistico di esprimere un'opinione è riproporlo, trascriverlo, rieseguirlo, Pierre Menard.

Quindi, chi può lo veda, chi non può lo evada, chi vuole vada, e a chi non interessa voodo.

(e tanto per finire in tragedia, la foto dei Muppet lì sopra è stata fatta a New York . Bear-Gonzo-NY)

13.2.12

Post Coitum di Makkox - ovvero prima della prona


Con colpevole ritardo e incolpevole entusiasmo, arrivo finalmente a parlare di Makkox.

Non che in questi mesi si sia sorvolato sul genio dell'autore formiense, anzi, in più e più occasioni c'è stato modo di parlarne, di scriverne qui e anche qui, di seguirne le conferenze a Lucca, a Treviso, di leggerne le vignette sul Post, sul Male, su Raitre, di seguire le vicissitudini del Canemucco, di facebook e twitter.

Insomma, se Makkox non fosse veramente bravo avrebbe anche un po' rotto i coglioni, ché è dappertutto.

Post Coitum potrebbe essere una raccolta di vignette.
Una di quelle robe alla Forattini, con la pubblicità su Italia Uno e il titolo tipo Andreacula o Karaoketto.

Potrebbe esserlo, ma non lo è. Mai.
Fa fatica addirittura a essere un libro, con quelle sue misure scomode, le pagine pesanti, dense, il formato da pirofila in pirex, il peso da lasagne al forno in una pirofila pirex, e il gusto, il gusto da lasagne al forno nella pirofila in pirex in una domenica che ti aspettavi i soliti tortellini in brodo.

E' che la carta è solo un trucco, uno sviamento della percezione, una fruizione insolita per la rappresentazione teatrale di una tragedia solita. Perché di questo stiamo parlando: palco, attori, sipario, quinte, intermezzi, suggeritori, voce narrante... E' il teatro, bellezza!

E così andrebbe giudicata quest'opera.

Dapprima la storia.
La madre di tutte le tragedie. Satire di un tardo impero, dice il sottotitolo. Tardo. Dateglielo voi il significato che tanto di noi si sta parlando.
Non è la caduta degli dei, non il crollo del muro, non il potere assassinato, no. Si parla di crepe. A volte invisibili, altre volte tragicamente slabbrate. Crepe che si insinuano nel cuore farraginoso di uno stato, di uno status. Crepe, che si inseguono nel tristemente comico arrabattarsi di muratori improvvisati, cazzuole dialettiche dall'impugnatura incerta, incrinature che si allargano lasciando cadere l'intonaco dorato con cui ce l'avevano venduto quel muro posticcio.
Un po' Giulio Cesare e un po' La locandiera. E' Goldoni che s'incula Shakespeare, il dramma spettegolato dalle finestre di un palazzone di periferia.
E' la storia di quest'ultimo anno politico, impigliata giorno per giorno tra le maglie delle reti che Makkox tende nella quotidianità dei giornali, delle radio, dei tv.

E' il racconto di un uomo, un uomo di potere. Un uomo che è il potere. Parla di lui per dirci di noi.
Paragona le sue mancanze alle nostre, le sue sfortune alle nostre, le cadute e le ascese, la rabbia privata, il privarsi della rabbia, la svilente presa di coscienza di essere circondati da idioti.
Siamo noi che suoniamo il clacson, che facciamo la fila alle poste, che ci lamentiamo dal salumiere, che ci rendiamo conto del misero ripagamento di tutti i nostri sforzi.

Siamo noi o quel che vorremmo essere, perché, a differenza delle nostre, questa tragedia ha, a modo suo, un proprio lieto fine.

Gronda di lieto fine questa tragedia.

Poi gli attori.
Nel primo atto è Fini che addomestica il pubblico. La recitazione sembra incerta, ma pare quasi una scelta registica, la preparazione dell'attesa, la pacatezza che fa da contraltare all'esuberanza imminente.
E come un'esplosione arriva il protagonista assoluto, lui. Silvio Berlusconi.
Crudelmente goliardico, ineffabilmente atroce, deliziosamente dolce. Un ossimoro compresso nella nudità di un doppiopetto.
E' tutto e fa tutto, corre tra gli spalti, si adombra, suggerisce al suggeritore, improvvisa. Lo spettacolo è lui e quando cede il passo ai comprimari lo fa con una generosità meschina, quasi scegliendo i momenti per trarre comunque vantaggio da certi impallamenti. A volte.
Solo sporadicamente lo vediamo smarrito, ma mai riusciamo a capire davvero quanto sia mestiere e quanto inciampo. E quel copione sembra proprio averlo scritto lui, sembra. Così come sembra che abbia perduto alcune pagine.
E in quegli strappi vive la storia. Nella grottesca sfilata dei leghisti, nella becera e urlante commedia dei dibattisti, nella devitiana devitica comicità degli scilipotisti.
E in Tremonti.
Solo lui sembra possedere la verve necessaria per rubare la scena al primo attore. Le sue scene sono memorabili, occupa il proscenio straripando sulla ribalta, lo fa suo: con ardore, tenerezza, infantile possessività, furore. Occupa ed emoziona.
Quasi a sfidare l'assoluto predominio del Cesare, novello Bruto a illudersi di scoccare la pugnalata mortale.

Eppure Lui rimane lì. Ferito ma non sanguinante. Quasi che la nazione, che a lui si è sottomessa, si sia tramutata nel ritratto di Dorian Gray della sua sofferenza.
Quasi fossimo noi gli Elliot ubriachi a smaltire la sbornia di un alieno teneramente incosciente e temerariamente presuntuoso.

Nella godibilità del tutto stonano forse certe comparsate, storie estranee, lontane, abbozzi non sviluppati, moncherini. I vari Obama, Osama, sono echi di altri drammi, altri teatri. E forse l'unico cruccio è che non ci sia anche lì un Makkox a raccontarli.

Ah, a proposito. E Makkox?
Beh, Makkox guardava. Guardava e disegnava. Con quel suo nonsoché che non stiamo neanche qui a spiegare.
La sua voce narrante è sempre presente, arrichisce ogni scena, la introduce socchiudendo i cassetti della memoria, brevemente, acutamente, dissacrantemente. Mai invasivamente, ché lo spazio è degli attori.

Sipario.

P.s. Se esiste ancora e se volete farvi male, di quel male gratificante che sa di lezione di vita, beh, compratelo.