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19.4.12

Una botta di culo


Piove.
E' arrivata così, come se toccasse davvero a lei. Nessun fronzolo, solo lavoro.
Professionalità. Null'altro.
Un semplice tuono ad aprire le porte a quel vento basso che si riempie di terra umida, un cane che ti offre l'addome a mendicare carezze svogliate.
Come questa pioggia d'ordinaria amministrazione.

Mi hanno sbattuto la macchina.
Piove.
Arrivo in parcheggio, faccio il giro per caricare la borsa della palestra e lo vedo.

Il lampione lì di fianco sembra illuminare solo quello sfregio, la luce rimbalza tra le pieghe accartocciate della sua pelle liscia di metallo e le gocce scivolano su quella ferita come lacrime a celebrare il dolore urlante della carrozzeria. Persino una musica lieve rincorre quel fascio di luminoso, lo abbraccia pulsando e respirando allo stesso tempo, è Jeff Buckley che canta Hallelujah, arriva dal cielo anche questa melodia.

Un cazzo, ho lasciato la porta aperta: è l'autoradio... e piove e il lampione punta qui perché il vento lo sta per sradicare. Eppure sono ipnotizzato da quell'ammaccatura.
Non mi dà nemmeno fastidio, capita. E poi è una macchina, nuova per carità, ma pur sempre una macchina.
(potrei usare dei sinonimi lo so, automobile mezzo veicolo vettura. non mi va).

Chissà, magari un lampo ha accecato il guidatore, o forse ha sterzato di colpo per salvare un riccio.

E se fosse stata un'astronave?
Non siamo soli, si sa, e certi alieni sono dei cafoni tra l'altro... manco un bigliettino, per dire. Uno "scusa ma piove".

Comunque io sono incantato.

Mi avvicino.
Mi avvicino e capisco.

E' un'immagine che mi rimbalza nella mente, solleva la polvere dei ricordi in disuso.
La riconosco.

Ancora tu.
Ti avevo nascosto nel fondo di un cassetto, era finita tra me e tu, ricordi?
Cosa ti ho detto l'ultima volta? Non ti credo, non più, non siamo fatti per stare insieme.
Ed eccoti qui, a punirmi, attaccarmi, castigarmi.

Non ti era bastato illudermi, vero Jonathan?

Eri un cazzo di guru e io c'ero cascato. Nessun limite.
Il nostro mantra, l'utopia che si traveste da reale, ma lo fa in modo così approssimativo da divenire beffa, illusione.

Solo quando si ama troppo si riesce a rinnegare così ardentemente, e io e te non abbiamo più niente da dirci, capisci?


Ore, giorni, sogni, da stringere tra le dita nell'ammaliante lucentezza delle pagine patinate.
E la libertà.

E tu che ti ostinavi a dirmi che la libertà è non avere limiti, essere diversi, ostinarsi in quell'idea sbagliata ma tua... e la intuivo la dissonanza, ma quel vento in picchiata da 2000 metri mi confondeva, lo ammetto.

Qualche anno fa scrissi "Il giorno che ho ucciso Jonathan Livingston".
Non è un racconto e nemmeno una poesia. No, non è un romanzo. E' un titolo. Ho scritto un titolo, perché bastava quello, non c'era nient'altro da dire di quel giorno.
Solo che ci voleva, è forse da lì che sono ripartito.

Illusioni.

Ecco ribellati, invadi questa mia quotidianità, affrontami.
Non si sta così bene da reietti, eh? Tieniti pure la soddisfazione di avermi distrutto la macchina (autoveicolo), ma renditi conto stavolta che quei limiti ci sono, devono esserci.
La libertà è averli quei limiti. E l'estasi è inciamparvi con meraviglia, non infrangerli con ostinazione.

Volare. Ti sei sempre perso in quelle evoluzioni, perdendoti e perdendo.
Ma va bene così, per te. Per me no, ma già lo sai. Jonathan.

Io non volo più con te...

Fanculo, Jonathan Livingston.

E della macchina (automezzo), non me ne frega un cazzo!