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8.3.12

Vertigini



Lei non esiste.
E' un'epifania che si allarga dal centro del primo sguardo. Cerchi concentrici che sfumano verso gli angoli remoti delle mie certezze.
Sarà una linea cancellata della mia biografia ufficiale. La tessera mancante del puzzle disordinato di questa esistenza.
Lo intuisco mentre gli occhi sono già ostaggi del suo desiderio.

Scivola, come un rivolo di pioggia sul vetro gocciolante del suo offrirsi, il respiro afferra un brivido che accarezza rapido i sentieri sotto la sua pelle, e lo insegue. Assaporandone l'irrequieto fremore, deliziando i sensi di quel percorso setoso e incostante, inebriandomi di quell'attesa: quell'attimo irreale che precede ogni alba.

E il sole sorge nel tepore dei suoi fianchi, dapprima flebile risalendo le pieghe aspre del suo ventre raccolto, poi cresce, nel cedere accomodante delle sue gambe che si abbandonano alla spinta dei gomiti mentre le mani cingono l'estasiante natura delle anche.

E' un orizzonte verticale in cui l'infinito si ritrova anziché perdersi, l'istante incompleto su cui inciampa la processione dei miei sospiri. E' la linea tagliente su cui si affliggono gli intenti, il filo teso su cui barcolla l'esitante equilibrismo delle mie labbra, il loro incedere lento sussurra ai sensi la reticenza della caduta...

La lingua è il soffio di un vento che scioglie l'ultima resistenza, come un refolo estivo a preannunciare il prepotente affacciarsi di un temporale.
E a quell'idea di pioggia i petali si schiudono in un sorriso sgualcito ed etereo, a conservare l'incanto rugiadoso del risveglio, nel vellutato distendersi della meraviglia, come ali di farfalla ad anelare l'incanto del cielo.

E non c'è più un confine, nulla se non l'avido confondersi degli umori, e la lingua che risale la china scoscesa dei suoi fremiti, dapprima discreta, come a consumare la religiosità di un rito, poi avventata, impudente, concitata.
Assapora, esplora, rifugge e ritorna, come un'onda, la marosa proiezione di un ardore incosciente, estatico.
E in quelle onde io sono naufrago, la zattera della mia razionalità è travolta dall'esondare burrascoso dei suoi gemiti, sommersa dall'inquieto inseguirsi degli spasmi, resiste, si affaccia, ricade, resiste, s'infrange, riaffiora. Si abbandona a quella liquida voluttà.

Il suo piacere è un nocciolo di ciliegia da rigirarsi sul palato, le labbra si aggrappano a quell'incanto che turgido si protende verso l'ebbro desiderio della mia lingua, viandante irrequieta che da quell'appiglio si tuffa tra le pieghe accoglienti del suo svelato mistero.

E mi delizio del suo sapore e della sua anima, con lo stesso spietato entusiasmo con cui si affonda nell'ultimo gelato di agosto, a misurare in ogni gesto la grandiosità della fine, e perdurare, imperversare, continuare, e ancora, e ancora, nel livido graffiarsi delle ginocchia sul brullo sentiero del compiacimento.

Il suo abbandonarsi ha il gusto di un ricordo felice, è nettare e ambrosia e io sono ospite inatteso al tavolo degli dei. Sorride, di quel sorriso cubista lacrimante di sensualità, di quel sorriso nascosto che ruba il fiato per trasformarlo in battito del cuore.

E lei non esiste.
Vorrei svegliarmi per svelare l'incanto di un sogno. Ma non è così.
Lei è.

Meravigliosamente.

E lei non esiste.