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23.5.12

Sabbia (post che avrei dovuto scrivere il 23.05.1992, scritto come l'avrei scritto allora)


Piove.
E' da ieri che minaccia di piovere. Ma oggi è proprio un temporale.
L'estate improvvisa di questo maggio è implosa tra le litanie dei fioretti, e i misteri gaudiosi si nascondono tra le gocce  che contraggono l'asfalto accaldato.

Nuvole rosse, cariche di sabbia ocra, granelli impalpabili  scivolano sul manubrio della bici.
Pedalo.

Le mani in tasca e una polo bianca a garrire nel vento grigio d'asfalto, pedalo. Assaporando le variazioni del sapore della pioggia in funzione del dove sono arrivato.
Lì, le ciliegie selvatiche riempiono il naso dell'aspro rumore dell'eco di vespe affaccendate, là il bisticciare delle foglie di granturco spolvera l'aria di un greve affanno, e poi le ortiche. Pioggia e ortiche, così buono che istintivamente lascerei andare la bici fino a finirci in mezzo, fino a guardare il cielo nascosto dai vetri nuovi degli occhiali.

Miope hanno detto, ma oggi non c'è niente da vedere più in là di me.

Lei oggi ha sorriso. Mentre leggeva quel foglietto abbandonato sotto al banco ha sorriso.
E mi ha chiesto se sapevo chi poteva essere stato.
Parlava con una mano davanti alle labbra, raggomitolata nella manica sformata della felpa, fa sempre così. Poi, togliendosi li occhiali (anche lei ha gli occhiali), ha spalanacato le porte di quel sorriso arabo e arabesco, vero mistero doloroso di questo maggio sfogliato sul pavimento tremante della biblioteca.

"Sono stato io, l'ho scritto per te", me lo ripetevo dentro in dialetto respirando l'ambra della sua pelle.
Me lo ripetevo dentro, più dentro e più dentro ancora, lungo il sentiero inverso rispetto a quello che avrei voluto sentirlo percorrere.

Piove, ma in edicola ci passo lo stesso, magari qualche Dylan vecchio gli è arrivato e al limite posso infilarlo nella borsetta di nylon che uso per coprire la sella.
Niente. Ma tanto domani ripasso.

"Isagogica", me lo appunto su uno scontrino. Potrei usarlo.

Entrando nel bar l'impressione è di insolito.
Poi focalizzo, il Bubble Bobble è libero. Nessuno che si accalca, nessuno che infila di straforo 200 lire nella gettoniera. Ma c'è qualche partita? Sono le sei di sera, direi di no...

Eppure sono tutti di fronte alla tv. Sullo schermo polvere, calcinacci, terra smossa. Non capisco.
Poi l'immagine si allarga, si vede una strada divelta, una Lancia Thema con la porta aperta, poi l'altra cos'è? Una Croma?
E non capisco. I sottotitoli dicono strage, e c'è gente che si muove ancora trafelata lì dietro, e un giornalista col microfono in mano che dice bomba, dice mafia, dice giudice Falcone.
E inizio a capire, ma neanche troppo.

Ma rimango lì. A perdere gli occhi su quella terra rossa come la sabbia del deserto che sta cadendo con la pioggia, e mi immagino che sia la stessa, che il vento l'abbia portata da lì e cerco nell'aria fumosa del bar l'odore dell'esplosivo, della plastica bruciata, il gusto ferroso del sangue.

E non capisco.

Poi il pigolio di un videogioco mi distrae, giro lo sguardo e mi lascio trascinare da quel niente. La tv blatera ancora, si sente la sigla del tg1 e ancora bomba, ancora strage, ancora mafia.
E suona tutto così lontano. E non capisco.

Poi esco e sento la sabbia che graffia i palmi delle mani sopra le manopole della bici.
E di nuovo mi accorgo che è quello stesso rosso.

E non capisco. Ma non dimentico, non più.



11.5.12

Ma no è apocope di noi?



C'è chi crede di conoscermi, chi ha creduto di avermi conosciuto, chi ha capito che non mi conosceva, chi non mi conosce, chi vorrebbe non conoscermi, chi dovrebbe conoscermi, chi avrebbe voluto conoscermi, chi ha fatto finta di conoscermi, chi ho fatto finta che mi conoscesse, chi mi ha conosciuto, chi non vorrei mai che mi conoscesse, chi mi conosce.

E poi ci sono io.

Io che se dico qualcosa qui è perché ne ho voglia, che preferirei un foglio se ci fosse un foglio così, che il ticchettio della tastiera è pioggia ma la penna è gelo.
Io che tra carta sasso e forbice è sempre carta. Perché con la mano aperta posso scrivere, e pure tra questo brullo niente inciampo in qualche pensiero lucido.

Che mi meraviglio segretamente e guardo prima di osservare. E aspetto.

Io che quest'anno compio gli anni ed è passato un bel po' dall'ultima volta.

E' passata una casa, una scoperta, una vita addirittura e mai avrei voluto, silenzi. E' passato un attimo di felicità, breve da riuscire a nasconderlo, e il Nulla, quello della Storia Infinita che avanza fino a sbranare ogni parvenza di realtà.
Un lavoro e angoli di muro accovacciati nell'estrema consapevolezza dell'irrisolto, e resistenze abbandonate al fluire delle decisioni inespresse.

E' passato anche il pensiero di potercela fare.Non qui, non adesso, non così.
Ma sarà mai.

Lo so, sono cose mie che manco si capiscono. Ma anche tutto il resto qui dentro è mio, e neanche quello si capisce. Se credevate di averlo capito finite nel girone di quelli che pensano di conoscermi.

E poi ci sono io.

Io che il no è qualcosa di intimo. Tanti estranei, disponibilità disilluse, affidabilità inclusa. Ma il no, il no è solo per chi si ama.

E tutto questo per ricordarmi che domani smonto un pezzo di cucina.

19.4.12

Una botta di culo


Piove.
E' arrivata così, come se toccasse davvero a lei. Nessun fronzolo, solo lavoro.
Professionalità. Null'altro.
Un semplice tuono ad aprire le porte a quel vento basso che si riempie di terra umida, un cane che ti offre l'addome a mendicare carezze svogliate.
Come questa pioggia d'ordinaria amministrazione.

Mi hanno sbattuto la macchina.
Piove.
Arrivo in parcheggio, faccio il giro per caricare la borsa della palestra e lo vedo.

Il lampione lì di fianco sembra illuminare solo quello sfregio, la luce rimbalza tra le pieghe accartocciate della sua pelle liscia di metallo e le gocce scivolano su quella ferita come lacrime a celebrare il dolore urlante della carrozzeria. Persino una musica lieve rincorre quel fascio di luminoso, lo abbraccia pulsando e respirando allo stesso tempo, è Jeff Buckley che canta Hallelujah, arriva dal cielo anche questa melodia.

Un cazzo, ho lasciato la porta aperta: è l'autoradio... e piove e il lampione punta qui perché il vento lo sta per sradicare. Eppure sono ipnotizzato da quell'ammaccatura.
Non mi dà nemmeno fastidio, capita. E poi è una macchina, nuova per carità, ma pur sempre una macchina.
(potrei usare dei sinonimi lo so, automobile mezzo veicolo vettura. non mi va).

Chissà, magari un lampo ha accecato il guidatore, o forse ha sterzato di colpo per salvare un riccio.

E se fosse stata un'astronave?
Non siamo soli, si sa, e certi alieni sono dei cafoni tra l'altro... manco un bigliettino, per dire. Uno "scusa ma piove".

Comunque io sono incantato.

Mi avvicino.
Mi avvicino e capisco.

E' un'immagine che mi rimbalza nella mente, solleva la polvere dei ricordi in disuso.
La riconosco.

Ancora tu.
Ti avevo nascosto nel fondo di un cassetto, era finita tra me e tu, ricordi?
Cosa ti ho detto l'ultima volta? Non ti credo, non più, non siamo fatti per stare insieme.
Ed eccoti qui, a punirmi, attaccarmi, castigarmi.

Non ti era bastato illudermi, vero Jonathan?

Eri un cazzo di guru e io c'ero cascato. Nessun limite.
Il nostro mantra, l'utopia che si traveste da reale, ma lo fa in modo così approssimativo da divenire beffa, illusione.

Solo quando si ama troppo si riesce a rinnegare così ardentemente, e io e te non abbiamo più niente da dirci, capisci?


Ore, giorni, sogni, da stringere tra le dita nell'ammaliante lucentezza delle pagine patinate.
E la libertà.

E tu che ti ostinavi a dirmi che la libertà è non avere limiti, essere diversi, ostinarsi in quell'idea sbagliata ma tua... e la intuivo la dissonanza, ma quel vento in picchiata da 2000 metri mi confondeva, lo ammetto.

Qualche anno fa scrissi "Il giorno che ho ucciso Jonathan Livingston".
Non è un racconto e nemmeno una poesia. No, non è un romanzo. E' un titolo. Ho scritto un titolo, perché bastava quello, non c'era nient'altro da dire di quel giorno.
Solo che ci voleva, è forse da lì che sono ripartito.

Illusioni.

Ecco ribellati, invadi questa mia quotidianità, affrontami.
Non si sta così bene da reietti, eh? Tieniti pure la soddisfazione di avermi distrutto la macchina (autoveicolo), ma renditi conto stavolta che quei limiti ci sono, devono esserci.
La libertà è averli quei limiti. E l'estasi è inciamparvi con meraviglia, non infrangerli con ostinazione.

Volare. Ti sei sempre perso in quelle evoluzioni, perdendoti e perdendo.
Ma va bene così, per te. Per me no, ma già lo sai. Jonathan.

Io non volo più con te...

Fanculo, Jonathan Livingston.

E della macchina (automezzo), non me ne frega un cazzo!

21.3.12

Equinozio


Quand'è che ci siamo persi? Dove?
E cosa? Quando?
 
Che il pensiero di te afferrava il mio respiro fino a farne polvere di vetro. 
Poi il silenzio.

Nessuna notte frinente d'estate, nemmeno il fruscio delle foglie marcescenti sotto ai nostri passi mattutini e autunnali, lontano da noi l'eco sorda delle rincorse sventate e ventose di neve e d'inverno.
D'inferno.


E ora chi sei? E dove?
Quanto di noi hai ficcato in questa lontananza e quali sogni hai perduto nei tuoi viaggi?


E io non lo so se la tua assenza è vera, "sia vera" ti correggerei, e arrossiresti sorridendo per nascondere il fastidio. Non so se sia stato vero tutto questo, non lo so:
mi acquatto nella penombra di questo vuoto di luna (sottile metafora penseresti, a ragione), e tendo la mia trappola al pensiero del tuo esserci.


Chissà, se è più quel che ci manca o quel che abbiamo, e se da qualche parte o in entrambi ci siamo noi e se hai sentito che ti ho pensata e se hai inciampato ancora nei miei se.
Come nei tuoi seni io, ma è di certo memoria apparente.


Non ci credo alla primavera, lo sai. E' mero inganno. Beltà illusoria.
Come quel giorno, forse.


Ma questa notte, ecco questa notte vivila ovunque essa sia, ovunque tu sia.
E' una notte giusta, equa. Vivila. In pace, ti prego. Se non con me almeno con te.
Se non con te almeno con quella luna smarrita che ancora si nasconde. Ancora.
Ma lo sappiamo che c'è.


Come me.


Ti lascio questa notte giusta, un panno di vento ha terso la vastità del cielo.
E a contare le stelle si finisce giusto a metà.

8.3.12

Vertigini



Lei non esiste.
E' un'epifania che si allarga dal centro del primo sguardo. Cerchi concentrici che sfumano verso gli angoli remoti delle mie certezze.
Sarà una linea cancellata della mia biografia ufficiale. La tessera mancante del puzzle disordinato di questa esistenza.
Lo intuisco mentre gli occhi sono già ostaggi del suo desiderio.

Scivola, come un rivolo di pioggia sul vetro gocciolante del suo offrirsi, il respiro afferra un brivido che accarezza rapido i sentieri sotto la sua pelle, e lo insegue. Assaporandone l'irrequieto fremore, deliziando i sensi di quel percorso setoso e incostante, inebriandomi di quell'attesa: quell'attimo irreale che precede ogni alba.

E il sole sorge nel tepore dei suoi fianchi, dapprima flebile risalendo le pieghe aspre del suo ventre raccolto, poi cresce, nel cedere accomodante delle sue gambe che si abbandonano alla spinta dei gomiti mentre le mani cingono l'estasiante natura delle anche.

E' un orizzonte verticale in cui l'infinito si ritrova anziché perdersi, l'istante incompleto su cui inciampa la processione dei miei sospiri. E' la linea tagliente su cui si affliggono gli intenti, il filo teso su cui barcolla l'esitante equilibrismo delle mie labbra, il loro incedere lento sussurra ai sensi la reticenza della caduta...

La lingua è il soffio di un vento che scioglie l'ultima resistenza, come un refolo estivo a preannunciare il prepotente affacciarsi di un temporale.
E a quell'idea di pioggia i petali si schiudono in un sorriso sgualcito ed etereo, a conservare l'incanto rugiadoso del risveglio, nel vellutato distendersi della meraviglia, come ali di farfalla ad anelare l'incanto del cielo.

E non c'è più un confine, nulla se non l'avido confondersi degli umori, e la lingua che risale la china scoscesa dei suoi fremiti, dapprima discreta, come a consumare la religiosità di un rito, poi avventata, impudente, concitata.
Assapora, esplora, rifugge e ritorna, come un'onda, la marosa proiezione di un ardore incosciente, estatico.
E in quelle onde io sono naufrago, la zattera della mia razionalità è travolta dall'esondare burrascoso dei suoi gemiti, sommersa dall'inquieto inseguirsi degli spasmi, resiste, si affaccia, ricade, resiste, s'infrange, riaffiora. Si abbandona a quella liquida voluttà.

Il suo piacere è un nocciolo di ciliegia da rigirarsi sul palato, le labbra si aggrappano a quell'incanto che turgido si protende verso l'ebbro desiderio della mia lingua, viandante irrequieta che da quell'appiglio si tuffa tra le pieghe accoglienti del suo svelato mistero.

E mi delizio del suo sapore e della sua anima, con lo stesso spietato entusiasmo con cui si affonda nell'ultimo gelato di agosto, a misurare in ogni gesto la grandiosità della fine, e perdurare, imperversare, continuare, e ancora, e ancora, nel livido graffiarsi delle ginocchia sul brullo sentiero del compiacimento.

Il suo abbandonarsi ha il gusto di un ricordo felice, è nettare e ambrosia e io sono ospite inatteso al tavolo degli dei. Sorride, di quel sorriso cubista lacrimante di sensualità, di quel sorriso nascosto che ruba il fiato per trasformarlo in battito del cuore.

E lei non esiste.
Vorrei svegliarmi per svelare l'incanto di un sogno. Ma non è così.
Lei è.

Meravigliosamente.

E lei non esiste.

27.2.12

Lunedì film


Già.
Come ci si sente a essere ingannati per l'ultima volta?
Tutta la vita avevano detto, tutta la vita che ti scorre davanti agli occhi come un film.

Magari così rapida da non capirci un cazzo (ma in fondo la trama la conosci già), con la colonna sonora stridula, fatta di voci accelerate e buffe, i movimenti appena intuibili.
Un fottuto Koyaanisqatsi di tutto ciò che neanche ti sei accorto di aver vissuto.

Com'è che diceva? "Fin qui tutto bene"...
Ecco, non c'è un cazzo che vada bene fin qui, perché io mi sono buttato con una megaconfezione di pocorn, convinto di sedermi nel fottuto multisala dell'esistenza e mi ritrovo a guardare un cazzo di trailer sullo schermo del telefonino.

Vedrai, vedrai che bello, dicevano. Tutta la vita davanti agli occhi, come un film. Meglio di un film.
E se c'hai gli occhialini te lo guardi in 3D, in HD. Registrato in DVD se credi alla reincarnazione.
Tutta la vita.

Vaffanculo!
Qui non c'è nessuno cazzo di schermo, solo il riflesso ridicolo della mia faccia spettinata che si specchia sui vetri di questo grattacielo indolente, la pelle che si accartoccia in modo strambo mentre il vento della caduta la percuote, l'asfalto lanciato dalla fionda impietosa della gravità.

E stava mirando proprio me.

Garrisce addirittura il mio viso muto, come le bandiere tenute fuori dai finestrini delle macchine in corsa durante i caroselli. 
Ma qui non c'è un cazzo da festeggiare, menotremenoduemenouno e quel marciapiede sarà il ritratto dipinto del mio passato.
E non ho visto il mio maledetto cazzo di film.

Ho pagato il biglietto.
L'ho pagato in anni, sofferenze, impotenze, irrealizzazioni. L'ho strappato dalla matrice lercia del tempo, lo stesso rumore del sacco che si chiuderà sopra i miei occhi vacui. Tra un po'.

Forse.
Forse, ché qui niente sta andando come dovrebbe. E la mia vita che scorre davanti agli occhi non l'ho vista.
Fin qui tutto vaffanculo.
Fin qui tutto vaffanculo...

Non so neanche se ora ho chiuso gli occhi per il vento o se è la strada che si è fatta nera.
Non si distinguono più neanche i colori da questa distanza.
Ed è notte.

Si è fatta notte e neanche me ne sono accorto. Cadevo.
E aspettavo il mio film che non vedrò. Eppure dicevano. Dicevano sì, tutta la vita ti passa davanti agli occhi quando muori.

Se fossi ottimista penserei che è solo perché non sono ancora morto davvero, ma non è così, è solo l'ultimo imbroglio.

Umiliati.
Ecco come ci si sente a essere ingannati per l'ultima volta. Non traditi o arrabbiati o delusi. Umiliati.

E volevo solo il mio film.



C'è il profumo del caffè d'orzo zuccherato che sfrigola nel cuore fibroso del pan biscotto bianco, uno squittio di cucchiaini che fugge lungo le scale che affronto incerto. Scendo ogni scalino con due passi pesanti di talloni, ho gambe corte da bambino di un anno e mezzo.
Il quadro sul muro di fronte alla porta, 'quello lì più grande sei tu' mi diceva mia nonna, lo guardo mentre mi aggrappo al corrimano. 
La gonna del vestito a fiori invade le narici di sapone di marsiglia, ma il suo sorriso sa di colazione.
La casa odora d'inverno e di zolfo sfregato delle capocchie dei fiammiferi.


E' iniziato penso.
Ma è solo un imbroglio.

Nero.


Tenetevi pure i popcorn.

7.2.12

storie

E' che spesso gli accostamenti sul sito de La Repubblica sono illuminanti.

Io guardando i titoli mi sono chiesto se non fosse proprio quella stessa operaia alienata, spinta dal desiderio di toccare con mano quegli aggeggi elettronici che fabbrica, a lottare per diventare una top model e poter così coronare la sua necessità di tecnologia.

E così ho pensato alla sua storia, agli sfruttamenti in fabbrica, al computer finto costruito col cartone nella penombra della sua cameretta. E i compromessi, l'amico suicida, l'invito strappato a un party di gala, gli occhi pieni di luci e display, le conoscenze, i provini, il book, la passerella e finalmente il successo.

Un successo coronato da quel pc comprato con l'emozione sulla punta delle dita tremanti.

E bivi. Il lusso che acceca, che annoia, oppure la mitezza d'animo che non si lascia sopraffare dalla ricchezza. E se decidesse di tornare in fabbrica? abbandonare quei giocattoli e ricominciare il suo lavoro monotono e distaccato.

Bivi.

Vabbè, sempre sia lodata l'homepage di repubblica.

14.12.11

Lettere da Q.C.D.A.S.



"Erato cara,
  qui è una qualche ora della notte e mi stavo chiedendo cosa sarebbero stati questi giorni senza la preziosa, quotidiana scoperta del tuo mondo, senza la possibilità di concentrare le attenzioni sui tuoi attimi, magari sciogliendo le parole in considerazioni inopportune, frammenti d’un’effimera poesia che si trascinano dietro ai miei passi e che irriverenti hanno contaminato i nostri discorsi, deviandoli a volte, sviandoli tra le pieghe di una realtà fittizia, puramente onirica e crudelmente tracimante di illusioni passate, immagini come bolle di sapone che si sono affacciate ai miei pensieri con la stessa velata incoscienza che spesso ho lasciato ai miei sguardi, meticolosi esploratori alla strenua ricerca di nuovi riflessi tra le onde dei tuoi occhi.
Ci sono stati momenti in cui ho vacillato, attimi in cui i pensieri mi hanno investito, pesanti come pietre frananti a scuotere le fondamenta di questo spicciolo di vita che mi sto costruendo dalle ceneri di tutto ciò che ho vissuto e bruciato. E’ stato insolito, spiazzante direi, dovermi confrontare con un mondo che mi sussurrava lontano da dietro le spalle, è stato spregevole a volte l’insinuarsi dei dubbi, il sovrapporsi vellutato dei perché, l’esaltazione attraverso la consapevolezza del come ti vedevo, di tutto ciò che di te difetta il mio cammino, di tutti quei particolari che come quadri impreziosiscono da un tempo indefinito la mia mente e che svelavo in te a ogni sguardo o parola. So che in qualche momento anche tu hai vissuto qualcosa di simile, sicuramente diverso, addirittura distante magari, ma comunque credo sia simile quella sensazione di incompletezza che ci ha pervaso, quell’esile collana di mancanze che a un tratto sono apparse più visibili, come se un raggio di chissà che sole le avesse per un secondo illuminate e portate alla nostra vista.

Probabilmente è così, forse abbiamo ancora molto da costruire, da capire, c’è un infinito spazio per i cambiamenti nelle nostre vite, e c’è soprattutto in funzione delle persone che amiamo, amare è sicuramente un reciproco avvicinamento ma anche e soprattutto un inconscio cambiamento degli uni rispetto agli altri. In questi giorni, mentre i pensieri mi avvolgevano come spine di un rovo, ho trovato in me risposte a domande che probabilmente non mi ero mai posto, l’invaghirmi di quello splendore che come un manto ti porti addosso ha rimesso in funzione parti del mio cuore che troppo spesso ho evitato di valorizzare, come quei muscoli che si indolenziscono alla prima corsa dopo tanto tempo.
I dubbi non sono mai negativi, sono espressione della nostra legittima voglia di sentirci bene pienamente, sono risvegli di un animo che ogni tanto rischia di assuefarsi alle situazioni, i dubbi sono trampolini mediante i quali possiamo calibrare i nostri salti e raggiungere in certe risposte la parvenza d’aver volato.

Non esistono persone perfette, non dobbiamo pretenderlo così come non dobbiamo portare a credere nessuno che noi lo siamo, esistono persone, cariche come tutti di difetti che spesso sono esclusivamente da amare.

La situazione che ho vissuto in questi giorni ha colorato di nuove sfumature le mie emozioni, il caso come un pittore svogliato ha lasciato le nostre vite come macchie sulla tela di questo mondo e in una sensazione sottile come un brivido sento che piano piano le cose prendono forma tra le gocce di colore.
Io so che devo ringraziarti per tutto questo e di controcanto però devo anche scusarmi per emozioni che magari avresti preferito non vivere, per momenti che in realtà non ti sarebbero mai appartenuti, per dubbi che forse e giustamente non avresti mai sentito tuoi.


Fra pochi giorni ormai io prenderò la mia strada, non so se avrò un’altra occasione come questa per ringraziarti, non  so se ci saluteremo come se fosse un addio, senza un riferimento, un recapito e con la presunzione che il caso accompagni le nostre vite verso altri crocevia un giorno. 

In ogni caso, grazie!

Ti lascio con quel bacio e quell’abbraccio che non ti ho dato."

8.12.11

Il profumo del mostro selvatico



"Ci sono giorni in cui lo odio proprio il mio lavoro!
Non sempre, lo ammetto. Anzi, diciamo pure che il più delle volte è una pacchia.


Me ne sto lì, servito e riverito, qualche cavalcata ogni tanto, le lezioni di scherma, le feste a palazzo.
Preoccupazioni? No, preoccupazioni proprio no. Magari qualche dubbio ogni tanto.


Vado? Non vado? Salverò la situazione anche stavolta?


Che poi la verità è che in fondo in fondo mi piace. Sentirsi gli occhi addosso, vedere che la gente pende dalle tue labbra. E' una sensazione appagante non c'è che dire. Per questo ogni tanto m'invento qualcosa per farla durare quell'attimo in più: un inciampo, un colpo di scena, un "no, no, non può farcela".


Ma alla fine ce la faccio sempre. Sapete qual è il mio segreto?
Abnegazione.


La mia vita è al servizio di ciò che voglio essere. Poco importa se, in alcuni momenti, la quantità di sacrificio che metto sul piatto della bilancia è smaccatamente impari rispetto al risultato immediato. 
Perché non è nell'immediato che misuro la mia esistenza, no.
Io già so che quell'attimo domani sarà già un ricordo, il souvenir crudele di ciò che devo subire per vivere, ma nel contempo sarà un volano, la spinta che trascina il mio quotidiano in cavalcate, lezioni di scherma e feste a palazzo. 

Do ut des.


Vi chiederete se sono sacrifici veri? Beh, sì lo sono.
Generalmente è puzza. Odori. E io proprio non li sopporto gli odori.


Invidio, lo giuro, gli operai delle concerie, col loro olfatto atrofizzato e l'incuranza per quell'effluvio nauseabondo che si trascinano addosso. Io no, io sono un cazzo di Grenouille.
Mi investono, mi colpiscono violenti alla bocca dello stomaco. Vacillo, vacillo spesso ma non lo do a vedere. Rovinerei quell'istante di sospensione che precede ogni disbrigo.


Io li chiamo così: disbrighi.


Odori dicevo.
Avete presente quel fiato pesante che si mastica sul palato appena svegli?
Ecco, moltiplicatelo per le 365 mattine dell'anno e poi ancora per 100 anni. 100 anni.
Bene, immaginate quindi quel puzzo moltiplicato per 36500 volte.


Questo è il mio lavoro.
Il mio lavoro è baciare quel puzzo.


Niente di troppo compromettente sia ben chiaro, diciamo che più che un bacio è uno sfiorarsi di labbra.
Ma io lo faccio e vi assicuro che non è piacevole. 
Voi non la bacereste una che ha dormito per 100 anni, ne sono sicuro.


Io sì.


Comunque eccomi, sono arrivato.
Pronto per il prossimo disbrigo.


La vedi incantevole dentro la sua bara di cristallo e pensi "beh, stavolta non mi è andata neanche male". Poi ti avvicini e i pensieri si fanno più lucidi.
Ti guardi intorno e sai che qualcuno lo sta pensando: almeno uno c'è sempre. Lo pensi anche tu, ma tu sei il Principe Azzurro mica puoi mostrarti titubante.


Allora mentre ti avvicini pensi alle cavalcate, alle lezioni di scherma, alle feste a palazzo.
Mancano ancora diversi passi, eppure l'olezzo già si preannuncia alle tue narici. Le feste a palazzo, le lezioni di scherma, le cavalcate.


Mi sorreggo alla bara di cristallo, mentre fingo di cercarne l'apertura.
Sto per baciare un cadavere. Un corpo morto da una settimana con un pezzo di mela incastrato in gola.
Avete mai provato a lasciare sulla finestra una mezza mela per una settimana?
Ecco, io sto per baciare quel marciume.


A me piace quel che faccio. Eppure ci sono giorni in cui lo odio il mio lavoro!

Oggi è così."

17.11.11

Intermezzo


Di tutti i modi in cui avrei potuto morire ho scelto il più doloroso.


Mi sono abbandonato alla carezza dell'ansietà, fino ad sentire sul collo la corda tesa della rassegnazione: ma mai ho ceduto all'allettante richiamo di quell'attimo sospeso. Fugace pensiero che ho avvolto tra le spire soffocate di un nodo, troppo stretto per lasciare spazio alle mie azioni.


Come travolto dal fiume di una liquida esistenza, ho respirato il maroso invito dell'oblio. Fino a scatenare l'angustioso ossimoro di fuoco nei polmoni: fino a lambire l'annegata riluttanza di fantasie naufraghe e affannate.


Ho abbandonato al vento i miei occhi spalancati e arsi, in bilico sul filo tagliente dell'inquetudine. Guardando giù. Come a tracciare la via di un'irrefrenabile caduta, spalancare le braccia all'inutile resistenza dell'aria, i desideri al ruvido sorprendermi del suolo, lo sguardo a una rapida meta.


Nel silenzio affilato del gelo ho mendicato i frammenti dello specchio in cui non mi riconoscevo, tremante ai polsi ho abusato delle loro scarne difese, ne ho raccolto il pianto vermiglio nelle mani a coppa. Il sapore ferroso della fine mi sussurrava nel sonno. 
Ma mai ho lasciato il passo a quel consolante rimedio.


Perché ho deciso. La certezza del cosa battibeccava col dilemma del come. Ma poi ho deciso.


Di tutti i modi in cui avrei potuto morire ho scelto il più doloroso.

Ho scelto di vivere.

28.10.11

Erato o dell'incompletezza

Un giorno magari mi metto a fare un po' di ordine tra i ricordi. Per ora va così, estirpando coi denti le schegge appuntite di quello specchio infranto. Il riverbero indolente di dolori frammentati, in cui si moltiplica all'infinito una visione di me sempre più dispersa.

Per ora va così.

"Erato impersonificava una complessa equazione di cui potevi solo intuire una soluzione.
Lei era.
E in quel suo essere avviluppava come un panno umido ogni altra sensazione. Qualunque attimo vissuto in funzione di lei era una sinestesia incostante, che abbacinava il mio illusorio comprenderla.


Non c'era rimedio a lei. 
Non alla fitta delle sue unghie che squarciavano la stoffa pesante della mia malinconia, non al suo viscerale volere, incantevole disinganno del mio timido razionalizzare.


Lei era. Era e voleva. 
Con un sussulto del respiro, con il socchiudersi rugiadoso delle labbra, voleva nel rossore irruento di quella pelle nevosa, voleva. Nei percorsi delle dita, nell'arco perfetto disegnato dalla curva della schiena, voleva ubriacandomi nella liquorosa densità del suo sguardo... Senza rimedio.

Racchiudeva nei suoi occhi l'impeto di un poema, la somma di tutti i versi che fossero stati anche solo pensati, abbozzati, dimenticati, fin dall'originaria scintilla d'ingegno che il primo uomo potesse aver avuto.  

La carezza autunnale del suo sguardo percorreva le stanze di ogni componimento, ma mai nessuna parola era riuscita a raccontarla davvero.


L'inventai, abbandonando me stesso in ogni spazio tra lettera e lettera, consumando le notti così come avrei voluto consumare l'aria che ci divideva.


L'inventai, e forse inventai anche tutto ciò che successe dopo.


E nell'unico, infinito, attimo in cui il suo sguardo mi ha cercato..."


Q.C.D.A.S. un libro che, pur non esistendo, si interrompe sul più bello.


25.10.11

alla notte e ai suoi occhi


Sverisce la notte,
grinosa, sostende nei grabi linosi
di un mèreco niente.
Attunde scerzante,
smarendo nei lei diamarosi
dei tuo occhi rimanti.

S'arriglia,
cormando i roselli,
tralando i bareni:
saprosi,
diprenti,
sfimati di te.

E quesce smarnita,
sdilando la prenìca ormenza,
sdilando la vita.

22.10.11

'notte



Buonanotte di spine e sangue
avvolti in un silenzio che langue,
di delirante luna dea di sbagli
soffoca la penna sui miei fogli;

buonanotte di vento e nulla
di nubi che coprono l’ultima stella,
di crudi strepiti di cuore
di labbra svinte di piacere…

buonanotte a un’altra rea,
un angelo che porta in sé l’inferno,
la cieca furia di un’idea
la bianca stretta sul mio sterno,

l'attesa confortante di un bersaglio,
che inebria e uccide e muore e muoio,
l’etereo sospirare del suo viso
è un sogno che mi svela il paradiso.

Buonanotte di suoni sparsi,
del battito di questi tasti spersi;
buonanotte a un viaggio senza orme
che sfiora l'alba di un giorno che non dorme.

9.10.11

Di donne (poste che avrei dovuto scrivere il 21.05.1999)


[che poi non è pigrizia, è che stavo sfogliando cose vecchie per cercare una roba che mi era venuta in mente...]

5.10.11

Vuoti


L'ultima volta che ho aperto a caso una pagina di quel libro, parlava di Melpomene.
Oggi parla di Clio.
"Q.C.D.A.S." è un libro che non esiste, così come non esiste ciò di cui parla. Così come non esito io...

"Clio sorrideva nascosta dallo stipite della porta. 
L'espressione massima del suo essere sé stessa era il nascondersi; l'essenza stessa del nostro conoscersi era stata soltanto un gioco di maschere virtuali. 


Il vedersi era stato improvviso e incauto, forzato addirittura. Non come se non dovesse accadere, ma più che altro come se non lo meritassimo: e di questo si alimentava il suo spirito, di quell'insensato abbandonarsi all'inadeguato, quasi fosse il laccio che tratteneva quella maschera incollata al suo viso leggero.
Quello però era il tempo dell'osare, l'allontanarmi dal mio esistere mi aveva conferito una sfacciataggine inconsueta, maledettamente inopportuna eppure talmente irruenta da appagare in quell'impetuosità la mia sopita virilità.

La scorsi da subito dietro le dita intrecciate sul viso, e in quel gesto la salutai ore dopo. La scorsi: era la sua anima. Incantevole miraggio d'insicurezza e lascivia.
Gli occhi sorridevano attraverso gli spiragli concessi da quelle mani morbide, burrose come quelle di un neonato. Quegli sguardi deliziosi filtravano dal loro nascondiglio di timidezza, alla stregua di raggi solari. Mi accecavano in qui brevi attimi in cui riuscivano ad allinearsi coi miei.


Parlava da dietro la tenda del suo incomprendersi. Parole brevi, domande per lo più.
Poche frasi dense d'incredulità. Poi quel divano troppo ampio per la sua immensa anima minuta.


La stanza, pur essendo parzialmente ammobiliata, risuonava spoglia. La casa lasciava tra le labbra il sapore di polvere di un luogo in disuso. L'ho sempre immaginata vuota negli anni a venire.


Mi chiese, non lo disse mai, ma mi chiese di rubare quell'essenza che selvatica spingeva alle pareti interne del suo corpo mellifluo. Come Prometeo ingannare la sua timidezza per carpire il fuoco che ardeva in ogni istante di lei.


Un angelo che non sa volare. Ecco cosa pensai nell'attimo esatto in cui morsi il suo labbro inferiore.
E ancora si nascondeva dietro quelle mani d'avorio.


Le presi tra le mie, per afferrare il suo sguardo e accarezzarlo col palmo. Come fosse la copertina del libro che mi apprestavo a sfogliare.
Sfiorai un sorriso che mi racconto tutto di lei. E desiderai leggere quelle pagine. Scovarle e leggerle, ad alta voce, come a spiegare a lei stessa chi fosse. 

E iniziai a cercare. "

[continua]


Tratto da "Q.C.D.A.S." un libro che neanch'io so come




28.9.11

Un giorno da Pecorino


Ci sono giorni in cui prendersi sul serio proprio non conviene.
Eppure è con serietà che scrivo queste righe.

Di Pecorino credo di averne già parlato da qualche parte in questo blog.
E' il personaggio di un fumetto. L'intuizione goliardica del Giack, padre padrone di quell'entità fumettistica che, pur nella sua irreale irrealtà, si proietta come un proiettile attraverso la nostra reale realtà.


Pecorino nasce, probabilmente, come presa in giro del "mondo Disney", l'esasperazione della sfortunata quotidianità di un empatico Paperino, quello che fa simpatia pur incarnando i vizi contro cui generalmente ci lamentiamo: la pigrizia, l'inoperosità, il nepotismo, l'incompetenza...

Nella sua tragica riproposizione però Pecorino va oltre, si spoglia di quei difetti per presentarsi a noi puro, ingenuo, vittima innocente (un agnello sacrificale, appunto) delle proprie azioni, azioni tanto normali quanto sconsiderate. E' proprio in questo passaggio che Pecorino diventa 'NOI'. Noi lamentosi, sfortunati, irrecuperabili, rassegnati. E nella rappresentazione della sua realtà scorgiamo la nostra: l'affidarsi a un mondo che si rivela sempre e comunque ostile, il credere, l'imbonire, il tradimento perpetrato da chi più ci è vicino.


Perché l'epilogo è sempre lo stesso, qualunque sia la narrazione, la storia, la vita, finisce sempre così: Pecorino la prende sistematicamente in culo!
Ed è proprio il sistema, quello della politica che a crederci o non crederci, quello dell'economia che a crederci o non crederci, quello della società che a crederci o non crederci, insomma quello di NOI che a crederci o non crederci, a fare o non fare, dire o non dire, alla fine tocca che la si prende in culo (rimango nel metaforico naturalmente).

Ecco Pecorino è questo, o almeno questo è quello che ho pensato quando l'ho letto per la prima volta.
E a farci un pensiero serio mi sembra un personaggio così malinconico.

Così malinconico appunto che ho pensato che non merita una redenzione, una riscossa, una via di fuga.
Appunto perché è l'incarnazione di quello spirito imperterrito e cocciuto che continua ritornare, a vivere, a insistere, a lamentarsi anche, ma senza poi cambiare nulla di ciò che è e ciò che fa.

Non ho voluto dare scampo al nostro eroe nemmeno in un mondo di fantasia, e ringrazio Il Giack che me l'ha permesso e soprattutto che ha disegnato e inchiostrato in modo splendido quel che mi è passato per la testa in quel momento.
Il senso di tutto, a parte che a me fa ridere e questo mi basta, credo di averlo già spiegato qua sopra, quindi se siete arrivati qui lo sapete già.
Quindi Pecorino contro Harry Potter Fotter, il reietto contro l'eletto, perdente e vincitore che per un istante si confondono, ma è solo illusione: perché Pecorino perde anche quando è vincente. E vabbè, lo so che così vi ho raccontato il finale.
Ma in fondo è sempre così che finisce.

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27.9.11

Buon compleanno!


[...segue]
Vivere di lei significava vivere d'invenzione.
Ogni momento importante necessitava di un corrispettivo irreale, uno specchio deformante che ne ridisegnasse i bordi. Non perché il mondo non ci bastasse (il mondo era fin troppo per noi al tempo), ma per l'irritante consapevolezza che nel mondo così com'era non saremmo potuti esistere.

Non era neanche una questione d'improbabilità a dire il vero. Sì, gli anni di differenza erano un abisso in quel momento, ma era un abisso in cui il cadere era morbido e sfumato. E non era nemmeno il volersi o il piacersi, quantomeno non lo era per me.


Eppure c'era qualcosa che non funzionava nel reale.
O forse era soltanto una scusa per inventare. Costruire mondi e modi, personalità, situazioni.
Universi in cui perdersi e trovarsi, fantasie talmente nostre da essere addirittura imperfette, fallaci, avverse.


E tutto per un gioco d'anime che arrancava nell'illusione di aversi, senza trovare l'effettiva direzione in cui posizionare quelle due tessere del puzzle che sapevamo essere fatte per combaciare. Ma non ci siamo mai riusciti. Forse.


Quel giorno era il suo compleanno e io avevo una storia per lei. 
[continua...]

Tratto da Q.C.D.A.S., un libro che non esiste ma non importa.

24.9.11

La soluzione



Quando ti ho incontrata ero già morto.
Per due volte avevo deciso, senza neanche una lettera, una spiegazione. Solo il fatto, così, nella spoglia semplicità di ciò che era: fine. Maschile e femminile, in quel gesto sovrapporre entrambi i significati. Senza neanche una lettera.

Sai, quando dicono ‘il freddo della lama’? E’ una stronzata, non lo senti. Solo il calore del sangue che si affaccia ai lembi di quel taglio perfetto.
Prima è il bruciore, un dolore consolante che ti strappa un sospiro e ti fa chiudere gli occhi come se ti stessero accarezzando. Chissà se è la morte o la vita?
Poi comunque è il sangue, colore, calore e il palmo della mano che arde di quel passaggio vermiglio.
La cicatrice neanche si vede, si è nascosta con precisione nella piega del polso, nello stesso punto in cui hai infilato le unghie per la prima volta, per portarmi via, trascinarmi nella tua realtà.

E’ così che ti ho messo la vita tra le mani, con la consapevolezza che tenendola nelle mie avrei fatto solo disastri.

Quanto tempo è passato da allora: forse secoli, forse addirittura mi confondo e non fa nemmeno parte di questo tempo quella storia.

Tuttavia, davvero non lo so dove sia finita quella vita. Io non ce l’ho, tu non ce l’hai. A volte davvero mi chiedo se sia mai esistita. E se sei esistita tu, così come ti ricordo.

Oggi c’è il sole. Oggi troverò l’assoluzione.