ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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30.12.13
Quei dieci minuti.
A me del natale non interessa. Lo scrivo anche in minuscolo per rendermelo meno interessante.
Non mi interessa fare regali, o almeno non mi interessa farli in quanto natalizi, e men che meno mi interessa riceverli. Anzi, se posso cerco di non riceverne.
(che poi il punto è sempre quello, se mi serve una cosa me la compro, vuoi regalarmi qualcosa? Dammi qualcosa che non si può comprare: un sorriso, uno stare bene, delle foto nuda...)
Comunque il natale è quel giorno che precede il da domani dieta, in cui solitamente guido e generalmente piove. Ci sono i natali da 100 km e quelli da 230 km, quella è una cosa che varia in base agli anni.
Le cose che invece rimangono sempre quelle sono due.
Una è il pasticcio. Nel resto del mondo, quel territorio barbaro che stringe le sue maglie attorno a questo sprazzo di civiltà, il pasticcio lo chiamano lasagne. Come se le lasagne non fossero un'altra cosa ancora.
Fatto sta che qui è pasticcio invece.
La seconda cosa sono i dieci minuti in cui riaccompagno a casa mio nonno.
Mio nonno ha 93 anni quasi ed è sempre più rannicchiato in sé stesso, accartocciato come quelle foglie che invecchiano attaccate ai rami e non ce l'hanno proprio il pensiero di scivolare giù.
Ecco, mio nonno durante l'anno mi racconta sempre le stesse cose ma in quei dieci minuti la sera di natale, dopo essersi addormentato sul divano per un po', dopo aver speso un quarto d'ora per intabarrarsi come se avesse dovuto scendere dal modulo lunare dell'Apollo 11, ecco, in quei dieci minuti di curve e strada ghiacciata mio nonno pesca sempre da un angolo differente della memoria, come quei congegni a tempo che si attivano solo in un determinato giorno.
Mio nonno affossato sul sedile della macchina, pare incollato al sedile come se al posto della cintura di sicurezza ci fosse un pezzo di scotch, parla della crisi, di come si sta. E si lamenta di quelli che si lamentano scrivendo dal loro smartphone, che quando si è sposato lui l'unico telefono era a 10 km.
Poi mi guarda, gli occhi dello stesso azzurro del cielo stanco dietro di lui, mi guarda e biascica il suo dialetto appoggiandosi al bastone, anche in macchina.
I se copa parché ghe xé la crisi. La jente se ga sempre copà, anca ai me tempi, ma cosa serve coparse par la crisi? E noaltri che ghemo visto la miseria, cosa ghevimo da fare? Da coparse tuti?
Io guido assorto, arrivo a destinazione rendendomi conto di non aver mai pensato alla strada, di essere andato col pilota automatico mentre gli occhi e la testa erano altrove.
Gli sgancio la cintura, che ogni volta tenta di uscire senza averlo fatto e si ritrova appeso come una marionetta, e lo accompagno nel silenzio di quella casa vuota.
Lui si siede a tavola, apre il giornale e inizia a raccontarmi una delle solite storie, quelle di tutto l'anno.
E per quei dieci minuti tocca aspettare l'anno prossimo, ormai.
27.1.13
Passaggi
Mio nonno è sempre più piccolo.
Non esile, o minuto, o basso.
È piccolo, come lo ero io quando alzavo lo sguardo a cercare il suo, mentre la stanza era invasa dal profumo del caffè d'orzo e la pelle sfogava il caldo resinoso del camino di mattoni.
Avessi oggi sette anni riuscirei a perdermi nell'azzurro di quei suoi occhi solo guardando dritto, e mi misurerei con quella curiosità, con quella vita dilagante che spesso ha tentato di insegnarmi.
Mio nonno ha 92 anni. E s'incazza.
Così lontano da me come in tutto, ha 92 anni e fatica a volte a dire le cose.
Eppure quando deve, perché deve, parlarmi di quei momenti non inciampa mai sulle parole, percorre il sentiero di ogni frase come quei ciechi che imparano a memoria il percorso verso la via di casa, e nella nebbia buia dei troppi anni ricorda il posto di ogni momento, come se l'avesse lì di fronte agli occhi, a memoria.
Tutte le volte mi chiedo per quanto potrò ancora ascoltarlo, perché il per sempre è una linea che si assottiglia rapida, lo sappiamo, e certe sensazioni mica le puoi raccontare, nemmeno il narratore più dotato potrebbe, non meglio di chi ne parla a memoria.
Ecco, a me spaventa un po' quando la memoria finirà.
Ché qui, qui noi intendo, siamo come le cinque scimmie, e anche se a contarci arriviamo a sette miliardi rimaniamo quelle cinque scimmie a cui hanno sostituito la memoria con l'abitudine.
Funziona così.
E niente, io spero che avremo, che avrò, ancora per tanti anni la fortuna di risentire quelle storie, quella Storia. E i treni, e gli smarrimenti, le fughe, le avversità, l'umanità, il non capire, il reagire, i ritorni, Zagabria, le bombe, la guerra.
E la vita così distante, talmente difforme che sarà perfino ostico spiegarla, senza quegli occhi lo sarà di certo.
Senza le parole strascicate ma decise, come pennellate sulla tela ruvida del ricordo.
Ricordatevi.
Davvero. Magari solo una frase, un episodio, un istante.
Ma che sia vero.
Per dare dignità al vero.
Serve a quello la memoria, no?
27.1.12
Raccontami una favola...
Quando ti siedi lì sai già che ti tocca.
E' sempre all'improvviso, senza un avvertimento, un gesto.
Sembra quasi che attenda per prenderti di soppiatto. Si nasconde dietro ai racconti della quotidianità per assalirti spalancando le fauci dei ricordi.
Non c'è una parola che lasci presagire l'inizio del discorso, nulla se non un impercettibile mutamento del silenzio.
D'un tratto quegli occhi azzurri si perdono in un vuoto differente.
Estremamente vivi, tra le pieghe rugose del tempo.
Così diversi dai miei, e sempre arriva il momento in cui mi lambicco su quelle differenze, li avessi io così speciali. Ma lui sta già raccontando.
E anche se un sorriso svela il mio "ancora...", lui va, cammina svelto su quelle strade lontane, la voce è incerta ma non le gambe, non in quel narrare almeno, secche anche allora. Lo portano lungo percorsi impervi eppure conosciuti ormai, rivissuti, rivisti, immaginati. Da sempre. Da quando mi ricordo di essere stato in grado di ascoltare qualcosa.
E mi ripeto mentalmente i passaggi, lo controllo sì, ché non si perda niente, che la reciti tutta perfettamente quella poesia, lo controllo. Perché a novant'anni (ma lui dice già novantuno), si sa, qualcosa può anche sfuggire. Ma io non voglio. Mi piace sentirmela narrare uguale uguale, altrimenti non è la stessa cosa.
E poi, se non fosse così mi proccuperei.
Perché la memoria funziona così, devi domarla con le ripetizioni, ripiegarla su sé stessa, ripercorrerla avanti indietro, come quando da bambino correvi senza un senso, su e giù nel corridoio freddo di quella casa di campagna.
E lui racconta. Lui che è del '21, un anno in più del Papa, l'altro, quello morto. E l'inverno, i treni, l'infermeria in Jugoslavia, le andate e i ritorni, e quell'ufficiale tedesco che mi ha fatto saltar giù dal vagone, e ci stavano portando in Germania. E le strade percorse, le bombe nel giardino che si è salvata solo la statua della madonna, e il nascondersi nei fossi con le canne in bocca per respirare.
E ripasso anch'io tra quelle parole, ruvide come asfalto. E mi immagino sempre i se. Fino a non esserci, fino a scomparire io stesso in un'ipotesi.
E mi sento più vivo, sopravvissuto forse anch'io, anacronisticamente superstite di una tragedia sempre così lontana.
La memoria è così. Noi inganniamo lei e lei ci ripaga d'inganni.
E ripetere è il trucco, ripetere anche quando sembra ovvio, ripetere fino ad arrivare oltre l'imparare.
E lui è ancora lì che racconta.
Poi toccherà a me.
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