2.2.12

Compl8


Non c'è niente da fare, quando a un certo punto parte la teoria del complotto io rimango sempre affascinato.
Non tanto la teoria in sé, qualunque essa sia, ma proprio per la sua capacità di insinuarsi nelle convinzioni di chi è credente (alle teorie s'intende).

Anche adesso, col naufragio della Costa Concordia, si è scatenato il solito intruglio cospirazionista di gigli, Rosacroce, massoni, Illuminismo cosmico, ertomallometria e via dicendo. Non posto manco i link, chi vuole vada a cercarseli.

Che non è neanche questione di credere o non credere, ma più che altro è il sorprendersi di come un ragionamento possa prendere delle vie talmente suggestionabili, e così velatamente forzate, da divenire addirittura credenza comune.

credenza comune

Cioè, per dire, riconoscete questa immagine?


Ebbene sì, le piramidi della piana di Giza sono state costruite e disposte secondo l'allineamento delle stelle della cintura di Orione.

Pazzesco eh? A quei tempi poi, che non avevano manco un Vic-20.

Ecco, mentre studiavo delle carte astronomiche ho strabuzzato gli occhi quando ho visto questo.
Sorpresi vero?
E adesso non ditemi che quel massone del vecchio Walt non lo sapeva!

Ma ragionando sulla faccenda ho scoperto anche un'altra cosa spettacolare.

Mi sembra addirittura incredibile, ma è assolutamente reale e, seppur inquietante, è davvero una scoperta straordinaria.
E straordinario è il fatto che sia avvenuta casualmente.

Segniamo sulla cartina dell'Italia tutti i luoghi in cui mi hanno fatto un pompino.

Mi scuso se ho scordato qualcuna

Se adesso uniamo i punti tracciando delle linee, quello che otteniamo è davvero sorprendente.


Un pentacolo!


Un pentacolo!

UN PENTh... ehm..
UN PENTACOLO!!!


Un pentacolo sì, quello di Satana, degli esoteristi, delle vergini sacrificate, dei gruppi Death Metal e delle stelle che ti insegnano a fare all'asilo quando disegni il presepio.

Ma robe da matti.

E ho scoperto anche un'altra cosa.

Se facciamo la differenza tra l'anno dell'ultimo pompino e quello del primo otteniamo 15 che sommato a 7, che sono le lettere della parola 'pompino', fa 22.
Ora se aggiungiamo tale cifra al mio anno di nascita otteniamo 1998.
E secondo voi se dividiamo 1998 per 3 che è il numero perfetto cosa otteniamo?

666

666

666

Ricapitolando: (2012 - 1997 + 7 + 1976)/3 = 666

Può essere una coincidenza?

Noi pensiamo di sì.

31.1.12

polvere

Niente, non ce l'ho fatta.

Oggi Splinder chiude.
E no. Non ho resistito allo scrivere un qualcosa di tanto effimero da avere addirittura la data scadenza.

Da poche ore ho il mio blog su Splinder.
Questo qui.
Tra poche ore il mio blog chiuderà.

Se passate di qui oggi lo trovate ancora, ma non serve che ci facciate un giro. Tanto non esisterà più.
Era solo per vedere cosa si prova.

Se leggerete questo post domani, beh, ecco come ci si sente ad arrivare fuori tempo massimo.

30.1.12

Il tempo di pensare


[DICO UN'ALTRA COSA QUASI SERIA E POI TORNO A FARE IL CIALTRONE, GIURO!]

Siamo arrivati al punto in cui tutti possiamo dire qualunque cosa al mondo. A tutto il mondo.

Le idee, i pensieri, le informazioni viaggiano veloci. Più di noi.
O molto spesso più della nostra capacità di razionalizzarle, interiorizzarle, rielaborarle di quel poco da renderle parte del nostro pensiero. Non c'è tempo.

Non ce lo lasciamo il tempo.
Ci stiamo insegnando la frenesia della contemporaneità, della condivisione virale, dell'anticipo addirittura.
Nell'illusione della libertà ci avvinghiamo in catene di tempestività, lacci di partecipazione forzata, patologica, forsennata.

Ed essere liberi davvero rischia di misurarsi nel non esserci.

Perché il sovraccarico cognitivo ti schiaccia se non hai spalle intellettive abbastanza larghe, ti travolge come un fiume di cioccolato nella fabbrica di Willy Wonka. Dolcemente spazzato via da ciò che golosamente ti affabula.

Basta un niente per convincersi, cavalcare un'onda, una corrente, un'idea che a ben pensarci non è nemmeno la tua. E' che non ci stiamo più dando il tempo di pensarci su.

Condividi, retweetta, di' la tua, manda, partecipa, tagga. Di più, più in fretta, primo!, hashtagga cazzo che lo mandiamo su, facciamo saltare i server con tutti 'sti tweet, presto, terremoto. Terremoto.

Terremoto.

Confirmation bias. Faceva figo scriverlo. L'ho fatto infatti.
Non so neanche cosa significa davvero, ma lo scrivo, lo riscrivo.

Si inizia così, e poi ci si ritrova a dire tutto, a ridire tutto con la convinzione di aver capito anche se ci si è fermati alla prima riga. Non c'era tempo per le altre. No, erano troppe e non c'era tempo.
E allora seguiamo. Following. Folle.

Individui, gente e infine folle. Dovrebbe essere il nostro progresso.

E ci siamo rubati il tempo di pensare. Ce lo siamo rubato a vicenda.
Non lo rivoglio tutto, no.

Quindici anni avevo, sentivo una cosa in tv, prendevo la bici e pedalavo per quattro chilometri per arrivare in biblioteca. 'Ciao Giorgio...' e iniziavo a sfogliare. C'avevo pensato per tutti e quattro i chilometri e ora cercavo tra le pagine, un libro, un altro, poi chiedevo. E lì si formava un'idea. Decantava, riposava come la pasta del pane.

E poi altri quattro chilometri. Il tempo per pensare. Analizzare, elaborare, distillare.

Ecco, non lo rivoglio tutto, no.

Ma giusto un attimo in più, solo un istante per capire veramente cosa c'è nella bottiglia che sto affidando alla corrente. Neanche so dove andrà a finire.
Meglio pensarci.

Perché le cose da capire sono tante, troppe forse.

Che poi, meglio il troppo del nulla.
Anche se nel nulla la percentuale di informazioni sbagliate, false, tendenziose, bugiarde, ingannevoli, ambigue, manipolate, inutili, deviate, fedifraghe, diffamatorie... beh, la percentuale lì è zero.

E nel troppo?

Nel troppo è probabilmente troppo.
Ma non contano le dimensioni di un errore, l'importante è come lo usi.

Ah, ero partito da qui.

27.1.12

Raccontami una favola...


Quando ti siedi lì sai già che ti tocca.

E' sempre all'improvviso, senza un avvertimento, un gesto.
Sembra quasi che attenda per prenderti di soppiatto. Si nasconde dietro ai racconti della quotidianità per assalirti spalancando le fauci dei ricordi.

Non c'è una parola che lasci presagire l'inizio del discorso, nulla se non un impercettibile mutamento del silenzio.
D'un tratto quegli occhi azzurri si perdono in un vuoto differente.
Estremamente vivi, tra le pieghe rugose del tempo.
Così diversi dai miei, e sempre arriva il momento in cui mi lambicco su quelle differenze, li avessi io così speciali. Ma lui sta già raccontando.

E anche se un sorriso svela il mio "ancora...", lui va, cammina svelto su quelle strade lontane, la voce è incerta ma non le gambe, non in quel narrare almeno, secche anche allora. Lo portano lungo percorsi impervi eppure conosciuti ormai, rivissuti, rivisti, immaginati. Da sempre. Da quando mi ricordo di essere stato in grado di ascoltare qualcosa.

E mi ripeto mentalmente i passaggi, lo controllo sì, ché non si perda niente, che la reciti tutta perfettamente quella poesia, lo controllo. Perché a novant'anni (ma lui dice già novantuno), si sa, qualcosa può anche sfuggire. Ma io non voglio. Mi piace sentirmela narrare uguale uguale, altrimenti non è la stessa cosa.
E poi, se non fosse così mi proccuperei.

Perché la memoria funziona così, devi domarla con le ripetizioni, ripiegarla su sé stessa, ripercorrerla avanti indietro, come quando da bambino correvi senza un senso, su e giù nel corridoio freddo di quella casa di campagna.

E lui racconta. Lui che è del '21, un anno in più del Papa, l'altro, quello morto. E l'inverno, i treni, l'infermeria in Jugoslavia, le andate e i ritorni, e quell'ufficiale tedesco che mi ha fatto saltar giù dal vagone, e ci stavano portando in Germania. E le strade percorse, le bombe nel giardino che si è salvata solo la statua della madonna, e il nascondersi nei fossi con le canne in bocca per respirare.

E ripasso anch'io tra quelle parole, ruvide come asfalto. E mi immagino sempre i se. Fino a non esserci, fino a scomparire io stesso in un'ipotesi.

E mi sento più vivo, sopravvissuto forse anch'io, anacronisticamente superstite di una tragedia sempre così lontana.

La memoria è così. Noi inganniamo lei e lei ci ripaga d'inganni.
E ripetere è il trucco, ripetere anche quando sembra ovvio, ripetere fino ad arrivare oltre l'imparare.

E lui è ancora lì che racconta.


Poi toccherà a me.

26.1.12

Cattive ragazze

All'apparenza non sembra proprio, ma secondo un'università americana questo è il volto del male. Sono servite trecento fotografie da elaborare al computer prima di arrivare a questa conclusione. Si è trattato di un lungo lavoro di ricerca effettuato dall'Università di Washington di St Louis. Nicholas Holtzman ha così svelato la cattiveria in persona. Una somma di aspetti somatici che, elaborati tra loro, hanno restituito il volto di questa giovane che sarebbe il prototipo dello psicopatico. Dietro questa faccia - normalissima, è il caso di sottolinearlo -  una personalità insensibile e senza scrupoli, fredda, con il desiderio di comandare gli altri, e poi le menzogne e la manipolazione. Conclusioni che vanno nella direzione opposta a Lombroso: il volto di questa ragazza non provoca infatti nessuna paura

Nicholas, che ti devo dire?
Mettitela via, ma credimi, non è di sicuro questo il modo, ecchemmaipuòavertifatto??? (ho messo virgole a caso, lo so).


Che poi: è preoccupante che nei miei trascorsi ci sia proprio 'sta qui? 
Cioè, non una che le somiglia, proprio lei!

Cazzo, mi sento manipolato.