ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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20.10.13
Storione
Il primo libro che avrei voluto scrivere aveva un titolo.
Avrò avuto sì e no diciassette anni e avevo un titolo.
Anzi, avevo di già accantonato il progetto di Genesis, un racconto di fantascienza scritto in corsivo su un quaderno di Roger Rabbit, e probabilmente era già passato il periodo in cui scrivevo solo con una pilot rossa. E quello della bic nera.
Insomma, avrei voluto scrivere un libro e avevo un titolo.
Era una roba tipo un paradosso o qualche gioco di parole equivalente.
Mai scritto una parola.
Nemmeno il titolo. Anche quello era rimasto solo un'etichetta sul barattolo vuoto di qualche pensiero.
Cioè, la storia ce l'avevo anche tutta in testa, come quegli scacchisti che vivono venti mosse nel futuro e si tengono stretti a quella realtà inventata come al manico di un trolley, però non era scrivibile, non con le parole che avevo in mente.
Poi successe quel che non ti aspetti, la mossa che non avevi calcolato, il colpo di genio dell'avversario (oppure solo una tua supponente distrazione). Uscì un libro con proprio quel titolo.
Una storia d'amore, penso.
Credo fosse il 1998 e io ero innamorato nel peggiore dei modi.
Tra l'altro, a renderlo peggio del peggiore che già era ci si metteva quel mio cocciuto convincimento che invece non fosse proprio il peggiore, e che anzi dovesse davvero essere così per essere certificato come amore vero.
Nel 2013 poi, quindici anni dopo, ho visto su un giornale online un titolo e ho pensato che semmai un giorno avessi trovato le parole per quella storia, allora il titolo sarebbe stato quello.
Il punto è che in quei cinque lustri ho imparato un po' di cose:
- la mia visione da scacchista ha una proiezione che si limita alla mossa che devo fare, e nemmeno sempre
- la tipologia di narrazione in cui mi esprimo meglio è la parola. Non il romanzo, non il racconto, non l'aforisma, ma la parola. Posso scrivere "obnubilazione" meglio di Joyce, ma su qualsiasi altra misura mi frega. Anche da morto.
- Un titolo è solo la prima bugia che racconti
- Scrivere non mi piace. Mi piace mangiare, strascicare i piedi nelle foglie secche, ascoltare la radio in macchina. Scrivere è come bere l'acqua. Non è che mi piaccia bere l'acqua, eppure è una delle poche cose di cui non posso fare a meno.
- Ho un blog, e avrei dovuto scrivere un post sul crodino, ma ho reputato incauto scherzare sugli analcolici
- I diamanti liquidi sono i migliori amici delle ragazze liquide
26.6.12
Sei Perseo?
Un anno fa ero qui.
Stesso divano, stesso gatto che rosicchia l'angolo del portatile, stesso giugno carducciano* ad affaticare il sonno. Stesso mal di testa di adesso.
* Fosse per me avrei scritto carduccico, ma so che c'è gente che protesta
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| il verde melograno che ho fotografato giusto ieri |
Un anno fa non ce l'avrei fatta. Come adesso.
(No, questa non è la storia di come questo blog mi abbia salvato la vita. Bella storia sarebbe, risalire la scala incerta dell'esistenza, ogni post un piolo traballante su cui appoggiare il piede, ogni parola l'intreccio a cui aggrapparsi saldamente per riaffiorare come Ciaulà a meravigliarsi di questa vita-luna.
Va detto che questa non è nemmeno la storia in cui annuncio di essere un dio del sesso, né quella in cui mi vanto delle misure inusitate del mio pene, né tantomeno è questa la storia in cui mi scaglio contro l'annoso problema delle cannucce che si piegano senza riuscire a sfondare l'imene metallico dei brick di succo di frutta...
Lo so, sono ancora dentro la parentesi: è che ci tenevo a dire che occorre cambiare tutto perché non cambi niente.
Ma fosse vivo Tomasi di Lampedusa forse si sarebbe reso conto che è ancora più facile non cambiare niente perché non cambi niente.
E infatti stesso divano, stesso gatto, stesso giugno.
Stesso mal di testa.)
Credo di avere qualcosa nel DNA che mi costringe a essere dannatamente brillante e piacevole, sarà per questo che dalla parola DNA questo post diventerà inevitabilmente interessante, o forse è solo che siamo in internet e qui, si sa, mica c'è niente di realmente vero (sono un dio del sesso con un pene di inusitate dimensioni e Nek è il mio cantante preferito).
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| Mauro non c'è |
Scrivere qui è come usare dei preservativi ritardanti, alla fine quel che ti resta è solo il gesto, un movimento guidato dalla memoria più che dai sensi. L'anestesia non cura, rimanda, posticipa, sposta il problema, ma non cura.
Scrivere qui è questo. E' differire, procrastinare, postergare.
E' ingannare i pensieri, quelli del dormiveglia, quelli bui del sole che sorge dietro alle tapparelle chiuse, quelli a cui credi sempre e ingenuamente di esserti abituato.
Questo posto compie un anno oggi, come me.
Cioè, io non ne compio uno ovviamente, ma il giorno è lo stesso.
Diversi anni fa decisi che il mio compleanno sarebbe stato ogni sei anni, me lo ricordo bene quel giorno perché stavo facendo il figo con una che non me l'ha mai data, pareva una cosa abbastanza da beau maudit e da allora mi ritrovo con questi anni sbilenchi che sono il contrario di quelli dei cani.
Sei anni.
Un anno fa ero su questo divano e pensavo che avrei scritto di qualche fumetto, magari un rimasuglio di poesia adolescenziale, precisissimi resoconti di chissà che esperienza, racconti che non sapevo raccontare.
In un anno ho scritto 365 post, uno al giorno. Alcuni non li ho mai pubblicati ma poco cambia.
Continuo a non saper raccontare, ma pare che in questo contesto non sia un problema.
E' passata gente, alcuni per sbaglio, altri per sbaglio, qualcuno per errore.
C'è chi ripassa. Perservera, direbbe qualcuno. ( e a parte questo mio essere inebriantemente affascinante non riesco a capirne il motivo).
Potrei anche citare i nomi, espletare quella roba tristerrima dei ringraziamenti, abbandonare gli occhi sulla lista di nomi dei titoli di coda, quelli che non legge mai nessuno. Potrei.
Ma se lo facessi sarei ancora più affascinate e non vi sento ormonalmente pronti.
[ehi tu, che sei arrivato qui per caso cercando "pompino Nek" o "Perseo gorgone", sappi che sono ironico, anzi autoironico, tanto per mettere in chiaro le cose. (che sono un dio del sesso è vero però! [che poi, il dio del sesso dev'essere per forza un porco... quindi, cioè, vabbé avete capito, mica volevo essere blasfemo. (volevo essere blasfemo!)])].
Comunque, questo sarebbe il momento perfetto per farla finita, digitalmente parlando dico, ché tante cose stanno cambiando e quindi tutto cambierà (e in culo al Gattopardo!).
Sarebbe. Condizionale. E' che non ho mai capito 'sta storia delle coniugazioni, fosse per me parlerei all'infinito come gli indiani dei film (fosse per me non parlerei mai, parlare all'infinito è un po' ambigua come affermazione in effetti).
Per ora mi sarò limitato a parlare al futuro anteriore.
Basta, fine. Spero di avervi annoiato.
(la foto iniziale è per tutti quelli che mi scrivono per avere una mia immagine, e dico quelli ché quella storia che col blog trovi un casino di figa e le ventenni organizzano le lotterie via skype per invitarti ai rainbow party e quelle che commentano i blog alla fine sono solo delle ninfomani alla ricerca disperata di cazzo, era una cosa che ho letto una volta su un forum ma che evidentemente non è più vera. Tutta colpa di facebook.)
Me ne vado nel deep-web.
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un'anno con l'apostrofo
10.4.12
Se serve vi porto i dischi...
[Attenzione: questo post conterrà errori, ma non ho voglia di rileggerlo!]
Vent'anni fa.
Sembra una cosa detta a caso, un'ipotesi più che un periodo reale. E invece vent'anni fa è esistito.
Addirittura ne avevo sedici di anni vent'anni fa.
Avevo appena imboccato l'ennesimo bivio, l'irrecuperabile scelta fatta per inseguire la pedante irrequietezza immobile dei miei introversi sentimenti. Emozioni che come velcro si aggrappavano a un ideale, fino a consumare i giorni nel combattere per la sua irrealizzazione. Scelte stupide, eppure inevitabilmente mie.
Ecco, c'era lei e molto altro. Ma quando c'era lei (e anche quando non c'era) quell'altro si limitava a essere funzione del cercarla e della mia naturale propensione per il non trovarla.
Comunque me l'ha chiesto lei in un pomeriggio sospeso: com'è che fa quella canzone...
E il giorno dopo avevo già la cassettina in tasca mentre pedalavo verso le nostre serate confuse e chiassose.
Italyan, Rum Casusu Çikti. Vent'anni fa.
TDK da 60, il cuore in gola mentre la bici modellava la velocità del vento, le parole in loop nella testa mentre la ruota zigzagava tra le strisce della mezzeria. E quel sorriso.
Ecco, quel sorriso...
Se non avete mai ascoltato Italyan, Rum Casusu Çikti non li avete decisamente vissuti tutti questi anni.
Ma se non sapete quel sorriso, beh, per quanto possiate aver creduto di vivere vi assicuro che non è successo. Vi hanno sciolto nel bicchiere dei ricordi un placebo di esistenza, ingannato le vostre esperienze con le cure palliative dell'artificio. Non ci siete stati, non c'eravate, non ci siete ancora.
Non senza quell'attimo.
Sedici anni. E l'ingenuità di vederle così le cose.
Come adesso, eppure l'opposto.
Tutte le curiosità su quel disco le sa Marok, e ciclicamente mi capita di capitarci partendo da tutt'altro.
Io di cose mie so che continua a essere uno dei migliori dischi del mondo, e ogni tanto ti viene in mente una canzone e poi dici: cavolo, era in quella cassettina lì, quella che ti si è fusa nell'autoradio quando i tuoi amici cazzoni avevano scoperto che schiacciando insieme i tastini del FFWD e del FRWD faceva l'autoreverse e sono stati mezza giornata con la Bic a tirar su il nastro e poi te l'hanno ricomprata.
So che quando vengono a fare i concerti in veneto il finale di Ragazza che limoni sola potrebbero anche farlo originale che qua lo capiamo.
So che Sting è stato un grande.
So che Cartoni animati giapponesi arriva dopo, ma quando arriva non esce più.
So come faranno quattro elefanti a stare in una Cinquecento.
So che continuavo a chiedermi se l'albero a basso momento d'inerzia esistesse davvero, e di motori non mi sono mai interessato come in quei 5 minuti.
So che le alci sono bestie silenziose.
So che le ho cantate quando stavo bene e soprattutto quando stavo male, e ogni volta è servito.
So soprattutto che se ti duplichi una cassettina da 60, il lato B non ci sta tutto: finisce con il fantasma formaggino che sfida l'italiano gridando "Su questo panino non mi spalme, mi spalme, mi spalm." Silenzio. Nastro che scatta.
MI SPALM. Finiva così ed era perfetto.
Negli anni ho conosciuto genti, giuro, convinte che quella fosse la vera fine, assuefatte da quel troncamento improvviso, inatteso, delizioso addirittura.
Mi spalm. Che quando mi sono comprato il CD avrei voluto rigarlo per recuperare il brivido di quel finale.
Vent'anni fa usciva 'sto disco. Un po' come me, che iniziavo a essere davvero.
Ascoltatelo e fate una carezza ai vostri bambini, e dite loro Mi spalm.
MI SPALM!
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14.3.12
Innumerevoli
Oggi è la festa del Pi Greco.
Il ∏ Day, che si sa gli americani scrivono prima il mese e poi il giorno (e prima sparano e poi chiedono chi va là?), e oggi è il 03.14.
Che poi, per quel che mi riguarda, la festa del Pi Greco dovrebbe essere ogni giorno, che non è giusto ricordarselo solo una giornata all'anno, ché qui si parla di diritti matematici e non di un'occasione per uscire a andare a vedere dei numeri di Fibonacci che si riducono a fattoriale e si elevano a potenza.
Cioè, un conto è la ricorrenza (teorema della ricorrenza, dico), che ci sta, anche se ormai i tempi sono cambiati, e un conto sono quei Pi Greco che escono solo oggi perché il resto della loro vita lo passano in qualche equazione a ridursi ai minimi termini, servi di un rapporto irrisolto.
E allora i Pi Greco veri non sono quelli che oggi festeggiano, no, i Pi Greco veri combattono perché tutti possano essere considerati per ciò che sono e non solo un numero. Cose serie, insomma.
Comunque, a leggerne su internet questa costante matematica desta sempre interesse e stupore.
Sarà l'irrazionalità, sarà quel suo essere trascendente. Sarà che a leggere le cose su internet tutto sembra figo (o una merda. O lol. O Repubblica.it.). Fatto sta che a essere Pi Greco oggi mica c'è tanto da stare allegri, che Standard & Poor's già sta pensando di declassarlo a 3,13 che quel che arriva dalla Grecia, si sa, se non è a rischio default neanche lo consideriamo più.
Se volete saperne di più c'è Wikipedia, ché mica posso mettermi qui a copiare e incollare ogni volta, manco fosse l'angolo del decoupage.
La notizia più interessante comunque è che "la più pressante questione aperta su π riguarda il fatto che sia o meno normale, cioè se la frequenza con cui è presente ogni sequenza di cifre sia la stessa che ci si aspetterebbe se le cifre fossero completamente casuali".
Cioè, ho sentito gente dire le stesse cose di me.
(la sapete una cosa interessante? Esattamente tra un anno verrà eletto un nuovo Papa.
Il Papa della fine del mondo. Un Papa della pampa. Unpapaunpapa. Come faccio a saperlo?
Ho trovato un modo di utilizzare il Love Calculator di Jamba per predire il futuro)
[ah, sarà anche un Papa che odia gli omosessuali, gli atei ma non i dittatori. Inizia per Ber...]
(la sapete una cosa interessante? Esattamente tra un anno verrà eletto un nuovo Papa.
Il Papa della fine del mondo. Un Papa della pampa. Unpapaunpapa. Come faccio a saperlo?
Ho trovato un modo di utilizzare il Love Calculator di Jamba per predire il futuro)
[ah, sarà anche un Papa che odia gli omosessuali, gli atei ma non i dittatori. Inizia per Ber...]
27.2.12
Lunedì film
Già.
Come ci si sente a essere ingannati per l'ultima volta?
Tutta la vita avevano detto, tutta la vita che ti scorre davanti agli occhi come un film.
Magari così rapida da non capirci un cazzo (ma in fondo la trama la conosci già), con la colonna sonora stridula, fatta di voci accelerate e buffe, i movimenti appena intuibili.
Un fottuto Koyaanisqatsi di tutto ciò che neanche ti sei accorto di aver vissuto.
Com'è che diceva? "Fin qui tutto bene"...
Ecco, non c'è un cazzo che vada bene fin qui, perché io mi sono buttato con una megaconfezione di pocorn, convinto di sedermi nel fottuto multisala dell'esistenza e mi ritrovo a guardare un cazzo di trailer sullo schermo del telefonino.
Vedrai, vedrai che bello, dicevano. Tutta la vita davanti agli occhi, come un film. Meglio di un film.
E se c'hai gli occhialini te lo guardi in 3D, in HD. Registrato in DVD se credi alla reincarnazione.
Tutta la vita.
Vaffanculo!
Qui non c'è nessuno cazzo di schermo, solo il riflesso ridicolo della mia faccia spettinata che si specchia sui vetri di questo grattacielo indolente, la pelle che si accartoccia in modo strambo mentre il vento della caduta la percuote, l'asfalto lanciato dalla fionda impietosa della gravità.
E stava mirando proprio me.
Garrisce addirittura il mio viso muto, come le bandiere tenute fuori dai finestrini delle macchine in corsa durante i caroselli.
Ma qui non c'è un cazzo da festeggiare, menotremenoduemenouno e quel marciapiede sarà il ritratto dipinto del mio passato.
E non ho visto il mio maledetto cazzo di film.
Ho pagato il biglietto.
L'ho pagato in anni, sofferenze, impotenze, irrealizzazioni. L'ho strappato dalla matrice lercia del tempo, lo stesso rumore del sacco che si chiuderà sopra i miei occhi vacui. Tra un po'.
Forse.
Forse, ché qui niente sta andando come dovrebbe. E la mia vita che scorre davanti agli occhi non l'ho vista.
Fin qui tutto vaffanculo.
Fin qui tutto vaffanculo...
Non so neanche se ora ho chiuso gli occhi per il vento o se è la strada che si è fatta nera.
Non si distinguono più neanche i colori da questa distanza.
Ed è notte.
Si è fatta notte e neanche me ne sono accorto. Cadevo.
E aspettavo il mio film che non vedrò. Eppure dicevano. Dicevano sì, tutta la vita ti passa davanti agli occhi quando muori.
Se fossi ottimista penserei che è solo perché non sono ancora morto davvero, ma non è così, è solo l'ultimo imbroglio.
Umiliati.
Ecco come ci si sente a essere ingannati per l'ultima volta. Non traditi o arrabbiati o delusi. Umiliati.
E volevo solo il mio film.
C'è il profumo del caffè d'orzo zuccherato che sfrigola nel cuore fibroso del pan biscotto bianco, uno squittio di cucchiaini che fugge lungo le scale che affronto incerto. Scendo ogni scalino con due passi pesanti di talloni, ho gambe corte da bambino di un anno e mezzo.
Il quadro sul muro di fronte alla porta, 'quello lì più grande sei tu' mi diceva mia nonna, lo guardo mentre mi aggrappo al corrimano.
La gonna del vestito a fiori invade le narici di sapone di marsiglia, ma il suo sorriso sa di colazione.
La casa odora d'inverno e di zolfo sfregato delle capocchie dei fiammiferi.
E' iniziato penso.
Ma è solo un imbroglio.
Nero.
Tenetevi pure i popcorn.
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20.2.12
Ereticenze
Non sono un amante delle ricorrenze.
Quantomeno non quando non sono funzionali a qualcosa. Dare un significato alla memoria la rafforza, ne alimenta i significati, ne irrobustisce il cammino.
E di mio gli anniversari tendo ad anticiparli o a ritardarli, così, per evitare la trappola del meccanico, dell'abitudinario, del consueto.
Se poi si parla di persone morte 400 anni fa, la spinta a dire qualcosa diventa ancor più flebile.
Comunque il 17 di febbraio era l'anniversario della morte di Giordano Bruno.
Viandante della ragione, girovago della razionalità, paladino della scienza.
In realtà di lui non è che mi interessi molto, né come filosofo/scienziato né tantomeno come simbolo.
C'è però un qualcosa nel suo percorso che mi ha sempre inquietato.
E' che io penso quel che penso, generalmente per i cazzi miei. Se interrogato rispondo e se ne vale la pena dibatto anche. Polemico sì, ma con incuranza.
E nonostante da sempre stiano tentando di inculcarmi 'sta cosa: non rispetto le idee.
Nemmeno le mie sia ben chiaro, che un'idea non è un fine ma un mezzo. E una macchina sporca ti porta negli stessi luoghi di una tirata a lucido.
Ecco, in questa promiscuità di pensieri mi spaventa non poco quando un ragionamento non è sopraffatto da un altro ragionamento ma da un'azione.
Ché nel mio mondo ideale ognuno dovrebbe avere il diritto/dovere di pensare a tutto ciò per cui io possa trovarmi in disaccordo.
Avete presente quella frase che Voltaire non ha mai detto?
Sì, l'avete presente.
Bene, in questo mio mondo nessuno dà la vita per difendere la libertà di esprimersi di nessuno.
Perché in questo mio mondo la necessità di avere un'idea differente è il vero peccato originale, il marchio con cui si nasce e che non c'è bisogno di espiare.
E' che boh, tra poeti da decapitare, segregazioni in autobus, e altre varie amenità a uno viene anche da pensare di avere avuto culo a vivere dove vive.
La verità è che la verità non c'è.
Magari, se ci si rendesse conto seriamente di questo, un po' più di tranquillità dialettica riusciremmo anche a conquistarla.
E invece ogni differenza è eresia.
Eresia. Deriva dal greco αἵρεσις, haìresis derivato a sua volta dal verbo αἱρέω (hairèō, "afferrare", "prendere" ma anche "scegliere" o "eleggere").
Ecco, scegliere.
Non deviare, pervertire, bestemmiare. Scegliere.
Comunque queste sono alcune delle accuse che furono mosse nel processo veneziano, poi inoltrate al tribunale di Roma.
Bruno fu giudicato per aver detto:
1. Che Cristo peccò mortalmente quando fece l'orazione nell'orto recusando la volontà del Padre mentre disse: Pater, si possibile est, transeat a me calix iste.
2. Che Cristo non fu posto in croce, ma fu impiccato sopra dui legni a modo d'una crozzola, che allora si usava, e chiamavasi forca.
3. Che Cristo è un cane becco fottuto can: diceva che chi governava questo mondo era un traditore, perché non lo sapeva governar bene, ed alzando la mano faceva le fiche al cielo.
4. Non ci è Inferno, e nissuno è dannato di pena eterna, ma che con tempo ognuno si salva, allegando il Profeta: Nunquid in aeternum Deus irascetur?
5. Che si trovano più mondi, che tutte le stelle sono mondi, ed il credere che sia solo questo mondo è grandissima ignoranza.
6. Che, morti i corpi, l'anime vanno trasmigrando d'un mondo nell'altro, dei più mondi, e d'un corpo nell'altro.
7. Che Mosè fu mago astutissimo e, per essere nell'arte magica peritissimo, facilmente vinse i maghi di Faraone; e ch'egli finse aver parlato con Dio nel monte Sinai, e che la legge da lui data al popolo Ebreo era da esso imaginata e finta.
8. Che tutti i Profeti sono stati uomini astuti, finti e bugiardi, e che perciò hanno fatto mal fine, cioè sono stati per giustizia condannati a vituperata morte, come hanno meritato.
9. Che il raccomandarsi ai Santi è cosa redicolosa e da non farsi.
10. Che Cain fu uomo da bene, e che meritamente uccise Abel suo fratello, perché era un tristo e carnefice d'animali.
11. Che, se sarà forzato tornar frate di S. Domenico, vuol mandar in aria il monasterio dove si troverà e, ciò fatto, subito vuol tornare in Alemagna o in Inghilterra tra eretici per più comodamente vivere a suo modo ed ivi piantare le sue nuove ed infinite eresie. Delle quali eresie intendo produrre per testimoni Francesco Ieroniminiani, Silvio canonico di Chiozza, e fra Serafino dell'Acqua Sparta.
12. Quel c'ha fatto il breviario, ovvero ordinato, è un brutto cane, becco fottuto, svergognato, e ch'il breviario è come un leuto scordato, e ch'in esso molte cose profane e fuori di proposito si contengono, e che però non è degno d'esser letto da uomini da bene, ma dovrebbe essere abbrugiato.
13. Che quello che crede la Chiesa, niente si può provare.
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15.2.12
Parole, parole, parole: Apotropaico
Apotropaico. Dice che viene dal greco. Come se ci fossero davvero ancora cosa buone che possono arrivare dalla Grecia.
Dice anche che viene solitamente attribuito a un oggetto o persona atti a scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni.
Io ripenso a certi pomeriggi di luglio, indemoniati a inseguire le traiettorie ineluttabili di un Super Tele.
Arrancare sfiniti fino a sfumare in sagome rossastre, poi nere, poi solo in rumori, grida, gol!
Quell'ultima azione, l'ultima rete affogata nel viscoso mare dell'imbrunire, quello era l'apotropaico.
In quell'attimo, l'istante immediatamente successivo alle urla di mia madre che mi chiamava per cena, ecco, nel tempo calibrato tra quel rumore indistinto (mescolato alle voci della strada, alle macchine, alle tv) e il tonfo sordo di quella paccottiglia plasticosa, subito soverchiato da uno strillato entusiasmo, io in quel momento sentivo che non avrebbe potuto esserci niente a minacciarmi, nessun influsso maligno, nessun male. Apotropaico.
E chi me lo dice adesso che mi sbagliavo? Che era solo un inganno, un'illusione soffocata dall'incombere della notte, che sarebbe bastato un anno, forse un mese, perché la vita spalancasse i cancelli a quelle amarezze acquattate che avevano solo finto di voltarmi le spalle.
Apotropaico, come se un attimo potesse davvero esserlo, e in realtà lo è stato, con sincronicità disarmante ho ripescato quella sensazione dall'abisso della memoria, e lo è stato.
Ora no.
Ora c'è altro forse, un gesto, un gusto, una consistenza, un avvicinarsi. Apotropaico. Allontanare.
Mi avvicino.
11.2.12
Nel palese della meraviglia
Mi bastano sempre pochi giorni passati senza scrivere per iniziare a chiedermi se continuerò.
E' che mi pare sempre labile il confine tra cosa sia forzatura.
Continuare o smettere?
Smettere di continuare o continuare a smettere?
In realtà in questi giorni ero assente giustificato: mi stavo meravigliando.
Che tu dici, il mondo è talmente vario che lo stupore è nascosto dietro ogni angolo, anzi si rannicchia sul fondo di ogni link per saltar fuori e farti bù. L'internet è immenso si sa, ed è difficile non trovare qualcosa che alla fine riesca a sbalordirti, incantarti, ammaliarti.
Poi sta a te, al tuo sguardo, decidere se questo qualcosa possa essere un video di gattini che dormono, la foto della figa più figa che tu abbia mai visto, una vignetta che piùdicosìnonsipuòridereggenio, una parola, gli alieni, una storia, un mondo, una pagina bianca.
E lo stesso discorso vale per l'oltre internet, quella landa confusa che qualcuno ancora si ostina a chiamare realtà.
Ché si fa presto a dire che bisogna sempre guardare il mondo con gli occhi di un bambino, anche perché questo altro non significherebbe se non l'essere preda di facili entusiasmi, travolgenti suggestioni, soddisfacenti inganni.
I bambini non hanno malizia, non hanno una storia, una memoria rielaborata, complessa. Vivono di prime volte, e in quell'ardore si aggrappano alle sensazioni a discapito dei significati. Che sarà pure affascinante, ma è facile. Troppo facile per considerarlo appagante.
E' una scorciatoia che ci concediamo quando siamo esageratamente fantasiosi. O quando siamo esageratamente poco fantasiosi.
Stupirsi, meravigliarsi, sorprendersi, quando il vento polveroso della vita ha ormai sferzato il nostro viso e la nostra anima. Ci ha lasciato cicatrici di dubbio, tagli recrudescenti di cinismo, abitudini ingrigite dalla ragione. Ha inspessito la nostra scorza di diffidenza (e questo ci protegge sia ben chiaro).
Ecco, quando l'estasi da ammirazione riesce a coglierci anche così. Beh, sono quei momenti in cui tutto il resto può attendere.
Io è da un paio di giorni che mi muovo avanti e indietro qui.
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26.1.12
Costruir su macerie o mantenermi vivo
Avrei dovuto forse?
Cioè dico, avrei dovuto davvero inseguirla quella felicità?
Quella dei sogni? Quella del vorrei assolutamente? Quella dell'adesso strizzo forte le palpebre e mi concentro e si avvera?
Non lo so da dove sia entrato questo discorso, magari al tavolino di un bar dicendo di sfuggita che io sogni non ne ho mai avuti?
Un vanto? Una condanna? Una debolezza?
Eppure, percorrendo controcorrente i fiumi della memoria non trovo mica niente.
Niente che non mi sia capitato così, per il gusto delle cose quando capitano.
Ma cercato, no dico, ardentemente desiderato, sognato febbrilmente, voluto.
No, di quello nulla.
Oppure sì, forse sono quelle immagini che si arrampicavano al contrario risalendo la punta della penna, forse quegli istanti gocciolanti di ricordi che ti attendono in agguato nel dormiveglia.
Così adesso.
Mi ricordo di aver letto questo un giorno:
"Forse, ogni tanto, bisognerebbe proprio che qualcuno dei bambini che conosciamo - stufi di sentirsi chiedere in continuazione: "Che cosa vuoi fare da grande? Dimmi che cosa vuoi fare da grande” - ci prendesse in disparte, e senza tanti giri di parole, guardandoci dritto negli occhi ci chiedesse:
"Ma tu, piuttosto, tu, si può sapere che cosa hai fatto tu, da grande?
"Ma tu, piuttosto, tu, si può sapere che cosa hai fatto tu, da grande?
Che cosa ne è stato di quel senso di infinito che ti prendeva ogni anno, alla fine della scuola, davanti alla distesa sterminata di un'intera estate?
Che cosa ne hai fatto tu dei tuoi sogni, ma quelli veri, quelli che contano: gli specchi da attraversare, i mondi alla rovescia, i paesi delle meraviglie, i rifugi segreti, gli amici immaginari, le carte magiche, i voli, tutte quelle cose che ti stanno dentro, e ti nutrono l'anima, e ti fanno sentire voluto bene da te...Che cosa ne hai fatto, tu, del tuo tempo?". (Lella Costa - Una meraviglia di paese)
E me lo sono chiesto che ne ho fatto del mio tempo.
Perché non l'ho mai cercato di sapere davvero cosa avrei voluto fare da grande.
Mai un'aspettativa, io.
Alle elementari facevo i conti e pensavo che nel 2000 mi sarei laureato. A 24 anni.
Non è successo, così come sicuramente è successo tutto ciò che nel tempo mi son detto non sarebbe accaduto mai.
E il mio tempo spesso l'ho odiato, probabilmente come l'unica cosa al mondo che avrei saputo odiare. Ma mai l'ho tradito. Io, così infedele a me stesso, quel tempo l'ho sempre rispettato. L'ho alimentato di inutilità deliziose, sfacciati diversivi, improponibili elucubrazioni.
L'ho dato più che preso, collezionando attimi fino a non sentirli più nemmeno miei, mutando l'appartenenza, l'assenza, l'incostanza.
E mi sono fermato. Spesso.
Non come quelli che dicono 'io non mi fermo mai'.
E a tornare indietro rifarei tutto, e anche tutto il resto.
A poter tornare indietro mi sbizzarrirei con me, così come ho fatto già.
A tornare indietro tornerei indietro di nuovo, e di nuovo, e ancora.
A sapere come sarebbe andata.
Mi manca sempre il sapere come sarebbe andata.
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paralipomeni
23.1.12
Se mi cerchi non ci sono
Se per caso mi state cercando, oggi mi trovate lì.
Nell'attimo precedente.
L'istante preparatorio, il momento che prelude, il secondo prima.
Sto qui, osservo, vedo, subisco.
Non è l'attesa ragionata dello scacchista, nessuna programmazione febbrile, nessuna mossa studiata, matematica, geniale.
Sto qui. A cercare di scostarmi dall'importante, sviare la mia stessa attenzione in un pensiero meno strutturato.
E mi dico che lo faccio apposta.
Che non sbaglio i tempi ma li domino. Che sto meglio qui: a meravigliarmi del come si formano le cose, a un passo dalla storia, nel prima e nel dopo. Mai nel successo. Solo nel da succedere.
Solo.
E mi dico che lo faccio apposta.
Ecco, oggi mi trovi qui. Cercami se vuoi.
Trovami se sai.
Ed è tutto un rebus di cui ho già dato la risposta.
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14.1.12
Disclaimers
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.
A dire il vero questo blog non è un prodotto editoriale perché non ha mica niente da dire, editorialmente parlando almeno, ma forse anche non editorialemente.
Se poi andiamo anche a cavillare sulla periodicità, beh, allora diventa davvero improponibile, ché l'autore di questo blog, pur cercando di esservi sempre presente, spesso se ne domanda il senso. E ancor più spesso si ritrova con il vuoto di fronte a sé, e la curva di un punto interrogativo che osserva con incertezza e non sa se usarlo come un amo con cui pescare le idee da un buco nel lago ghiacciato del suo pensare, oppure rovesciarlo e sdraircisi sopra come un'amaca, cullando la propria inesistente atarassia come il frutto immaginato di una gravidanza isterica.
Le informazioni contenute in questo blog, pur fornite in buona fede e ritenute accurate, potrebbero contenere inesattezze o essere viziate da errori tipografici. Gli autori di provvisorio. si riservano pertanto il diritto di modificare, aggiornare o cancellare i contenuti del blog senza preavviso.
Che non ci sia niente di serio è evidente, almeno lo è nei contenuti. Che poi si parla dell'universalmente serio, il serio dell'autore di questo blog a volte traspare, ma è solo un inganno, o almeno spesso lo è. Perché non è vero che c'è la buona fede, e l'autore di questo blog potrà dirvi il nome delle dita dei piedi anche se non è quello vero, così, magari solo per mascherare il fatto che per lui scrivere questo spazio non è né un piacere né un dovere, è solo capitato.
Magari a volte potrà sembrare allora che scrivere questo blog sia per il suo autore solo una terapia, un palliativo, l'afflitto esperimento per rimediare a una malattia incurabile. Eppure a volte potrà addirittura sembrare che ci sia divertimento, forse solo necessità di parlare al mondo o quantomeno perire nel tentativo. E' che il mondo per l'autore di questo blog è sempre stato qualcosa a cui pensare ma di sicuro non di cui parlare.
No, proprio no.
Non ci riesce proprio, l'autore di questo blog a sfoderare il sorriso e crogiolarsi di eloquenza, così, senza che nessuno l'abbia richiesto. Potete quindi immaginarvi che orso possa essere l'autore di questo blog quando si tratta di partecipare a qualche evento in cui la gente ti guarda pensando 'ma questo è muto?'.
Cioè, l'autore parlerebbe anche di che animale splendido sia l'ornitorinco, dell'orizzonte degli eventi, dei Sikh che fanno il parmigiano, del governo tecnico e delle giustizia proletaria.
Magari è che nessuno gli ha mai chiesto cosa pensa dell'ornitorinco (a dire il vero all'esame di quinta elementare gliel'hanno chiesto, e ha fatto anche un disegno).
Gli autori non sono responsabili per quanto pubblicato dai lettori nei commenti a ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy e, in ogni caso, ritenuti inadatti a insindacabile giudizio degli autori stessi.
All'autore di questo blog capita ogni tanto di chiedersi cosa davvero sia inadatto.
Cioè, tanto da essere addirittura cancellato. E in effetti di situazioni in cui l'unica reazione possibile poteva essere soltanto l'oblio ne ha vissute. Ci sono anche cose che gli fanno schifo, ma schifo vero, tipo la pedofilia, il razzismo o il wasabi.
L'autore di questo blog è però convinto che esista un diritto naturale a manifestare le proprie idee, e che quello vada rispettato, sempre, indiscutibilmente (e no, non l'ha detto Voltaire, è un falso).
E' altresì convinto che quella cosa che bisogna rispettare le idee di tutti sia una delle stronzate in cui sta affogando questo mondo, che ce lo spaccino come buona educazione o coscienza sociale poco importa, le idee non vanno obbligatoriamente rispettate, tantomento quelle di tutti. Le idee vanno odiate se serve, combattute, denigrate, offese, controbattute, sbugiardate, adorate, idolatrate, ascoltate, analizzate, abbandonate, disattese. Le idee di tutti sono un blob informe che non può essere accolto sotto l'egida dell'ossequio. E quando le idee a essere mortificate sono le nostre, beh, di sicuro la cosa brucia, ma non si può invocare un inesistente e controproducente diritto al rispetto solo perché non si è in grado di rendere il proprio pensiero condivisibile.
Quindi l'autore di questo blog magari un giorno sarà costretto a cancellare qualcosa, ma spera proprio di no. E non perché confida nell'intelligenza di chi potrebbe passare di qui e scrivere le proprie idiozie, ma perché confida nel fatto che in queste cose riesce ancora a essere coerente.
Per tutto il resto all'autore di questo blog piace ammantarsi d'incoerenza.
Quindi, ricapitolando, niente.
L'autore di questo blog non ha ben spiegato quel che voleva dire.
31.12.11
delirio sul fine dell'inizio
Avvicinati.
Perché è con un filo di voce che voglio parlarti, come se il suono delle parole potesse disturbare anche il buio rattrappito di questa notte congelata. Ascoltami.
Non ho poi molto da dirti, forse nulla. Eppure ho la necessità di parlarti prima che tutto torni a iniziare.
L'inizio è imminente, sì.
Ce lo scordiamo ogni volta, lo so, è la fine che ci ossessiona. La indagheresti minuziosamente in ogni sua manifestazione, ti affascina, ti intriga: è il mistero che non riesci a svelare, il nodo che solo il mago riesce a sciogliere. E' appannaggio di altri. Tu no, tu non finisci!
Perché dovresti?
L'hai battezzata speranza, ma in fondo è solo un modo per dire mai. Non finirà...
Avvicinati. I pensieri si fanno fumo in questa nebbia insicura, sospesa tra terra e cuore, senza nemmeno arrivare agli occhi. Siamo noi, sono le nostre parole a imbiancare l'orizzonte stanotte.
Le troveremo sui rami secchi come brina, all'alba. Le rileggeremo come codici di una lingua morta domani, mentre cercheremo di interpretare i nostri stessi ragionamenti.
Esiste un'ora della notte in cui tutto quel che si dice è vero solo in quell'istante. Dopodiché non ha più senso.
Ecco, quell'ora è giunta proprio in quest'attimo. Avvicinati.
Hai nuovamente tutto da perdere, nulla da riscuotere, qualcuno da deludere. Ascoltami. In fondo rimane solo questo breve scivolare di minuti per dirti di me, di noi forse, semmai saremo ancora la stessa persona.
E' l'inizio. Si muove verso il nostro respiro, lo senti anche tu?
Vorresti essere triste, adesso vorresti, e non ti è concesso. Lo so. E non servirà.
Si avvicina, avvicinati anche tu. Devo dirti l'ultima cosa prima di iniziare.
L'inizio incombe.
23.12.11
Preferisco un poeta sconfitto
La scienza nasce dall'incoscienza, la musica dalla frenesia, la pittura dall'esigenza, la scrittura dalla condivisione, la danza dalla paura.
L'evoluzione dalla noia.
Saremmo ancora specializzati in caccia al bisonte e raccolta di bacche se non fosse stato per loro.
Vecchi, malati, storpi, scemi del villaggio, rinchiusi nelle grotte a contemplare il fuoco, ad annoiarsi crudelmente con gli occhi persi in un riflesso, un insetto, un segno tracciato sulla parete con un tizzone.
Noia.
Genitrice dell'invenzione, dello svago, dell'idea. Di un pensiero alternativo germinato tra le pieghe di operosità inoperosa, l'inerzia forzosa della monotonia che accelera sul piano inclinato della costrizione.
E quando si scrive è così.
Puoi farlo per soldi, fama, divertimento, sfogo, terapia, divulgazione, gioco, lavoro, amore, guerra, lotta, coscienza.
Ma alla fine, quando lo fai davvero, lo fai per noia.
Ecco, non mi sto annoiando abbastanza in questo periodo.
Cose varie.
E l'illusione è che avere quell'idea sia una vittoria.
Quando invece altro non è che l'ennesima conferma della propria insofferenza.
Mi capita di essere in disaccordo con De Andrè. Più spesso di quel che una superficiale visione della mia vita lascerebbe intendere.
Oggi non l'ho capito cosa intendeva lui. Io preferisco un poeta sconfitto.
19.12.11
Scatto matto
Nella vita occorre darsi un obbiettivo!
E infatti me lo sono comprato. Un bel cinquantino della Canon.
E adesso me lo provo.
E infatti me lo sono comprato. Un bel cinquantino della Canon.
E adesso me lo provo.
13.12.11
Alla rovescia
13/12/11 10.09.08
Ho guardato l'orologio proprio in quell'attimo oggi.
Conto alla rovescia.
Attimi inversi da scandire nell'illusione di una meta.
Numeri sparsi, ordinati più dalla speranza che non dalla matematica. E ci si perde nell'attesa di quello zero liberatorio, principio e fine di questa seria serie, arabesco arzigogolo depauperato da ogni velleità: zero.
Precisamente tondo e forse anch'esso alla rovescia.
Quando ho iniziato a #occupare questo spazio, qualche mese fa, dentro di me dicevo: beh, di roba scritta ne ho, inventiamoci 'sta cosa del diario a ritroso e quando proprio non ho idee ributtiamo nella mischia qualche vecchio scritto.
Non avevo però tenuto conto di tre cose riguardanti i vecchi scritti:
- sono davvero insopportabili, addirittura brutti
- sono su carta, e pazienza per copiarli proprio non ne ho
- niente, è che ormai avevo scritto tre
Ogni tanto mi scrivo qualche nota sullo smartphone: abbozzi di idee, cose su cui vorrei scrivere, una frase estemporanea, un aforisma da cartiglio dei baci.
E se proprio ho voglia di scrivere parto da lì, da quelle briciole di pane abbandonate lungo il sentiero brullo dell'ispirazione.
Perché, come si diceva, non è che io c'abbia molto da dire. Anche se il fatto che questo sia il secondo post per dire che non ho niente da dire già la dice lunga.
Comunque.
E' iniziato il conto alla rovescia. Neanche so dove mi porterà, a cosa sta puntando, a cosa sto puntando.
So che oggi stavo facendo un po' di pulizia tra le note del telefono e ti trovo questa:
"I telefoni non sono come i gatti"
E nella mia testa avrei dovuto scriverci sopra qualcosa.
D'altronde una
Come i gatti. Probabilmente è vero. O forse no, e mi sbagliavo.
P.s. Oggi scrivo a caso, lo so, l'ho notato.
P.p.s. Lo so che esistono sinonimi del verbo scrivere. non è questo post il luogo in cui usarli però
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Ci sono giorni in cui vorrei scrivere altro.
Ci penso.
E' come un formicolio sulla punta delle dita. Una sensazione invernale.
E' come quando ti rimetti i guanti dopo aver toccato la neve.
Osservo il mondo, quel che succede, piccolo o grande che sia, e mi rendo conto di averne più o meno un'opinione.
Lo ammetto, vorrei saperne scrivere. A volte quantomeno.
Di crisi, mondiali o personali che siano, di come si possa essere condannati a morte da qualcosa che non si vede, sia essa malattia o religione poco cambia, di futuro rubato e futuro ingannato, di Rom, fuoco, rabbia e stupidità, di come e perché qualcuno pensa che sia più onorevole e giustificabile stuprata di scopata, di politica e di dio, di ici, bombe, burro, mondo. Di mondo.
Ma c'è questo silenzio. Non l'avevo mai portato in giro per queste stanze, eppure lo trovo a suo agio pure qui. Un silenzio che urla.
Ma sempre silenzio è.
E ogni tanto penso che sia stato il "parla solo se interrogato" a fregarmi.
26.11.11
Casi di vita apparente
Qui non esisti davvero.
Non sei niente di tangibile, nulla di dimostrabile.
Magari hai gente che ti ascolta, gente che ti legge. Addiritura masse di gente se sei uno di quelli che contano.
E se sei talmente acuto, o interessante, o eccitante, queste masse riesci talvolta anche a indirizzarle, guidarle, trasportarle, assuefarle.
Eppure non esisti.
Non importa quanto vera possa essere la tua realtà, quanto sfacciatamente irrompa la veridicità nelle tue parole, quanto te c'è in ogni riga. Sarà sempre falso.
Perché sei un nome inventato dietro a cui mostrarsi. E poco importa se il nome è proprio il tuo.
Non sei vero, non qui, non nel dubbio biancastro di ogni pagina, non nell'ombra digitale di questi pixel luminosi.
Quando scrivi di essere studente, puttana, casalinga disperata, fumettaro, giornalista, cassiera, non lo sei davvero. Non lo sei nemmeno se lo sei. Perché qui non esisti, e la non esistenza annulla tutto ciò che avviene in questo limbo etereo dove il principio di indeterminazione è l'unica legge determinante.
La non esistenza ti impregna di un'ubiquità caratteriale, sociale, antropologica che, pur ipotetica, soverchia il reale; e in quanto non esistente tu sei Dio, e il tuo essere o non essere si concatena senza soluzione di continuità come un fiume di verità fasulle che scorre parallelo agli imbrogli della vita.
E quando non esisti non puoi nemmeno morire.
Non basta sparire, non scrivere, cancellare, cancellarsi, annientare in un click la propria vita innaturale in questo mondo circolare fatto di quel tu che mostri più che di quel che sei.
Eternità. Come se un frammento di dna rimanesse impigliato tra le pieghe di questo mare fumante di lava e parole, che travolge le nostre esistenze giorno per giorno. Rimane lì, eco del nostro passaggio, lì in un link, un commento, un riferimento, una citazione, un plagio.
Rimane lì. Forse per sempre.
Tutto questo per dire che oggi sono entrato in uno dei blog che leggo di solito e non c'era più.
Finito, cancellato, deletato.
Magari solo per un attimo, per un giorno, per errore, per sempre. Non lo so.
Non lo so perché chi lo scriveva non esiste.
Come me.
17.11.11
Intermezzo
Di tutti i modi in cui avrei potuto morire ho scelto il più doloroso.
Mi sono abbandonato alla carezza dell'ansietà, fino ad sentire sul collo la corda tesa della rassegnazione: ma mai ho ceduto all'allettante richiamo di quell'attimo sospeso. Fugace pensiero che ho avvolto tra le spire soffocate di un nodo, troppo stretto per lasciare spazio alle mie azioni.
Come travolto dal fiume di una liquida esistenza, ho respirato il maroso invito dell'oblio. Fino a scatenare l'angustioso ossimoro di fuoco nei polmoni: fino a lambire l'annegata riluttanza di fantasie naufraghe e affannate.
Ho abbandonato al vento i miei occhi spalancati e arsi, in bilico sul filo tagliente dell'inquetudine. Guardando giù. Come a tracciare la via di un'irrefrenabile caduta, spalancare le braccia all'inutile resistenza dell'aria, i desideri al ruvido sorprendermi del suolo, lo sguardo a una rapida meta.
Nel silenzio affilato del gelo ho mendicato i frammenti dello specchio in cui non mi riconoscevo, tremante ai polsi ho abusato delle loro scarne difese, ne ho raccolto il pianto vermiglio nelle mani a coppa. Il sapore ferroso della fine mi sussurrava nel sonno.
Ma mai ho lasciato il passo a quel consolante rimedio.
Perché ho deciso. La certezza del cosa battibeccava col dilemma del come. Ma poi ho deciso.
Di tutti i modi in cui avrei potuto morire ho scelto il più doloroso.
Ho scelto di vivere.
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paralipomeni
15.11.11
Ieri era oggi e oggi è già domani
Perché c'è sempre un sempre.
Per quanto la disillusione di un attimo scivoli tra le pieghe del tempo come fastidiosa sabbia; nonostante ogni momento sia irrimediabilmente compromesso già nell'idea di allontanarvicisi.
Succede, è umano: ciò che ieri appagava ogni nostra velleità di perfezione oggi è quella zona grigia della memoria in cui occultiamo l'irrisolto, il fallito, l'inespresso, l'errato.
Eppure ognuno di quegli attimi è stato vero, giusto, unico.
Ogni situazione, crudelmente abbandonata tra le macerie del passato, ha brillato della luce elegiaca di una scelta. Di una preferenza. Di un ardore. Di una mania. Di una passione.
Arrancando nel presente inciampiamo nei ricordi, come su radici affiorate a sconnettere il terreno livellato dell'adesso.Incerti sul possederli o esserne posseduti.
Viviamo, con ineluttabile contemporaneità, questo deprecabile anticipo di passato.
[ah, io non sono mai stato un gran fotografo, ma questa foto mi è sempre piaciuta...]
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paralipomeni,
persistenza della memoria
10.11.11
Peso, dunque sono
Occorre superare un traguardo per accorgersi che non esiste.
Che oltre l'illusione dell'arrivo la strada prosegue.
Le nostre forze si abbandonano all'ingannevole lusinga del soddisfacimento, barcollano sul bordo di un'entusiastica vittoria, assuefatte da quell'istante in cui tutta una storia si ripropone frammentata in ogni suo attimo.
Arrivare.
Come se le mete fossero fatte davvero per essere raggiunte.
Non lo so, li ho sempre passati con diffidenza i traguardi. Circospezione inespressa eppure latente, sottilmente apatica.
Non tanto con la smania di spostarli in avanti, ma più che altro con l'incosciente distrazione del non considerarli.
fatto sta che stamattina la bilancia segnava
No, cazzo, è la mano del demonio che mi ha guidato... Satana maledetto! Lasciami stare..Ahhh..no, ahhh...NOOOO!
NOOOOOOOOO!
Eh, eh: scherzavo!
Dicevo, la bilancia stamattina segnava
Che per un essere umano è comunque una cifra spropositata, ma al cambio attuale, considerando anche l'impennata dello spread, lo swap dei future sui covenance del rating, il governo tecnico e il ritorno degli anni '80, fanno 22 chili persi.
A memoria d'uomo valori del genere non si ricordano se non prima del 2001, prima degli anni a Roma, prima delle torri gemelle, dei gatti, delle nebbie in riviera, della macchina nuova.
E poi c'è la soglia psicologica, il limite dei 100 che si sgretola perdendo la sua superbia centuriata.
Vabbè, del perché io stia raccontando i cazzi miei proprio non lo so, ma d'altronde questo spazio è mio e mi permetto di contravvenire a tutte le regole che mi pare. E non le cambio, no, che c'è più gusto nel disobbedire... Anzi, diamogli un senso: ora scrivo 'troia islandese fa un pompino scatenato', così il prossimo stronzo che capita qui cercando porno su google saprà che stamattina pesavo 99,9 Kg.
Comunque, sono passati 8 mesi.
Nella testa motivazioni surreali, negli occhi niente di nuovo, tra i pensieri l'incostanza vivace di ogni mio gesto. E poi niente.
Sono passati 8 mesi. Tra l'altro non ho detto da cosa.
P.s.
Cara Katia,
io quel biglietto lì l'ho apprezzato come pochi altri ricevuti in vita mia.
Ammetto che nell'attimo in cui l'ho srotolato ti ho molto stimata, e penso sia abbastanza evidente l'eccezionalità della cosa.
Fortunatamente il tempo trova sempre rimedio e mica ti stimo più (certo, un accenno a fronte delle tue ultime vicissitudini forse c'è stato, ma niente di grave).
Buona fortuna.
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