Visualizzazione post con etichetta Caparezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Caparezza. Mostra tutti i post

5.5.14

Museica - Falsetti d'autore


Ieri mi ero messo a scrivere un post sull’ultimo cd di Caparezza. Faceva più o meno così:
“Non mi capita spesso di parlare di musica, non solo in questo posto ma anche di là, nel mondo delle persone che camminano e parlano.

Non mi capita perché non so farlo, mi mancano proprio le basi, non so suonare nemmeno il kazoo, tecnicamente non ne capisco niente e di fatto posso solamente bello, brutto, mi è piaciuto non mi è piaciuto.

Lo stesso discorso potrei farlo anche per l’arte. Non ne parlo, non so disegnare nemmeno gli omini del gioco dell’impiccato, tecnicamente non ne capisco niente e mi limito a bello brutto questo lo so fare pure io.
(che su ‘sta cosa di questo lo so fare anch’io, Bruno Munari correttamente diceva che al limite bisognerebbe dire che questo lo so rifare, perché qualcuno per primo l’ha già fatto, ed è questa la potenza dell’arte e dell’artista, quella di arrivare prima del resto. Che poi tutto si rivela spesso un discorso di troppo presto o troppo tardi, ché l’arte è arte ma la famosità dell’arte è anche discorso di culo a volte! [famosità non credo esista, fatevene una ragione]

Comunque, tutta questa introduzione per dire che in questi giorni sto ascoltando il nuovo album di Caparezza, Museica. (lo sto ascoltando nel senso che ho comprato il cd. Casomai ci fosse qualcuno della polizia postale che legge…)”

Poi mi sono interrotto.

Mi sono interrotto perché non ho voglia di scrivere. Ma non di musica, non ho voglia di scrivere niente.
C’è una canzone in questo disco numero 6, si intitola China Town, da leggere china, in italiano, inchiostro, penna, foglio, quelle robe lì.
È una canzone potente, malinconica ed evocativa. Parla di idee, di parole, di quel percorso immaginifico che va dal pensiero alla punta della penna.
Mi è servita a ricordarmi quando scrivevo poesie dietro agli scontrini dell’autogrill. C’era sempre qualcosa che rimestava in quell’inchiostro, quasi come se le parole fossero già state presenti sulla carta, come se gli alberi si fossero nutriti dei pensieri interrotti dei morti sotterrati, e ora, dopo essere morti loro stessi, sacrificati in quel rito di transustanziazione che li traghetta da foglia a foglio, traspirassero in rilievo ogni lettera, come dermografia sulla pelle, e la china era solo uno strumento per ripercorrerne il significato, un esercizio di ricalco che prevedeva  la stessa meticolosità dello scorrere della ruota numerata di una cassaforte.

E ora boh, probabilmente sono anni che non prendo una penna in mano per scrivere qualcosa di mio.

Non ho voglia di scrivere, però una cosa su questo album vorrei dirla: è fastidiosamente intelligente.
Sì, accantonati gli argomenti divertentemente seri del precedente, il cantautore si racchiude in una dimensione più intimista, meno universale. Il museo, l’ispirazione che va da opera d’arte a canzone, il vagare tra le impressioni ricavate dai quadri di questa personale collezione, tutti pretesti per raccontare non più l’umanità ma l’uomo.
Quasi in maniera sconsolata, come se una speranza di massa fosse tragicamente fallita e  occorresse ripiegare sull’individuo, ripartire da lì, in una dimensione ridimensionata, meno corale, riaddossando al singolo la responsabilità di essere, senza delega, mediando qualunque appartenenza per ricondurre ogni decisione al disegno unico di ognuno.

Dicevo, un disco fastidiosamente intelligente. Di quelli che ascolti e pensi: questo avrei voluto essere capace di averlo fatto io (c’è di sicuro un italiano migliore per dirlo, ma in quel momento lo pensi così…)

Un lavoro che musicalmente va abbondantemente oltre il rap, e che anzi è più un’opera rock che spazia tra metal e ballate, rimescolando le impressioni, appunto come nel percorso attraverso differenti sezioni di un museo.
E che soprattutto straborda di idee, di invenzioni, rimandi, citazioni, dettagli, riferimenti.

Cioè, per dire, in  Giotto Beat si parla di prospettiva: la prospettiva inventata da Giotto ma anche quella che dovremmo inventarci noi per sopravvivere a questo decennio, ma parla anche di G8, la musica però è un beat, con i coretti tipici anni ’60, ma i Coretti sono anche un’opera di Giotto, ma le sonorità della canzone sono costantemente inframezzate da suoni 8 bit, e via dicendo… E questo è solo un esempio, c’è di meglio.

Canzoni crudeli nei suoni e nei concetti come Argenti Vive (dove Filippo Argenti, vicino di casa di Dante immerso dal poeta nel fango dello Stige nel girone degli iracondi, prende la parola e risponde al Sommo a modo suo), critiche come Mica Van Gogh,  profonde come Fai da tela, sconsolate come Compro Horror.

È un disco che si tende ad ascoltare sempre da un’angolazione differente, quasi fosse un quadro cubista che raccoglie in sé tutte le viste possibili su di un soggetto.

Tra l’altro, ed è sicuramente un merito, questo non è un disco di protesta. In un momento storico in cui la politica tende ad essere solamente distruttiva, e ci si abbarbica sulle facili strategie della polemica urlata, Caparezza (che non è mai troppo politico) cerca invece di dare una visione personale, critica ma non sragionata, più a favore di qualcosa che non contro.

E mostra. Mostra ciò che vede da lì (Dalì), il suo punto di vista.

E noi che usiamo il nostro punto di vista per osservare il suo.
Come in un quadro di Magritte.








7.7.11

Caparezza Eretico Tour 2011 - ovvero sublime subliminalità


Esistono cose che vorresti far fare alle nuove generazioni. Cose che spesso risultano davvero ostiche: 
mangiare le verdure, rispondere con educazione, lavarsi dietro alle orecchie, formarsi una coscienza politica approfondendo criticamente i temi della società civile.

Cose da genitori insomma, da maestri, professori, suore dell'asilo, amici che ne sanno, da wikipedia e altri siti senza tette. (che poi non è neanche vero).

Conosciamo i giovani. Sono affascinati dal vietato, dal nonsipuò, dal sono cose da giovani che noi vecchi non capiamo e quando eravamo giovani noi mica c'era 'na roba del genere che non capisco e cosa c'è da capire che sono solo quattro deficienti.. robe così insomma.

Conosciamo anche i vecchi. Sono quelli che da vent'anni votano a cazzo e si fanno comprare dal caldo buono di una promessa non mantenuta.

Ma rimaniamo sui giovani. Ma anche sui vecchi. Cosa si fa? Come glieli si propinano i broccoletti?

O siamo dei geni della psicologia inversa:



Oppure dobbiamo avvalerci di altri mezzi. E qual è la cosa più figa che abbiamo sempre visto in tutti i film, quel metodo infallibile per convincere qualcuno di qualcosa senza che magari se ne renda conto e addirittura illudendolo che sia sua volontà quel pensiero che subdoli gli abbiamo inculcato?
Quale sarà?

Ma senza ombra di dubbio i messaggi subliminali!!!

E ogni canzone di Michele Salvemini, in eccelsa arte Caparezza, è un messaggio mascherato da divertimento.
E' un salto, un urlo, un coro. E' la voce gracchiante che ti trapassa al ritmo esagitato dell'incontrollabile, dell'incontenibile.

Caparezza c'è! E' sempre presente. 
Sul palco è ovunque e per ognuno dei suoi pezzi porta un'invenzione, un istante in cui pensi 'genio', un'infinitesimale quiete silenziosa che precede la tempesta dei suoni, la raffica luminosa delle parole, la pioggia ritmata e rimata dei significati.

E in ognuno di quei brani, energetici, primordiali, tribali, si nasconde un messaggio. Il cuore pulsante al centro del tornado, un'anima di antimateria che si nutre di quell'irrequietezza.

Caparezza dice. Dice quel che pensa, lo infila in ogni frase, te li trovi avvinghiati tra le righe quei pensieri, come serpenti pronti a morderti. Pericolosi. Perché di pensieri pericolosi parliamo, non tanto nel loro significato ma nel loro percorso: sono frutto di ragionamento, di critica. Sono l'elaborazione di un'esperienza umana, figli della curiosità, dell'osservazione della società e delle sue incongruenze, delle sue mancanze, delle sue brutture.

E' caustico, crudele, iconoclasta. E te lo trasmette mentre salti, mentre la musica ti percorre fino a sfinirti. Te lo regala silenziosamente mentre ti ubriaca di rumore, di teste danzanti di fronte ai tuoi occhi, di vita irrequieta, giovane, vecchia, non importa. Perché quell'attimo riesce ad azzerare ogni distanza.

E magari subito non te ne accorgi. Ma quei messaggi te li sei portati a casa.
Non perché siano tuoi, ma per il gusto appagante di rifletterci, di valutarli, di usarli per crearsi una propria coscienza civile. Insomma, quel che dicevamo prima.

Sublime subliminale.