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10.3.14

Finalmente una storia che finisce bene


Come si diceva nel post precedente, il blog è in pausa forzata a causa mancanza di corrente.
In realtà se sono qui che sto scrivendo significa che forse lo sto facendo dal pc, già, una speranza potrebbe esserci. Magari non vi spoilero subito il finale, o forse sì? Facciamo una cosa alla Memento che la prima scena è l'ultima e viceversa. Vabbé, immagino che questa tensione sia diventata insopportabile: è arrivato l'alimentatore!
Lo so, detta così pare che abbiamo risolto il problema della fame nel mondo, e invece no, invece è solo questo

Solo questo, e i suoi circa ottocento pirulini adattatori

Perché il mondo dei ricambi informatici ha deciso di percorrere la stessa strada degli allestimenti degli autogrill: devi seguire per forza un percorso imposto, non puoi scegliere, non puoi dire vado solo lì, prendo solo quel pirulino che è quello che mi serve, no, non è commercialmente interessante, devi passare anche di fronte al bancone dei salumi pepati, sfilare lungo la via dei tobleroni, portarti a casa oltre che l'adattatore per il tuo pc anche un cosettino di plastica per ogni computer che sia mai stato connesso alla rete elettrica.
Cioé, se io ho - dico una marca a caso - un Acer perché devo portarmi a casa anche gli adattatori dell'HP, della Dell, della Sony e via dicendo fino allo spinotto da 12 chili che serviva per connettere l'Eniac direttamente a un generatore diesel da 380 V?
Grissom prima di entrare nei CSI (non quelli di Lindo Ferretti)

Perché non te li vendono a parte i pirulini? Mi compro l'alimentatore e a parte il pirulino che mi serve a un euro. Ho due computer a casa? Mi compro due pirulini... due euro. Ma non è pensabile che io debba aprire una scatola con due file di cosi allineati come le pedine degli scacchi e sentirmi anche costretto a tenermeli che non si sa mai, come se non lo sapessi che comunque anche questo caricabatterie si spegnerà prima che io possa avere un nuovo computer.
E comunque, mica che il giorno che dovesse rompersi il computer mi farò influenzare dal fatto di averne già in casa l'adattatore quando dovrò comprarne un altro...

Ma cosa succede quindi agli adattatori che non verranno mai utilizzati?
Prendono vita di notte come i giocattoli di Toy Story e si raccontano le storie di paura intorno alla lucetta del trasformatore?

È vero che il mostro di Lochness non è altro che un enorme pirulino di un alimentatore?

Lo sapevate che connettendo tra loro tutti gli adattatori inutilizzati, presenti attualmente al mondo, si potrebbe ottenere un collegamento che copre la distanza tra la Terra e la luna?

Ma esistono degli adattatori non adatti?


Insomma, su 'sta cosa dei pirulini se ne è scritto fin troppo mi sa, eppure rimane ancora uno dei misteri inspiegati del 21mo secolo.
Steve Jobs disse prima di morire (anche perché se l'avesse detto dopo morto sarebbe stato davvero spaventoso...) che Luxo, la famosa lampada della Pixar avrebbe dovuto in realtà essere un jack di alimentazione.

Impressionante, davvero.

E comunque a posto. L'alimentatore adesso c'è. Il computer pare funzionare. Siamo pronti.
Ma cosa c'è da scrivere? Per ora nulla. Ma proprio niente.
Finalmente una storia che finisce bene...

16.5.13

Imperfetto orario



Ho un'amica che scrive da Hong Kong. Cioè, ogni tanto mi scrive, quando non lo fa un po' mi preoccupo, mi viene sempre da pensare che le sia successo qualcosa o che non stia bene o che un enorme calamaro gigante sia sbucato dal porto sollevando le navi cargo con un solo tentacolo e avvinghiandosi ai grattacieli staccandoli dalle fondamenta come pirulini del master mind.

O tutte e tre insieme.

Mi scrive spesso da domani. Da quel foglio del calendario che qui dev'essere ancora strappato.
E a pensarci è proprio da lei, anticipare la vita, affrettarsi verso un'impazienza di futuro.

Ho anche un amico che mi scrive da Cùcuta, Colombia.
Altri tempi, altri secondi scanditi da lancette pigre, confuse nell'ombra corta del loro procedere.
Quando mi scrive le parole sanno di terra e fango, di capelli sporchi e vociare sparso, sono lente quasi a rifuggire dall'incombenza del procedere. Ahorita. Che è indefinitamente meno di adesso.

Mi scrive da ieri.

E a pensarci magari sono io a essere sempre nel posto sbagliato.

Che poi mi metto a osservare la linea internazionale del cambio di data e mi perdo

E mi chiedo quanto dura effettivamente un giorno, che quando al di qua della linea inizia il 16 maggio al di là è l'1.00 del 15. A partire da lì le ore si inseguono, il 15 aveva già dato, già percorso le sue 24 ore da contratto, eppure procede, imperterrito, come quegli eroi che poi alla fine muoiono dopo aver salvato il mondo. Dunque quante ore dura il 15 maggio? Sono 47? No davvero, non sono bravo con i calcoli, quando mi chiedono quanti anni ho dico loro l'anno e che si arrangino.

Guardo quella linea e scandisco sulla punta delle dita le ore che passano, con la mente il numero dei giorni, ma mi perdo sempre.

E così penso a Tonga, che è un +13 e lì il giorno arriva prima che ovunque. E la gente cammina sulla corda tesa dietro a cui inizia il tempo.
Oppure a Kiribati che prima di far deragliare la linea la subiva, tagliati a metà dal bisturi del calendario. Con gli uffici costretti a parlarsi solo nei quattro giorni feriali comuni a entrambe le parti.
E a quei luoghi in cui basta un passo per ringiovanire o invecchiare, e seduti su un sasso si può osservare il giorno che incede, che ci assale senza mai raggiungerci, come quelle belve che strisciano le zampe sul vetro delle gabbie che le separano da noi.

Ne scriverei, ancora, se potessi. Di Magellano e delle Filippine, dei secondi intercalari, di meridiani e antimeridiani, della Nuova Zelanda a forma di stivale che è agli antipodi dell'Italia, della precessione degli equinozi e dell'aberrazione delle stelle fisse. Ne scriverei.

Ma non ho tempo.