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6.11.13

unastoria ovvero l'assenso della vita

 “Se il diciottenne si svegliasse. Di colpo. Una notte. Si alzasse. Ed allo specchio si vedesse, con le paure, con le miserie dei suoi futuri cinquantanni, morirebbe vomiterebbe.

È da qualche giorno che mi rigiro tra le mani questo unastoria di Gipi.
L'ho letto la prima volta a Lucca, seduto su un plinto del padiglione a pochi metri da dove l'avevo preso, c'era confusione eppure non mi sembrava. Me ne sto rendendo conto solo adesso che lo sto scrivendo, che c'era confusione.
Quando l'ho comprato, allo stand Coconino, mi han detto che se glielo lasciavo potevo ripassare domenica e magari mi ci faceva sopra una dedica, forse un disegnetto, quelle robe lì, ma forse che ce n'eran già centinaia lì pronti col fogliettino del nome che usciva fuori.
Prima ho detto sì, poi c'ho ripensato, sono tornato indietro e ho chiesto se per favore me lo ridà che vorrei leggerlo adesso.

Poi è ricapitato. L'ho letto quella notte. Pioveva. Poi il giorno dopo me lo sono portato nello zaino tutto il giorno, mi piaceva sentirne il peso sulle spalle, e se avessi incrociato Gipi allora sì che me lo sarei fatto fare il disegnetto, la dedica o quelle robe lì.
Che poi Gipi l'ho incrociato davvero, ma gli ho più o meno solo detto grazie, qualche cazzata e grazie, niente dediche o disegnetti.

Ecco, adesso il libro è sul divano. Ogni tanto passo, ci sposto da sopra qualche gatto e apro una pagina a caso per respirarla. Il gatto non capisce.
L'ho riletto poi, ancora: credevo a un certo punto di aver trovato un passaggio che non funzionava, tipo che da lì in poi il racconto avrebbe smesso di piacermi. Non era vero.

Sto tergiversando, lo so.

È che non so come potrei parlarne.
Comunque ne hanno già scritto, bene, qui o qui o da qualche altra parte, e ancora ne scriveranno. Se cercavate una recensione leggetevi quelle.

Da parte mia vorrei solo che chiunque capitasse a passare di qui cogliesse il suggerimento di leggerlo. Per sé stesso e perché ne abbiamo bisogno tutti, di certe rivelazioni dico, ché la bellezza, quella bellezza che ti scava l'anima come le gocce pesanti di un temporale la terra, quasi sicuramente ci rende persone migliori. Quindi se vi va leggetelo per questo, per darci una speranza, come uomini dico, umani.

Perché è un libro meraviglioso.
Meraviglioso e crudele.
E crudele.

È una storia piccola, di quelle che succedono, che accadono inaspettate come certe valanghe originate dal ruzzolare di un sassolino. E come certe valanghe si ampliano, alimentandosi di sé stesse e del mondo attorno inerme che con esse precipita, così diventa un'altra storia, più grande, più vecchia. E ancora indietro, giù a valle, fino a diventare la storia di tutti.

E così va a finire che il titolo diventa un imbroglio da cui non ci sentiamo ingannati, un pretesto per metterci di fronte a uno specchio che riflette ogni nostro istante, ogni nostro viso, passato e futuro, allontanandoci da qualsiasi redenzione e mostrandoci per quanto umani siamo, irrimediabilmente.
Ed è una sofferenza incantevole, mirabilmente raccontata.

Sarebbe interessante fare un discorso tecnico sui vari stili, le tecniche molteplici con cui sono state realizzate queste tavole, tecniche che si mescolano all'interno della stessa pagnia, della stessa vignetta a volte, per mostrarci i vari piani di esistenza, di lettura. E sarebbe interessante anche parlare della padronanza del mezzo fumetto maturata da Gipi, di come ogni passaggio sembri realizzato così ad arte da faticare a volte a rimanere solo all'interno della storia. Come se a una mostra di quadri fossimo continuamente affascinati non solo dalle opere esposte ma anche dalle cornici, dai muri, dai pavimenti, dall'arredo. (che gliel'ho detto a Gipi 'sta cosa della padronanza del mezzo, e lui mi fa 'beh, son 50 anni che faccio fumetti' e io 'beh, c'è gente che li fa da di più e mica ce l'ha...')
E certi stacchi, certi cambi di pagina che ripeti due tre quattro volte, per gustarti di nuovo quell'emozione, quella scelta di regia strabiliante, per verificare che si rinnovi costantemente quella sensazione, e lo fa.

Sarebbe interessante, ma serve lucidità per queste cose e io mica ce l'ho.

C'è un momento per i protagonisti in cui tutto si ferma. Coincide esattamente con l'attimo immediatamente precedente al crollo, l'ultimo rimbalzo solitario del sassolino prima del fragore della valanga.
Sembra solo un momento, eppure tutto il racconto ruota attorno a quell'istante.  Quel tempo cristallizzato in cui l'unica percezione è quella di vivere con un canovaccio uliginoso sulla faccia, in cui ogni repiro è fatica e la lingua che sfrega sul palato raccoglie solo il sapore di terra e polvere impastate.
Ecco, quando ho iniziato a scrivere questo post ero parecchio spaventato dall'arrivare a raccontare quel momento del libro, lo sono anche adesso.
Lo sono perché è così, perché prima è qualcosa che non va, magari poco, piccoli segnali qua e là, una telefonata che non serviva, la pizza bruciata nel forno, un pensiero da cui fatichi a uscire.
Poi arriva sempre un'ossessione: il lavoro, una donna, un'idea, la corrispondenza di guerra di un avo, non importa cosa. L'invasamento che trascini con te con la convinzione di gestirlo, fino alla realizzazione che sei tu a essere trascinato, gestito.
Ecco, poi ti svegli distratto, non te ne sei nemmeno accorto eppure qualcosa durante la notte si è rotto. Niente di evidente, cose piccole.
Però da quel momento tutto pesa diversamente, come se il regolatore della gravità fosse stato in qualche modo manomesso. E pesa sempre di più, e di più, fino a che non ti senti più in grado e distribuisci il peso sui polmoni, sugli occhi, sul cervello, a turno su tutti gli organi interni e vuoi solo smettere e che smetta. Perché non sei in grado.

E non è nemmeno il voler morire ma la disperata necessità di un'alternativa al vivere.
Parla di questo, anche.

Mi è venuta in mente mia nonna mentre leggevo questo libro. Non c'è un motivo vero.
Se dovessi dargli un merito però gli darei proprio questo: quello di emozionare, di rimestare nelle sensazioni che ci portiamo dentro fino a far emergere ciò che più percepiamo come la nostra essenza, il nocciolo attorno a cui si è sviluppato il frutto della nostra esistenza. Fino a ricordarcene.

E poi è anche unabellastoria.

(Ah, su i "sì" senza accento sorvoliamo, che se no mi tocca rivedere tutto il giudizio complessivo e sono pigro)





17.10.13

Orfani ovvero Bildungsroman und Drang


Qualche settimana fa ho scritto una mail a Roberto Recchioni.
Non è una cosa da me, ma era notte e autunno e avevo appena elaborato un pensiero abbastanza complesso, ramificato. Un pensiero che era all'improvviso sfociato in una sensazione.
Cioè, in quell'istante, nell'elucubrazione di tale ragionamento e a seguito di cose viste-fatte-lette, mi ero accorto di nutrire una insospettabile stima per il suddetto. E gliel'ho scritto.
Nonostante l'asocialità, il distacco e quel senso di stupidità adolescenziale che ancora un po' mi sento addosso.

Con Roberto ho avuto modo di incrociarmi in diverse occasioni. Qualche parola buttata lì, le solite cose.
In realtà la percezione è quella di una spietata incomunicabilità, come se due universi paralleli si sfiorassero senza riuscire a individuare il wormhole di Lorentz in grado di fare da ponte tra le loro differenti esperienze.
Ed è ovviamente un mio limite.
E posso anche ammettere che me ne dispiace, che mi avvincerebbe essere in grado di isolare il minimo comun denominatore, un contesto in cui instaurare un dialogo vero, uno scambio, un confronto, una dissomiglianza, se fosse.

Penso ciò perché credo sia una persona interessante. Non uno sceneggiatore interessante. Una persona.
Che quel manipolo di eroi con cui riesco a parlare mica vengono da me perché sono un programmatore interessante.

Lo so, il titolo lì sopra dice Orfani e io mica ci sono ancora arrivato.
O meglio, forse un po' sì.
(comunque se volete leggere di cosa parla e com'è (o come non è o come dovrebbe essere o come avrebbe potuto essere o come sarebbe stato meglio se fosse stato o come potrebbe diventare o come purtroppo sarà o come sicuro che succede così) Orfani basta che vi facciate un giro per l'internet.
Scoprirete che è uguale ma identico a tanta di quella roba che è tipo il buco nero super massivo posto al centro della galassia dell'intrattenimento.
Imparerete che le armature sono copiate da un videogioco che però le ha mutuate da un film che si era ispirato alla copertina di un libro che era stata ricalcata da una miniatura che si è scoperto che era invece una macchia di sugo.
E poi vi sorprenderete nell'apprendere che quel ragazzino di sicuro è vivo e che è tutta una simulazione e che sono tutti morti prima e che in realtà sono sulla Terra e che gli orfani non sono orfani ma si scopre che gli alieni sono i loro genitori e che l'orso è quello di Lost e che non è un vaccino ma un potente allucinogeno e che la tuta del colonnello è quella di Sue Sylvester.
Ah, saprete anche che ne hanno stampato un milione di copie, che il bambino della copertina in realtà è un nano, che il titolo è sgrammaticato e che i fumetti li fanno col computer.)

Dunque, io stavo dicendo che un po' c'ero arrivato a parlare di Orfani, ma solo perché l'impressione è che sia un enorme compendio a colori di quella che è la persona Roberto Recchioni.
Ma tipo una selezione di passioni, esperienze, letture, conoscenze, giochi, chiacchiere, notti, film, speranze, serie tv, cadute, scommesse, ossessioni.
Che poi, mica serve conoscere l'autore o il suo mondo per conoscere un'opera.
Eppure, se quello è il suo mondo ed è così distante dal mio, allora quel ponte di comunicabilità che mi permetterebbe di rapportarmi con Roberto dovrebbe essere la stessa via che mi conduce, se non ad apprezzare, quantomeno a comprendere il suo lavoro.

Sarà che l'ultimo videogioco a cui ho giocato aveva una gettoniera 100 + 100, sarà che la fantascienza per me è Clifford D. Simak, mica Heinlein, sarà che a lavorare in banca ho sentito così tante frasi a effetto che non mi fanno più effetto, insomma, mi sono accorto di partire forse avvantaggiato nel leggere questo Orfani. Ma proprio perché non ho nessun riferimento, perché le cose che vedo sono ciò che sono e non la trasposizione vera o ipotetica di un qualcos'altro.
Ecco, da questo mio punto di osservazione "privilegiato" (o svantaggiato, chi lo sa) posso dire che questo primo numero mi ha appassionato. Più della prima puntata di Breaking Bad, e che il cielo mi fulmini per questo, più del primo Dylan Dog che proprio non si può leggere a mio avviso (che per dire, sono 25 anni che leggo Dylan Dog e a me l'horror fa da cagarissimo. Eppure nel mio modo di leggere i fumetti, attraverso la mia personale chiave di lettura, funziona. Altre cose no, ma quello sì, per dire).
Ma mi ha appassionato non tanto perché si legge bene, rapido rapido, e nemmeno per gli ottimi disegni di Emiliano Mammucari, e i colori (che a me i colori), e i fucili, le astronavi, gli alieni col teletrasporto, e la guerra, la fine del mondo, e i ragazzini e gli esperimenti.
No, io la vera potenzialità l'ho trovata nei rapporti umani, nelle intercorrelazioni, i drammi, i moti d'animo. Non so, sia nel piano temporale dei giovani orfani sia in quello dei guerrieri superuomini ho scorto, o forse ho solo voluto vedere, una moltitudine di fili pronti a intrecciarsi, spezzarzi, soffocarsi a vicenda, oppure solo collegare, legare, rendere indissolubili.
Boh, magari è solo il mio come avrebbe dovuto essere Orfani.

Fosse una serie di quelle che ti guardi in streaming sul pc, preferirei avere già tutte le dodici puntate lì pronte in modo da potermele sparare una in fila all'altra. Sì, la sensazione che mi ha dato è proprio questa, di voler sapere dove va a finire, anche solo per capire se mi piacerà o no.

Che poi, è un po' il senso del feuilleton. E questo lo è, no?
Che io me la immagino la gente a ogni capitolo dei Tre Moschettieri a chiedersi come sarebbe andata avanti, e Milady è buona no è cattiva no è bona, e quello muore, no ritorna ed è tutto un trucco di Richelieu e D'Artagnan è un eroe del cazzo (vedrai nella terza stagione!)
E se in parecchi si stanno chiedendo cose analoghe su Orfani, beh, probabilmente significa che ci sono buone probabilità che funzioni.

Comunque, sono andato strafuori tema, non ho parlato del fumetto, che è un albo introduttivo, che ha solo seminato dubbi, inquadrato approssimativamente la situazione, presentato i personaggi, spiegato poco e mica tutto, anzi, quasi niente.

E allora si aspetta. Per capire se quel meh è una falla della sceneggiatura o solo un deficit di pazienza, per scoprire se è sospensione d'incredulità o abuso di posizione dominante, per dire io l'avevo scritto tre numeri fa, o magari solo per leggere, che pare niente, ma bisognerebbe far bene anche quello.

Oh, anche se non sembra, sono preparato. Se ci sono domande rimango a disposizione...
(cazzo, non ho nemmeno parlato di Caravan...)

15.7.13

... altrimenti ci arrabattiamo!


[AVVISO: Per proteggervi dagli spoiler, griderò PESCHE ogni qual volta mi scappasse di dire qualcosa della trama del film (che è tipo giocare a freccette bendati e cercare di fare centro)]

Allora, la trama più o meno è questa.
Dalle profondità emergono dei dinosauri enormi e cattivissimi che seminano devastazione radendo al suolo le città. Verranno fronteggiati da un robot potentissimo pilotato da un ragazzo e una ragazza che si interfacciano tramite una connessione mentale, e alla fine, nonostante le gravi perdite e distruzioni,  gli umani riusciranno ad avere la meglio.
Ah, direte voi: è Pacific Rim.

No, è Izenborg.
I bestioni che spuntano dal mare.














distruggono le città














i piloti che fanno il contatto mentale











il robot che ci salva tutti






















Pacif Rim invece è tutt'altra cosa.
Lì ci sono i dinosauri che escono dal mare.











distruggono le città










i piloti che fanno il contatto mentale










e il robot che tutti ci salverà
Gipsy Danger. C'ho un nome che pare un album di Shakira.












Ah, e c'è anche lui.



























Solo che Pacific Rim è girato in un posto dove è sempre notte, e piove. (PESCHE) E i Russi muoiono.

Ecco, uno dei problemi di questo film, è che i protagonisti risultano tutti simpatici come un vibratore di carta vetrata. Cioè, quel minimo di empatia che si crea la si sfoga tutta sui robot (e sui Russi), che per quanto paladini del bene rimangono comunque delle macchinone inanimate di metallo e fili elettrici. Come dire che la mia vecchia Lancia Dedra era più divertente e rimorchiava più di me (e infatti c'aveva il gancio traino... ahahahaha).

No, davvero. Arriva il momento in cui pensi che c'abbiano ragione i dinosauri.
Che alla fine (PESCHE) loro la terra l'avevano già abbandonata e mica ci sarebbero ritornati se l'uomo non avesse avvelenato i mari, inquinato i cieli, trapanato l'ozono, fritto le patatine nell'olio del McDonalds e riempito le discariche di telefonini.
Uomo che tra l'altro nel film è talmente stupido da (PESCHE) abbandonare l'unico progetto che sembrava funzionare contro gli invasori per costruire un cazzo di muro lungo decine di migliaia di chilometri e che tra l'altro viene sfondato al primo attacco. E lì tu pensi: vabbé se lo meritano! E inizi a tifare per i bestioni.

Ecco, quel che mi è mancato in questo film è stata la caratterizzazione dei personaggi. Che mi va bene fare gli stereotipi, ma farli bene cazzo! Che poi, ma probabilmente è una mia deformazione professionale, ho sentitro l'esigenza (PESCHE) di un cattivo che non è arrivato. Cioè, i kaiju erano una minaccia terribile sì, ma senza la consapevolezza di una mente diabolica che muovesse i loro attacchi, beh, va a finire che avevano davvero ragione loro.
A me, se mi date i robottoni, dovete darmi anche un Dottor Inferno, una Regina Himika, un imperatore Vega, al limite una Miss Dronio. Insomma, qualcuno a cui dare la colpa serve.
Altrimenti non c'è gusto.
Altrimenti è un film epico visto però dal lato dei lucertoloni.

Poi sì, robot che prendono a mazzate mostri giganti. Cioè, proprio a pugni. A doppio pugno come nel wrestling. A triplo pugno. Robot e bestioni giganteschi. Mazzate. Potenti mazzate. E robot giganti che usano una petroliera come una mazza da baseball per gonfiare di botte mostri enormi.
Alla fine ti han dato questo e li perdoni. (che se ti davano Bud Spencer e Terence Hill era lo stesso a 'sto punto, però con meno pioggia).

Ecco, questo più o meno è stato Pacific Rim. (PESCHE).

10.4.12

Se serve vi porto i dischi...


[Attenzione: questo post conterrà errori, ma non ho voglia di rileggerlo!]


Vent'anni fa.

Sembra una cosa detta a caso, un'ipotesi più che un periodo reale. E invece vent'anni fa è esistito.
Addirittura ne avevo sedici di anni vent'anni fa.

Avevo appena imboccato l'ennesimo bivio, l'irrecuperabile scelta fatta per inseguire la pedante irrequietezza immobile dei miei introversi sentimenti. Emozioni che come velcro si aggrappavano a un ideale, fino a consumare i giorni nel combattere per la sua irrealizzazione. Scelte stupide, eppure inevitabilmente mie.

Ecco, c'era lei e molto altro. Ma quando c'era lei (e anche quando non c'era) quell'altro si limitava a essere funzione del cercarla e della mia naturale propensione per il non trovarla.

Comunque me l'ha chiesto lei in un pomeriggio sospeso: com'è che fa quella canzone...
E il giorno dopo avevo già la cassettina in tasca mentre pedalavo verso le nostre serate confuse e chiassose.

Italyan, Rum Casusu Çikti. Vent'anni fa.
TDK da 60, il cuore in gola mentre la bici modellava la velocità del vento, le parole in loop nella testa mentre la ruota zigzagava tra le strisce della mezzeria. E quel sorriso.

Ecco, quel sorriso...


Se non avete mai ascoltato Italyan, Rum Casusu Çikti non li avete decisamente vissuti tutti questi anni.
Ma se non sapete quel sorriso, beh, per quanto possiate aver creduto di vivere vi assicuro che non è successo. Vi hanno sciolto nel bicchiere dei ricordi un placebo di esistenza, ingannato le vostre esperienze con le cure palliative dell'artificio. Non ci siete stati, non c'eravate, non ci siete ancora
Non senza quell'attimo.


Sedici anni. E l'ingenuità di vederle così le cose.
Come adesso, eppure l'opposto.




Tutte le curiosità su quel disco le sa Marok, e ciclicamente mi capita di capitarci partendo da tutt'altro.


Io di cose mie so che continua a essere uno dei migliori dischi del mondo, e ogni tanto ti viene in mente una canzone e poi dici: cavolo, era in quella cassettina lì, quella che ti si è fusa nell'autoradio quando i tuoi amici cazzoni avevano scoperto che schiacciando insieme i tastini del FFWD e del FRWD faceva l'autoreverse e sono stati mezza giornata con la Bic a tirar su il nastro e poi te l'hanno ricomprata.
So che quando vengono a fare i concerti in veneto il finale di Ragazza che limoni sola potrebbero anche farlo originale che qua lo capiamo.
So che Sting è stato un grande.
So che Cartoni animati giapponesi arriva dopo, ma quando arriva non esce più.
So come faranno quattro elefanti a stare in una Cinquecento.
So che continuavo a chiedermi se l'albero a basso momento d'inerzia esistesse davvero, e di motori non mi sono mai interessato come in quei 5 minuti.
So che le alci sono bestie silenziose.
So che le ho cantate quando stavo bene e soprattutto quando stavo male, e ogni volta è servito.

So soprattutto che se ti duplichi una cassettina da 60, il lato B non ci sta tutto: finisce con il fantasma formaggino che sfida l'italiano gridando "Su questo panino non mi spalme, mi spalme, mi spalm." Silenzio. Nastro che scatta.

MI SPALM. Finiva così ed era perfetto.
Negli anni ho conosciuto genti, giuro, convinte che quella fosse la vera fine, assuefatte da quel troncamento improvviso, inatteso, delizioso addirittura.

Mi spalm. Che quando mi sono comprato il CD avrei voluto rigarlo per recuperare il brivido di quel finale.

Vent'anni fa usciva 'sto disco. Un po' come me, che iniziavo a essere davvero.
Ascoltatelo e fate una carezza ai vostri bambini, e dite loro Mi spalm.


MI SPALM!