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7.11.14

Le ragazzine... di Ratigher - ovvero Io, te e le erose


[PREMESSA]
Ho letto Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. di Ratigher.
Me lo sono trovato nella cassetta delle lettere e l'ho letto.
Cioè, prima sono andato sul sito entro il 30 giugno, poi ho cliccato ho pagato ed è arrivato. E l'ho letto.
In realtà, a essere precisi, non era nella cassetta delle lettere, non ci stava, il postino l'ha appoggiato sopra così che chiunque avrebbe potuto prenderlo e leggerlo, forse anche il postino stesso, ma non credo l'abbia fatto nessuno, o forse sì non è importante. L'ho letto io e tanto mi basta.
L'ho letto, tra l'altro, pensando a quand'è che si smette di essere adolescenti, ci pensavo sfogliando quelle pagine pesanti, vaste, quel tipo di pagina che ti sposta l'aria sul viso con una tale portata da costringerti quasi a chiudere le palpebre, quasi, senti quel soffio denso d'inchiostro risalire lungo la curva della sclera, impetuoso addirittura quando attraversa la bisettrice di quell'angolo ideale tra copertina e cervello. L'aria spostata dalle pagine de Le ragazzine ha la stessa devastante, sontuosa imponenza di quella prodotta dal battito d'ali della famigerata farfalla che provoca uragani dall'altra parte del mondo.
E ho pensato che si smette quando non ci si sente più diversi.

Il libro di Ratigher è una bugia.
Finisci di leggerlo e la prima cosa che ti viene in mente è che nel titolo c'era già tutto. In tre atti la descrizione minima di tutta la storia. Azione, reazione, lezione.
Poi lo riguardi, i disegni che trasudano l'inquieta arroganza della normalità, quel tratto affilato che emerge dalla pagina come la marmellata di una merendina messa in microonde, i colori che non potrebbero essere che quelli, lo riguardi e magari lo rileggi. E ti accorgi che non è vero. Che le ragazzine non hanno perso il controllo, che la società non le teme e soprattutto che non c'è nessuna fine.

È un imbroglio, è giusto saperlo. È un imbroglio nello stesso modo in cui lo è l'adolescenza.
Quando credi che nulla finirà, quando quella percezione di crescita che punge tendendosi sottopelle ti illude che non esista un'alternativa a ciò che sei. È da qui che nascono quelle corrispondenze indissolubili, quelle amicizie senza orizzonte, nell'interminata incoscienza che il mondo sia tutto lì, fisso, immutabile. Bugiardo appunto.

Di questo parla Ratigher, di un'amicizia ormonale, di due ragazze che si scivolano sulla superficie della vita  trascinandosi come se fossero fogli di carta vetrata. E nella loro convinzione di consumare il mondo lentamente si logorano, si erodono fino a perdere ogni attrito, sconfitte dalla sconfinatezza della realtà. Fino a uno stravolgimento talmente enorme da riequilibrare ogni cosa.

Il fumettista è un osservatore silenzioso, uno stalker discreto,  un lurker che legge la linea della vita di quelle due adolescenti irrequiete (Castracani e Motta, nemmeno un nome, come alle medie), quella vita fatta di un trasgressivo nulla che gocciola nella persuasione di dover essere diverse dagli altri diversi.
Come in Trama, gioca con le attese, con l'aspettativa di tragedia del lettore e si diverte a protrarre quell'opera di convincimento di aver svelato il trucco, di poter avvicinarsi alla fine anche in solitaria.
Ma la fine, per quanto non sia una fine, è comunque azzurra. E l'azzurro si sa, qui sulla terra è il colore delle cose di cui non riesci a scorgere il confine, di quelle che arrivano a piegarsi dietro la curva dell'orizzonte.

Comunque, a me ha inevitabilmente ricordato Buzzati. Quel girovagare tra una normalità inconsueta eppure banale, quell'incaponirsi sulle situazioni fremendo nell'attesa della svolta, di un deus ex machina, dell'evento principale di quella trama che si presuppone di conoscere. E poi l'impensabile, la personificazione del surreale, quel momento talmente scostante da qualunque immaginazione da sembrare assolutamente indicato, inevitabile.

Ecco, Le ragazzine non poteva che finire così.

[RECENSIONE]
Strano ma bello.

30.6.11

TRAMA - ovvero mio cuggino sa un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori




Mi sono imbattuto in TRAMA passandoci sopra con le unghie. La copertina rigida e telata ha la consistenza perfetta per essere morbosamente fastidiosa. Quel grattare ruvido che ti graffia i timpani quando distratto l'accarezzi.

E il senso di TRAMA inizia proprio lì, in un gesto inconsulto, nell'inconsapevole varcare del limite di sopportazione.
La storia è malevola, crudele: ma non per gli argomenti toccati, non per come si dipana, non per l’angosciante tortura che vediamo perpetrare a due banali rappresentanti di un banale ceto medio. No!

La storia è cattiva perché ti porta dove ti vuol portare e poi se ne va. Come un meticoloso scacchista autistico sistema tutti i pezzi sulla scacchiera, con precisione millimetrica al centro di ogni casella, ti invita a sederti, accarezzi il pedone per fare la mossa d’apertura e, nell’attimo in cui tu abbassi gli occhi per iniziare la partita, se ne va. E tu rimani così, con a mezz’aria quella tua voglia di giocare sospesa tra le dita. Incredulo. Guardi sotto il tavolo ma lui non c’è. Ti ha fregato.
Ecco TRAMA è questo. Ti abbandona quando tu ti illudi che stia per iniziare. E’ un lungo e inquietante flashback che prepara un racconto che non c’è.

Un horror che è sadico con il lettore ancor più che con i protagonisti. Perché ti prende alla sprovvista, si conclude quando meno te lo aspetti, come meno te lo aspetti e scivola lentamente dalle pagine ai ricordi più prossimi, strisciandoti dentro.
Striscia, tra le pieghe più isolate su cui si avvolgono i pensieri, striscia, avviluppandosi agli interrogativi della quotidianità, sostituendoli, si insinua lentamente alla ricerca di una consapevolezza che non hai. Ti appare di fronte all’improvviso, come i fanali di un tir nella notte, con quei suoi personaggi improbabili, atroci, eppure talmente reali da sorprenderti inquieto.
Ti stringe alla carotide con il laccio della sua incompletezza e striscia, fino a scavarsi un angolo tra le ansie più ataviche.

TRAMA è il concentrato delle angosce che ti passano per la testa nei tre giorni successivi a quando Ken Shiro ti ha detto che tra tre giorni morirai.
Ruvido e fastidioso.
Come la copertina.