ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
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10.6.13
Tempismi
"Pensi mai di non farcela?"
"Io penso solo di non farcela..."
Mi guarda come se stesse osservando un punto dietro di me, come se già risultassi inutile ai suoi pensieri dopo quel solo, calcato tra due parole come un berretto di feltro, schiacciato dal peso della propria dirompente mestizia. Come quelle strutture mal progettate che implodono in sé stesse il giorno dell'inaugurazione.
E male progettato lo era, quel risoluto rifiuto all'osservazione speranzosa del mondo. Era come una pistola senza sicura, privata dell'ipotesi confortante di un'alternativa. No, crogiolarsi nel reale era un'esigenza dichiaratamente imprescindibile, nessuno slancio fiducioso nei confronti della vita, solo il meticoloso mestiere del vivere ciò che è.
Fu così che lei mi perse, stracciando in un mulinello di vento il contratto delle nostre ipotesi, e nessuno dei due l'avrebbe firmato, lo sa anche adesso. Ma questo, disse, questo disse non è che svilente sopravvivere.
Mi ritrassi, ricordo bene, quasi a non voler sembrare troppo saccente, quello che sa la risposta anche stavolta. Non seppe mai quel che si smorzò nella mia gola.
Ma non c'era nulla sopra quel vivere, davvero, finiva con una linea d'orizzonte stanca, permeabile a qualunque incursione dell'effettivo. Non c'era il sogno ma neppure il calcolo. Era solo quel che era, avrebbe potuto essere anche bello. Lo pensavo spesso nelle pause del dormiveglia.
Perché questo è un sottovivere, annaspa come quegli annegati che s'infrangono contro una lastra di ghiaccio, e da lì sotto pareva così tanto il cielo che c'abbandonano l'ultimo sorso di fiato per fracassarcisi contro. Sottovivere.
"Pensi mai di non farcela?"
"Io ce l'ho già non fatta..."
Sorridiamo.
(in realtà volevo solo rendermi conto di come funzionava un discorso costruito con presente-imperfetto-passato remoto-imperfetto-presente... bah.)
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18.5.13
Niente
Com'è quel detto? Siamo quel che mangiamo...
Io oggi non ho mangiato. Apporto calorico: niente.
Io oggi sono niente.
Ieri ero un tozzo di pane. Martedì scorso un lusso: c'era mezza cassetta di mele tra i rifiuti.
Che il concetto di marcio è sicuramente da rivisitare in questi frangenti.
E martedì io ero quei rifiuti, tutti. Perché seduto in quell'angolo ho peccato di voracità.
Ed ero quel rifiuto.
Siamo quel che mangiamo, in fondo.
Ma tra un rifiuto e niente, credetemi, è ancora meglio il rifiuto.
Per oggi almeno.
Domani. Domani non so, forse arriverà il giorno in cui abbandonarsi al niente diventerà la soluzione migliore.
Davvero, non mi sento nemmeno di chiamarla sfortuna.
Alla fine li ho fatti io i miei errori. Miei.
Ci fosse stato qualcuno a farli per me. I miei errori.
E in più ho peccato di voracità, ieri, seduto in quell'angolo a sputare morsi putrescenti delle mele.
M'avesse visto Dio. Ma non mi guarda.
Non l'ha fatto finora, non inizierà di sicuro per qualche mela mangiata troppo in fretta.
Qualche mela marcia mangiata troppo in fretta.
No, lui finora non c'è stato. E io non sono uno abituato a chiedere troppo.
Nemmeno l'elemosina.
Mi spiace, ma umiliarsi no!
Però quella volta per una mela s'è incazzato, ma dicono che era solo sbagliata la traduzione.
Già. Vorrei che lo fosse anche per me. Sbagliata la traduzione, dico.
Magari la parola giusta era "felicità" e chissà come l'hanno tradotta "miseria". Se fosse basterebbe correggere.
Tirare un segno. Stampare una nuova edizione.
Destinato alla felicità.
Sentite come suona meglio.
Già meglio.
Non sento nemmeno più la fame. Solo il freddo.
No ecco. Eccola la fame.
Sarà che oggi non ho mangiato niente.
E se davvero siamo quel che mangiamo, ecco, ecco quel che sono.
Io sono niente.
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8.5.13
Parole, parole, parole: Mamihlapinatapai
Come quella volta (ti ricordi?) che il gioco era consumare l'aria intorno a noi, e la linea che univa i nostri sguardi era una miccia che divorava famelica quella distanza infinita.
E attendevamo il frastuono dell'esplosione, già lo si pregustava riecheggiare tra le stanze vuote delle nostre solitudini, svuotate dal quel ladro maleducato del tempo, razziate dall'orda scomposta delle nostre futili illusioni. E invece solo silenzio.
Come se fossimo nello spazio.
Come se fossimo noi lo spazio.
Mamihlapinatapai, l'avresti detto di sicuro al tempo, ad averlo saputo dico, l'avresti detto con quella smorfia indagatrice di chi chiede una conferma, l'avresti detto incespicando sulle lettere e ridendo. L'avrei ascoltato solo per sentirti ridere, lo ammetto.
"Guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l'altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo", l'avresti imparata a memoria pur di raccimolare una scusa per quel che stava accadendo.
Che il mio passo è già guardarti, già ho consumato il fiato e le speranze e i dubbi solo nel pensarti. Non ho gambe o vita o stupidità per essere primo.
Non so nemmeno essere ultimo, non adesso, non sulla corda instabile che il fato sta filando intrecciando i nostri sguardi.
E rimaniamo lì, sospesi, senza nemmeno parole. Solo silenzio.
E lo spazio. Noi.
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2.5.13
Secondo omaggio
Mi guarda come si guarda la neve di notte, con gli occhi mai fermi, mai fissi su me ma sempre a cercare una luce di contrasto, qualcosa che dovrebbe esserci per forza dietro.
Non ha un peso quando mi guarda così. E l'impressione è quella di poterla sollevare senza sforzo sopra la testa, solo tenendola per i fianchi.
(Come fosse uno di quei pupazzi gonfiabili di plastica dura.)
L'impressione è quella di poter lasciarsela sfuggire nel vento, sospinta da qualche corrente ascensionale come un aquilone. Via. Mentre ancora ti guarda con quegli occhi densi. Via, a perdersi oltre al limite sicuro della punta delle dita. Cielo.
Sarà per questo che mi guarda e vorrei abbracciarla stretta. Di più.
Senza nessuna curanza dell'inganno che è, non tanto che rappresenta ma che è.
"hai presente l'entaglement?", mi dice.
"sì"
"ecco, siamo così: non importa lo spazio fisico che ci divide, continueremo a influenzarci per sempre", e sorride soddisfatta "è l'equazione di Dirac, la più bella del mondo!"
"ma così bella può essere una condanna?"
"non lo è?", e sorride.
"è solo la pena che devo scontare..."
Inclina la testa mordendosi le labbra, ed è lì che ha vinto lei.
"voglio farti un altro regalo!"
"un altro? e il primo qual è?", nemmeno mi accorgo di essere impigliato in una rete che è già stata issata fuori dall'acqua.
"questa irrimediabilità", e libera le labbra dalla stretta degli incisivi.
Poi prende il suo regalo e se ne va.
23.4.13
Revisionismo stoico
E ricordi quella volta che mi hai guardato?
Non era forse un ti amo quello?
Pareva non dovesse finire più, il nostro primo sguardo.
Che poi sei stata brava, lo ammetto. Poi.
A riabassare subito gli occhi, a sperderli nel tuo da fare. Un libro forse, non ricordo. Non ricordo perché tutto si è fatto più confuso in me dopo quel nostro sbirciarci breve, quell'inciampare dell'anima sulla corda tesa del tuo osservare.
Breve. Eppure inevitabilmente profondo, delicato e squassante al tempo stesso.
Non trovi che ci siamo già scambiati tutto ciò che siamo con quel primo sguardo?
Chissà se è stata timidezza, oppure un'inesplorata indecisione, che ti ha portata a non badarmi da lì a seguire. Chissà... Ché le capisco certe pressioni del nostro intimo pensare, l'arrovellarsi delle notti soffocate dall'afa pesante dei dubbi, delle incertezze.
Ma quale incertezza avrebbe dovuto mai esserci? L'hai letto anche tu quel ti amo pungente sospeso sul ramo di quei pochi secondi? L'hai letto di sicuro, eppure adesso pare che tu non l'abbia mai vissuto. Sei brava a ignorarlo, l'ho già detto. Come fai? Davvero mi chiedo com'è che fai, ché io non vivo più da allora, non vivo da quanto grande è questa cosa. E tu la ignori... Come fai?
Nonostante quello sguardo, dico. Te lo ricordi quel nostro primo sguardo?
Era carico di ti amo, l'ho pensato da subito. Sei stata brava a ignorarmi poi.
Ma forse il nostro destino è questo, chissà quanto mi hai voluto e non hai mai osato. Chissà...
Forse il nostro destino è questo, condannati ad amarci senza averci. Da quel primo, unico, sguardo.
Chissà come fai, tu?
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21.4.13
Circostanza. Crasi.
Scrivere con costanza non è un vezzo, ma nemmeno una necessità.
O meglio, non è un vezzo ma nemmeno un obbligo. Non lo farei per mesi, e non mi taglierei la barba.
Pur rintuzzando generalmente le abitudini, soffro della deludente esigenza di seguirle come chiodi da ferrata, specie questa e specie ora, che appena devio da quella via sento sfuggire dal proprio equilibrio il centro gravitazionale su cui permango, come a fare qualche passo all'interno dell'occhio di un ciclone e sentirsi improvvisamente trascinati su. (siamo ancora in Kansas, siamo ancora in Kansas, siamo ancora in Kansas...)
Le mete sono sopravvalutate. La loro univocità è svilente e poco importa che incarnino lo stare bene o lo stare male, o qualsiasi altra sfumatura di stati d'essere che si possa incastrare tra i due. La meta ha una monolitica concordanza con sé stessa e ciò le basta.
Abbandonare il torpore in cui vacillano gli intenti per incidere sul muro di questa cella un segno che indica un altro giorno, beh, è sfuggire dalla tentazione di eludere la confortevole imprudenza di quel chiodo piantato nella roccia.
Pochi passi nell'occhio del ciclone e sei su, pochi passi lontano dal chiodo e sei giù.
I percorsi qualcosa significano, non quelli che decidi a tavolino ma quelli che fai. Seguire un percorso porta con sé il grosso pregio di essere partiti. Spiegaglielo te che la partenza è l'unica parte del viaggio davvero necessaria. Eppure non è nella partenza che diventa vitale né il susseguirsi dei passi ma i passi stessi, come e dove li posizioni, con che cadenza, come lo tieni il piede.
Pare niente, eppure scostarsi da quella linea invisibile in cui la ripetitività inciampa su queste tappe, lisce e sfuggevoli come grani di un rosario, ecco, scostarsi rischia di essere preambolo di una deriva convergente, uno sbadamento che invece di allontanare avvicina sempre più le parti di me stesso, quasi fosse un vortice, un maelstrom a cui abbandonarsi deresponsabilizzandosi delle colpe verso sé stesso. Me stesso.
Credo che ora mi taglierò la barba.
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18.4.13
Du' etti
Due parole italiane che dovrebbero esistere, e invece no
DIAMAROSO: Di cosa cristallina come diamante e inquieta come il mare in tempesta. Riferito generalmente agli occhi Es. occhi diamarosi.
NIENTITUDINE: L'insieme vuoto che raccoglie le sensazioni di deprivazione della realtà. Es. In questa nientitudine si sperde la mia sciocca speranza.
Due personaggi dei fumetti che dovrebbero esistere, e invece no.
SUPERILK: A vent'anni, dopo essere stato a contatto con un peperoncino coltivato nella campagna fuori Chernobyl, sviluppa il potere di far gonfiare le emorroidi a suo piacimento. Sconfigge i nemici con un dito su per il culo (il loro. Il loro culo, e il suo dito.)
MAICOL EX: Ex pilota di Zeppelin, ex batterista punk, ex vinicoltore australiano, Maicol è il classico antieroe senza superpoteri ma con saldi principi morali e una caparbia determinazione nel difendere i valori della libertà e del cambiamento. La sua regola è quella di non andare mai con le ex (da qui il suo nome da supereroe senza poteri da supereroi), la sua arma segreta sono i cocktail con la Red Bull.
Due etimologie che bisognerebbe conoscere, e invece no
SCAPOLO: Composto da EX (fuori di) e CAPULUM (fune, da qui la parola cappio). Significa quindi che si è sottratto dal cappio.
CONIUGATO: CUM JUGUM, con giogo.
Due canzoni di Daniele Silvestri che son lì da sempre e sarebbe meglio saperle
Due titoli di post che non userò
L'INSANA IN SAUNA
LA PRIMA VERA ARABA
Due pizze che mi ricordano diversi momenti
SALSICCIA PATATE GRANA
QUATTRO FORMAGGI TONNO PEPERONI
Due cose che, no vabbé queste non ve le dico...
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14.4.13
Pochezze
In realtà niente. Avevo solo voglia di scrivere un post intitolato così.
Pochezze.
Che mica occorre per forza appiccicarci un significato negativo, anzi, mi piace anche pensare che siano le cose minime, esili. Myricae, direbbe Pascoli.
(e la sua voce cavernosa echeggerebbe nell'angustia buia della bara e tutti a pensare a cosa sono quei gorgoglii che arrivano dal cimitero? [Ma che esista una storia tipo Club dei poeti estinti zombie, coi poeti che escono dalle tombe e invece di divorare la carne ti divorano l'anima struggendoti con le loro composizioni talmente oltreumane da dilaniarti? {Ma se uno è vegano e poi muore e ritorna come zombi, tipo che non riesce a mordere nessuno e quindi rimane uno zombi inerte che sta lì e non essendo nemmeno poeta non serve a un cazzo? Zombie vegani, sapevatelo!}])
Ci sono cose piccole. Più piccole dei gesti. Talmente piccole che riesci a distinguerle soltanto se sai, se ti concentri su quel punto, se capisci dove guardare.
Ma non perché siano scontate, tutt'altro, è solo che la percezione del mondo non si basa su quelle.
Così come la percezione di un grattacielo non si basa sull'invisibile anima di metallo che lo sorregge.
Ci sono cose infinitamente piccole. Come le amicizie vere, talmente minute da non doversi preoccupare di quanto pesante sia la vita che le schiaccia. Perché son tanto microscopiche da rifugiarsi negli interstizi, resistono in quella linea vuota tra gli atomi di due materiali a contatto. E non le schiacci.
Ma sono piccole in modo assolutamente relativo. Ché se sai dove guardare, e come. Se usi quel microscopio mentale che ti sei costruito coi fondi delle bottigliette di succo di frutta bevuti insieme, e i tappi con le bandiere degli stati e il tubo dello scottex. Ecco, con quel microscopio lì le vedi quando grandi e complesse sono.
Tutto qua. Volevo scrivere un post che s'intitolasse pochezze.
L'ho fatto.
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12.4.13
Belle e poche
Non lo so se un giorno dovrò spiegare a qualcuno com'era il mondo di un tempo, che so, di quando avevo dieci, quindici anni.
Forse no.
Ma chissà se ci riuscirei.
Cioè, come la spieghi l'attesa?
Ieri sera volevo ascoltare Le tre verità, tipo LA canzone di Battisti (ma apriamo una parentesi [ho esagerato lo so, non è certamente LA canzone, altre ce ne sono, magari meglio, magari più famose... ma affascinanti come questa no. Intrigante, sofisticatamente semplice, semplicemente sofisticata. Oh, magari sono io eh, ma 'ste sonorità post rock pre post rock a me dicono qualcosa... Che poi, hai un singolo del genere e me lo fai uscire quasi in contemporanea con la canzone del sole? Vuoi fargli del male...] chiusa parentesi).
Vado su Spotify (funziona anche con youtube), scrivo, clicco, ascolto.
Ecco, io adesso non so quanti anni abbiate voi ma quando avevo dieci anni io e mi veniva voglia di ascoltare Le tre verità, o c'avevo la cassettina che però sicuro che stava sulla Fiat 132 e mio papà era in giro oppure chiamavo (di nascosto) Radio Luna che trasmetteva più o meno da dietro casa mia e dicevo "ciao Radio Luna, (anche se sapevo che in realtà c'era Thriller a mettere su i dischi, ma mica lo sapevo come si chiamasse davvero, solo Thriller e mica si poteva dire) vorrei ascoltare le tre verità di Lucio Battisti".
E poi aspettavi.
Aspettavi che la macchina tornasse, il rumore dei copertoni sulla ghiaia davanti casa.
E aspettavi che la passassero in radio. Sapevi bene qual era il nome falso e il paese falso che avevi detto, e appena sentivi Fabio da Piacenza d'Adige o Luca da Este allora sapevi che era arrivato il tuo momento, avevi vinto.
L'attesa.
E magari eri lì fremente con le due dita su REC e PLAY, perché così si faceva, mica si rubava scaricandola la musica, no, si rubava con due dita. Come i ladri prestigiatori.
Si attendeva.
L'amico che tornasse, il film che passasse in tv, e Thriller che ti mettesse quella cazzo di canzone che c'avevi le dita formicolanti a forza di star ferme su quei due tasti.
E ho paura che non sarei in grado di spiegarla, quell'attesa.
Non ho nostalgia, no, non c'è stato un tempo da venerare nel tempio dei ricordi. Nessuna Belle Époque.
Solo alcune cose, belle e poche.
Forse tre. Tre verità.
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9.4.13
Immaginario collettivo
Una delle caratteristiche principali di internet è l'eccesso di inutilità.
Centinaia di migliaia di decine di informazioni di cui non interessa nulla a nessuno. Compresa questa.
Nel suo saggio L'inutilità dell'internet, l'inerzia del googlare come metafora dell'ineluttabilità Immanuel Kant sferrava la sua accorata offensiva nei confronti della ridondanza di pagine con contenuti ripetuti, chiedendosi se fosse eticamente percorribile la sovrapposizione di diversi siti ridondanti alla volta, da leggere in stereoscopia con degli appositi occhialini (precorrendo tra l'altro gli studi sui Google Glass e sulla realtà aumentata. Nel 1802.)
Casomai se ne sentisse il bisogno ho quindi deciso di scrivere un post inutile. (è un evento, lo so. L'ho dichiarato così i collezionisti di rarità si predispongono a tempo con il copia e incolla).
Secondo la Convenzione di Kiev uno degli argomenti più inutili del mondo è l'elencazione dei nomi collettivi di animali.
Casomai potesse servire (ahahaha) sappiate che:
- un branco indica un insieme generico di animali. Deriva da branca, che è un modo per dire zampa (si dice un pugno di uomini, tutto torna!)
- un banco va bene per i pesci e i coralli. No, il banco del pesce al mercato è un'altra cosa.
- lo stormo va benissimo per gli animali che volano. Tipo uccelli che volano. O pipistrelli che volano. (no asini che volano). Ci arriva diretto dal tedesco Sturm. Tempesta. Una tempesta di passere.
- se parliamo invece di insetti volanti, meglio usare sciame. Dal latino examen che significa condurre. Bello è anche nugolo, da nuvola. Sbagliato invece dire un merdaio di zanzare.
- ah, dato che ci sono anche uccelli che non volano, tipo i pinguini, quelli li mettiamo in colonia. Non la città.
- per i grossi erbivori ungulati direi che il termine migliore è mandria. pare dal greco Mandra, con radice MAN= sostare
- se invece parliamo di erbivori di razza ovina, rispolveriamo il termine gregge. Latino, GREGEM, adunata.
Mancano elementi invece per denominare raggruppamenti più desueti, quindi si possono tranquillamente inventare, tanto siamo su internet:
- un insieme di struzzi è una palafitteria
- i serpenti che si spostano in gruppo si chiamano garbuglio
- un'adunanza di diavoli di tasmania viene detta sabba
- dai dodici coccodrilli in su si dice rugaio
- e così via...
Spero di essere stato abbastanza inutile.
Domani parliamo dei versi degli animali.
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Fosse comuni
Da quando ho chiuso il blog, con il post numero 500, le cose non è che si siano dimostrate poi tanto diverse.
Cioè, se siete tra quelli che credono che chiudere un blog ti cambi la vita, beh, sappiate che non è proprio così, anzi, avete presente quella roba del Gattopardo che tutto cambia perché niente cambi? Ecco, una faccenda del genere ma con più biscotti con le gocce di cioccolato.
Perché un blog chiuso non significa un cazzo se continui a scriverci... Ma questo uno non può saperlo a priori, insomma, deve sbatterci la testa e ingrassare.
Un posto come questo è un caso.
Io non ce l'ho la costanza per alimentarlo, mantenerlo vivo.
Non ce l'ho mai avuta.
Per questo è un caso. Perché se fosse stato per me non si sarebbe andati oltre al cinquantesimo post.
Che, sempre se fosse per me, anche questo di post si sarebbe concluso a 'Gattopardo': un po' meno dell'essenziale, è questo che dico di solito.
Mi chiedono, ma perché non scrivi un libro?
Fosse per me i grandi romanzi si sarebbero tutti conclusi alla seconda riga.
"Chiamatemi Ismaele. Anzi, non chiamatemi proprio. Tanto non vi rispondo!" (Moby Dick. E senza tutto quel sangue e quei cetacei morti che a Greenpeace gli viene male.)
"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo. Comunque anche quelle felici sono felici a modo loro, però." (Anna Karenina. Concluso per eccesso di polemica.)
"Non c’è niente di meglio della Prospettiva Nevskij, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto. Non è vero, è una merda. Ma mi ha pagato l'associazione degli esercenti e degli artigiani della Prospettiva Nevskji, APNEA." (Prospettiva Nevskji. Schiacciata dal bieco opportunismo capitalista.)
"Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. ." (Il giovane Holden. E niente, il secondo punto l'ho aggiunto io, perché fino a lì era perfetto. Davvero. Poi Salinger ha continuato, io mi sarei fermato.)
Se fosse per me sarebbe questo, che un'idea è già di per sé un sovrappiù e spesso ti occlude la trachea fino a costringerti a lasciarla. Poche parole, un paio di frasi, non di più.
C'è che si ammanta dell'urgenza del racconto: c'è chi invece nella narrazione annichilisce, porta a fattore la propria visione solo per l'impellenza di annullarla. Una riga e via...
Fosse per me.
Profonde.
Scavate col lento gesticolare della negazione.
"Fine." (Antico Testamento. Sintesi brutale.)
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27.3.13
incerte notti
Dormi, adesso.
Davvero, dormi. Non c'è più nemmeno il rumore dissennato della notte a disturbarti, non quassù, sospesi sul limitare dell'orizzonte. Solo il vento.
Ti guardo da qui, dalla luce funerea di questo inverno prepotente, sei lì, accoccolata come un'equilibrista sul filo che separa sole e luna, il mio mondo dal tuo.
E io di qua, lontano, ti osservo.
Sei bella.
Di nuovo ho smarrito le parole, io, compulsivo d'aggettivi, prolissità da punta delle dita: e dico bella.
Come se non esistesse nessun'altra immagine in cui riporre il pensiero che percorre questa distanza che lenta sfuma verso il tuo sonno.
Non è avvenente, seducente, incantevole, affascinante. Solo bella, come il torpore cullato dal caldo buono delle lenzuola.
E dormi.
Fossi un poeta ti canterei la mia ninna nanna, di stelle e intenti, di mondi nuovi, di dolci stenti, di te che provi a dare un senso a questo tempo, di me che penso a te che intanto, stai già dormendo, così lontano, da questo mondo, dalla mia mano; in questa notte, silenzio e sogni, le cose dette non son più pegni, tu che nascondi nella mia penna, pochi secondi di ninna nanna.
Ma non sono un poeta, lo sai, so solo guardarti. Affidare alla memoria la necessità di non perdere quell'attimo, guardarti, scandendo la meraviglia al tempo del tuo respiro. Nient'altro.
Finché non viene notte, non viene sonno.
E sto lì, senza nemmeno sfiorare i tuo capelli, ma volendolo.
Sussurrando una ninna nanna che si perde nel momento in cui gli occhi si abituano a questo buio, in quell'attimo esistono le mie parole, solo lì.
E buonanotte.
25.3.13
Seconde fini
Inesorabilmente incede.
Il nulla.
Si fa spazio. Anzi, lo spazio lo ruba, lo nasconde con la tronfia altezzosità di un prestigiatore in smoking.
A quindici anni pensavo che bastasse andare a capo per fare una poesia.
Andare a capo
così
dove capita
senza un metro
un senso
saltando una riga
ogni tanto;
e i punti e
virgola.
Impetuosi, irrequieti,
disturbanti; addirittura;
Magari era questa la vera poesia e non lo sapevo. E non lo so nemmeno ora, anzi, forse lo so meno.
Sarebbe il momento, questo, in cui il suddetto prestigiatore estrae dal cilindro un confortante post sulle chiavi di ricerca. I tempi son maturi, dicono, e le gerle di vimini sono ricolme di parole.
Solo che, insomma, cosa ci è successo?
[Leggevo Leopardi, ieri. Non è una cosa che avesse un motivo, eravamo in una caffetteria e leggevo Leopardi.
Io quando arrivo a 'E l'infinita vanità del tutto' vorrei sempre avercelo di fronte, sentirlo parlare con accento marchigiano, capire come ride una persona così.]
Cerco tra le keyword e trovo solo
E penso se davvero dovrei. Cioè, davvero adesso mi metto lì a pensare alla frasetta per far ridere, alla boutade, magari spiazzante, che dimostri quanto sottile possa essere la mia testolina, anche quando si maneggia materiale di basso livello come questo?
Un cazzo per cinque fighe non si può moltiplicare, è come sommare mele con pere, lo dice sempre anche la maestra, quella di Nuoro, quella delle tette... e via così, potrei andare avanti, passando per autogril ricolmi di suore infoiate e rustichelle, teatri che applaudono fighe enormi frustate da vecchiette col pannolone in latex.
E in effetti no, non dovrei.
Qui, adesso dico, mentre scrivo sta nevicando. 25 marzo 2013.
(E no, non è il marketing virale estremo di Games of Thrones).
In questi giorni seguo con mestizia il falso profilo twitter di Casaleggio.
Cioè, il profilo mi fa molto ridere.
Chi non ha i mezzi culturali, informatici, sociali per riconoscere che sia un fake mi intristisce. E mi spaventa.
La gente che crede mi spaventa, la gente che spera, che prega, che idolatra.
Mi spaventa la gente che ti inoltra le cose senza averle capite, che condivide perché non costa nulla, non è vero, costa tantissimo, l'acriticità è un costo sociale enorme. Mi spaventa la gente che generalizza, che sono tutti uguali, la gente che non sa distinguere, mi spaventa le gente che noi e voi, la gente che non percepisce quante sfumature possa avere un cambiamento, la gente che non capisce come funzionano gli antibiotici.
Mi spaventa la gente che ha bisogno di un racconto, la gente che la sospensione d'incredulità riesce ad attuarla ovunque, mi spaventa la gente che basta che sia confortante, la gente che col zip war airganon si debella.
Mi spaventa le gente, da sempre, molto prima di tutto questo, prima del Drive-In anche.
Anche se in fondo è solo gente, o forse per quello.
Credo che diventerò sempre più noioso, che magari riuscirò a trovare un linguaggio, un alfabeto che si possa utilizzare per descrivere tutto ciò che scompostamente mi passa per la testa travestendosi da nulla.
Fino ad allora sarò noioso, poi, se possibile, forse un po' di più.
E userò punti e virgola, provando a dar loro un senso stavolta. E inizierò le frasi con 'come volevasi dimostrare' e scrivero in vece staccato.
(Lo so, adesso inizio tutte le frasi con la congiunzione, è un vezzo...)
E fingerò di essere un amico di Leopardi, di quelli che possono chiamarlo in piena notte per scherzo e dirgli Giacomo che palle, cazzo, la gente non è poi così male. (sapendo che in realtà lo è, e sapendo che lui lo sa che lo è, ma rimanendo lì comunque, a sogghignare del fatto che esistono cambiamenti lunghi, diluiti come farmaci omeopatici, ma più efficaci).
Giacomo, e su dai, un po' di ottimismo! E ridere sapendo di pensarla come lui. E che lui lo sa. E ride.
Perché non è speranza ma coscienza, e... e niente, dannato alfabeto.
[post che continuerebbe, ma mi sono rotto il cazzo, è il mio blog e faccio quel che mi pare]
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19.3.13
Senza titolo
Vi racconto un aneddoto.
Due anni fa, era aprile, stavo partecipando a una maratona di avverbi. Era sera già, quindi non c'era il sole, ma il tempo era stato clemente per tutta la giornata. Anzi, possiamo pure dire che l'estate bussava fremente alle porte di quel tempo.
Mi ero incaponito su un fallimentarmente da più di quindici minuti, pur sapendo che sarebbe stato necessario passare oltre, desistere in modo strategico per recuperare quel mio sfortunato incamponimento. Eppure rimanevo lì, la penna stretta tra tre dita e le labbra a separare gli incisivi.
Gli avverbi in -mente si riparano dietro l'egida del dubbio. Mentre li scrivi sei lì che ti chiedi: e se stessero parlando di me? Stanca-mente, Perduta-mente, Sciocca-mente.
Fallimentar-mente. Non colsi subito la cosa, quando sei troppo concentrato su una soluzione ti sfugge addirittura la soluzione più grande in cui essa è contenuta.
Fallimentarmente.
Quante altre volte sarebbe capitato che per vincere avrei dovuto perdere?
A un tratto si fece avanti uno del pubblico, si chinò sul banco dove avevo abbandonato il peso di tutti i miei tentativi e guardandomi negli occhi mi disse: lo sai vero che quando è tutto falso la verità diventa essa stessa una menzogna?
Fine dell'aneddoto.
Lo sai vero che quando è tutto falso la verità diventa essa stessa una menzogna?
Non lo sapevo.
E prima d'oggi, prima di mettermi a scrivere questo post che è il cinquecentesimo, non c'avevo più pensato.
Lo ammetto, mi sarebbe piaciuto arrivare a questo traguardo e viverlo come fosse stato una festa.
L'inequivocabile dimostrazione che anche per me, per la mia capricciosa discontinuità, potesse sussistere una redenzione fatta di costanza, un percorso regolare, addirittura assiduo.
Mi sarebbe piaciuto, sì, ma non sarebbe stato giusto.
Va bene, togliamoci 'sto sasso dalla scarpa e ricominciamo a camminare: questo non è il cinquecentesimo post!
No, non è il solito giochino dei conteggi e se moltiplichi per phi allora e sì perché era tutto in base 8 e che binario si chiama così perché tre-no.
No, questo non è il cinquecentesimo post che scrivo perchè i post che ho scritto sono zero.
ZERO.
E pensare che a volte, in qualche commento, l'ho detto addirittura a mo' di scherzo. Un bieco trucco per cercare di ripulire la coscienza.
Ma l'acqua sporca dell'imbroglio non si può usare per mondare i propri peccati.
Devo dire che non è nemmeno imbarazzo ciò che provo, forse è il preambolo dell'atarassia, non è imbarazzo e non avrei voluto ingannare nessuno se non me stesso. Ché orgoglioso non lo sono mai stato, è che, sì insomma, è come quando da ragazzino vedi quelli che suonano la chitarra e sai che tu non potrai mai perché ti manca un pezzo di dito.
Ecco, quando ho aperto il blog speravo che quella mancanza fosse supplita da altro, ma no, non la suoni la chitarra senza un dito.
Questo blog è tutto copiato!
Dall'inizio alla fine, ogni parola, ogni virgola. Perfino il titolo.
Ogni giorno riporto i post da un blog danese che si chiama http://forelobig.blogspot.com.
Sono loro quelli bravi, quelli che vi hanno fatto sognare, ridere, pensare, innamorare, arrabbiare, discutere, eccitare.
Freden Grundtal e Bolmen Gasgrund, a loro va il merito di questo cinquecentesimo post, e del primo, e del trecentoventinovesimo.
E niente, spero solo di non aver offeso nessuno. La cosa mi è sfuggita un po' di mano, lo ammetto, ma chi è che non ha mai sbagliato?
Tutti perfetti voi?
E le foibe?
So che vi starete chiedendo adesso cosa succederà?
Nella migliore (o peggiore) delle tradizioni italiane potrei fregarmene, andare avanti per la mia strada come se niente fosse, anzi magari potrei iniziare a copiare da JogerssonMaelstroom che è un blog ancora meglio.
Ma non sarebbe corretto.
In verità quel che è emerso è che non ho proprio il titolo per continuare a ingannarvi con le parole.
Quindi se riesco mi prendo una bella pausa di riflessione, dieci giorni sabbatici, tipo fino ad aprile che è un mese di merda per l'umanità in genere, e poi ne riparliamo magari tutti insieme.
Si fa una bella riunione in streaming e si decide tutti quanti cosa fare e dove si vuole andare.
#fine
[vi scrivo una cosa ke nn cè nel sito danese, robba mia quindi, niente di tradotto. Che magari se mi va in questi gg qualcosa la posto uguale, ke sono loro ke fanno la pausa mika me.]
6.3.13
Alza il volume di questo silenzio (post che avrei voluto scrivere un giorno di marzo del 1993)
La verità è che sei piccola.
Piccola quando ti rannicchi in te stessa a spiare il mondo da sotto quella felpa larga. Raggomitolata nell'indecisione di essere; in bilico costante tra apparire e nascondere.
Nel mistero indelicato del dirsi, scoprirsi, svelarsi. Sei lì.
E sei più di ciò che sei. E sei piccola.
E' una verità da niente, lo so. Ma lo sei.
Così piccola che mi spaventa il sovrastarti, l'avvicinarmi troppo.
Temo un inganno da falsopiano, che all'ultimo passo tu ti possa rivelare talmente minuta da starmi in una mano. E io ho mani incerte, emozionate, idiote.
Ho mani che (incerte) in certe penombre vorrebbero accarezzarti, lo vorrebbero loro, ribellandosi a una ragione spaesata, a un sentimento illuso, non irreale ma dalla realtà distante, come se volasse su un altro piano d'esistenza. Come quei pianetucoli che intersecano il piano dell'eclittica ogni diecimila anni.
Le mani no, le mani loro lo sanno. Per questo ti cercano, e scrivono, e piegano bigliettini che loro stesse nascondono per farti trovare, e frugano nelle tasche di un cuore disordinato, di una mente inadeguata, forse stupida. No, di sicuro stupida.
E' che le mani percepiscono ciò che sei senza guardarti.
Che se ti vedessero, allora anche loro si smarrirebbero, ammutolite in quel silenzio che solo le cose belle si meritano.
Sarà che uno a quindici anni s'illude d'averlo capito che cos'è il bello, cos'è per lui.
Insomma, non sarà poi tanta ma la vita l'ho vista. Poi arrivi tu e sparigli ogni certezza.
E frana qualunque pensiero fatto fino all'attimo prima del tuo sorriso, rovinosamente crollano canoni, parametri, convinzioni.
Inaspettatamente mi sono reso conto dell'esistenza di un oltre, la percezione di una bellezza che travalica il senso stesso della mia sopportazione. Continuo a usare la parola bello, nessuno sforzo di evolvere in un sinonimo, non avrebbe senso, non in questo contesto, ché sei bellezza primordiale, basica, atavica addirittura.
Ho compreso finalmente Dante, Petrarca, Cavalcanti. Non servivano i libri. Li ho compresi e li ho odiati.
Perché è così, non è nemmeno concipibile il tentare, nemmeno la speranza. Ci si convince subito di questo, è l'istinto forse. Un imbroglio è, solo questo (ma 'sta cosa la capirò solo dopo, molti anni dopo).
E mi rimane il silenzio.
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1.3.13
Il nuovo che arretra
Come ci insegna la saggezza popolare: col resto di due.
Sono passati 16 post da quel fatidico 31 gennaio in cui roboantemente si annunciava la fine della prima stagione di questo blog dopo 14 post, al coincidere del cinquecentesimo.
Già due post in più e il mondo non è finito.
A fronte di numerose rimostranze, ricorsi, addirittura velate minacce, si è proceduto a un faticoso riconteggio che ha permesso di stabilire che questo è il post numero quattrocentonovanta.
490. Numero felice.
Sarebbe bello vero? Dico, sarebbe bello finirla così, con un numero felice, la primavera che bussa alle porte, il canto armonioso delle washball che tintinnano come campane nei cestelli delle lavatrici.
Qui oggi è capodanno, bati marso, che prima che arrivasse la lega non eravamo così stupidi da queste parti, e a far combaciare settembre - ottobre - novembre - dicembre col loro numero effettivo c'eravamo riusciti. E poi, proprio oggi c'è primavera, pare che il mondo si stia risvegliando e rinascendo. Vane speranze.
O meglio, niente di nuovo. Già visto.
Eppure gli inverni sono sempre delle gomme abrasive. Chissà se cancellano o ingannano...
Comunque, sarebbe bello finirla così. Senza conto alla rovescia, senza l'aspettativa della disillusione.
E invece si rimanda, di nuovo, fuori tempo massimo.
In anticipo per la vita, in ritardo per la morte.
Potrei dire delle cose intelligenti, potrei. Davvero.
Ce le ho
Niente. Se volete chiedermi qualcosa ci sono i commenti. Tanto vi rispondo male.
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25.2.13
Ma davvero c'è chi si infila la matita copiativa nel culo prima di uscire dalla cabina?
Qualche tempo fa mi sono salvato tra i segnalibri del browser (credo si legga broiser) questo link qui.
Che di solito, a meno che non sia roba tipo Hotredheadwithfreckles, poi è roba che rimane lì fino al giorno in cui mi dico ma che cazzo mi sono salvato a fare 'sta merda chissà cosa avevo in mente.
[Generalmente ci sono due momenti contrapposti nelle mie epifanie: quello in cui mi rendo conto che da giovane ero più intelligente di adesso e a riprendere in mano una cosa fatta al tempo mi dico cazzo, adesso non mi sarebbe venuto di farla così sono degenerato; quello in cui mi rendo conto di quanto più stupido fossi da giovane, che ho fatto delle cose così male ma così male che nel me attuale non sarebbe nemmeno contemplata come ultima possibilità il farlo in modo talmente stupido.]
Comunque, della Teoria della Stupidità mi affascinò al tempo la quarta regola:
"Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore."
Traduco per gli ingenui: le persone non stupide sono stupide.
Che è un po' come per quelle dimostrazioni coi numeri immaginari dove 1 è uguale a -1 e pensa a un numero moltiplicalo per quattro etc etc etc... Elefante!
Detto ciò, a me i complotti fanno sempre ridere.
Cioè, ridere come una persona non stupida che non si rende conto di essere stupida per il solo fatto di ridere di una cosa che invece non dovrebbe far ridere.
(non c'entra nulla, ma se c'è una cosa che mi fastidia è quando per far ridere si storpia la lingua scritta adattandola all'immaginaria lingua parlata. Gomblotto, blogghe, ggente.
Che una volta ho scritto ammerigani per fare il simpatico e me ne vergogno ancor'oggi, che dovrei stanarlo quel post e cancellarlo con la gomma abrasiva, quella rotonda anzi esagonale.
Ah, poi un'altra categoria che proprio anche no è formata da quelli che dicono diversamente qualcosa.
Diversamente etero, diversamente alto, diversamente magro, diversamente mocch' a bucchin' e mammt!
E il wasabi.)
Dicevo, i complotti mi fanno sempre ridere (sorridere?).
Chi, in buona fede o meno, concede loro una cassa di risonanza no.
Perché davvero basta un cazzo per derimere certi dubbi, il problema è che i dubbi nemmeno ce li si pone, che tanto poi nessuno dice mai la verità ed è un complotto anche quello e diventa un complotto nel complotto, matrioske in cui man mano va sfumando l'ultimo bagliore di raziocinio.
Che adesso dovrebbe essere il momento del post in cui si tirano le fila, si spara la battutona finale su chupacabras, scie chimiche, signoraggio, matite copiative, macchine ad aria compressa, alberi di spaghetti e washball.
In realtà questo post finisce stupidamente qui.
Quand'ero giovane l'avrei fatto meglio, lo so.
E peggio.
(Sì, sono stato a Bologna. Appena mi si scongelano i ricordi dico due cose)
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22.2.13
Auto di fesa
C'è troppo mondo, troppo per isolare un'ipotesi di normalità.
Ed è sempre troppo poco domani.
Non si è mai abbastanza in là, s'insegue un oltre che si appiccica alla punta delle scarpe e si lascia guardare, come la più narcisa delle utopie.
Anneghiamo di presente, ingurgitando forzatamente sorsi di vita che graffiano la gola; come onde che cercano di afferrare il relitto che esse stesse spostano in avanti.
Mai troppo però, mai con un'illusione di irrealizzabilità.
Arpionati dalla sospensione d'incredulità di Coleridge, siamo i tacchini induttivisti di Russel il giorno di Natale.
Troppo presente.
E l'attesa è difesa, l'enunciazione del contro, enucleazione del no.
L'attinenza un difetto di uguaglianza, l'aberrante ripiegarsi della storia su sé non stessa.
Svelandoci a vicenda di essere orfani di un'ucronia del futuro.
[che uno si sveglia la mattina e dice, adesso faccio un post di quelli da ridere. E no, non serve capire. E sì, il plurale è proforma.]
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7.2.13
Tenere ammende
Fanno percorsi strani, i nostri pensieri dico (quando è sottointeso è ovvio che si parli dei pensieri), e più ancora i ricordi, mai dimenticarseli quelli, riescono essere addirittura crudeli in quei contesti in cui tenti di scordarli.
Nell'ultimo periodo mia nonna pensava di essere bambina, come se qualcuno avesse invertito i cavi che regolano l'afflusso della memoria, faceva tenerezza, molta, eppure era evidente in ogni suo gesto una tragica felicità.
E io mi chiedevo che fine avessero fatto tutte quelle storie che mi raccontava, racchiuse in una scatola nascosta in un punto dell'esistenza che lei nemmeno ancora immaginava, in un futuro passato che arrancava su una linea temporale ormai in disuso.
Quelli che ti dicono 'nel mio disordine trovo sempre tutto' non sono mai completamente sinceri, perché in fondo in fondo sanno che sarebbe stato meglio dire 'nel mio disordine trovo sempre DI tutto' .
Ed è così, se pensate che casa mia sia disordinata non vi siete ancora fatti un giro tra le stanze della mia memoria.
E quando tenti di riordinare salta sempre fuori qualcosa che manco sapevi, ed è lì, ed è tuo, forse.
Ecco le prime dieci cose inutili che ho scoperto di ricordare e che occupano indebitamente lo spazio per qualcosa di più serio e vantaggioso.
La formazione della New Team
Alan Crocker - Charlie Custer - Jill Taylor - Bruce Harper - Jack Morris - Bob Denver - Ted Carter - Paul Diamond - Johnny Mason - Oliver Hutton - Tom Becker
Il pin del mio primo bancomat
25731
I titoli e i disegnatori dei primi dieci Dylan Dog
L'alba dei morti viventi - Stano
Jack lo squartatore - Trigo
Le notti della luna piena - Montanari & Grassani
Il fantasma di Anna Never - Roi
Gli uccisori - Dell'Uomo
La bellezza del demonio - Trigo
La zona del crepuscolo - Montanari & Grassani
Il ritorno del mostro - Picatto
Alfa e Omega - Roi
Attraverso lo specchio - Casertano
Tutte le parole che formano Satanarchibugiardinfernalcolico
Satana - anarchico - archibugi - bugiardi - giardino - infernale - alcolico
Il nome della madre di Foscolo
Diamantina Spatis
Il monologo finale di Blade Runner
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
La suddivisione delle Alpi che mi hanno insegnato alle elementari
Marittime - Cozie - Graie - Pennine - Lepontine - Retiche - Atesine - Carniche - Giulie
I testi di tutte le canzoni contenute in Patè d'animo di cui citerò a titolo di esempio 'Germano, i sellini e sua madre'
Mi dice il mio amico Germano andiamo a annusare sellini di bici davanti al linguistico Pia Crocefissa
Maria Ausiliatrice Piagata ed Assunta dal Buon Redentore
Io dico è una scuola maschile! Germano m'incalza: ué, non fare il sottile! Lo dico per te, è tutto grasso che cola, tu pensa soltanto se ai tempi di scuola lo avessi trovato qualcuno che annusa la tua Roma Sport!
Effettivamente non l'ho mai trovato, ma io non ci voglio venire, ci ho già il mio da fare ci ho corso di nausea e le gare - ecco - di Orzoro! Io poi lo so già che i sellini non c'è da fidarti, tu arrivi, saluti, ci provi a sederti,
ma il sellino di dice: "FUORI DAI COGLIONI!"
Oh, yes.
È un mulo, l'amico Germano, un martello, un aratro, 'ste cazzo di feste e le gite, il teatro, lui poi ci ha un bel dire uei non fare il musone se siamo sei coppie e tu invece da solo. Non fare la faccia di quello che sembran due mesi che qui non si ciula. Che invece è due anni, però non importa. Siam qui con Ermanno, la Cicci, la Dada, Alessandra, Fiorenzo, la Titti, Sabrino, Samantha, Martino, la Zizzi, la Merdi, divertiti su!
Okay, mi diverto però non vorrei succedesse come tre anni fa, quando dicesti vedi, tu e Rita dovreste venire a teatro più spesso! Io non concepisco il tuo disinteresse per l'arte più pura
Però concepisti con Rita un bambino nel buio del retro foyer.
Germano, sei proprio un amico, che spasso quel Tito Andronico, ti bacio e ti strabenedico, ma scusa se adesso fornico la madre di te.
La formula dell'interesse composto
C [(1 + i)t – 1]
L'indirizzo della prima ragazza che proprio non esisteva nient'altro
Via Antonio Vivaldi, 18
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cose inutili a parte la formazione della New Team,
disordini,
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tenere a mente
21.1.13
Racconto d'inverno
Te lo ricordi quel giorno?
La nebbia era salita inaspettata, come se un commensale distratto ne avesse rovesciato un boccale sulla tavola che il caso aveva imbandito per noi.
Sprofondava un gelido gennaio e pareva che la terra avesse sospirato d'improvviso, abbandonando il fiato dopo averlo trattenuto per tutto il tempo in cui ci siamo avvicinati.
A ripensarci adesso faceva freddo davvero. Ma non importava e infatti lo ricordo soltanto nello spessore dei cappotti che ci separavano, non in altro, solo in quell'ostacolo cerato che scivolava ruvido sotto ai polpastrelli arrossati.
Perché in realtà tutt'intorno si respirava un tepore buono, a pochi centimetri dal tuo collo l'aria si sfilacciava in un profumo caldo, come i forni del pane a notte fonda. A un certo punto, pensa, ho immaginato fosse vapore quel muro fumoso tutto intorno, di quei bagni enormi che si vedono nei cartoni animati giapponesi.
Ho ben presente il dopo sai, di come ho guidato nella nebbia, senza mai frenare mi sembra. Non si vedeva nemmeno il muso della macchina e ho guidato con te aggrappata al petto, stringevi più della cintura, e io non avevo peso se non quello del tuo abbraccio.
Sarei volato via, leggero, inerte. Senza quel tuo stringermi non sarei probabilmente nemmeno mai esistito in quell'istante.
Mi hai creato tu, lo giuro, io prima di quel momento non ho nemmeno ricordi.
Ore ho guidato, in quel latticinoso niente. Eppure per gli occhi altro non era che un immenso foglio da disegno in cui ripeterti, rivederti, inventarti per ammansire il fuoco delle tue braccia che bruciavano i solchi lungo i miei fianchi.
Acceleravo, per avvicinare quel domani che si allontanava dietro alle mie spalle, rincorrendo il tempo mentre lo spazio si nascondeva tra le pieghe caliginose di una notte ormai allo stremo.
Domani.
Domani avrò ancora quell'abbraccio.
E domani ancora.
E oggi.
(il disegno lì sopra l'ho rubato dal tumblr di Maurizio Rosenzweig, e forse avrei dovuto metterlo alla fine che lì all'inizio rende tutto quel che c'è sotto meno di ciò che è)
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