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4.12.13

Long Wei 6 ovvero è tempio di morire


Visto che si sta parlando di kung fu, c'è una frase presa da Kung Fu Panda che ben si addice a introdurre il discorso sul numero 6 di Long Wei:
noi siamo spaghettinari! Il brodo ci scorre dritto nelle vene!
Spesso ci si imbatte nel proprio destino sulla strada presa per evitarlo.

Lo so, gli altri blogger mettono le citazioni di Bodhidarma o di Yang Ch’eng Fu ma la mia formazione sulle arti marziali ha, diciamo, seguito un percorso differente.
E comunque come può il kung fu fermare qualcosa che ferma il kung fu?

No vabbé, questo è Kung Fu Panda 2... ehm...

Dicevamo, il destino.
Il destino di Long Wei è con buona probabilità quello di essere ricordato. Magari non solo per le cose buone, ma ricordato. Ma di quei ricordi che si sdraiano tra la malinconia e l'entusiasmo, quelli che ti rispuntano nei forum per farti dire "eh, sì è vero...", quel ma vi ricordate che roba forte era?
Un po' come adesso capita di sentire parlare di Hammer o Esp o Morgan o Hammer di nuovo o del fumetto x, in base ai gusti. (fumetto x non è una testata, era per dire un qualsiasi altro nome di caro estinto).

Verrà ricordato, presumibilmente, perché ha portato in edicola qualcosa di diverso. Forse non di nuovo ma, per l'attuale congiuntura edicolofumettistica, sicuramente di diverso.
Più fresco, più dinamico. Una scrittura divertente, un disegno che si allontana dal classicismo senza però risultare troppo caricaturale, delle tavole che sfruttano tutte le potenzialità delle vignette, che sperimentano, che giocano con la struttura (e a me che sono vecchio ritornano alla mente i primi Nathan Never, ma perché erano davvero una gioia per il mio sense of wonder da composizione della tavola), e delle storie che si fanno leggere davvero bene, addirittura rileggere da quanto piacevoli.

Ma quindi, se il destino di Long Wei è questo: qual è la strada presa per evitarlo?
Presto detto: la strada che vorrebbe sviare il paladino di via Paolo Sarpi dal suo percorso è lastricata di passi falsi.
E l'inciampo principale è che un fumetto pensato, scritto e disegnato con tanta passione (e si percepisce tutta) debba poi essere trattato in questo modo in fase di confezionamento e distribuzione.
Dicevamo, i passi falsi.
Primo fra tutti la pessima qualità di stampa dei primi numeri. Spiace dirlo, ma alcune copie erano al limite del leggibile. Uno scivolone che credo abbia fatto nicchiare i meno puri e sicuramente desistere i palati più fini. A me non ha fatto effetto, ma sono un cialtrone.
Poi i problemi di distribuzione: arriva, non arriva, è arrivato ma è già nei resi, mai sentito nominare, lì ce n'è una copia e ne servirebbero 30, lì 30 ed è l'edicola dove vanno i giapponesi che coi cinesi si odiano. Insomma, non è sicuramente una responsabilità di chi ha fatto il fumetto, ma purtroppo suppongo abbia influito.
E poi c'è il lettering.
Che un refuso ci sta, c'è sempre, ci mancherebbe capita, ma cinque, dieci, iniziano a trasmettermi quel senso di incuria che lentamente si insinua a cercare di rovinarmi la storia.
È la cosa a cui sono più sensibile probabilmente, e non ho dubbi che da quel punto di vista questo Long Wei numero 6 Il Tempio sia quello che più mi ha fatto soffrire. Ma perché in quelle troppe troppe sviste traspare tutta la fretta e le limitazioni che, pur essendo assolutamente lecito e comprensibile che ci siano, bisognerebbe cercare di fare apparire il meno possibile.
Ma tipo tre refusi nello stesso ballon...


Davvero insopportabili.
E detto ciò: se dovessi misurare quanto tutte queste cose mi abbiano rovinato la lettura di quest'ultima uscita, beh, non credo che avrei molti dubbi. Zero.

Perché questo sesto episodio è davvero splendido. Ma splendido che può capitarti di rileggertelo di continuo come quando da ragazzino ascoltavi la stessa canzone fino a consumare il nastro della cassettina.
Il dinamico e affiatato duo veneto  Vanzella-Genovese confeziona quello che decisamente è il punto di svolta della serie. Sia perché con il numero sei siamo a metà delle 12 uscite previste, sia perché con questo numero la storia si alza di livello rispetto agli episodi precedenti, più picareschi, spingendo sull'acceleratore della continuity e introducendo elementi sconosciuti del passato di Long Wei. Fatti e personaggi che vengono rovesciati sul presente dell'ex attore cinese e sempre più velocemente si impossesseranno del suo futuro.
Ma il punto di svolta dato dall'albo è anche e soprattutto quello di aver alzato l'asticella delle aspettative.
Sia dal punto di vista della qualità ché, pur mantenendo gli elementi positivi degli albi precedenti, in quest'ultimo il lavoro fatto da Luca Genovese è davvero straordinario, sia dal punto di vista della storia in sé, dato che dopo un racconto così a fuoco e dopo l'introduzione dei nuovi personaggi, l'attesa è quella di episodi che mantengano lo stesso tenore e la stessa tensione, mescolando ancora più ad arte sia gli elementi più divertenti che quelli più drammatici.

E l'impressione è che ci riuscirà. Per questo verrà ricordato.

[Comunque, penso che a chi capiterà di leggere unicamente questa storia verrà decisamente non solo la smania di recuperare gli albi precedenti, ma anche l'impulso incontrollabile di viaggiare nel futuro per procurarsi i successivi. Almeno, a me è venuto. Poi mi son ricordato che i numeri vecchi ce li avevo già!]

Sulle copertine di LRNZ non dico più nulla, che tanto son sempre dei gioiellini...

30.9.13

Un lavoro vero - ovvero il puro di Berlino


Ci sono libri che mi prendono alla sprovvista.

Molte volte è solo un discorso sul come me li ero immaginati, spesso un titolo o una copertina sono micce che accendono un percorso di fantasia attraverso cui lambire quelle che in genere vengono chiamate aspettative.
In altre occasioni, invece,è una questione di chimica, di reazioni inaspettate. Un po' come la prima volta che lasci cadere una mentos in una bottiglia di coca cola e, per quanto tu possa averlo visto già mille volte su youtube, di fronte a quel inarrestabile disastro ti sorprende una inattesa, infantile meraviglia.

Un lavoro vero di Alberto Madrigal è stato un po' questo. Questo della coca cola, dico.

Ne parlo con una certa inadeguatezza, lo ammetto. Perché andrebbe fatto un discorso un po' più serio sull'accurata semplicità dei disegni, l'uso meticoloso dei colori che ti guidano in una sorta di percorso cromatico sospeso tra differenti piani temporali. Una sorta di finestre della memoria da cui sbirciare rapidamente, rubare un perché, chiarire un dopo attraverso i vetri colorati del prima.

Dovrei parlarne, sì.
Eppure in questo momento mi va di starmene qui, a sorprendermi di quanto questo fumetto sia stato capace di descrivere il mio personale zeitgeist. Non tanto la tendenza predominante di questo scampolo di secolo, cioé forse anche sì ma non ho un punto di vista così preferenziale da riuscire a far combaciare le atmosfere della storia con lo spirito di questo tempo.
Ma con lo spirito del mio intimo vivere sì. Fuori tempo massimo, ovviamente.
Ché avrei dovuto essere io quindic'anni fa a pensarlo, e invece lo sono adesso, a trentasette, in bilico sulla corda tesa dell'irrealizzazione, a percepire la scomodità di ogni posto in cui mi siedo dovendo comunque combattere con la soddisfazione pigra dell'essere seduto.

Un lavoro vero è un libro che parla di sé stesso. Racconta di com'è nato, di quali siano i meccanismi che ti portano a credere e a non credere in ciò che fai, di come gli incontri con certe persone ci modifichino, a livello del DNA. Parla di bisogni, necessità, di cose per cui siamo fatti. Cose a cui rinunciamo solo per finta, magari perché quando non le sentiamo vicine diventano ancora più vere e intense. Ma questo lo scopriamo solo dopo. E il dopo implica sempre che ci sia stato un dolore, prima.

In effetti avrei ancora diverse cose da dire. Sui personaggi, sulle città viste dall'alto e da dentro, sulle cose che capitano e su quanto spesso una passione riesca a trovare comburente nel tempo che non le dedichiamo piuttosto che nello spazio immenso di un'assidua dedizione.

Ecco, avrei diverse cose da dire, sì. Ma perché?
Alla fine sono solo cose mie, magari anche noiose. E quindi non le dico, me ne resto qui, nello spirito del mio tempo, a scoprire dove mi porterà tutta questa incompiutezza.
E della storia non serve neanche che vi racconti.

Insomma, leggetevelo.

19.9.13

I kill giants - ovvero tarlo martello


A leggere troppi fumetti può capitare di rischiare di rovinarseli.
Cioè, pur essendo i meccanismi narrativi molteplici e spesso sorprendenti si sa che tendono comunque a ripetersi. Si ripetono i personaggi, si ripetono le storie, le soluzioni, i colpi di scena, i finali.
C'è una bella parola in spagnolo: acostumbrado. Significa, più o meno, abituato, avvezzo, quasi assuefatto.

Ecco, quando leggi un fumetto dopo averne letti tanti ti rendi conto che c'è una parte della tua mente così acostumbrada alla narrazione che tende a fuggire via, a precorrerla.
Un po' come uno scacchista percorre in automatico tutte le soluzioni che siamo in grado di elaborare, le esamina, le soppesa, ne decide la più probabile in base allo scorrere delle vignette, come un algoritmo d'intelligenza artificiale impostato sullo svelamento del trucco. Occhi allenati a vedere i fili.

Che per certi libri 'sta cosa tende proprio a rovinarteli eh, altri invece resistono, ti ingannano, ti sfidano portandoti sul loro terreno, e lì non sai se vincerai, ma la mente è cosa imperterrita e ci prova lo stesso.
Gli altri, quelli che sai dove vogliono andare a parare, quelli che non poteva essere che così, quelli che vabbé si capiva, era ovvio a pagina tre, ecco, questi altri libri che senso hanno? Cosa possono dare al lettore?

Adesso lo capiamo.

I kill giants è un libro bello (dal latino bellu(m) ‘carino’, che deriva dalla contrazione della parola bonolus ‘buono in parte’), dove il continuo smascheramento degli intenti (seppur non volontario) diventa un espediente per arricchire la narrazione, per distogliere la mente da complicate congetture e permetterle di dedicarsi con serenità alla magia delle tavole, alla loro leggera intensità, epicità tascabile.
Perché una delle tante cose che funzionano di questo libro sono proprio i disegni, anzi, probabilmente è la cosa che funziona meglio.

Una storia di formazione permeata del concetto di deformazione, dove il reale è il fine ma non il mezzo.
Barbara, ragazzina asociale di Long Island, irrequieta, irrisolta, irridente. Barbara che si rifugia in un mondo terribile, spaventoso pur di fuggire dal suo mondo spaventoso e terribile.
Un mondo, il primo, in cui i Giganti sono la razza dominante, in cui sono la razza malefica dominante.
Ma in quel mondo lei ha un'arma, nel mondo 1 può difendersi, ad averlo nel mondo 2 uno strumento del genere, il mitico martello Coveleski, ma c'è solo nel mondo 1.
Allora viene facile sovrapporre mondo 1 a mondo 2, e poco importa se i Giganti invaderanno entrambi. Tanto c'è Coveleski!

Ecco, anche se di pagina in pagina diventa sempre più facile capire come funziona, cos'è Coveleski, chi sono i giganti, chi è Barbara, la sua famiglia, il suo malessere nei confronti del mondo. Anche se sappiamo come finirà (o quantomeno possiamo intuirlo con un buon margine probabilistico), la lettura riesce a mantenersi sempre avvincente, mediamente emozionante, visivamente stimolante.

Ché, a voler proprio andare a cercare una pecca, quello che non risulta perfettamente a fuoco nella storia è quel senso di tragicità che la permea senza soluzione di continuità. Cioè, dei siparietti leggeri ci sarebbero anche, ma difettano sia di comicità che di ironia rimanendo delle scene vuote, senza un effettivo riscontro emotivo. (che ad andare in fondo al libro e a leggere le vignette umoristiche sull'ideazione della storia realizzate dagli autori, si capisce anche come mai. Che non ce n'è una che faccia quantomeno sorridere, insomma, non era il loro ambito...)

Quindi, abbiamo un racconto abbastanza prevedibile, di quelli che non poteva essere che così, che vabbé si capiva, che era ovvio a pagina tre, eppure abbiamo un racconto che funziona. Perché? Perché è scritto bene e disegnato meglio, perché anche se non sa sorprenderti riesce comunque a meravigliarti, perché a volte un viaggio è speciale non per la meta ma per chi ti accompagna lungo il percorso.
Ecco, Joe Kelly e JM Ken Niimura sono degli ottimi compagni di viaggio.


12.9.13

La pazienza del destino - ovvero all'arme a Hollywood


Ci sono certe storie che arrancano. Ti trascinano lungo salite sfiancanti, addirittura vie ferrate in cui devi premurarti a ogni passo di avere almeno un moschettone agganciato al cavo. Sono storie che rischi di perdere, vuoi per spossatezza o vuoi per noia. Sentieri dal passo incerto, su cui il proseguire diventa un evento dubbioso, uno sforzo di volontà.

Questa non è così, lo dico subito. Anche se, almeno fino a metà, tutti gli elementi che potrebbero ridurla a quello si affacciano in dosi variabili sparsi tra le pagine, accentuando di volta in volta un attrito che rimane però sempre al limite.

(Non impazzisco per i disegni di Freghieri e questo non mi ha aiutato, lo ammetto. Ma è una cosa che mi porto dietro da Frankestein! o Armageddon! [che chissà come mai gli danno da disegnare tutti i titoli col punto esclamativo!] Comunque Freghieri c'ha regalato la Diana con tre mani in Ultima fermata: l'incubo! [punto esclamativo] e per questo gli vorrò sempre bene
)

Ci vuole pazienza.
Come quando aspetti l'alba, ché il sole necessita dei suoi tempi per sorgere e a volte le tende della notte sono panni pesanti da sollevare. Ci vuole pazienza, sopportare il buio per poi vivere un estasi che si consuma in un istante. Pazienza.

È che Paola Barbato confeziona una storia che è come quei vecchi giocatori di scacchi nei parchi. Quelli che preparano la scacchiera in modo meticoloso, dispongono i pezzi lentamente, uno alla volta seguendo un ordine studiato. Ragionando su quale pedina possa meritarsi una determinata casa, misurandone la posizione per cercare il centro perfetto di ogni casella, il baricentro che permetta l'equilibrio perfetto di quella disposizone iniziale, come se ogni figura dovesse rimanere lì per sempre.
E tu sei lì che guardi, che aspetti impaziente, che reclami il gioco, il movimento, la partita. E non comprendi che state già giocando, che quella monotona preparazione è già movimento, già strategia, partita.

Va così. Che quel che sembra l'inizio altro non è che la fine. E il vecchio apre. Apertura del barbiere. E in poche mosse è già matto. Ti ha fregato.
Ecco, questa storia è questo, si prepara lentamente, dispone i suoi pezzi e in poche mosse ti frega.

Personaggi stereotipati da hard boiled, e lo dico in senso positivo, una Hollywood in cui nessuno è buono, non ci sono personaggi positivi in scena, quelli esistono solo nei ricordi, fotografie, flashback.
Il presente è costruito invece su ombre e penombre, su un protagonista che recita la sua spietata ambiguità, riproponendo in un racconto solido e onesto un vecchio inciso: che non c'è redenzione per nessuno.

Copertina meravigliosa di Di Gennaro, ma che ve lo dico a fare?


18.7.13

Long Wei 2 - che bel caratterismo


Se c'è una cosa che mi succede spesso in questo periodo, troppo spesso, è di uscire dal cinema lamentandomi del fatto che i personaggi non avessero spessore, e sono monodimensionali, e sono caratterizzati male, e quantomeno avrebbero potuto metterci una figa... (sì, ho visto Man of Steel, sì ho visto Pacific Rim, vabbé, è colpa mia...)

Ecco, una delle cose che già si intuivano nel primo numero, e che mi è stata confermata da questo secondo, è che i personaggi di Long Wei, protagonisti o comparse che siano, hanno il grosso merito di essere fortemente caratterizzati. Rappresentati a tutto tondo in tre, forse quattro, dimensioni. E soprattutto questa caratterizzazione, quest'anima che è stata loro insufflata, beh, funziona, è credibile nel contesto, divertente nel senso più ampio del termine, azzeccata.

Che poi, il grosso merito mica è dei personaggi, ma di chi se li è inventati.

Fatto sta che anche in questo secondo episodio succedono cose, ci si mena con e senza kung fu, l'eroe fa l'eroe, i cattivi fanno i cattivi, quelli molto più cattivi dei cattivi fanno i molto più cattivi, si avanza in verticale e in orizzontale, e, cosa non sempre così ovvia, ci si diverte. A mio avviso parecchio.

Cioè, di mio sono lieto che questa miniserie se ne sia uscita adesso, in estate, col cervello in modalità estiva: perché ci sta, è proprio quel che ci voleva, come una fetta di anguria o il ventilatore.
Anzi, proprio per quel discorso sui personaggi così ben caratterizzati, beh, ci aggiunge anche qualcosa di più, tipo l'ombrellone e quella brezza perfetta da fine giornata.

E' un numero veloce, che fila via che manco te ne accorgi. I dinamici disegni di Gianluca Maconi fanno a gara con quelli del primo numero, in positivo intendo. Con quel quasi realismo che, oh, a me trasmette l'atmosfera giusta per una storia del genere.

Copertina di LRNZ che lèvate...

Ecco, e pensare che stavolta mi ero quasi convinto di voler fare una disamina seria. Ma alla fine perché?
Cioè, se vi dico leggetelo che vi farà passare un quarto d'ora di contentezza, non vi basta?

(ah, la stampa e quelle cose lì, che pare che tutti a casa c'abbiano i fumetti in carta Amalfitana grammatura 300, mentre io sono l'unico pezzente che si legge quel che capita e che gli sbavano i neri perfino ai Dylan Dog. Tendenzialmente la stampa è in linea col precedente, la carta stavolta è bianca, un passo avanti rispetto al giallino. Però, sul primo numero non c'era la cordonatura, adesso c'è. Insomma, pare che un riscontro alle critiche mosse ci sia stato. Che ci stiano lavorando. (che per me può anche rimanere così, tra l'altro...))

Bon, basta.

14.7.13

Nobody - ovvero Partito Pirata


Quando avevo quindici anni ero un disadattato.
Essenzialmente come adesso, ma con meno malizia, meno esperienza della vita, meno dissimulazione.
E così, in questa mia disattitudine, istintivamente scavavo una nicchia dentro cui esporre i miei distinguo, la mia necessaria difformità. Leggevo.
Con il gusto di leggere, non c'è dubbio, ma impelagandomi spesso in certi titoli da esporre sul petto come medaglie al valore. L'Ulisse, L'uomo senza qualità. Horcynus Orca, L'arcobaleno della gravità. Tutto un bestiario di classici della complicazione, romanzi irrisolti, spesso per lunghi tratti incomprensibilii, quantomeno a me.
Eppure non era semplicemente l'ardore di una vanità atavica a muovermi, no, c'era un gusto particolare nel perdersi in quelle pagine. Le disincantate disgressioni di Joyce, i periodo perfetti di Musil, gli sfrontati cambi di ritmo di Pynchon.

Però, a doverne parlare, ad averne parlato quand'è capitato, non sono mai riuscito ad andare oltre una flebile riproposizione, un citazionismo smemorato dalle buone intenzioni ma con povere intuizioni.

Quando avevo quindici anni mi masturbavo spesso. Non solo più di adesso, ma con uno spirito differente.
Immaginavo, questo sì, nello stesso modo convulso, ma non mi aggrappavo mai a una storia a cui essere fedeli. Cioè, il presupposto in realtà era proprio quello, ma nell'incedere delle fantasie era la presenza di questa o quella figura a prendere il sopravvento.
Non diventava più una questione del come ma del chi. Con le facce che si alternavano fino a un turn-over compulsivo, come a dover calibrare ogni volta in base alla sensazione di quel preciso istante, ricercando ogni immagine con dovizia, eppure con la foga di voler includere nella solitudine di quel lasso di tempo una qualunque delle situazioni che componevano il mio immaginario.

Ecco. Io quando l'ho letto ho pensato che questo Nobody fosse così. Come quando mi masturbavo a qundici anni.
Che, e non vorrei che si capisse il contrario, non è un giudizio negativo, anzi al tempo era la cosa migliore che avevo.
Solo che, e qui mi sale la consapevolezza di essere stato rovinato dai miei trentasette anni, l'impressione è che in questo caso sia la storia a essere funzionale alle citazioni invece che il contrario. Cioè, sono le citazioni che contengono la storia e non viceversa.

Nobody è una narrazione onirica, poetica, densa di Omero, Joyce, Verne, Stevenson, Conrad, Bergman, Salgari, Melville (e altri e altri ancora) ... Anzi, più che densa in alcuni passaggi è proprio appicicaticcia di tutto questo pregresso, di tutte queste fonti.
Cioè, per dire, tutt'a un tratto appare Yanez, nello stesso modo in cui al tempo io citavo Molly Bloom, con la stessa effimera funzionalità con cui per un istante m'immaginavo le tette di una mia compagna di classe.
Lì, buttato nella mischia con l'unico scopo di essere sostituito. Di lasciarsi trascinare dalla marea dei vinti, di nuovo, come in un loop variegato ma senza soluzione di continuità.

È una storia che sogna più che far sognare, con un protagonista che cavalca la propria palla di cannone da Barone di Munchhausen e lentamente ci disillude. Come un ascesa verso la realtà che si blocca ogni tanto per le pause di decompressione.
Raccontata con amore da un Alessandro Bilotta in delirante forma e disegnata da un riuscitissimo Pietro Vitrano.

È un bell'albo? Sì, seppur parecchio lontano da ciò che almeno io mi aspettavo. È una bella storia? A me non è piaciuta, ma il mio è sempre un giudizio che vale poco anche per me. Una racconto che è partito pirata ed è arrivato ben oltre. Oltre il fumetto stesso, probabilmente.

È una storia che probabilmente rileggerò quando ne avrò bisogno, quando l'estate sarà finita e ci sarà meno luce. Ecco, forse è solo una storia da meno luce.




26.5.13

L'intervista di Manuele Fior - ovvero chi c'è in ascolto?


Prima di mettermi a scrivere de L'intervista sono andato a rileggermi la recensione di 5000 chilometri al secondo (che poi, le chiamo recensioni per comodità. Recensire un'opera è una truffa bella e buona: o si esprime un giudizio in base ai propri gusti, o si effettua un'analisi in base a parametri precodificati. In entrambi i casi qualsiasi risultato estrapolato è nel complesso menzognero. Nel primo caso perché squisitamente soggettivo, nel secondo perché insensibile all'azione rivoluzionaria che un'opera d'arte rischia di generare nei confronti appunto dei parametri utilizzati per giudicarla. Quindi, facciamo che da oggi in poi scriverò degli 'inviti alla lettura', e siamo tutti più a posto con noi stessi).

Dicevo, mi sono riletto la rec  il vecchio post perché mi ricordavo di quanto mi avesse impressionato l'utilizzo meticoloso dei colori per scandire le diverse parti del racconto.
Quindi, con la sicumera degli stolti (e di quelli che non cercano mai prima in internet) ho aperto il libro per perdermi in quel caleidoscopio pigmentato  e che ti trovo? Notte. Fumo. Carbone. China.
Null'altro.
Solo fuliggine soffiata su fogli porosi.

Ed è il disegno stavolta lo strumento graduato con cui si misura la profondità di osservazione, la distanza a cui si pone l'autore nei confronti dell'intimità dei personaggi.
Più il tratto diventa nitido, le sfumature calibrate, i volti sicuri, e più ci si avventura tra le pieghe maggiormente sensibili dell'animo dei protagonisti, le loro debolezze meno raccontate.

E poi arrivano gli alieni.

Sì.
Perché siamo nel 2048 nel Nord-Est di un'Italia dis-unificata. E a modo suo questo è un libro di fantascienza.
Ma è soprattutto il libro di  Raniero, psicologo cinquantenne in crisi con la moglie e con la vita.
Ed è il libro di Dora, la ragazzina che gli spiegherà lei e il nuovo mondo.

Ecco, sul filo teso tra questi due personaggi scorre tutta la storia. Con la delicatezza di un funambolo, lentamente, ragionando su ogni passaggio, ogni incedere lieve.
Una storia che racconta di generazioni che si accavallano, smarrite in un'incomunicabilità fatta di anni e convinzioni, una storia che racconta di due persone lontane che si trovano, s'innamorano delle proprie distanze, si cercano dopo essersi trovate, si amano forse, di un amore vecchio, di quelli che nel 2048 potrebbero non esistere più.

È una storia da ascoltare. Per lunghi tratti silenziosa, sussurrata. E quindi a cui prestare ancora più attenzione.
Un libro che si ascolta. Nel fruscio scuro delle pagine.

Così.

E poi gli alieni.
Perché in fondo detta così non è altro che Storia: generazioni che si accusano di essere in errore, genitori e figli a desistere d'incompresione. Ma stavolta forse no.
Forse i giovani della Nuova Convenzione riusciranno a dare un senso ai loro rapporti poliamorosi, e Dora riuscirà a dimostrare che la telepatia è il modo migliore di conoscere le persone, e Raniero sceglierà finalmente di vivere, e tutti gli altri, a naso in su a chiedersi cosa cambierà d'ora in poi in quel mondo futuro così simile a tutti i mondi passati.
Gli alieni. Come fuliggine. Che entra nei polmoni, nelle ossa, che sporca la pelle e al tempo stesso pulisce, lava, rinnova...

E noi ad ascoltare.

(Ah, non ho mai citato l'autore. Manuele Fior. Quello che ha osservato la storia per noi che l'abbiamo ascoltata. Quello che ha rubato i gesti più comuni, intimi, per sfumare di vero ogni vignetta. Quello che ha disegnato la notte e delicatamente l'ha illuminata per mostrarci come va a finire. E gli alieni.)


26.2.13

Blorch. ovvero Cronaca di una morte a nunchaku


A volerla fare proprio breve breve potreste anche leggervi questa qui, ché insomma, di quello in fondo si parla.
Libretto rosso tipo Adelphi, disegnetti neri di omini malfatti: gli Scarabocchi di Maicol&Mirco.

Ciò nonostante, pur rimanendo nella continuità del precedente Blam., questo Blorch. (si legge lorch che la B è muta) raccoglie il testimone del precursore solo per riutilizzarlo in modo scomposto, come quelle scimmie che usano un telescopio per aprire noci di cocco, o le melanzane che nascono dalle piante di pomodoro.


Se in Blam. il filo conduttore era la morte di morte violenta, meglio se di pistola, in Blorch. la canna della stessa pistola viene utilizzata come microscopio per scandagliare le profondità e le superficialità dell'animo umano, svelando ciò che al nudo occhio di un perdonante buonismo spesso sfugge.

Scemata l'estatica euforia che contraddistingueva i drastici omicidi/suicidi, Maicol&Mirco si cimenta(no) nella crudele arte del giudizio.
Più Mirco, forse.
Perché guardare non gli basta più, non è più sufficiente la spietata fotografia di un momento, la nonchalance dell'osservatore casuale di fronte all'incidente sull'altra corsia.
No, l'evoluzione è nell'espressione di una valutazione. Non più folla gaudente ma giudice austero e incorruttibile di fronte alla più severa delle leggi: la verità di ciò che siamo, sotto le maschere dell'apparire, giù in fondo, dietro all'anima, ai pensieri repressi, a quelli che addirittura non pensiamo, aborti.

E il gioco stavolta è proprio nell'esprimere un giudizio (pietoso forse) su quell'interiorità, quel mescolarsi di sensazioni che nascondiamo in barattoli di psiche, anima, cuore, anche a noi stessi, ma che a volerlo tirar fuori spesso altro non è che un ammasso di vomito.

Ecco, in questo libro si dà il voto a quel vomito.
Come a Miss Italia ma con più risate.

Che poi, a Bologna sotto una tormenta di neve che sembrava di essere Jack London (e non a caso, dato che "La peste scarlatta" è proprio il soprannome con cui scherzosamente chiamo gli Scarabocchi di Maicol&Mirco quando ci penso tra me e me), dicevo, sotto la tormenta ho comprato il libricino.
Lo giro. Leggo. (lo giro in quarta di copertina dico, non sottosopra che pare che legga i messaggi satanici al contrario).
E in quarta di copertina c'è








Naturalmente ho subito sentito il mio avvocato, ma pare che non ci si possa fare niente, ha detto 'na roba tipo libertà di stampa, carta dei diritti, insomma cose che credevo esistessero solo nei telefilm americani.

Vabbé, la prossima volta ne scriverò male. Colpa mia.

Comunque, se proprio ne avessero bisogno, ci metto un'altra frasetta a gratis da usare nel prossimo libro.

"Maccianghero e libetrico all'unisono. Ma senza mai sbaiaffare."

17.2.13

Il lato oscuro della luna - ovvero Sartre nel buio


[AVVERTENZA: Avevo scritto questo post stamattina, non era neanche male. Poi blogger me l'ha cancellato. Giuro. Stavo facendo colazione e l'ha cancellato. Lo riscrivo ma non sarà mai più niente come prima.]

L'ideale sarebbe non parlare di questa storia.
Probabilmente sarebbe l'unico modo di rispettare l'intimità solenne in cui è stata tratteggiata.
Perché, e soprattutto, è una storia che si adatta fin troppo alle ipotesi più disparate, ognuna abbarbicata nell'incavo della sensibilità personale, e suggerisce più che raccontare, indica.

Lo dico subito, non è la storia  che stavo cercando.
Non mi capita spesso di cercare storie,  mi abbandono a quel che c'è e mi va bene.
È che stavolta ero già un po' perso di mio nel magazzino dove tengo in maniera confusa le sensazioni.

Sarà stata quella frase dal silenzio dello spazio, una minaccia senza volto... 

E io ero già in quella stanza immersa in una penombra buia, sempre. Fredda di marmo e tappeti. Sei, forse sette anni. Fantascienza cartonata edizioni SAIE, pagine ingiallite, umidità di carta porosa.


Lo presentavano così:
Lloyd ha coronato il sogno della sua infanzia: è un astronauta ed è in viaggio verso la Luna… Ma, all’improvviso, l’avventura diviene incubo. Com’è possibile che i suoi compagni siano spariti senza lasciare traccia? Perché la sua mente è assediata da dolorosi ricordi? Forse le risposte sono nascoste su quel freddo satellite, attendono nell’ombra eterna del suo… lato oscuro.

No, non è fantascienza.
Ma no come quelli che fanno i fighi e dicono che Star Wars non è fantascienza è un western.
Questa è un'altra cosa.

E infatti non vorrei parlarne. Forse dico qualcosa, forse dopo.
Prima però vorrei soffermarmi su un aspetto, che pare niente eppure dovrebbe essere di un'importanza clamorosa.
Mentre leggevo, questa storia che non mi aspettavo e che non aspettavo, mi è capitato più di una volta di fermarmi, ritornare alla pagina di copertina, guardare il prezzo anche, e rendermi conto di ciò che avevo in mano, del fatto che l'avevo preso in edicola tra Unità Speciale e le Winx.
Che a essere distratti ci si sarebbe probabilmente attesi, per qualità artistica, narrativa, umana, altra fattura, altri loghi, altri luoghi.

E forse, tra tutti i numeri già usciti, questo è quello più sorprendente.

No, non è fantascienza, è scienza.
A ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria.
L'ascesa del protagonista verso la luna si contrappone alla sua discesa, uno sprofondare doloroso nei meandri di sé stesso.
Crudele, allucinante, ineffabile.

Ecco, filosofia più che scienza a dire il vero.
Esistenzialismo, nichilismo, più Nietzsche che Asimov, più 2001 Odissea nello Spazio che Star Trek.
Il lato oscuro della luna è quello dei Pink Floyd, quello dove Astolfo cerca il senno di Orlando, quello dove il protagonista si ritrova. Oppure si perde.

Follia, senno, smarrimento.

E un percorso, da intuire più che da seguire.
Per questo non ne parlerei, per non violare l'intimità propria di chi legge, per non ricalpestare impronte che meritano di rimanere assolute. Come sulla luna.

Ecco. 3,50 euro. In edicola. Alessandro Bilotta e Matteo Mosca.
Bravi.

Nient'altro.



24.1.13

Spremi



Dice, ma questo non era un blog che parlava anche di fumetti? Tipo che ogni tanto si passava di qui, c'era qualche recensione di quelle che non si capiva un cazzo ma almeno c'era la foto del libro e uno se voleva se lo comprava, tipo che magari non era neanche interessante quel che scrivevi ma almeno c'era, insomma se lo cercavi con google arrivati a pagina trenta forse saltava anche fuori, no?
Ma hai smesso di leggerli?

Dico, macché ne leggo che son sempre in mezzo ai maroni che ogni volta che ti alzi casca un fumetto da qualche parte che pare the butterfly effect però ristretto in tre stanze e due gatti.
E comunque fatti i cazzi tuoi, che qui scrivo di quel che mi pare che mica siamo su Comicus che non è mai morto nessuno qua, a differenza, e non ho mai minacciato nessuno di rigargli la portiera della macchina. Con le lenti degli occhiali. Suoi. Mentre li indossa. Ecco, finora non l'ho fatto.

Dice, vabbé oh, senza neanche che ti scaldi tanto che era solo un pò di curiosità (po' dico io, con l'apostrofo e lui dice con l'apostrofo viene pó con la o chiusa e io dico guarda che mica si sta parlando di fonetica ma di grammatica e lui drammatica? e lì è stato che si è rigata la portiera. Io non ho visto niente ché i miei occhiali ce li aveva lui) e lui dice che c'avevi anche promesso i premi e le classifiche come nei siti seri, con le fontane a forma di trilobite che zampillano estathé e il chinotto gratis. E in più avevi detto che c'erano le vallette fighe, fighe, FIGHE (no niente, questa l'ho ripetuta per i motori di ricerca).

Dico, ma tanto io parlo solo dei fumetti che mi piacciono che di quelli che non mi piacciono che cazzo me ne frega di mettermi a fare la disamina che questo si poteva fare così e il colpo di scena che non colpiva e la sospensione di incredulità che si sospendeva e guarda che naso gli ha fatto qui pare Pinocchio (era il fumetto di Pinocchio, capita a tutti di confondersi...)

Dice non è vero, hai parlato anche di Darwin.

Vabbé, hai rotto il cazzo. Dico.
Sweet Salgari di Bacilieri, Gli scarabocchi di Maicol e Mirco, Un polpo alla gola di Zerocalcare.

Allora dice, ah ho capito, allora quelli di cui non hai parlato ti han fatto da cagare.

Mi rimetto gli occhiali. Quel che resta.
Semplice di Stefano Simeone, Full Monti di Makkox, Asso di Roberto Recchioni ma più la parte non di Roberto Recchioni, Legion75 dei fratelli Riccio, Metamorphosis di Giacomo Bevilacqua corri che è ancora in edicola che ne sono usciti solo due e ne manca uno ma merita davvero e mi sarebbe piaciuto scriverne ma vabbé, Orrore tra gli Amish di Diego Cajelli, un Martin Mystère che proprio non mi ricordo il titolo ma era davvero bello, Shangai Devil di Gianfranco Manfredi che accelera sempre più, il numero 3 di Mytico quello del minotauro di Matteo Casali e Maurizio Rosenzweig e Mytico è si è concluso col 38 e mi sarebbe piaciuto parlarne ma vabbé, Lilith - Il mondo fluttuante di Luca Enoch, Allen dopo aver visto Prometheus, uno di Nirvana di sicuro, l'ultimo John Doe nel senso proprio di ultimo.

Dice, con un filo di voce, ma il meglio?

Mi rimetto gli occhiali. Di nuovo. Pulisco il sangue prima, che non siamo mica dei selvaggi.
Guarda, per me il fumetto che proprio mi ha dato di più quest'anno è questo


Dampyr 152 RITORNO A SHEFFIELD di Mauro Boselli e Fabio Bartolini.

Lo so, è un albo di una serie, lo so, se non hai letto quelli prima e non conosci i personaggi non ci capisci niente, lo so la copertina è proprio brutta. Ma è una storia che ha tutto e ce l'ha in modo armonico, romantico, equilibrato.
Non ci sono i vampiri ma vabbé, sarà mica obbligatorio c'erano anche dei Dylan Dog senza mostri che erano belli no? (Dylan Dog è un fumetto di quand'ero giovane che adesso credo non facciano più).
Comunque, c'è un amore che va oltre, un'amicizia che resiste, rabbia, odio, ossessione, rassegnazione, tenerezza, pietà, sorpresa, inseguimenti, morti ammazzati... Insomma, di roba ce n'è. Mai troppa, sempre con la giusta misura di tutto. 
E poi ci sono fili che si tagliano, fila che si tirano, epiloghi, prologhi, fini.

Dice, tanto rompere il cazzo e poi ti è piaciuto il giornaletto dell'edicola col numero 152 che son tutti uguali e manco ci sono i vampiri che è un fumetto di vampiri.

Dico, guarda che questo è un blog democratico: potete andarvene a fare in culo tutti!

E lì ridiamo insieme...

19.11.12

Un polpo alla gola ovvero zero ricalcare


Chi ha la mia età se lo ricorda.
Vorrei dire che sembra ieri, ma non lo è. E non lo sembra, no.
Però ritorna ai pensieri con quel brivido che solo il ricordo di una sensazione sa destare.

Primi anni novanta, ne parlavano tutti.
Ne parlavano i giornali, le tv, i ragazzini incancreniti sui videogiochi al bar, le mamme, ne parlavano le mamme, e noi.

Noi ne parlavamo con quella luce negli occhi che solo la fiamma della passione ha la capacità accendere.

Io ero uno di quelli che non ne aveva mai preso uno. Inverno 1991.
Inverno/inferno, si è iniziato a scherzare così da quel giorno.

Insomma, a un certo punto della tua vita capita che arriva qualcuno che parla con te con un linguaggio che nessuno aveva mai utilizzato.
Ti dice le tue cose, quello che sei, quello che vorresti e non sai, che potresti e non sei.
Tu sei lì, perso nel mondo come tutti, in cerca di un significato per troppe cose, lo stesso significato per tutte le cose, ecco, sei lì e arriva uno che fa fumetti e ti affascina.

Ti affascina perché lo senti che in mezzo a tutto quell'aggrovigliarsi di chine nere sta parlando di sé. E non è finzione, no, perché lo percepisci quando le cose sono vere. Parla di sé, di quel che non va, di quel che sente che non va, e pare che ti stia dicendo che lo sa, lo sa che anche tu che sei lì con quelle pagine sporche tra le mani senti quelle cose e ti ci ritrovi. Capisci qual è il messaggio velato tra le vignette e ti coccoli in quel tuo farne parte, e partecipi anche tu a quel gioco di autopsicanalizzazione, consumi le tue angosce leggendo così come chi ha scritto ha consumato le sue.

O forse erano loro, le angosce, a consumare entrambi. Non lo so.

So che c'era quella poesia che mi accompagnava, il gusto accogliente delle citazioni, dei rimandi.
Il riferimento al conosciuto per palesare gli aspetti più indecifrabili dell'inconscio, della realtà, dell'irrealtà addirittura.

Sembrava tutto facile quando ho deciso di scrivere questo pezzo, e invece mi ritrovo qui impantanato su una strada percorsa troppi anni fa.

È che quegli elementi, insomma, quegli elementi io (e ne parlo con gli occhi di uno che stavolta non ce l'ha quella fiamma) in Zerocalcare li ho ritrovati.

Perché se mi guardo intorno, anzi se mi guardo indietro, l'impressione è proprio che fino a oggi da quel Dylan Dog, da quell'illuminato Tiziano Sclavi, da quei racconti accoglienti e plebiscitari, non ci sia stato nulla di simile se non questo Zerocalcare.

Contesto differente, fumetto differente, poetica differente, eppure risultato simile.

(ho anche cercato in giro per l'internet se qualcuno avesse già fatto questo parallellismo, ma pare che no. Forse sono stupido.)

E la cosa che fa più specie, non so se da un certo punto di vista faccia tristezza ma fa specie,  è che probabilmente il target è rimasto lo stesso.
E il merito di Michele Reich (si chiama così) è stato quello di aver travolto con l'onda del suo Un polpo alla gola anche quei ragazzini del '91 (ora più che trentenni) rimasti immuni all'esplosione dylandoghiana ma soccombuti al fumetto grazie all'opera del fumettista romano.

In questi casi si dice fenomeno. E lo è.

Potrei parlarne del libro, sì.
Ma perché?

Serve davvero la recensione del libro di un autore che in questo istante è posizionato qui?
Da notare che al quarto c'è anche l'armadillo!

Un polpo alla gola non ha bisogno di altre parole, è un'opera con cui Zerocalcare ha dimostrato di saper raccontare, di essere ben di più del giochino ammiccante dei personaggi amarcord e della storiella isolata.

Già, La profezia dell'armadillo l'avevo tenuta lì, nel purgatorio delle decisioni, rimandando il giudizio, procrastinando come solo noi trentenni sappiamo fare, deresponsabilizzandoci perfino da noi stessi. Non ero convinto del tutto, avrebbe potuto adagiarsi su quel modus operandi, sarebbe potuto ritornare sulla scena del delitto, magari gli sarebbe venuto bene copiare da sé stesso.

Invece no, mi ha sorpreso.

Ecco, niente. Compratelo.




9.11.12

ASSO ovvero un cazzo di tutti


[Premessa: questo post non terrà conto del fatto che ogni volta che mi è capitato di salutare l'autore non mi ha mai riconosciuto e mi ha sempre guardato con l'espressione da ma chi te s'incula?
A fronte di ciò, il mio rapporto con lui è scandito dal fatto che io sono quello di qualcosa.
Quello del corso di sceneggiatura, quello di quella storia su Gesù, quello della recensione dell'ultimo John Doe. Quello di Gardaland. Quello di Gardaland funziona benissimo, la potenza del Raptor. (Il prossimo anno mi presento con le tette!)]


In realtà avrei voluto intitolare questo post Per aspera ad Asso, ma le cose (si sa) non vanno mai come te l'aspetti. Nemmeno quando sei tu a deciderle.

Pare strano, ma questo libro parla anche un po' di questo.

Però ci stava, in effetti. Per aspera ad Asso. Il racconto di come, attraverso gli ostacoli, Asso sia diventato ciò che è.
Oppure no, forse il racconto di quali ostacoli abbia incontrato Asso a causa di ciò che è.
Meglio ancora, il come Asso sia diventato un ostacolo per il solo fatto di essere.

Ecco, sì, ora capisco perché l'ho cambiato.

Asso è (non so se si possa dire davvero, ma a un certo punto si capisce questo) l'alter ego a fumetti di Roberto Recchioni aka RRobe aka l'autoproclamatasi rockstar del fumetto italiano aka quello di John Doe aka uno che tutto puoi dirgli ma non che non sappia come si fa un fumetto.

Ora, se mi trovassi a dover leggere un post che già a riga dodici inizia a scomodare Heidegger o Sartre per arrovellarsi su come sia possibile scindere l'opera dall'autore e da quali influenze dovrebbe ripararsi il lettore per acquisire una visione oggettiva dell'opera e bla bla bla, ecco, sarei già saltato all'ultima riga.

Per comodità ho quindi deciso di inserire qui l'ultima riga del post (che si prevede lungo):
leggetelo!

No, niente filosofia: anch'io ho fatto ragioneria.
Ma l'idea che ci siano due modi di leggere - o meglio due situazioni per leggere - questo fumetto non è ancora scemata.
La verità è che, più che autobiografico, Asso è un libro onanistico.

Il fine della raccolta appare quantomeno masturbatorio (e questo non lo discosta molto da una certa tendenza del fumetto moderno), si chiudono gli occhi e si ripercorre una memoria inventata eppure densa di elementi del vissuto.

Credo ci siano due modi di porsi di fronte a quest'opera. La differenza la fa il grado di penetrazione delle nostre conoscenze rispetto al Recchioni personaggio pubblico (cioè, scindila tu l'opera dall'autore...).

Per chi lo ha scoperto nei fumetti, letto nel blog, ascoltato alle conferenze, seguito su facebook, followerato su twitter, incontrato alle manifestazioni, chi ne conosce la storia, le cadute, la malattia, il protagonismo e altre e ancora altre varie ed eventuali  (che quando non è impegnato a morire è dappertutto 'sto qua), il rischio è che le storie (che per buona parte, in modo sparso, quei chi avevano già letto) arrivino usurate, logore dal troppo parlarsi addosso, isolate da un contesto estremamente più ampio.
E l'impressione è che questo derivi non tanto dalla ripetitività del fumetto in sé, ma più che altro dal fatto che la stessa versione di quella sua esistenza (fallibile e appassionante, sia ben chiaro) sia stata perpetuata troppe volte e da troppe direzioni e media differenti.

Il tutto funziona (perché funziona) per il semplice fatto che Recchioni questo lo sa.
Incolla i pezzi dei propri limiti (artistici) sulle vignette di un diario poco segreto e dispone accanto a ognuna le critiche e i giudizi più crudi che riesce a carpire dai pensieri del pubblico futuro.
Un meta-fumetto al contrario, in cui non è il disegno a fingere di essere reale ma la realtà che finge di essere disegno.

Ah, poi ci sono gli altri (sì, esistono persone che non ti conoscono, Roberto), per loro è diverso.
Si trovano tra le mani un patchwork disomogeneo di dolore, arroganza, sesso, malattia, ineluttabilità, bushido e pornografia, ne percepiscono la sofferenza, il percorso. Ad astrarmi (per aspera ad astrarmi), intuisco che possano appassionarsi, venir coinvolte, emozionarsi (qualunque emozione vale) per quel personaggio scorretto, esagerato, sfacciatamente accentratore.
È un romanzo di formazione Asso, essenziale, spoglio. Ma anche di deformazione, di prostituzione dell'immaginario a servire un ego che incontra nella smisuratezza la propria più subdola fragilità.

La verità è che Asso, se esistesse davvero, col suo essere sé e coi suoi modi ti farebbe sentire un cazzo di nessuno. Straborderebbe anche nella tua di personalità, rubandoti la scena anche nei confronti di te stesso. Se esistesse.
E sempre se esistesse, si contrapporrebbe a quell'essere un cazzo di nessuno con il suo essere un cazzo di tutti. Come quello degli attori porno. Perché sa concedersi, darsi e farsi dare, puttana forse, forse solo un buco nero che ruba luce per trasformarla nel brivido dell'inesplorato.

Ripasso a Roberto Recchioni, che nel suo percorso artistico e umano ha saputo (o gli è capitato) posizionarsi al crocevia di un numero impressionante di talenti, delle loro vite, delle loro amicizie.
Collettore di individualità a volte geniali in una dimensione filantropica che  addirittura male si addice al personaggio, ma non alla persona.

E matura da questi rapporti quella che, a mio avviso, è la parte davvero empatica di questo volume.

Storie deliziose, divertenti, commoventi, illuminanti. L'arte al servizio dell'amicizia (dell'amore?):
Luca Bertelé, Federico Rossi Edrighi, Mauro Uzzeo, Elisabetta Melaranci  e tutti gli altri.

Alla fine mi sa che ho detto che ho preferito la parte degli omaggi rispetto a quella dell'autore.
Ma mica significa niente. Per me il Kubrick migliore è quello di Eyes Wide Shut, non mi piace il wasabi e non guardo il calcio.
Insomma, c'ho i miei gusti.

È un libro che vale la pena di leggere, dunque: leggetelo!

6.11.12

Blam. di Maicol&Mirco ovvero in sostanza stupefacente



Fare le recensioni dei fumetti è uno sbattimento.
Cioè, già comprarli a Lucca è stato considerato (da un giudice di pace di Livenza, atto n.23615 del 16.05.2008) cito testualmente "un atto in netto contrasto con i principi basilari della Convenzione di Ginevra e deliberatamente pregno del più bieco sadismo etc etc etc..."

Che a star lì di fronte allo stand, con il tizio vestito da Thor che ti appoggia il suo possente Mjöllnir tra le chiappe con cadenzato moto ondulatorio e la ragazzina che vuole a tutti i costi passare tra te e il banco, a sfregio delle sue imponenti ali in piume (apertura 2,5 m) di vero corvo (probabilmente sterminato dall'aviaria), ecco, a star lì col libricino in mano capita spesso che tutta la tua vita ti passi davanti agli occhi come in un libretto di Maicol&Mirco™, rosso, tipo Adelphi. (giuro non farò più periodi così lunghi).

Comunque fare le recensioni è uno sbattimento, l'ho detto, quindi quest'anno ho deciso che userò recensioni fatte da altri prese a caso da internet.
Per parlare di Blam., quindi, eccovi l'estratto copiato citato da uno dei commentatori del blog di RRobe.

Ok, per oggi direi che il nostro dovere l'abbiamo fatto.











Ah, un'ultima cosa lasciatemela dire prima dei saluti: Blam. è un libro eccezionale.

Un condensato di truce meraviglia che gocciola dalle pagine, come se il voltare di ogni foglietto rosso fosse la pressa sotto cui appiattire le proprie contenutezze.

Non vorrei sbilanciarmi che poi cado, ma non mi stupirei se tra qualche giorno si rivelasse il libro migliore che mi sono portato a casa da Lucca.

Perché si ride, tanto. Fino a vergognarsi di aver riso probabilmente. Risollevando lo sguardo per nulla sollevati, ripercorrendo il lampo di quelle storie brevi, essenziali, minime fino allo scuotimento del tuono di inadeguatezza che attraversa gli organi interni arrivando al cervello. Cervelletto, ipotalamo, amigdala. E lì si ferma. A inceppare qualche pensiero come un corpo estraneo, a cercare la paura, di sé, e non trovarla, svelarsi.

Blam. è una raccolta di vignette crude, scorrette, disdicevoli, sconvenienti, coprolaliche e offensive (e questa è la parte in cui ne sto parlando bene), una sequenza di microstorie così spiazzantemente vere da necessitare dei disegni finti, sbagliati, eppure necessari.

Che poi, a cercare bene si scopre che nel mirino della satira stavolta c'è proprio chi legge, e il fucile del giudizio impietoso è puntato verso di noi, sorridenti col nostro librettino rosso in mano, partecipi come tutti dell'ipocrita danza di significati buona solo a sollevare il fastidioso pulviscolo del perbenismo: polvere sottile a coccolare i cancri di una società coattamente adulta.

E in questo contesto Maicol&Mirco sono i bambini che indicano il re, gridando non solo che è nudo ma che si è anche cagato addosso mentre stuprava il proprio figlio seienne.
E proprio come bambini hanno scelto di disegnare, ricercando la feroce sincerità infantile e così facendo ingannare e ingannarsi, sprofondare come tutti nel girone degli ipocriti, delle maschere, della finzione.

Blam. il colpo secco della pistola che pagina dopo pagina uccide le nostre speranze di redenzione, rimaniamo lì, a sanguinare un riso spietato, cinico e malato.

Per fortuna prima o poi moriremo.

BLAM.

(adesso ve ne posto tre, immaginatevele con i disegni normali, non funzionano. È il parossismo, l'estremizzazione, il freakesco che fa la differenza. E quei due birboni [che sono capaci di disegnare bene] lo sanno.)

[potrebbe capitare che non vi piacciano, che vi disturbino, addirittura che vi offendano. Cazzi vostri che io i 10 euro ormai li ho spesi!]








Sì, lo so. Ho detto tre e sono cinque.
Mi sono sbagliato. BLAM.

14.10.12

Il Boia di Parigi - ovvero splendida esecuzione


Raymond Queneau scrisse che la grande storia vera è quella delle invenzioni. Sono le invenzioni quelle che provocano la storia... 

Storia e invenzione. Antipodi che s'incontrano amalgamandosi nel fulcro su cui si appoggiano gli accadimenti, in una leva imperfetta, l'inesatto fluire dei fatti che si calcificano nel duro ossario del tempo.
(no, non l'ho so nemmeno io cosa ho detto. Credo che il senso fosse che Storia e storia sono intrecciate come la doppia elica del DNA e questo le rende materia costituente di ogni attimo)


Parte forse dall'invenzione della ghigliottina questa prima storia de Le Storie (maiuscola minuscola, ancora), il magnanimo apporto di una scienza che subito si ritrae, l'evoluzione della pietà che repentinamente muta il suo senso, da rapida assoluzione a lento spettacolo grandguignolesco.

Oppure parte dall'invenzione di una vita, quella di Charles-Henri Sanson boia di Parigi, figlio e padre di boia passati e futuri. Uomo magnanimo forse, onorevole e ligio, uomo silenzioso che poco lasciò di sé.

Qualcuno disse che chi fa la storia non ha tempo di scriverla, e nell'accavallarsi dei propri drammi interiori Sanson diventa, se non artefice, strumento per la realizzazione di drammi superiori, eterni, storici.

Chi scrive è invece Paola Barbato, decisamente a proprio agio nell'alternanza dei passaggi tra storia e Storia, capace di tracciare il tormento di una personaggio persona irrisolta attraverso la cupezza intima dei pensieri che la assillano e soprattutto nella semplicità morbosa e cadenzata dei gesti.

La sceneggiatrice bresciana propone un raffinato studio della biografia del boia di Parigi, riesce a delineare in pochi passaggi lo spirito e il carattere delle figure storiche protagoniste della Rivoluzione Francese (Danton, Marat, Robespierre [si dicono sempre in quest'ordine, come liberté, égalité, fraternité {che poi, fraternité un cazzo che si sono ammazzati tutti come Caino e Abele, Romolo e Remo, insomma si sono ammazzati tutti come gente che  non era fratella}]).
E con la stessa apparente semplicita riesce a colmare i vuoti di una storia privata lacunosa, apocrifa.
Inventa, crea addirittura gossip, elementi attrattivi, mai irreali eppure sottilmente unici, speciali. Crea la storia laddove la Storia era elemento sovrastante.

Ed è proprio nei punti in cui questo processo viene limitato che il racconto dà l'impressione di essere più debole. Nei vuoti in cui la mano della narratrice lascia quella del lettore, nei salti temporali lievi ma decisi in cui  veniamo abbandonati alla nostra immaginazione, a un processo creativo personale che si attiva in modo incostante, brusco e proprio per questo a tratti disturbante. In fondo siamo il popolo, e il popolo è morboso, vuole vedere.
Pare forse che in questo senso la storia soffra un po' della foliazione, forse qualche pagina in più, o forse no. 

Ecco, a cercare il motivo vero mi sa che non lo trovo, ma un po' il finale ne paga, cosa da poco comunque di fronte all'appassionata bontà del lavoro svolto

Impeccabile invece è il lavoro di un incredibilmente ispirato Giampiero Casertano, i disegni graffiano il foglio crudi e morbidi allo stesso tempo. Ogni tavola è una meraviglia e anche nel confronto con le iconografie dei personaggi storici il pennino del disegnatore risulta quanto mai illuminato.

Quindi, in conclusione, esordio assolutamente positivo per questa nuova collana che statisticamente si rivela allo stato attuale promossa a pieni voti (1/1).

Per tutto quel che riguarda carta, cartoncino, layout, frontespizio, costina, colori, cazzi e smazzi, beh, non me ne frega un cazzo quindi va bene così.

Se vi capita compratelo, che 3,50 euro, a sapere il lavoro che ci sta dietro, sono decisamente meno che giusti.

Fine della Storia storia.

26.7.12

John Doe 22 - ovvero la fine giustifica i mezzi


Ciao,
 se siete arrivati qui cercando su Google 'recensioni John Doe 22', se volevate sapere com'è, se vale la pena spendere quei tre euro, se siete di quelli insomma che per comprare un fumetto si attengono alle indicazioni che altri danno loro e passano più tempo a leggere i forum per sapere cosa leggere piuttosto che leggere i fumetti che quelli del forum dicono loro di non leggere.

Bene, se siete quelli lì siete capitati decisamente male!

Ancora poche righe e qui passeremo direttamente all'ultima pagina dell'ultimo albo dell'ultima stagione di John Doe (a spoilerare, come dite voi giovani).
Quindi, dato che state mendicando un consiglio eccovi il mio: andate in edicola e compratelo!

E' un'ottima storia, una delle migliori che io abbia letto quest'anno (e non parlo solo di John Doe, anzi, non parlo solo di fumetto da edicola) e ai disegni si avvicendano autori talentuosi che, anche quando si sono cimentati solo per poche vignette, hanno svolto un lavoro egregio.
Addirittura la qualità di stampa (vera pecca di quest'ultima stagione) è decisamente di un livello superiore allo standard degli albi più recenti.

Quindi, senza indugio, recatevi all'edicola più vicina e compratelo. Basta, fine dei consigli per gli acquisti.
Ora, se proprio volete rimanere, sappiate che nella prossima riga dirò il finale.


John Doe è un personaggio dei fumetti! Dei fumetti!!!

Forte vero?
A volte mi domando come facciano a pensarle. Secondo me si drogano!
Sì, come i poeti maledetti, o quelli della beat generation.
Artisti...

Questa però in un fumetto dovrebbe essere la premessa, mica può essere il finale: qualcuno sta cercando di ingannarci.

Tentiamo un approccio differente:

Arriva John Doe è un film del 1941 diretto da Frank Capra.
Con il fumetto ha in comune non solo il nome del protagonista ma anche una parte importante della trama:
John Doe non esiste, è un personaggio virtuale, una marionetta mediatica. C'è qualcuno che scrive quel che deve dire e fare, c'è un'entità più o meno occulta che lo usa per arricchirsi, ne sfrutta l'immagine.
A un certo punto però John si rende conto di essere solamente uno strumento nelle mani del potere, il peso dell'inganno è tale da non intravedere nessun'altra forma di liberazione se non il suicidio.

Pare che questo fosse il vero finale, Gary Cooper che se ne frega dei tentativi che fanno i suoi sostenitori per dissuaderlo e si getta da un palazzo.
Pare. In realtà il John Doe del film si lascia convincere.

Ecco, il John Doe del fumetto invece decide che l'unica via che l'eroe può seguire è quella della morte (editoriale).
Il Golden Boy è così, abbiamo imparato a conoscerlo ormai, se c'è una regola lui deve per forza infrangerla.
Dicono che sono i lettori che decretano la sparizione di un fumetto? Bene, lui di questo se ne frega, decide lui quando e come abbandonare!
E poco importa se per farlo dovrà ingannare tutti, scendere a compromessi con il proprio creatore, smettere di essere per conquistare lo status di essere.
John, che da uomo era divenuto Dio, ora da Dio si fa uomo e nella sua via Crucis dei generi sanguina la propria fine.
John che chiude alle proprie spalle la porta dell'irrealtà per ritrovarsi nel mondo degli umani.
John che da illuso creatore si riscopre creatura, robot assemblato pezzo per pezzo nei laboratori mentali dei tre autori.
John che, cazzo, è il piacente John Doe mica il mostro di Frankenstein. Potrà dileguarsi tra la folla, diventare quel qualunque che il suo nome rappresenta, in nomen omen è quasi una regola no?
Già, le regole ...

Vabbè, ci siamo capiti.

La storia scivola docile verso il finale.
Bartoli e Recchioni giocano. Giocano con le metafore, con lo spazio e con il tempo. Infrangono dimensioni, cuori, vite, morti.
Cercano di sorprendere, ancora. Preparano un insolito solito solo per il gusto di evitarlo, illudono, sviano. Dicono, sì c'avevamo pensato anche noi, ma no!
Si divertono. Pare anche quello, sì.

Cosa rimane?
Ah, le Alte Sfere. La nemesi. Gli imperatori da compiacere, il pubblico per cui essere giullare, noi: i lettori!
(Sì per chi non lo avesse capito quest'ultima stagione è stato un esperimento metafumettistico volto al trasportare l'eroe di fantasia nella nostra realtà costringendolo dapprima a scontrarsi con i propri creatori per poi metterlo a confronto con la massa variegata dei lettori fino a farne emergere il relativismo e l'impossibilità di fissare la vera anima di un personaggio dato che questa risulta composta dalle esigenze e dalle aspirazioni di differenti categorie di fruitori [il non mettere le virgole in questa frase fa parte dell'esperimento]).

Ci sono le pagine bianche, sì, ma da qui in poi diventa una cosa personale.
Quel che succede sulla carta è solo un'ipotesi, un esempio. In realtà il discorso è tra noi e John, tra ciò che vorremmo e ciò su cui incespichiamo inevitabilmente a ogni vignetta.
Pare addirittura scontato il suggerimento ad arrangiarci, disegnarcelo da soli, comporcelo come vogliamo il nostro John Doe (nooo, era quello il senso della copertina quindi?).

...
...
...
Ci siete cascati vero?
Quasi anch'io, quasi. Tutti quei John ha fatto questo, John ha detto quello, e in realtà, vero, falso, e John è ed è stato. Eccolo lì l'inganno: John non esiste, non così.
E' un personaggio dei fumetti.

Ve l'avevo detto che finiva così!

C'è un quadro di Magritte,s'intitola I due misteri.
C'è disegnato il famoso quadro della pipa, quella che non è una pipa, e poi, fuori dal quadro c'è una pipa vera. O meglio, c'è un'idea di pipa, un'interpretazione iperuranica
Ecco, la pipa irreale, dipinta in un quadro che afferma lui stesso che non è una pipa, contrapposta alla pipa reale.

Bene, John Doe è quella pipa lì.
Quale, direte? Quella reale o quella finta?

Entrambe. Sono entrambe pipe disegnate, nessuna delle due è reale, uscire dal quadro è servito soltanto a finire in un altro quadro.
L'uscita da un fumetto confluisce inevitabilmente in un altro fumetto, l'essere un personaggio inventato non ha redenzione, non contempla sanatorie.

Non c'è via di scampo!

Dunque finisce così, con una risata soddisfatta e inaspettata che inganna addirittura il magone commosso che la fine di un'epoca si porta sempre con sé.

Adesso mi verrebbe da scrivere che c'è il vissuto di ogni lettore tra gli spazi bianchi di un albo, anche il mio. E quando ho comprato il primo John Doe, a dov'ero, con chi ero... e il secondo, e il terzo.
E l'ultimo.

L'ultimo.

Ma vabbé, questa è un'altra storia.

[Grazie a tutti quelli che l'hanno scritto (lui, lui e lui) e che l'hanno disegnato. Un po' meno a quelli che l'hanno editato che ci son sempre quei fastidiosi refusi che... vabbè, grazie a tutti.]


Ah, visto che c'è sicuramente chi non capirà e vorrà assolutamente sapere chi è il misterioso personaggio che ritorna nel finale, beh, anni e anni di C.S.I. in tutte le città degli Stati uniti mi hanno insegnato qualche trucco.

Se avete una foto che il carnefice ha scattato alla vittima, garantito al 100% che ingrandendo l'iride degli occhi scorgerete nel riflesso il volto dell'assassino.

Visto?


Maledetto Kiwi, lo sapevo che saresti tornato!



Addio, John. E grazie di niente.

5.7.12

Sweet Salgari - ovvero salici piangenti


Non è facile.
E' questione di stati d'animo, forse.

Direi che è meglio partire da qui, dai salgàri.
Salici viminali in italiano.


In ogni ricordo che sfoglio c'è sempre una scala appoggiata, una nebbia lattiginosa che si intreccia tra i filari delle vigne le bine, e spesso mio nonno, più giovane, con la forbice da potatura e gli stivali di gomma.
Taglia, in bilico tra il fosso e la solidità biancastra del cielo.
Mia nonna raccoglie le strope (che sono i rami tagliati) e li lega in fasìne (che è quasi italiano), vedo solo il foulard che le cinge il capo, lo vedo fino a che non solleva la testa mi guarda e sorride.
Io con una vis-cia in mano fendo l'aria, maltratto la corteccia di quell'albero tozzo su cui non ci si può nemmeno arrampicare, è una frusta, una spada, una corda per stringere il braccio fino a non far passare il sangue.

Ecco, mi sembrava la cosa migliore da cui iniziare.

Emilio Salgari di quella pianta porta il nome e probabilmente anche il profilo tracagnotto, quell'irragiungibilità misera di chi è portato per il farsi sopraffare, la propensione a essere sfruttato, sfoltito, depauperato periodicamente di quella che è la sua essenza.

(E la capacità di far sognare, di trasformare un ramo in una fantasia, una parola in un mondo, l'immaginato in adiacente.)

Ma non è di Salgari che devo parlare, non della sua storia umiliata e umiliante, quella la trovate su wikipedia.
E sì, sappiate che alla fine morirà. Male.

(leggevo l'articolo della stampa che annunciava la morte dello scrittore, a un certo punto dice
Lui, che mai aveva viaggiato. Ecco, questo mi ha fatto tanta, ma tanta, tristezza...)

Paolo Bacilieri è veronese. Come Salgari.
Disegna fumetti, alcuni li scrive anche. Lo fa con passione, e si vede,
Lo fa anche con intelligenza, estro, personalità.
(mi fermo qui, ché se inizio a parlare di cos'è stato Bacilieri su Napoleone o Jan Dix mi serve un altro post)

Insomma, questo disegnatore bravo ha pensato e pubblicato una graphi nov un libro che si intitola 'Sweet Salgari' e racconta la storia dello scrittore di avventura che è di Verona, come lui.

Lo racconta sovrapponendo l'un l'altra cartoline dell'epoca. Istanti rubati, conversazioni carpite, documenti trafugati.
Lo fa mantenendo il pennino in bilico tra la morbosità della spia e la distrazione del passante, il tratto chiaro, essenziale. Così come le porzioni di storia che centellina in un'alternanza frugale. Essenziale.
Ci mostra tutto, ma nulla di più di quel che necessitiamo per seguire il percorso, punti sparsi, scene di vita, momenti, tappe. In un cammino di avvicinamento a una fine che risulta palese fin dall'inizio, una fine che è storia, che è storie.

Bacilieri gioca coi contrasti, coi paradossi, colle inesattezze.
Il Gange lambisce le vie di Torino e chissà quale dei sette mari inonda Genova: è la realtà che si arrende, che china il capo di fronte all'immaginazione, al sogno, alla propria inadeguatezza.

Perché alla fine è questo che ci cruccia, fin dalla prima pagina (o dalla prima cartolina se preferite), la devastante sensazione d'inadeguatezza con cui la figura del protagonista si muove tra le pagine del reale.
Bacilieri lo disegna nella dimensione di un foglio eppure (pur non utilizzando accorgimenti grafici) il personaggio di Salgari sembra incollato sopra a ogni sfondo, sovrapposto a un mondo di cui è sottoposto, incollato posticciamente all'esistente a discapito dell'immaginato. (adesso citerò Svevo lo so, manca poco...)

Le vignette sono scoperte casuali, spiragli in cui incappa l'occhio scorgendo un discorso oltre la breccia di un muro, la toppa di una serratura, un incontro fortuito.
E' un libro d'attesa, di disvelamenti, di ricerca empatica. Perché sono quei libri in cui a un certo punto trovi qualcuno che interpreta te stesso, che fa quel che faresti tu, che soddisfa la tua necessità di personalizzarla quella storia. E quel qualcuno arriva.
Piccoli lettori, occhi sognanti, indici incerti a percorrere claudicanti le righe dei suoi libri.

Quanto amore, davvero, è una storia d'amore questo libro.
E noi siamo lì in mezzo, guardiamo coi lucciconi quella penna spezzata (un luccicone solo, perché abbiamo la benda da pirata, noi!), e ci meravigliamo di quanto avventuroso sia stato quel viaggio.

Leggetelo.


[Epilogo. La fila di salgari non tende più le sue dita stecchite verso il cielo funereo, ora sì che ci si può arrampicare, sedersi addirittura sulla sommità, è un pomeriggio buio d'inverno.
E da lì la maggese è un mare furioso da cui salvarsi, a cui urlare la nostra superiorità. E laggiù c'è una luce, un'isola da raggiungere senza poggiare i piedi a terra. Stacchi un grosso pezzo di corteccia, è uno scudo pensi, e tanto l'albero sopravviverà...]