15.1.12

Quando tutto diventò blu - ovvero le risalite ardite

Ho letto questo stamattina.
Metto la foto.


Ecco, a chi mi chiede perché non provo a scrivere qui, mi viene da rispondere che per questo libro, per esempio, non mi viene di farne appunto una critica.
Ci sono delle impressioni che mi ha lasciato, ma se per quelle buone non ho alcun dubbio, per quelle che in qualche modo possono anche essere intese come negative, invece, subentra un livello di incertezza maggiore. So che tutto va interpretato, ma se in quel momento mi fosse davvero sfuggita la chiave di decriptazione?
Cioè, se una cosa non mi piace non ne parlo. Al limite un laconico 'mi fa schifo', ma solo per non uscire troppo dal personaggio.
Ma se un fumetto non mi convince del tutto, se sento che c'è un qualcosa che non va, che l'asse è leggermente fuori centro?

Vabbè, è un problema mio!

Baronciani racconta una storia anonima in cui nemmeno la protagonista ha un nome.

Lo fa con leggerezza, e qui l'italiano di sicuro non mi viene incontro.
Lo fa con la leggerezza quella positiva, una delicatezza deliziosa, semplice e complessa nello stesso istante. Ci porta con dolcezza attraverso le tappe di una risalita faticosa e sofferta.
Usa la metafora dell'immersione subacquea per trasportarci nel mare in cui lei sta affondando, anzi, ci fa scendere così in fretta che già respiriamo un mondo offuscato dalla sabbia della depressione.

C'è già il fondo sotto di noi. Nessun colore. Solo il blu.

E come da un'immersione, si risale. Lentamente. Aspettando. Monitorando il tempo di attesa per decomprimere. Guardando giù, sentendo che la condizione naturale è quella di abbandonarsi alla discesa. Magari a volte con la necessità di forzare i tempi, sbracciarsi verso la luce della superficie, e soffrirne, sbagliare, morirne.

L'autore mette il suo tratto lieve e gentile a disposizione di quell'attesa. Si siede all'interno di una bolla d'aria e silenziosamente osserva il trascorrere di quei minuti di decompressione, perché è lì che si svolge la vera storia, la battaglia muta di una ragazza contro sé stessa, contro quella parte di lei che non sa o non vuole cambiare in funzione del proprio stare bene.

Leggerezza. Ecco, c'è anche quell'altra. Quella che ti parla di un argomento senza mostrarlo, senza definirlo, supponendo, e questo secondo me è il limite alla lettura di questo racconto, che chi tiene il libro tra le mani sappia.
Sappia davvero intuire cosa prova una ragazza il cui respiro è mozzato dagli attacchi di panico, sappia davvero cosa vuol dire non riuscirci, non sentirsi la vita addosso, abbandonarsi, non crederci o meglio non riuscire a farlo.

Perché è proprio nell'eccesso di delicatezza che forse non traspare tutta l'angoscia della situazione, gli stati d'animo scoloriti e schiacciati da quell'oceano che chi sta male si porta addosso, dentro e fuori.

E tutto il percorso rischia di essere intuito come banale, scontato, fine a sé stesso.
E non lo è.

Ecco, adesso non è che posso raccontare dove finisce la storia, quale sia l'epilogo, e lei, lei come farà. Cosa ne sarà di quell'immersione,  se sarà sabbia o sole, fondo o superficie, fine o inizio, o fine e inizio, o fine. O blu.

Blu.

E come ogni cosa, leggetevelo da voi.

2 commenti:

  1. e che cazzo volevi scrivere di più! datti da fare, pigrone !

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  2. no dai Giack, altri 5 minuti...dai...

    RispondiElimina

È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

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