12.1.12

Prime volte (post che avrei dovuto scrivere il 28.07.1990)



Per la prima volta ieri ho scritto una poesia.

Era terribile. Lo ammetto.

Parole buttate sul foglio come dadi a inseguire un numero immaginato tra i pensieri, a giocare coi significati, a illudersi di parlarti davvero così.

Le iniziali di ogni parola formano il tuo nome. Un'altra di quelle complicazioni che adoro.
Acrostico dicono che si chiama. Credo di averlo trovato in qualche libro. Qui. Nel silenzio incerto di questa biblioteca pericolante che è la mia memoria.

Sai, ti ho vista ieri. No, non ti ho solo vista: ti ho scoperta.
Un gesto inconsulto che fa scaturire un evento inaspettato. Questo sei. Questo è stato.
Come accorgersi della penicillina su un contenitore abbandonato, come imbattersi in un continente inaspettato ricercando il conosciuto.

Hai riso. Non mi ricordo nemmeno cosa ho detto. E' passato un giorno, forse solo qualche ora, ma non mi ricordo nulla di quel che ho detto. Solo che ridevi.
Mai nessuno avevo sentito ridere così. Gli occhi straripanti di questo luglio incendiario, le labbra immense, deliziosamente adolescenziali, inevitabilmente accentratrici.

Ridevi.

Chissà se mi è bastato quello.
Ho scritto una poesia ma non parlava di questo, non parlava di niente.
Eppure in ogni singola lettera ho immaginato di tracciare il contorno del tuo viso.
C'era una rima sbagliata, forse paura, ma già non ricordo nemmeno questo.

Troppo poco spazio in me per contenerti.

Ti guarderò in questi giorni, lo so. Ti guarderò fino a che gli sguardi saranno logori, la prospettiva del mio osservarti consunta, consumata dall'irrequieta instancabile smania di averti di fronte.
E già so che ci sarò, sostituendomi al caso per capitare nella tua vita.
Parlerò con te dei tuoi amori fuggevoli, strabordanti, sofferti e sofferenti.
Li ascolterò, proteggendoti quando potrò. Facendo me, fino a risultarne addirittura fastidioso.
Mi preoccuperò, lo so. E mi capiterà di amarti nel silenzio sfacciato delle mie invenzioni. Del mio mondo sbagliato. 

Fino a perdersi, magari un giorno, ma essendoci sempre comunque.

Chissà, come saremo a vent'anni, a venticinque, a trenta. Chissà dove saremo.
Per ora di te ho solo una poesia rabberciata che ho appena strappato. Già svanita.
Forse solo la prima riga mi ricorderò un giorno, forse è solo questo che siamo: inizi che non si risolveranno mai, prime volte incomplete, parentesi solitarie orfane del proprio riflesso.

Non la so la vita, io. Tu sempre così certa dei tuoi errori invece, esuberantemente prigioniera della tua libertà. Vorrei saperti sempre così, inquietamente allegra. La pace, la sicurezza, la serenità t'ingannerebbero quel giorno, ti assalirebbero alle spalle fino a umiliarti, corromperti, tristemente consumarti.
La pace, la sicurezza, la serenità sono giochi di fata morgana a cui la tua semplice complessità si aggrapperebbe fiduciosa, volandone magari, fino a cambiare l'angolazione, mostrartele nella loro finzione. Smaschererai l'imbroglio forse. Ma sarà tardi.
E' sempre tardi.

Per questo vorrei saperti sempre così.

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