16.5.13

Imperfetto orario



Ho un'amica che scrive da Hong Kong. Cioè, ogni tanto mi scrive, quando non lo fa un po' mi preoccupo, mi viene sempre da pensare che le sia successo qualcosa o che non stia bene o che un enorme calamaro gigante sia sbucato dal porto sollevando le navi cargo con un solo tentacolo e avvinghiandosi ai grattacieli staccandoli dalle fondamenta come pirulini del master mind.

O tutte e tre insieme.

Mi scrive spesso da domani. Da quel foglio del calendario che qui dev'essere ancora strappato.
E a pensarci è proprio da lei, anticipare la vita, affrettarsi verso un'impazienza di futuro.

Ho anche un amico che mi scrive da Cùcuta, Colombia.
Altri tempi, altri secondi scanditi da lancette pigre, confuse nell'ombra corta del loro procedere.
Quando mi scrive le parole sanno di terra e fango, di capelli sporchi e vociare sparso, sono lente quasi a rifuggire dall'incombenza del procedere. Ahorita. Che è indefinitamente meno di adesso.

Mi scrive da ieri.

E a pensarci magari sono io a essere sempre nel posto sbagliato.

Che poi mi metto a osservare la linea internazionale del cambio di data e mi perdo

E mi chiedo quanto dura effettivamente un giorno, che quando al di qua della linea inizia il 16 maggio al di là è l'1.00 del 15. A partire da lì le ore si inseguono, il 15 aveva già dato, già percorso le sue 24 ore da contratto, eppure procede, imperterrito, come quegli eroi che poi alla fine muoiono dopo aver salvato il mondo. Dunque quante ore dura il 15 maggio? Sono 47? No davvero, non sono bravo con i calcoli, quando mi chiedono quanti anni ho dico loro l'anno e che si arrangino.

Guardo quella linea e scandisco sulla punta delle dita le ore che passano, con la mente il numero dei giorni, ma mi perdo sempre.

E così penso a Tonga, che è un +13 e lì il giorno arriva prima che ovunque. E la gente cammina sulla corda tesa dietro a cui inizia il tempo.
Oppure a Kiribati che prima di far deragliare la linea la subiva, tagliati a metà dal bisturi del calendario. Con gli uffici costretti a parlarsi solo nei quattro giorni feriali comuni a entrambe le parti.
E a quei luoghi in cui basta un passo per ringiovanire o invecchiare, e seduti su un sasso si può osservare il giorno che incede, che ci assale senza mai raggiungerci, come quelle belve che strisciano le zampe sul vetro delle gabbie che le separano da noi.

Ne scriverei, ancora, se potessi. Di Magellano e delle Filippine, dei secondi intercalari, di meridiani e antimeridiani, della Nuova Zelanda a forma di stivale che è agli antipodi dell'Italia, della precessione degli equinozi e dell'aberrazione delle stelle fisse. Ne scriverei.

Ma non ho tempo.

12 commenti:

  1. Hai anche un'amica che ti scrive da Torino e ti scrive da oggi. Ma in realtà ti scrive anche da ieri e da domani. Basta che quella linea te la immagini in orizzontale e non in verticale :)

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  2. non ho capito se devo immaginarmi orizzontale la linea o l'amica...

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    1. Beh l'immaginazione è libera. Tieni conto che io tendo ad addormentarmi in orizzontale :)

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    2. ah, io dormo in verticale

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    3. ah beh io pure da seduta, anche in ufficio ...

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  3. prima... dopo... tanto si muore comunque

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    1. e mi pareva proprio che oggi fosse la giornata mondiale dell'ottimismo e dell'ineluttabilità della morte (GMDOEDIDM)

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    2. (voi due insieme mi mettete di buonumore :D)

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    3. era solo per riportare il tutto ad un livello più consono al mio quotidiano. chiedo scusa. trennnìno!

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    4. beh, probabilmente saresti la prima al mondo che si butta sotto a un trenino! Record Woman!!!

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    5. mi ci faccio passare e ripassare più volte

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    6. ah, ma allora è QUEL trenino ^_^

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È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

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