4.2.12

Disegnini



"Cosa pensi?
Che il tempo sia davvero quel medico infallibile di cui parlano le canzoni?
Pensi che si guarisca? No, non esiste cura. Solo altri malanni a sovrapporsi.


Come se la dimenticanza non fosse essa stessa afflizione.


Tu credi che mi siederò lì, a consumare uno dei miei rari sorrisi per dire che è stato meglio così?
Che in fondo ne siamo usciti migliori?
Che alla fine è il percorso che abbiamo fatto quel che conta, la strada, il vissuto. Perché è quello che ci resta, quello che conserveremo come cibo per l'anima nella dispensa delle nostre esperienze.


E l'unico motivo del finire non può che nascondersi nell'iniziare.
E no, io non mi sento migliore.
Non lo sono. E non potrò esserlo. Perché i sintomi e i postumi di questa malattia si fondono in uno sconsolato mai. Perché non c'è un premio nel dolore, così come non c'è redenzione per questo nostro peccato.


Ci siamo bestemmiati addosso noi stessi, e lo chiamavamo conoscerci. Non c'è un dio che potrà perdonarcelo.


Secondo te importa che i cuori vivano la loro sindrome di Stoccolma? prigionieri l'uno dell'altro, vittime e carcerieri nel medesimo istante, confondendo la delusione con l'illusione, fino a ingannare sé stessi nella follia di non ingannare il nostro porci da reciproco specchio.


Non è il dolore. E' il pensiero che possa servire che mi affligge.
Il costringersi al convincimento che sia in qualche modulo utile. Come se già non l'avessimo conosciuto, come se non ci fossimo già tormentati a vicenda le cicatrici del nostro essere stati. 
Qualsiasi cosa.


Non sono migliore, non sono più forte, non sono più me, non più. E m'ingarbuglio con le parole per la foga di preparare quel grido che non sentirai.
Perché il cuore non ha mai ragione, quella è la testa. 

Non ha mai ragione, ed è la mia motivazione per ascoltarlo."

Vabbè, ho ricominciato col corso di fumetto, e c'era un esercizio da fare, e c'era la foto di una stanza, e insomma, non ne avevo voglia.
Quindi rimando.

E rimando.

E quando rimando scrivo cose a caso, come i disegnini che fai mentre sei al telefono.


Ecco, niente. Fate conto che mi stessi chiamando.


7 commenti:

  1. Io mi incazzo quando la gente vuole tirarmi su... questo voler trovarci un senso, uno scopo... come se volessero farti credere che chi soffre è un privilegiato... visione filoreligiosa, il sofferente che è quasi da invidiare...
    Io ho sofferto, punto. Se sono diventata una persona migliore?! No. Sono avvizzita, almeno una parte di me lo è.... Eppure, chi non ha mai sofferto un cazzo, nella maggior parte dei casi, è abbastanza un coglione... eppure sta meglio di me, e lui se ne sbatte della propedeuticità del dolore e fa bene!

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  2. Che con questo poi mica voglio dire che il dolore non ti insegna e non ti fa maturare, anzi, ti fa assolutamente crescere e imparare. La prima volta. Magari la seconda. Poi però, con il riproponimento, si svuota di quel valore didattico e si ridimensiona solo in ciò che è.

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  3. Due calci in culo e una carezza servono per crescere e imparare...ma se sono tre calci in culo e basta fanno male e l'unica cosa che matura è la voglia di restituirli, il divino masochismo si lascia ad altri.
    @Kiara in effetti i coglioni in quanto tali non si rendono conto di ciò che non va, di conseguenza non sono nemmeno a conoscenza dei motivi per i quali potrebbero -anche- soffrire e questo può essere il segreto che si nasconde dietro un certo tipo di pirleggiante serenità...

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  4. Si, sono d'accordo e aggiungerò un'affermazione impregnata di pregiudizio... Ieri sera proprio ne parlavo e mi chiedevo: è nata prima la sofferenza o prima l'introspezione...? Secondo me son legate a doppio filo.

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  5. io resto dell'opinione che sia nato prima l'uovo

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  6. Credo che sofferenza e introspezione viaggino di pari passo, il più delle volte, e che la loro nascita sia quasi contemporanea (con una leggera precedenza della prima sulla seconda, direi...)

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È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

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