4.10.13

Rilutto nazionale


Ieri è stato un giorno di lutto. Lutto personale.
No, non è la solita retorica che tende a interiorizzare, a rendere intimo un evento pubblico così da accrescerne il valore simbolico.
Ho avuto un lutto davvero, una persona cara. Un parente. Una persona presente e importante della mia infanzia, giovinezza, accenno di maturità.

Quando ho avuto la notizia, sui giornali online stavano già snocciolando i primi numeri della tragedia di Lampedusa. Era ancora quella fase in cui le cifre si estraggono dal sacchetto della tombola con una sadica altalenante speranza, che quando li senti non capisci se all'innalzarsi del conto sia più l'augurio di sbagliarsi o l'aspettativa di un accadimento di proporzioni inusuali.

Quando muore un migrante, per me è un qualcosa di personale.

Comunque, me ne stavo lì a confrontarmi con questi dolori e ovviamente sono diversi, e la vita e il ricordo e il momento ti dettano le priorità.
È che il confronto te li fa forse capire meglio, o almeno, capire come certe tragedie, piccole o grandi che siano, vengano interiorizzate o meno in base alla loro rilevanza relativa.

Io so perché sto male quando viene a mancare una persona con cui sono relazionato, ed è proprio nella consapevolezza della fonte di un dolore vero che riesco quantomeno a intuire da dove possano derivare le ondate di dolore finto, quelle da bacheca, che scorrono in verticale sulle pagine dei social network.

La cosa rilevante è che il dolore proviene, essenzialmente e ovviamente, non tanto dall'accadimento in sé ma, o dal livello di conoscenza che si presuppone di avere con il protagonista dello stesso, o con quanto l'accadimento rappresenti l'emblema di una mia personale ideologia .
Tradotto: se muore uno che vedevo correre in moto ogni domenica in tv, ho la necessità di scrivere su facebook quanto sto male; se muore una ragazzina violentata dal solito animale, magari negro, magari clandestino, ho la necessità di scriverlo su facebook perché questo dimostra che faccio bene ad avercela con gli animali, magari negri, magari clandestini. Se muore non una, ma centinaia di persone attraversando il mare su una bagnarola inseguendo la speranza di una vita, beh, non c'è nemmeno il finto dolore da dover manifestare perché non le conoscevo, non ho i mezzi necessari per capire effettivamente cosa ci facessero ammassati in una barca, e il fatto che siano morte non mi serve a supportare nessuna delle mie idee. Il fatto che stessero venendo in Italia sì, ma questo è un altro discorso.

Io di migranti ne ho conosciuti.
Ho mangiato con loro quel che c'era, ho distrutto le scarpe nello stesso fango, condiviso le zecche, la polvere, le malattie e le medicine quando capitava, parlato guardandosi negli occhi, ho ascoltato le verità dei loro bambini. Li ho visti sparire. Andarsene nel silenzio rumoroso di una notte minacciosa, senza un saluto, un programma, una meta addirittura.
Perché, anche se siamo portati a pensare che la mente di chi affronta un viaggio del genere sia tutta protesa verso il dove andrà, spesso la concentrazione maggiore è indirizzata verso ciò da cui si scappa.
Migrare, migrare così è fuga più che aspettativa.
Ché andarsene non è solo un'alternativa, no, andarsene è la scelta tra vivere e morire. E quando sei morto non ce l'hai un'alternativa. Cioé, c'è qualcuno ancora convinto che ci sia gente disposta a correre il rischio di annegare in fondo a un mare enormemente piccolo solo per aver visto in tv la pubblicità della pasta Barilla defrocizzata e le repliche di Colpo Grosso?

No, se sei minacciato, affamato, perseguitato, condannato, no, non te ne frega un cazzo di dover sbarcare sulle coste di un paese che non ti vuole. Tanto sei solo di passaggio. Sei un vivo di passaggio. Meglio di un morto col posto fisso... E quindi ti va bene anche un paese che ti sperona, che ti respinge, che spesso non rispetta i tuoi diritti di uomo e figuriamoci se gli viene in mente di darti dei diritti da cittadino.
Un paese riluttante, che abbandonato abbandona.

E non ti riconosce quando sei vivo ma ti onora ipocritamente da morto.

[e basta. Potrei andare avanti, ancora e ancora. Ne ho di cose da dire. ma basta. Lasciatemi stare male.]



13 commenti:

  1. Uno pensa siano guerre e respingimenti in mare ad uccidere, quando invece è tutta colpa del buonismo...questa ancora mi mancava. Quella che invece purtroppo non mancava -e non manca- è la miriade di stronzi pronta a crederci... :-(

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E invece è vero. Siamo troppo buoni!
      Buoni a nulla...

      Elimina
    2. E' quel tipo di buonismo dove non ci batte nessuno...

      Elimina
  2. Potrebbero essere parole retoriche, ma mi vengono in mente quelle di Papa Francesco. Vergogna. Vergogna. Vergogna. Io mi vergogno e interrogo il mio cuore perché forse anche io non ho fatto abbastanza per questa gente. E come te ho conosciuto alcuni di loro, ci ho parlato, ho sentito l'odore della loro pelle, ho visto il disagio nei loro occhi, la speranza nel loro sorriso, la voglia di rinascere nelle loro mani.
    Dovremmo scuotere di più le nostre coscienze, forse risvegliarle del tutto, senza aspettare che siano queste tragedie a farlo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma sai, il concetto di fare è sempre così relativo. Anticipare il problema, arginarlo, gestirlo, sono tutte modalità di fare che però non risolvono quella che secondo me è la parte più delicata e importante: creare una cultura, una convinzione generale che permetta di riconoscere l'immigrazione come un valore positivo

      Elimina
    2. Hai ragione...però quanto è difficile perché, senza prenderci in giro, su questo siamo piuttosto ignoranti! :(

      Elimina
  3. Quoto sopratutto quello che dici in risposta al commento! Mi piacerebbe chiederti qual'è stata la tua esperienza personale, com'è che ci sei stato in mezzo ai migranti... conoscere questa tia esperienza, ma mi sembrerebbe di essere fuori luogo, che poi è l'unico modo per instaurare con la gente un minimo di autenticità che vada (un minimo eh) oltre le solite cazzate.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Beh, il fuori luogo è comunque un luogo, e spesso addirittura non un luogo comune. Quindi lo vedrei più che adatto.

      Faccio un sintetico preambolo e prometto che in questi giorni mi ritaglio il tempo di metter giù un discorso più strutturato, su un post o magari ti scrivo in privato.
      I miei migranti sono Colombiani. Di quella Colombia baluardo della longa mano statunitense sulle politiche interne degli stati sudamericani.
      È la Colombia del 2004, quella che stava per essere circondata dal rinascimento bolivariano che invase negli anni successivi tutti gli stati circostanti.
      È soprattutto la Colombia di Cùcuta, città di frontiera e capolinea di molte speranze che spesso si infrangono lungo la linea del confine.
      I flussi migratori colombiani sono innanzitutto interni. La causa principale è l'insicurezza dovuta alle minacce derivanti dalla contesa dei territori da parte delle Farc e dei paramilitari. Ora le cose sono un po' differenti dal punto di vista politico, ma fine a qualche anno fa si vivevano gli echi di una situazione iniziata molti anni prima e che percorreva il solco delle rivoluzioni bolivariane. Gli attori in gioco erano appunto le Farc (gruppi di guerriglieri impegnati nella loro lotta per la liberazione della Colombia), l'esercito regolare (addestrato e irregimentato all'interno dell'operazione nordamericana denominata Plan Colombia) e i paramilitari (gruppi filogovernativi autoorganizzati che si affiancavano all'esercito nell'attività di repressione e di contrasto della guerriglia) [mi asterrò da un giudizio politico perché non ne ho i mezzi. Ma tutti e tre i soggetti erano per buona parte nel torto...].
      In mezzo a tutto ciò la popolazione.

      Elimina
    2. Famiglie sfollate che cercavano di raggiungere destinazioni più sicure, persone finite all'interno delle liste degli sgraditi, contadini che abbandonavano la povertà delle zone rurali alla volta delle città, filoparamilitari che fuggivano dai territori appena conquistati dalla guerriglia, filoguerriglieri che fuggivano dai territori appena conquistati dai paramilitari, gente che scappava per i cazzi suoi fuggendo da situazioni famigliari insostenibili. A questi si aggiungevano poi i flussi migratori provenienti dall'estero. La Colombia è aperta su due oceani. é luogo di passaggio obbligato per proseguire la strda dal sudamerica verso messico e stati uniti, è attracco addirittura dell'immigrazione dall'africa e dall'asia verso gli stati uniti. Insomma, In uno stato da 36 milioni di persone ce ne sono 16 milioni che si spostano, provano a varcare il confine, non ci riescono, rimangono lì in attesa, si stanziano ai limiti della grandi città, invasioni polverose in capanne dai tetti di lamiera. Abitazioni provvisorie che spesso diventano definitive. Quantomeno fino alla prossima minaccia. Allora in una notte si raccoglie quel che si ha e si parte. Il mattino dopo la cas è già occupata da qualcun altro che magari è appena arrivato fuggendo da un altro luogo in cui era stato minacciato.
      E così via, come se ognuno stesse a inseguire qualcun altro senza soluzione di continuità, senza una possibilità reale di uscire dai confini. Perché al di là della frontiera il clima è teso. Perché spesso ci sono incursioni di gruppi armati che provengono dal venezuela, rendendo instabile non solo la situazione politica tra i due stati ma soprattutto quella più personale delle migliaia di persone ferme lì, in attesa di cosa spesso nemmeno si sa.
      Ecco, i miei migranti erano questi. Io li ho conosciuti nelle loro case frananti, nelle scuole, in giro per le strade sterrate. A improvvisare dei censimenti, delle attività per i bambini, a non fare niente.
      Avevo provato anche a scrivere un diario al tempo. Riprendendolo in mano mi accorgo di quanto ingenuo sia. A mente fredda, con gli anni che sono passati credo che l'idea che mi sono fatto sia maturata, siano maturate le emozioni e le sensazioni.
      Appena riesco ne scrivo.
      Intanto, se vuoi c'è questo qui https://docs.google.com/file/d/0B4yiw_Ws6CQpUUV4LWwzMWRpYm8/edit?usp=sharing
      qualcosa di quel che c'è dentro lo salvo. Per il resto dovrai aspettare che saltino fuori le parole giuste, se mai succederà.

      Elimina
    3. L'ingenuità è il peccato originale di chi mette per la prima volta se stesso su un foglio.
      Se rileggo le robe scritte un tempo mi sembrano ingenue... sì, ingenue è la prima parola che mi viene in mente! Leggerò volentieri, magari così capirò pure com'è che sei capitato laggiù.

      Elimina
    4. Ah, vorrei comunicare a tutti che pur essendo BananaTree graditissimamente gnocca nemmeno lei è autorizzata a scrivere qual è con l'apostrofo. Tanto per chiarire... ^_^

      Elimina
    5. dove dove dove????? Oh... :_(

      Elimina
  4. Appena mi capita un pc sottomano, cerco una cosa e poi ti scrivo

    RispondiElimina

È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...