31.12.11

delirio sul fine dell'inizio


Avvicinati.
Perché è con un filo di voce che voglio parlarti, come se il suono delle parole potesse disturbare anche il buio rattrappito di questa notte congelata. Ascoltami.
Non ho poi molto da dirti, forse nulla. Eppure ho la necessità di parlarti prima che tutto torni a iniziare.

L'inizio è imminente, sì.
Ce lo scordiamo ogni volta, lo so, è la fine che ci ossessiona. La indagheresti minuziosamente in ogni sua manifestazione, ti affascina, ti intriga: è il mistero che non riesci a svelare, il nodo che solo il mago riesce a sciogliere. E' appannaggio di altri. Tu no, tu non finisci!
Perché dovresti?

L'hai battezzata speranza, ma in fondo è solo un modo per dire mai. Non finirà...

Avvicinati. I pensieri si fanno fumo in questa nebbia insicura, sospesa tra terra e cuore, senza nemmeno arrivare agli occhi. Siamo noi, sono le nostre parole a imbiancare l'orizzonte stanotte.

Le troveremo sui rami secchi come brina, all'alba. Le rileggeremo come codici di una lingua morta domani, mentre cercheremo di interpretare i nostri stessi ragionamenti.
Esiste un'ora della notte in cui tutto quel che si dice è vero solo in quell'istante. Dopodiché non ha più senso.

Ecco, quell'ora è giunta proprio in quest'attimo. Avvicinati.

Hai nuovamente tutto da perdere, nulla da riscuotere, qualcuno da deludere. Ascoltami. In fondo rimane solo questo breve scivolare di minuti per dirti di me, di noi forse, semmai saremo ancora la stessa persona.

E' l'inizio. Si muove verso il nostro respiro, lo senti anche tu?
Vorresti essere triste, adesso vorresti, e non ti è concesso. Lo so. E non servirà.

Si avvicina, avvicinati anche tu. Devo dirti l'ultima cosa prima di iniziare.

L'inizio incombe.

30.12.11

Facecook: l'angolo cottura del mercoledì (brevemente al venerdì) 13


Dunque, casalinga disperata che passi di qui, le feste hanno riempito fino all'orlo tutti i componenti della famiglia? Girate per casa coi pantaloni elasticizzati come in un quadro di Botero? Per entrare nel box doccia dovete ruotarvi come un vaso sul tornio?

Bene, sappiate che non è finita: domani è il 31 dicembre. San Silvestro, il protettore dei gatti e dei bagnoschiuma al pino, incombe.

Ma se capitasse che oggi, putacaso, fosse anche il compleanno di qualcuno? Mica lo si può privare di una torta, detta appunto di compleanno! Lo so, ma come si fa? Ma com'è possibile fare qualcosa di leggero ma comunque sfizioso? Cosa mangerebbe Andrew Howe in questo frangente?

Vi rispondo in ordine:
- si fa una torta eccheccazzo!
- adesso ve lo spiego!
- Andrew stavolta salta! (ahahahaha!)

immagine inserita solo con lo scopo di attrarre casalinghe
Segnatevi gli ingredienti perché li enuncerò una sola volta:
- 120 grammi di biscotti integrali (tipo gran cereale, ma mettetici pure in mezzo anche degli amaretti che male non fa)
- 100 grammi di burro fuso (va bene del burro non fuso che poi fonderete)
- 400 grammi di philadelphia (quello normale, niente roba al tonno, salmone o maracuja)
- 1 bustina di vanillina (ma anche dei baccelli di vaniglia vanno bene - meglio non usare invece l'arbre magique, anche se fa tanto natale)
- 3 uova (di gallina)
- 100 grammi di zucchero
- una scatoletta di tonno

Ah, stiamo per fare una cheese cake semplicistica, essenziale, naif, primaria, disadorna. Insomma, leggera.

Innanzitutto sbricioliamo i biscotti.
Possiamo:
- avvolgerli in uno strofinaccio e passarli col mattarello
- inserirli nel mixer
- metterli in microonde fino a farli esplodere
- centrifugarli in lavatrice
- metterli sotto una delle micie mentre sta facendo la pasta.

Scelgo la prima.
Afferro con due mani il mio mattarello e con movimenti sinuosi e ritmo impetuoso (chiari riferimenti velatamente sessuali sempre a uso delle casalinghe [A.Borghese docet!]) polverizzo i biscotti, che neanche dopo un attacco solare di Daitarn 3 si sarebbero potuti ridurre così.

Nel mentre ho messo il burro in un pentolino e l'ho fatto sciogliere.
Unisco burro e biscotti e li amalgamo.

Niente, stavo diventando troppo didascalico. Ciao casalinga!

Copro uno stampo con della carta da forno e riempio il tutto con i biscotti. Schiaccio bene con un cucchiaio in modo da stendere uniformemente la base.
Metto tutto in freezer.

La crema la preparo alla Gordon Ramsay:
tuorli e zucchero in una terrina, mischiare
aggiungi vanillina, mischiare
buttare philadelphia, mischiare
montare gli albumi a neve, aggiungere
mischiare.
Ecco, se vi siete dimenticati, ricordatevi di mischiare.

Eh, già! Per tutto questo mischiare servirebbero degli esperti della mischia
Casalingaaaaa..
Togliamo lo stampo dal freezer, versiamoci sopra la crema e inforniamo a 160 °C per mezz'ora circa.
Pronta, fatta, finita, basta metterci sopra le candeline.

Gran tripudio tra gli invitati alla festa.

Compleanno festa pagana è! Ma torta anche noi Jedi mangia.

Meehehe a te!
Per caso è avanzato del burro?
Ma che cazzo c'entra l'attacchino cinese? Questa è la gag di un altro post! Una fetta di torta c'è?


Sì, ok! La scatoletta di tonno non serviva...

La quarta necessità - ovvero mostro d'arte contemporanea


Walter Farolfi è nato ed è morto.
Una nascita tragicamente comica, una dipartita comicamente tragica.
In quell'esiguo mentre di qualche manciata di decenni, Walter Farolfi è diventato un italiano.

La sua esperienza personale si è amalgamata con l'esperienza collettiva di un paese che lentamente si è costruito impastando le macerie derivate dagli scarti della sua stessa costruzione.

Così il Farolfi, classe 1937, plasmava il suo carattere appiccicandosi addosso i cocci della propria anima,  ripetutamente frantumata nell'arco di un'esistenza grottesca e complessata, come salvadanai da rompere per consumare in modo scellerato gli spiccioli accumulati  da una coscienza sempre più assottigliata dal cinismo dell'esperienza.

"La quarta necessità" è un fumetto. Un fumetto e un monito. Un fumetto e un avvertimento. Un fumetto e la triste analisi di ciò che siamo, o quantomeno di ciò che siamo diventati.
E' un modo divertente per raccontarcelo, per spiegarci, con minuzia da scienziato pazzo, quale sia stato il percorso che ha permesso al timido pudore del bambino di trasformarsi nello sprezzante affarismo dell'adulto.

"La quarta necessità" l'ha scritto Daniele Luttazzi e l'ha disegnato Massimo Giacon.

La quarta necessità è il sesso.
Sesso che irrompe violento nella vita del protagonista, lo sconvolge, lo travolge, lo corrompe, lo corrobora. Fino a diventare il metronomo che scandisce il tempo della propria formazione personale.

E al contempo definisce le tappe della crescita di una nazione. Quella italiana.
Quella della guerra, della rinascita, del boom, dei vizietti, degli intrallazzi, dell'apparenza, della rabbia, dell'ipocrisia, del qualunquismo.
Sesso spietato, disturbante, mai innocente.

Giacon non si risparmia. Osa, esagera, dimentica il filtro del perbenismo, del magari limitiamoci.
Trasuda un surreale realismo in ogni tavola. In ogni vignetta una meticolosità inquietante e appagante allo stesso tempo.
Gioca coi colori, con le linee, con la squadratura della pagina.

Asseconda l'estro di Luttazzi, carpisce il senso di quel percorso semantico, lo avvolge tra le spire del suo segno caricaturale, atrocemente vero, ne sviscera il sottotesto.

I differenti tipi di stampa scandiscono il tempo che passa. Colori. tratti, volti sono le lancette a cui si impigliano i pensieri mentre la lettura li trascina attraverso la vita del protagonista.
Spettatori inerti assistiamo all'indurimento del cuore di Walter, ne saggiamo il disinganno, la crudele trasformazione, l'inevitabile cammino verso il suo essere popolo, vicino di casa, conoscente, parente.

Luttazzi racconta la Storia attraverso una piccola storia, ne stratifica l'incedere, lo suddivide in stanze, gag ben delimitate che ogni tanto trasbordano in pagine non consecutive, ma che spesso si interrompono in un'autoconclusività tipica dello sketch comico. E forse il limite dell'opera sta proprio in questi scalini emozionali, queste pause per inserire le risate registrate.

La narrazione è in prima persona, affidata a didascalie essenziali e bilanciate (ma pur sempre didascalie di un lungo, lungo monologo esteriore), quasi fino alla fine, a quel punto il Farolfi ci abbandona, probabilmente talmente corrotto da non riuscire più a darci un punto di vista obiettivo su sé stesso.
Il sesso, crudo, lascivo, pornografico, coprolalico, non è mai un pretesto ma sempre un mezzo. Lo strumento con cui si percuotono le certezze del protagonista.
Il martello che colpisce la roccia fino a svelarne l'anima.

Luttazzi lo senti, lo percepisci nella raffinatezza di certe battute, nel disilluso sarcasmo di alcuni scambi, nella tensione del filo conduttore che ci trascina attraverso una narrazione ricca eppure essenziale, mai invasiva eppure disarmante in certi suoi passaggi, morbosamente indifferente.
Lo senti anche in certe volgarita estreme, gargantuesche.

Si intuisce che il livello di lettura non è solo uno, si capisce che c'è di più, metafore, eufemismi, citazioni, parossismi.

Ecco, proprio per questo la quinta necessità è diventata quella di rileggerlo!

[Lo so dovrei parlare di Luttazzi, dei plagi, di Carlin, Hicks, mosche e falene e cacce al tesoro.
Ma a uno che ne esce così che cazzo vuoi dirgli?
"Il successo della diffamazione ai miei danni è stato garantito soprattutto da un fatto: come il primitivo, fidandosi dei suoi occhi, crede che sia il sole a girare intorno alla terra; così la gente, intuitivamente, pensa che il significato di una frase sia nella frase. E se uno mostra un video dove si paragonano due frasi simili prese da testi diversi, la gente, fidandosi dei suoi occhi, crederà che le due frasi siano la stessa frase. E quindi che si tratti di plagio.
Ecco perché l’ignorante riesce a fare danni; ecco perchè Terenzio, per difendersi da chi lo accusava di plagio, diceva: “Non c’è persona più ingiusta dell’ignorante”. All’ignorante mancano i fondamentali. Non sa dove guardare, quello che guarda non lo vede, quello che vede non lo sa interpretare, quello che interpreta non lo sa giudicare.
L’ignorante crede che il senso di una frase sia solo nella frase. Un’idiozia come quella di credere che due scatole, siccome sono uguali, hanno di conseguenza lo stesso contenuto."]

leggetelo come se fosse antani!

28.12.11

Parole, parole, parole: Callido

Il vocabolario dice che deriva dal latino callĭdus, da călleo (callēre) "fare il callo, indurirsi" perciò anche "acquisire pratica, esperienza".
Non è nemmeno bella da dire, e si confonde con pallido.

Eppure è affascinante.
Ruvida ma non logora, desueta forse, ma non sostituita.
La conoscenza è il frutto, ma ciò che la genera è la sofferenza dell'albero, l'asperità della sua corteccia, l'impervio allungarsi verso un cielo ingeneroso. Il provare, lo sbagliare, riprovare, risbagliare, e di nuovo. Callosità preziose. 

Perché il mondo puoi saperlo perché lo sai, oppure puoi leggertelo addosso nelle cicatrici. 

Perché l'usura del tempo è un attrito che divarica la nostra visione del mondo, la nostra abilità. Fare, rifare, fino a stancarsene addirittura, fino alla noia reiterata dell'abitudine, fino all'alliterazione ossessiva della quotidianità. Callido.

Puoi dire di conoscere davvero una cosa se non ti ha cambiato? Se non ne porti addosso i segni fisici?

Forse sì, ma mettiamo che no, così l'esempio di callido calza a perfezione.

P.s. Grazie a Ivan per avermi regalato questa parola per Natale.

P.p.s. Dicono che oggi è morto Cita.
Io sapevo che quello lì non era lui. Wikipedia me lo conferma.
Sarò callido per quel che riguarda il web, oppure è solo mancanza di fiducia nell'umanità.
R.I.P. Cita, siate folli siate affamati, adesso guiderai la tua moto nelle strade del cielo, venderai le tue borse finto luivitton sui marciapiedi del cielo senza che qualche fascio ti spari, in paradiso le chiese non esplodono e pagano l'ici, sei stato un grande scimpanzè, sono sempre i migliori scimpanzè che se ne vanno, l'età media degli scimpanzè è di 45 anni, ma potranno andare in pensione dopo i 37, moriranno altri scimpanzè prima di fine anno, ma tu sarai per sempre nei nostri cuori anche se i film di Tarzan non li fanno vedere più neanche su telecapri, che anno di merda per le scimmie questo 2011.

W i bonobo!


25.12.11

Wiki rotanti

Luce dona alle menti


Titoli di post che non ho scritto oggi:

Barbo Natale - Il ritorno al natio paesello è occasione per una gustosa analisi della situazione economica del paese. Crudele raffronto tra le luci, la gente, i bar visti stasera e la loro versione di quando ero bambino nell'atroce speranza degli anni '80. 

Piccola strenna senza cielo - l'elenco dei regali che avrei desiderato ricevere se fossi stato uno che ama ricevere regali o perlomeno desiderare di riceverli

Presempio - Dall'annunciazione alla fuga in Egitto passando dal bue e l'asinello. Immigrazione clandestina, fecondazione eterologa, energie alternative e molti altri temi scottanti della società moderna riletti tre le righe della Natività.

Xmas Karm - non so, ma il titolo prometteva bene.

Fortuna che non li scriverò...

Happy birthday Gesù

23.12.11

Preferisco un poeta sconfitto


La scienza nasce dall'incoscienza, la musica dalla frenesia, la pittura dall'esigenza, la scrittura dalla condivisione, la danza dalla paura.

L'evoluzione dalla noia.

Saremmo ancora specializzati in caccia al bisonte e raccolta di bacche se non fosse stato per loro.
Vecchi, malati, storpi, scemi del villaggio, rinchiusi nelle grotte a contemplare il fuoco, ad annoiarsi crudelmente con gli occhi persi in un riflesso, un insetto, un segno tracciato sulla parete con un tizzone.

Noia.

Genitrice dell'invenzione, dello svago, dell'idea. Di un pensiero alternativo germinato tra le pieghe di operosità inoperosa, l'inerzia forzosa della monotonia che accelera sul piano inclinato della costrizione.

E quando si scrive è così.
Puoi farlo per soldi, fama, divertimento, sfogo, terapia, divulgazione, gioco, lavoro, amore, guerra, lotta, coscienza.
Ma alla fine, quando lo fai davvero, lo fai per noia.

Ecco, non mi sto annoiando abbastanza in questo periodo.
Cose varie.

E l'illusione è che avere quell'idea sia una vittoria.
Quando invece altro non è che l'ennesima conferma della propria insofferenza.

Mi capita di essere in disaccordo con De Andrè. Più spesso di quel che una superficiale visione della mia vita lascerebbe intendere.

Oggi non l'ho capito cosa intendeva lui. Io preferisco un poeta sconfitto.

19.12.11

Calendario dell'avvento

Scatto matto

Nella vita occorre darsi un obbiettivo!
E infatti me lo sono comprato. Un bel cinquantino della Canon.

E adesso me lo provo.









18.12.11

X-mas eggs


Ecco cosa appare se oggi sulla barra di ricerca di Google andiamo a digitare 'Let it snow', la famosa canzone di Frank Sinatra.
Una bella nevicata virtuale.

Hanno detto che è un easter egg. A Natale? Vabbè...

Comunque ecco cosa appare se invece cerchiamo "Let it rain" di Tracy Chapman

"Let it bleed" dei Rolling Stones

"Let it be" dei Beatles

"Let agliatelle di nonna Pina" della piccola Ottavia Dorrucci

17.12.11

Amo la gente 263


Sì, lo so, non esistono altri 262 post dal titolo "Amo la gente".
Ma dovrebbero esistere.

Linus van Pelt disse "Amo l'umanità, è la gente che non sopporto!".
Ecco io non sopporto l'umanità, ma la gente l'adoro.

La gente l'adoro in diversi momenti. Più di tutti però quando fa le dediche alla radio.
Di radio che fanno le dediche ormai non ce ne sono più.
Quando ero piccolo c'era una radio libera dietro casa mia, si chiamava Radio Luna, e ogni pomeriggio chiamavo per chiedere qualche canzone.

Ora c'è solo Radio Birikina.
Se non metto su Birikina la mia macchina neanche parte, ché c'ha l'alimentazione a dediche.
La gente chiama, la gente dice, la gente vuole.

La gente sono ignoranti a volte. Ma la amo.
Vado a memoria, ma è tutta roba che ho sentito davvero, purtroppo l'accento veneto non è che si possa scrivere, ma c'è.

Ciao Radio Birikina, vorrei ascoltare la canzone quella degli otototrè, quela del fifty nèeero... Ah, la dedico a un mio amico!

Radio Birikina, sono Paolo da Udine, c'è tanta sofferenza al mondo, tanta gente triste che sta male, e si deprime ed è infelice, tanto infelice e tanto triste. A tutti loro dedico "Il gabbiano infelice" del Guardiano del faro. Grazie e un saluto a tutti gli infelici...    Ah, io sono felice invece!

Ciao a tutti i birichini e le birichine, più alle birichine. Mettete su la canzone che volete, e la dedico a me stessa. Anzi, no, mettete Teorema, dedicata a Marco. Marco ascoltala bene e memorizzala


Cara Birikina, mi tieni tanta compagnia, oggi è il compleanno del mio nipotino, ciao amore la tua nonna ti vuole bene sai? Volevo dedicare a Luca che compie 35 anni la sua canzone preferita: sis sis sis te namber ofte biist dei Aironmeden. Grazie, ti voglio bene amore.


Signori Birikina, sono Egle da Zero Branco, quanto bravi che siete che vi ascolto sempre e mi piacete sempre, volevo chiedervi se mi potevate cantare La fisarmonica di Gianni Morandi, grazie davvero che siete proprio bravi a cantare.


Ciao, volevo dedicare una canzone a Lucia che ha chiamato questa mattina e deve operarsi.
Ciao, volevo che metteste una canzone allegra per Lucia che ha chiamato stamattina e che deve operarsi.
Ciao, anch'io volevo fare un augurio a Lucia che ha chiamato stamattina e che deve operarsi al tumore. Per favore le dedico di Gianni Morandi, Uno su mille ce la fa.


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Quando si muore, si muore solo


L'altro giorno è morto Christopher Hitchens.
Mi sono trovato spesso in accordo con lui, ancora più spesso, forse, in contrapposizione.
Ma lui questo mica lo sapeva.

Fatto sta che quello vivo sono io, e qualcosa dovrà pur significare.
Che poi, ad avercela tanto con Dio, finisce sempre che si muore. E se qualcuno viene a dirmi che si muore lo stesso, beh, allora tanto vale avercela davvero.
Anche perché Hitchens è morto, e Dio se esiste non è morto, mentre se non esiste non è morto.
E Hitchens sì.

Ecco, comunque è stato un piacere essere d'accordo con lui, e lo è stato ancor di più essere in contrapposizione, anche se lui non lo sapeva. Perché era una di quelle persone che la polemica proprio la sapevano fare, ma bene dico, in quel modo che ti incanta qualsiasi cosa dicano, anche la più lontana da te.

Comunque, spero vivamente per lui che non si sia sbagliato.

Che Dio l'abbia in gloria.

Corrispondenze 3

14.12.11

Lettere da Q.C.D.A.S.



"Erato cara,
  qui è una qualche ora della notte e mi stavo chiedendo cosa sarebbero stati questi giorni senza la preziosa, quotidiana scoperta del tuo mondo, senza la possibilità di concentrare le attenzioni sui tuoi attimi, magari sciogliendo le parole in considerazioni inopportune, frammenti d’un’effimera poesia che si trascinano dietro ai miei passi e che irriverenti hanno contaminato i nostri discorsi, deviandoli a volte, sviandoli tra le pieghe di una realtà fittizia, puramente onirica e crudelmente tracimante di illusioni passate, immagini come bolle di sapone che si sono affacciate ai miei pensieri con la stessa velata incoscienza che spesso ho lasciato ai miei sguardi, meticolosi esploratori alla strenua ricerca di nuovi riflessi tra le onde dei tuoi occhi.
Ci sono stati momenti in cui ho vacillato, attimi in cui i pensieri mi hanno investito, pesanti come pietre frananti a scuotere le fondamenta di questo spicciolo di vita che mi sto costruendo dalle ceneri di tutto ciò che ho vissuto e bruciato. E’ stato insolito, spiazzante direi, dovermi confrontare con un mondo che mi sussurrava lontano da dietro le spalle, è stato spregevole a volte l’insinuarsi dei dubbi, il sovrapporsi vellutato dei perché, l’esaltazione attraverso la consapevolezza del come ti vedevo, di tutto ciò che di te difetta il mio cammino, di tutti quei particolari che come quadri impreziosiscono da un tempo indefinito la mia mente e che svelavo in te a ogni sguardo o parola. So che in qualche momento anche tu hai vissuto qualcosa di simile, sicuramente diverso, addirittura distante magari, ma comunque credo sia simile quella sensazione di incompletezza che ci ha pervaso, quell’esile collana di mancanze che a un tratto sono apparse più visibili, come se un raggio di chissà che sole le avesse per un secondo illuminate e portate alla nostra vista.

Probabilmente è così, forse abbiamo ancora molto da costruire, da capire, c’è un infinito spazio per i cambiamenti nelle nostre vite, e c’è soprattutto in funzione delle persone che amiamo, amare è sicuramente un reciproco avvicinamento ma anche e soprattutto un inconscio cambiamento degli uni rispetto agli altri. In questi giorni, mentre i pensieri mi avvolgevano come spine di un rovo, ho trovato in me risposte a domande che probabilmente non mi ero mai posto, l’invaghirmi di quello splendore che come un manto ti porti addosso ha rimesso in funzione parti del mio cuore che troppo spesso ho evitato di valorizzare, come quei muscoli che si indolenziscono alla prima corsa dopo tanto tempo.
I dubbi non sono mai negativi, sono espressione della nostra legittima voglia di sentirci bene pienamente, sono risvegli di un animo che ogni tanto rischia di assuefarsi alle situazioni, i dubbi sono trampolini mediante i quali possiamo calibrare i nostri salti e raggiungere in certe risposte la parvenza d’aver volato.

Non esistono persone perfette, non dobbiamo pretenderlo così come non dobbiamo portare a credere nessuno che noi lo siamo, esistono persone, cariche come tutti di difetti che spesso sono esclusivamente da amare.

La situazione che ho vissuto in questi giorni ha colorato di nuove sfumature le mie emozioni, il caso come un pittore svogliato ha lasciato le nostre vite come macchie sulla tela di questo mondo e in una sensazione sottile come un brivido sento che piano piano le cose prendono forma tra le gocce di colore.
Io so che devo ringraziarti per tutto questo e di controcanto però devo anche scusarmi per emozioni che magari avresti preferito non vivere, per momenti che in realtà non ti sarebbero mai appartenuti, per dubbi che forse e giustamente non avresti mai sentito tuoi.


Fra pochi giorni ormai io prenderò la mia strada, non so se avrò un’altra occasione come questa per ringraziarti, non  so se ci saluteremo come se fosse un addio, senza un riferimento, un recapito e con la presunzione che il caso accompagni le nostre vite verso altri crocevia un giorno. 

In ogni caso, grazie!

Ti lascio con quel bacio e quell’abbraccio che non ti ho dato."

13.12.11

Alla rovescia


13/12/11 10.09.08
Ho guardato l'orologio proprio in quell'attimo oggi.

Conto alla rovescia.

Attimi inversi da scandire nell'illusione di una meta.
Numeri sparsi, ordinati più dalla speranza che non dalla matematica. E ci si perde nell'attesa di quello zero liberatorio, principio e fine di questa seria serie, arabesco arzigogolo depauperato da ogni velleità: zero.
Precisamente tondo e forse anch'esso alla rovescia.

Quando ho iniziato a #occupare questo spazio, qualche mese fa, dentro di me dicevo: beh, di roba scritta ne ho, inventiamoci 'sta cosa del diario a ritroso e quando proprio non ho idee ributtiamo nella mischia qualche vecchio scritto.

Non avevo però tenuto conto di tre cose riguardanti i vecchi scritti:
- sono davvero insopportabili, addirittura brutti
- sono su carta, e pazienza per copiarli proprio non ne ho
- niente, è che ormai avevo scritto tre

Ogni tanto mi scrivo qualche nota sullo smartphone: abbozzi di idee, cose su cui vorrei scrivere, una frase estemporanea, un aforisma da cartiglio dei baci.
E se proprio ho voglia di scrivere parto da lì, da quelle briciole di pane abbandonate lungo il sentiero brullo dell'ispirazione.

Perché, come si diceva, non è che io c'abbia molto da dire. Anche se il fatto che questo sia il secondo post per dire che non ho niente da dire già la dice lunga.

Comunque.
E' iniziato il conto alla rovescia. Neanche so dove mi porterà, a cosa sta puntando, a cosa sto puntando.

So che oggi stavo facendo un po' di pulizia tra le note del telefono e ti trovo questa:

"I telefoni non sono come i gatti"
E nella mia testa avrei dovuto scriverci sopra qualcosa.
D'altronde una cazzata frase di tale inutilità sensibilità merita un intervento consono.

Come i gatti. Probabilmente è vero. O forse no, e mi sbagliavo.

P.s. Oggi scrivo a caso, lo so, l'ho notato.
P.p.s. Lo so che esistono sinonimi del verbo scrivere. non è questo post il luogo in cui usarli però

Ci sono giorni in cui vorrei scrivere altro.
Ci penso.
E' come un formicolio sulla punta delle dita. Una sensazione invernale.
E' come quando ti rimetti i guanti dopo aver toccato la neve.

Osservo il mondo, quel che succede, piccolo o grande che sia, e mi rendo conto di averne più o meno un'opinione.
Lo ammetto, vorrei saperne scrivere. A volte quantomeno.

Di crisi, mondiali o personali che siano, di come si possa essere condannati a morte da qualcosa che non si vede, sia essa malattia o religione poco cambia, di futuro rubato e futuro ingannato, di Rom, fuoco, rabbia e stupidità, di come e perché qualcuno pensa che sia più onorevole e giustificabile stuprata di scopata, di politica e di dio, di ici, bombe, burro, mondo. Di mondo.

Ma c'è questo silenzio. Non l'avevo mai portato in giro per queste stanze, eppure lo trovo a suo agio pure qui. Un silenzio che urla.

Ma sempre silenzio è.

E ogni tanto penso che sia stato il "parla solo se interrogato" a fregarmi.

9.12.11

BILO.TA = (4,1,5,2)


Non sono un integralista, anzi, spesso riesco a essere anche una persona decisamente affabile.
Polemico sì, ma neanche esageratamente. Per nulla diplomatico ma pur sempre conciliante.
Eppure c'è una cosa che proprio non sopporto: gli errori nei fumetti.

Errori di battitura, refusi, errori ortografici, grammaticali, di sintassi, coquille. Capita.
(la parola refuso l'ho sempre trovata affascinante, l'ho sempre associata alla fatica, al dover appunto rifondere la lastra tipografica, al piombo colante, al calore, al fuoco che frusta le gote... anche coquille ha la sua storia, un'altra volta però...)

E per carità, chi non fa non falla, si sa: che poi ogni cosa ha la sua gravità, s'intende.

E' che mi sorprende sempre che, nei vari passaggi di creazione dell'opera, nessuno si sia accorto di quel qual'è, del , di buoi al posto di buio, della parola che manca, del nome sbagliato.
Mi sorprende e mi spaventa.

Perché mi si dissolve quell'idea di cura amorevole, di attenzione materna, che tanto mi conforta associare alla filiera attraverso cui passa il fumetto per arrivare alla stampa.

E così quando mi succede di incontrare un errore, mi blocco.
Basta, non riesco più a proseguire.
A volte bastano 5 minuti, altre volte un giorno, magari una settimana. E' capitato anche un mai più.

E' una questione di rispetto verso la storia, un discorso tra me e la pagina.

Comunque ieri è stata giornata di grandi manovre pre-natalizie.
Una di quelle giornate in cui l'aspirapolvere la fa da padrona e il mocio è il re della casa.
Ma quando succedono dei giorni così, la prima cosa da fare è raccogliere tutti gli albi che sono sparsi per casa, radunarli in un unico punto, dividere quelli letti da quelli da leggere e poi trovare per ognuno una nuova casa tra gli spiragli delle librerie.

In questo marasma mi capita tra le mani il Dylan Dog Gigante n.20, comprato e abbandonato lì in attesa di una giornata di ispirazione dato che tra me e l'Old Boy non è che ultimamente corra buon sangue.
Comunque ora ce l'ho tra le mani, scosto la copertina, prima pagina:

BILOTA?!? Ma mica sarà Alessandro Bilotta quello di Valter Buio?
Cioè, magari c'è un motivo, magari sono rincoglionito io, magari è un altro. Ma se fosse, cazzo, se fosse, cosa posso aspettarmi da un fumetto in cui nessuno si è accorto che perfino il nome dell'autore è stato scritto sbagliato? Bilota...

Che poi la storia un po' l'ho letta e fin dove sono arrivato non è neanche male.
Fastidio.

Comunque 'sta storia della T che sparisce mi ha fatto tornare alla mente una cosa di un po' di tempo fa.
Chissà, magari un altro giorno...

P.s. Ah, quella di apertura è una crittografia coniata per l'occasione dal  titolo "IN EGITTO".
Toccherà pensare a un premio se qualcuno la risolve...

8.12.11

Il profumo del mostro selvatico



"Ci sono giorni in cui lo odio proprio il mio lavoro!
Non sempre, lo ammetto. Anzi, diciamo pure che il più delle volte è una pacchia.


Me ne sto lì, servito e riverito, qualche cavalcata ogni tanto, le lezioni di scherma, le feste a palazzo.
Preoccupazioni? No, preoccupazioni proprio no. Magari qualche dubbio ogni tanto.


Vado? Non vado? Salverò la situazione anche stavolta?


Che poi la verità è che in fondo in fondo mi piace. Sentirsi gli occhi addosso, vedere che la gente pende dalle tue labbra. E' una sensazione appagante non c'è che dire. Per questo ogni tanto m'invento qualcosa per farla durare quell'attimo in più: un inciampo, un colpo di scena, un "no, no, non può farcela".


Ma alla fine ce la faccio sempre. Sapete qual è il mio segreto?
Abnegazione.


La mia vita è al servizio di ciò che voglio essere. Poco importa se, in alcuni momenti, la quantità di sacrificio che metto sul piatto della bilancia è smaccatamente impari rispetto al risultato immediato. 
Perché non è nell'immediato che misuro la mia esistenza, no.
Io già so che quell'attimo domani sarà già un ricordo, il souvenir crudele di ciò che devo subire per vivere, ma nel contempo sarà un volano, la spinta che trascina il mio quotidiano in cavalcate, lezioni di scherma e feste a palazzo. 

Do ut des.


Vi chiederete se sono sacrifici veri? Beh, sì lo sono.
Generalmente è puzza. Odori. E io proprio non li sopporto gli odori.


Invidio, lo giuro, gli operai delle concerie, col loro olfatto atrofizzato e l'incuranza per quell'effluvio nauseabondo che si trascinano addosso. Io no, io sono un cazzo di Grenouille.
Mi investono, mi colpiscono violenti alla bocca dello stomaco. Vacillo, vacillo spesso ma non lo do a vedere. Rovinerei quell'istante di sospensione che precede ogni disbrigo.


Io li chiamo così: disbrighi.


Odori dicevo.
Avete presente quel fiato pesante che si mastica sul palato appena svegli?
Ecco, moltiplicatelo per le 365 mattine dell'anno e poi ancora per 100 anni. 100 anni.
Bene, immaginate quindi quel puzzo moltiplicato per 36500 volte.


Questo è il mio lavoro.
Il mio lavoro è baciare quel puzzo.


Niente di troppo compromettente sia ben chiaro, diciamo che più che un bacio è uno sfiorarsi di labbra.
Ma io lo faccio e vi assicuro che non è piacevole. 
Voi non la bacereste una che ha dormito per 100 anni, ne sono sicuro.


Io sì.


Comunque eccomi, sono arrivato.
Pronto per il prossimo disbrigo.


La vedi incantevole dentro la sua bara di cristallo e pensi "beh, stavolta non mi è andata neanche male". Poi ti avvicini e i pensieri si fanno più lucidi.
Ti guardi intorno e sai che qualcuno lo sta pensando: almeno uno c'è sempre. Lo pensi anche tu, ma tu sei il Principe Azzurro mica puoi mostrarti titubante.


Allora mentre ti avvicini pensi alle cavalcate, alle lezioni di scherma, alle feste a palazzo.
Mancano ancora diversi passi, eppure l'olezzo già si preannuncia alle tue narici. Le feste a palazzo, le lezioni di scherma, le cavalcate.


Mi sorreggo alla bara di cristallo, mentre fingo di cercarne l'apertura.
Sto per baciare un cadavere. Un corpo morto da una settimana con un pezzo di mela incastrato in gola.
Avete mai provato a lasciare sulla finestra una mezza mela per una settimana?
Ecco, io sto per baciare quel marciume.


A me piace quel che faccio. Eppure ci sono giorni in cui lo odio il mio lavoro!

Oggi è così."

4.12.11

Zigo Stella ovvero girare un fumetto


Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è un fumetto divertente.

Divertire: dal lat. Divertere, propr. volgere altrove, in direzione opposta, deviare comp. della partic. DI(S) o DE, che indica allontanamento e VERTERE volgere.

Quindi, Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è un fumetto che diverge.

No, non basta.

Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è un fumetto che si gira.
Come un film. Con gli attori che interpretano i personaggi, il trucco, le comparsate. Con il regista che dà consigli scarabocchiati a matita tra una vignetta e l'altra, che ti dice "fammela un po' più blu", che buona questa e dai dai dai.

Girare sì, Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è un fumetto che ruota.

Cioè. C'è una storia che ruota intorno a una vicenda, ma c'è anche una vicenda che ruota intorno a una storia!

Non mi sono spiegato, mi sa.

Allora, se dovessi spiegare questo fumetto con un fumetto (che pare una cosa buttata un po' lì, ma che se aveste letto Zigo Stella forse capireste un po' di più), mi piacerebbe descriverlo così
DD 63 - Maelstrom

Chiaro, no?

Partiamo dalla vicenda (quella che ruota, non quella che fa ruotare).
Quando hai tra le mani Zigo Stella è come se stringessi il volante di una di quelle automobiline delle giostre su cui si andava da piccoli, quelle sui binari. Ecco, tu sei lì col tuo volante finto che ti illudi di pilotare, ma in realtà il percorso che segui è già tracciato, non c'è via di scampo, non serve illudersi di deviare la corsa sbracciandosi in frenetiche manovre degne del timoniere di una nave pirata.
Così a un certo punto ti lasci trasportare dal flusso di quelle macchinine clancicanti, giri quando c'è da girare e magari sovrappensiero pensi di essere davvero tu a decidere la direzione.

Il libro è pura invenzione, e gira tra le mani come quel volante. (anche "clancicanti" me lo sono appena inventato, ma fa parte della storia anche questo).
Gira tra le mani come un caleidoscopio, e a ogni passaggio scopre quella che pensi sia la parte più soprendente di sé: ma non lo è.
E'
un
libro
che
a
un
certo
punto
diventa
così
per poi ingannarti di quel tanto da ftari cerdere di eersese tonrtao narmole.

Ma è l'ennesimo trucco dell'autore milanese.
˙ǝpuıɔs 'ǝpuoɟ 'ɐuıqɯoɔ 'ǝʇɹǝʌuı 'ɐɹnʇʇǝl ɐllǝp ǝuoızǝɔɹǝd ɐl oʌonu ıp ǝƃloʌɐɹʇs :oɔod lǝnb ıp ouɐssɐlıɹ ıs ısuǝs ı ɐuǝddɐ 'ıɐɹʇsıp ıʇ ɐuǝddɐ éɥɔɹǝd

Pagine normali, orizzontali, manga, estroflessioni, ali, appendici. etra'd arepo asottemuf anU

Zigo Stella è il figlio di Frank.

E in mezzo a tutto ciò, nell'occhio del ciclone dell'inventiva c'è anche l'altra vicenda, quella intorno alla quale ruota tutta la storia. Quella che di fronte alle invenzioni grafiche e d'impaginazione rischia a un certo punto di passare in secondo piano, di diventare un pretesto.

Ma potrebbe mai essere pretestuosa la storia di un quindicenne che ritorna dalla morte con un braccio da demone e un occhio che vede i mostri, con nessuno che vuole spiegargli perché, ma l'unica cosa che invece scopre è che suo padre camaleonte ha fatto un patto con l'Oscura Mietitrice dando di fatto in mano a lei il suo futuro e dopo averlo saputo finisce in un vortice temporale insieme a un orsetto parlante che lo stava seguendo su indicazione della sua amante una donna lunga, lunga, così mentre i due viaggiano attraverso varie dimensioni incontrano Satana, un golem, la tecnomente, Davide Golia, un filosofo, un'aliena che cerca il braccio di suo fratello, una ragazza manga dalle tette enormi, il re degli orsi, un uomo lucertola, l'uomo computer, Laserman, una divinità a forma di Kiss, la morte, un nerd, Orko l'orso, Frank l'attore di fumetti e un'ulteriore vasta gamma di personaggi che in confronto a questi sono strani?
No, non è pretestuosa. Anzi, la storia alla fine risulta addirittura semplice, lineare. Forse fin troppo intuibile una volta assimilato il gioco dei colpi di scena. Eppure sa sorprenderti.
Ti porta lungo il suo binario che già conosci, ma non riesci a fare a meno di girare quel volante, di immergerti nell'invenzione dell'irreale ancor prima che in quella del reale.

E poi finisce. O forse inizia. Da lì, dove tutto è iniziato.
No, non da pagina 1, troppo facile. Questo è un fumetto che rifugge la semplicità.
Finisce lì, nel momento stesso in cui lo stringiamo tra le mani, un ouroboros d'inchiostro che travalica il tempo della storia per invadere il tempo della fruizione della storia.
E viceversa.

O forse no!

Vabbè,  Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è un fumetto.


3.12.11

Cinema senza conflitto

- Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai.

- Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio.




- Azzurra.

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