30.12.11

La quarta necessità - ovvero mostro d'arte contemporanea


Walter Farolfi è nato ed è morto.
Una nascita tragicamente comica, una dipartita comicamente tragica.
In quell'esiguo mentre di qualche manciata di decenni, Walter Farolfi è diventato un italiano.

La sua esperienza personale si è amalgamata con l'esperienza collettiva di un paese che lentamente si è costruito impastando le macerie derivate dagli scarti della sua stessa costruzione.

Così il Farolfi, classe 1937, plasmava il suo carattere appiccicandosi addosso i cocci della propria anima,  ripetutamente frantumata nell'arco di un'esistenza grottesca e complessata, come salvadanai da rompere per consumare in modo scellerato gli spiccioli accumulati  da una coscienza sempre più assottigliata dal cinismo dell'esperienza.

"La quarta necessità" è un fumetto. Un fumetto e un monito. Un fumetto e un avvertimento. Un fumetto e la triste analisi di ciò che siamo, o quantomeno di ciò che siamo diventati.
E' un modo divertente per raccontarcelo, per spiegarci, con minuzia da scienziato pazzo, quale sia stato il percorso che ha permesso al timido pudore del bambino di trasformarsi nello sprezzante affarismo dell'adulto.

"La quarta necessità" l'ha scritto Daniele Luttazzi e l'ha disegnato Massimo Giacon.

La quarta necessità è il sesso.
Sesso che irrompe violento nella vita del protagonista, lo sconvolge, lo travolge, lo corrompe, lo corrobora. Fino a diventare il metronomo che scandisce il tempo della propria formazione personale.

E al contempo definisce le tappe della crescita di una nazione. Quella italiana.
Quella della guerra, della rinascita, del boom, dei vizietti, degli intrallazzi, dell'apparenza, della rabbia, dell'ipocrisia, del qualunquismo.
Sesso spietato, disturbante, mai innocente.

Giacon non si risparmia. Osa, esagera, dimentica il filtro del perbenismo, del magari limitiamoci.
Trasuda un surreale realismo in ogni tavola. In ogni vignetta una meticolosità inquietante e appagante allo stesso tempo.
Gioca coi colori, con le linee, con la squadratura della pagina.

Asseconda l'estro di Luttazzi, carpisce il senso di quel percorso semantico, lo avvolge tra le spire del suo segno caricaturale, atrocemente vero, ne sviscera il sottotesto.

I differenti tipi di stampa scandiscono il tempo che passa. Colori. tratti, volti sono le lancette a cui si impigliano i pensieri mentre la lettura li trascina attraverso la vita del protagonista.
Spettatori inerti assistiamo all'indurimento del cuore di Walter, ne saggiamo il disinganno, la crudele trasformazione, l'inevitabile cammino verso il suo essere popolo, vicino di casa, conoscente, parente.

Luttazzi racconta la Storia attraverso una piccola storia, ne stratifica l'incedere, lo suddivide in stanze, gag ben delimitate che ogni tanto trasbordano in pagine non consecutive, ma che spesso si interrompono in un'autoconclusività tipica dello sketch comico. E forse il limite dell'opera sta proprio in questi scalini emozionali, queste pause per inserire le risate registrate.

La narrazione è in prima persona, affidata a didascalie essenziali e bilanciate (ma pur sempre didascalie di un lungo, lungo monologo esteriore), quasi fino alla fine, a quel punto il Farolfi ci abbandona, probabilmente talmente corrotto da non riuscire più a darci un punto di vista obiettivo su sé stesso.
Il sesso, crudo, lascivo, pornografico, coprolalico, non è mai un pretesto ma sempre un mezzo. Lo strumento con cui si percuotono le certezze del protagonista.
Il martello che colpisce la roccia fino a svelarne l'anima.

Luttazzi lo senti, lo percepisci nella raffinatezza di certe battute, nel disilluso sarcasmo di alcuni scambi, nella tensione del filo conduttore che ci trascina attraverso una narrazione ricca eppure essenziale, mai invasiva eppure disarmante in certi suoi passaggi, morbosamente indifferente.
Lo senti anche in certe volgarita estreme, gargantuesche.

Si intuisce che il livello di lettura non è solo uno, si capisce che c'è di più, metafore, eufemismi, citazioni, parossismi.

Ecco, proprio per questo la quinta necessità è diventata quella di rileggerlo!

[Lo so dovrei parlare di Luttazzi, dei plagi, di Carlin, Hicks, mosche e falene e cacce al tesoro.
Ma a uno che ne esce così che cazzo vuoi dirgli?
"Il successo della diffamazione ai miei danni è stato garantito soprattutto da un fatto: come il primitivo, fidandosi dei suoi occhi, crede che sia il sole a girare intorno alla terra; così la gente, intuitivamente, pensa che il significato di una frase sia nella frase. E se uno mostra un video dove si paragonano due frasi simili prese da testi diversi, la gente, fidandosi dei suoi occhi, crederà che le due frasi siano la stessa frase. E quindi che si tratti di plagio.
Ecco perché l’ignorante riesce a fare danni; ecco perchè Terenzio, per difendersi da chi lo accusava di plagio, diceva: “Non c’è persona più ingiusta dell’ignorante”. All’ignorante mancano i fondamentali. Non sa dove guardare, quello che guarda non lo vede, quello che vede non lo sa interpretare, quello che interpreta non lo sa giudicare.
L’ignorante crede che il senso di una frase sia solo nella frase. Un’idiozia come quella di credere che due scatole, siccome sono uguali, hanno di conseguenza lo stesso contenuto."]

leggetelo come se fosse antani!

4 commenti:

  1. Mi deludi. Buttarla sulla supercazzola é troppo facile. Forza, argomenta. So che ce la puoi fare.

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  2. Andrea, ciao.
    Premettendo che la supercazzola non è né facile né semplicistica, anzi.
    Che poi, mica l'ho buttata sulla supercazzola io, quella dichiarazione lì è una supercazzola e mi sono limitato ad ammirarla.

    Premettendo anche che il mio interesse specifico era quello di parlare de "La quarta necessità" e non di Luttazzi, e in effetti sul fumetto avrei ancora cose da dire, ma me ne accorgo sempre dopo.

    Premettendo anche che non ho esposto nessuna tesi, quindi non è che abbia qualcosa da argomentare.

    Premettendo infine che del deluderti me ne farò una ragione e che sì, ce la posso fare.

    Ti dirò, di Luttazzi preferisco il suo repertorio. Se ha avuto la necessità di pescare da altri per far ridere, beh, non lo ha fatto per far ridere me che io già ero a posto così.

    A mio avviso tutta la storia è stata da lui mal gestita, prima, durante e dopo e un'arrampicata sugli specchi rimane tale anche se sono specchi eruditi e raffinati.

    Poi, che Duchamp non avesse avuto bisogno di dire 'ehi, guardate che quella sotto è la Gioconda', mentre a Luttazzi si chiede la bibliografia di ogni battuta, beh, sicuramente deriva dal fatto che la stand-up comedy è materia sconosciuta ai più.

    Sì, in effetti ce ne sarebbe da dire, ma probabilmente hanno già detto tutto in giro per i forum, sai...

    Qui, come sempre, si arriva fuori tempo massimo. E' il marchio di fabbrica.

    Ciao.

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  3. Come tanti, però, dimentichi la cosa più importante: che Luttazzi lo fa apposta. Lo aveva già spiegato in un suo post del 2005. Quindi scrivere, come fecero i giornali cinque anni dopo, "la rete smaschera Luttazzi", fu un falso, uno scoop creato ad arte per dargli addosso. Il motivo? Che Luttazzi è Luttazzi, e dice quello che dice. E' uno dei pochissimi artisti davvero liberi in questo Paese, e questo dà fastidio. Avercene. Scusa il disturbo.

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  4. Andrea, mica disturbi e ci mancherebbe, pensa che noioso sarebbe il mondo se ci fosse un solo parere omologato su ogni questione.

    Ho seguito attentamente la vicenda al tempo e, credimi, non ho dimenticato che Luttazzi abbia detto di farlo apposta, ho sopprasseduto.
    Perché "lo faccio apposta" non vuol dire un cazzo, soprattutto se prendi dei pezzi che nessuno conosce (ahimè, ignoranza loro) e li fai tuoi. E ritorno all'esempio di Duchamp che si è anch'esso appropriato, apposta, dell'opera di un altro, ma l'ha con la consapevolezza che il pubblico avrebbe avuto gli strumenti per comprendere tale 'furto'.

    Se la famosa 'caccia al tesoro' è stata davvero un gioco, direi che Luttazzi si è divertito troppo a giocarci.
    Poi, che sia stato in buona o in mala fede, a me, Mauro, sinceramente poco importa.
    Nel senso che di Luttazzi che fa Carlin o Hicks o Philips, non è che mi interessi più di tanto.

    Mi interessa Luttazzi quando fa Luttazzi e in questo senso non posso che essere d'accordo con te, avercene.

    Gli hanno dato addosso per ostracizzarlo? Certo che l'hanno fatto! Luttazzi era ed è scomodo, così come era ed è un satiro eccellente.

    Era inattaccabile? Probabilmente no, probabilmente paga certe sue ingenuità e forse anche un certo carattere tipicamente romagnolo che lo porta a fare il professorino con gli altri ma a fare parecchi sconti a sé stesso. Ma queste sono mie opinioni, parecchio fumose tra l'altro.

    Comunque per me la satira in Italia in questo momento ha il volto di Makkox, Guzzanti (Corrado) e Luttazzi. E se i primi due in qualche modo riescono a mostrarsi, io sono in trepidante attesa di rivedere in qualche forma anche il buon Daniele.

    P.s. Quella cosa dei romagnoli era un'esagerazione eh... che non vorrei ritrovarmi una testa di piadina nel letto come avvertimento mafioso ^_^

    RispondiElimina

È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

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