31.8.11


Perché le regole le conosci. Eppure non ti basta.
E' inaspettato quel momento che va oltre il volere, ti sorprende viverlo così come è una sorpresa la sua stessa esistenza. Ma c'è.

E in quell'esserci è devastante, perché non c'è un modo di piegarlo alla realtà se non imbrogliando.
Ti affidi alle tue regole inventate. Ma non funziona così, e lo sai.

Ciononostante, ti crogioli nell'osservare quella tua inesistente vittoria, figlia di un inesistente pensiero.
E stai lì. Assorto. Alternando i convincimenti.

Perché le regole le conosci. Eppure non ti basta.

30.8.11

Abbandoni


Perché abbandonare significherebbe lasciare un altro pezzo di te incustodito.
Non importa che sia una persona, un'idea, una situazione: recidere quel legame implica ben più della perdita.

Non c'è la linea tratteggiata che ti aiuta. Non c'è precisione in un abbandono.
Ci si affida all'incostante giudizio di uno strattone, si chiudono gli occhi e si abbraccia il vuoto, scivolando lungo il profilo di quello strappo.

E mentre cadi non puoi fare a meno di perdere lo sguardo nei brandelli di te che sono rimasti aggrappati all'altra parte, sperando che non ti siano essenziali, sperando che non ti mancherai troppo.

Cadi, fino ad accorgerti di essere fermo, di essere in piedi.

29.8.11

Dylan Dog n. 300 - ovvero non sono qui per lodare Dylan ma per seppellirlo


Allora, che il numero sia celebrativo è indubbio!
Su che cosa si stia effettivamente celebrando invece sorgono alcune perplessità.

I più maliziosi diranno che la cerimonia a cui stiamo assistendo è un funerale e si preparano alla nuova alba di un morto vivente.
I meno maliziosi diranno 'che figata' e s'inebrieranno di meta-fumetto, citazioni, citazioni delle citazioni, ritorni illustri e finalmente.
C'è chi dirà che non c'è storia, che è solo un pastiche randomico fatto prendendo a caso pagine dei vecchi albi. C'è che anche i quadri di Pollock li avrebbe potuti fare un bambino di 3 anni.
C'è che se questo numero è ottimo (almeno così leggo in giro) allora facciamoli tutti così.

Anzi, ad alcuni verrebbero da suggerire un po' di soggetti, tanto se per fare una buona storia basta mettere gente a caso presa da episodi precedenti, senza una trama, senza un legame, un filo conduttore, allora sono capaci tutti (anche un bambino di 3 anni, quello di Pollock di prima per esempio).

Io, di mio, non dico niente. Il mese prossimo forse ci sarà il 301.

Ah, i colori sono belli. Belli davvero.
Sono di Daniele Rudoni .



28.8.11

John Doe n. 11 - ovvero rilancio a effetto


[Pericolo - Spoiler sparsi!]

L'effetto finale di questo John Doe è che mi sono divertito.
Che per un'opera d'intrattenimento direi che è sicuramente un buon risultato.

A iniziare dall'effetto Droste della copertina, passando dall'effetto Holtzman che fa viaggiare il Golden Boy attraverso lo spazio che divide la finzione dalla finta realtà (e, per i più speranzosi, forse dalla realtà reale), inciampando sull'effetto farfalla causato da lievi particolari disseminati nelle storie fin dai primi numeri, perdendo il fiato in un effetto domino di situazioni (c'entrasse Fato, magari) che sempre più rapidamente hanno contribuito all'effetto Forer di un delirante dio, che di fronte alle pagine di un fumetto crede di aver trovato sé stesso.

Lancia un tiro a effetto quindi Roberto Recchioni. Dal monte di lancio osserva di soppiatto la posizione dei lettori e poi, dopo aver schernito il battitore, solleva il ginocchio a nascondere dove ha deciso di direzionare.
E spara.

Sì, perché invece della palla nascondeva una pistola dietro al guantone.
Una di quelle vecchie colt che sono addirittura belle da vedere. Lucidata per le grandi occasioni.
La pistola perfetta per un suicidio.

Povero, piccolo John. Dio smarrito e incazzato che accelera la confusione della propria morte sbagliando.
Sbaglia. Nella sua perfezione di divinità sbaglia continuamente.
Amici, nemici, nemesi: mai una scelta vincente per lui.

E di questo approfittano i tre sceneggiatori, trovandosi faccia a faccia col loro personaggio ne sfruttano tutte le debolezze, in primis la sciocca presunzione di sapere, di interpretare il reale con le regole dell'irrealtà, e soprattutto di confondere l'irrealtà col reale.

Perché la sospensione dell'incredulità travalica, si ripega su sé stessa in un'alternanza di chiaroscuri che tratteggiano una figura impossibile in cui l'occhio e la mente si perdono.

A ogni cambio di scena occorre riordinare le idee per verificare effettivamente in quale piano della finta realtà siamo atterrati..
Pur sapendo che è solo un gioco non si riesce a essere tranquilli fino in fondo.
Recchioni raccoglie la fiamma di quella sensazione di inquietudine appicciata da Bartoli nel precedente capitolo, e la usa per rischiarare a tratti le stanze in cui ci sta conducendo. Una luce traballante, misteriosa, mai chiarificatrice.
Potrebbe essere una prigione, una cantina in cui ci ucciderà, la suite di un albergo a 5 stelle: non lo percepiamo mai chiaramente.

Quel che intuiamo è che la colpa è nostra. O almeno questo è quello che crede John.
I tre bastardi lo hanno convinto che i responsabili siamo noi, lui era incazzato, molto. E ora lo è con noi.

Dobbiamo preoccuparci?
Probabilmente sì, o forse no ché è solo finzione. Perché è finzione, vero?

L'unica cosa che sappiamo è che il viaggio del nostro dio sarà ancora lungo.
Da oggi in poi ogni numero sarà il primo, ogni storia un inizio, un rilancio.
In affanno tra le carceri dei vari generi, arrabbiandosi ancor di più nel convulso labirinto della ripetitività, delle storie già viste, della tranquillità editoriale: quello che John non ha mai  vissuto, insomma.

E in quel patimento matureranno le sue convinzioni, le sue paranoie, il suo odio.
E magari arriverà qui.

Ma solo quando arriverà il momento sapremo effettivamente dove saremo in quell'istante.
Effetti.

Speriamo non sia un effetto cobra.

Ah, quattro disegnatori per questo numero. Quattro prestazioni davvero encomiabili. Citare un preferito in tale diversità è sicuramente un inutile spreco di paragoni.
Ma Rossi Edrighi mi ha simpaticamente intrattenuto.

Chi la fa da padrone comunque è il detective Smullo,
il vero totem a cui si affidano le nostre certezze, la nostra mente spiazzata dal meta-fumetto. La nostra trottola in questo delirante Inception è proprio lui.
E alla fine ci rendiamo conto di dove siamo, contiamo i passaggi attraverso i differenti strati della finzione, disegni, idee, parole, sceneggiature, e ci rassicuriamo di essere nella realtà che conosciamo.

[ho volutamente evitato fino alla fine il termine meta-fumetto, me lo sto tenendo per Dylan Dog 300 se mai riuscirò a scriverci sopra qualcosa che non parli degli splendidi colori...]

25.8.11

Notti (post che avrei dovuto scrivere il 25.01.2002)

Perché la notte ormai sei tu.
Sei nel buio ventoso che bussa alle finestre.
Sei nella luce pallida che mi sfiora il volto.
Sei nel silenzio di una risposta.

Sei tu la mia notte.
Universo inesplorato in cui smarrirsi.
Piacere inespresso.
Parole.

Sei la notte.
Gelida processione delle mie dita che ti parlano.
Che ti cercano.
E mi perdo in ogni sorriso immaginato.

In una notte, che ormai sei tu,
trattengo i miei respiri
e m'inebrio di te.
Di questa notte.

24.8.11

Pierre Menard, autore del Chisciotte

Google oggi mi dice che ricorre il 112° anniversario della nascita di Borges.
Non mi ricordo quanto tempo sia passato dalla prima volta che ho tenuto tra le mani quel libricino 'Finzioni', erano diversi anni fa, molti probabilmente.

Addirittura troppi, e non credo di essere riuscito a comprenderlo pienamente. Forse neanche adesso.
Ma mi ricordo di essere rimasto assolutamente affascinato da un racconto.

Lo rileggevo di continuo. Lo trovavo assolutamente geniale, disarmante.
Lo credo ancora, e ogni tanto mi chiudo nel mio silenzio e lo rileggo. Sognante, incantato, meravigliato.
E invidioso.

E' questo qui.

Un male cane (post che avrei dovuto scrivere il 13.08.1986)


L'odore del cloro combatte nelle narici.
Le piccole gocce che scendono dai capelli, ancora bagnati, si oppongono al fetido respiro di quella lingua rugosa che penzola a pochi centimetri dal mio viso.
E' tutto fermo. Il sangue che cola dalla ferita all'altezza dello stomaco, quel bruciore scivoloso, le grida.

Un silenzio caldo d'estate mi circonda, ronzio leggero di api, vociare distante.
Mi accorgo che non è il rumore di adesso, non il bavoso ringhiare che vibra sul mio collo, non l'abbaiare furioso di denti ingialliti. E' il rumore di qualche istante fa.
Come se in quella scena inaspettata si fosse perso il sincrono tra audio e video.

Ho ben presente quand'è successo. Lo ripasso nella mente mentre gli occhi fissano i canini aguzzi, scheggiati in un lato, venati di nero e sangue. Mio.
Come una di quelle polaroid che mi hanno regalato, vedo l'immagine darsi corpo di fronte ai miei occhi.
Dapprima è un prato, due bambine che giocano, un signore col cane al guinzaglio. Ma è solo la nebbia.
Al diradarsi di quella pellicola fumosa, la scena muta. Non giocano ma piangono spaventate, non c'è un guinzaglio ma solo due dita intimorite che strattonano il pelo arruffato di un pastore tedesco.

La fisso nella mente molto prima di rendermi conto. La intuisco soltanto nell'attimo stesso in cui la vedo evolversi.
Il peso del cane mi fa indietreggiare ma non cadere. Le zampe sulle mie spalle lo portano a superare la mia testa col muso. E' solo un attimo.
Scivola giù aggrappandosi con le unghie alla mia carne che sa di cloro. Spinge. Spinge per risalire, e il suo alito ferroso percorre le mie spalle inseguito dal ruvido graffio di quei denti marci.
Penso che sembrano di plastica.

E io tornavo dalla piscina. Per la prima volta ero stato nella parte alta, due metri e venti. Mi avevano buttato, neanche lo sapevano che non c'ero mai stato, potevo non essere in grado di nuotare: ma lo sono stato. Slittando sul bordo liscio sono precipitato in acqua, attorno a me una processione di piccole bolle a solleticare la pelle, gli occhi che bruciavano, un sapore pungente a graffiare la gola.
E felicità. Una soddisfazione appiccicosa come il miele.

Nella corsa gracchiante di infradito in gomma, nella carezza del trifoglio sotto le piante dei piedi, nel sole che pizzicava sulla schiena bagnata: felicità.
Nella sua forma più pura, senza compromessi, senza strumenti per arrivarci, felicità di sé stessi, in sé stessi, per sé stessi.
E aveva un profumo strano quella sensazione. Caldo. Buono.

Ora l'unico sapore è quello del pelo bagnato che mi si è infilato tra le labbra.
Sento che ho paura. Sono paralizzato dalla paura.
Ma non voglio dargli la soddisfazione di vedermi piangere. E lo fisso.
Intuisco la smorfia del mio volto, ma non piango. E lo fisso.

Fino a che non sento strattonare, vedo le mani che lo tolgono di peso da me.
Adesso sì che piango.
Ma non è la paura, o il dolore, o lo scampato pericolo.

No! E' quella felicità, quell'istante perduto che mi è scivolato dalle dita appena ho aperto il pugno, l'avevo tenuto lì per tutto il tempo, difeso, protetto.
E ora è solo un'ombra che zoppica percorrendo la strada dei ricordi.

Ora c'è silenzio davvero. Un vuoto di parole mi si aggrappa al respiro.
Smarrisco i pensieri in un futuro immaginato.
Riassaporo.

Andiamo in ospedale.

23.8.11

leggere leggero


La verità è che ho una serie di recensioni ferme in testa e non ho assolutamente voglia di tirarle fuori.
Anche perché, e diciamoci la verità, recensire un fumetto da edicola, con una storia che magari è incastonata in una continuity più ampia, con trame sottotrame sottosottotrame che si dipanano, arrivano, rientrano, spariscono, riferiscono, ha l'utilità di un gettone del telefono.

Un senso sì, una funzione anche, ma utilità proprio no.
Se non per me, che infilo una parola dietro l'altra e me ne libero, le abbandono sul ciglio dell'autostrada mentre la mente se ne va verso altri pensieri.

Due settimane di ferie e in pratica non ho letto niente. Facendo una brutale sintesi:

Julia 155 - Oltre il confine: da far leggere a tutti quelli a cui Julia non convince, per il semplice fatto che oltre il confine solito ci va anche la narrazione, l'impostazione dei personaggi, le vicende. Di per sé una storia anomala, leggibile come tutte, ma con la sensazione di qualcosa di differente.
Provi a sostituire la protagonista con qualcun altro e tutto funziona, e questa è una cosa che in questi contesti mi fastidia sempre un po'.
Ma fa comunque piacere che si cerchino strade nuove, ambientazioni nuove, emozioni differenti.
Ché Julia mica è Tex.

Cassidy 16 - Il ricatto: ecco, per dire. Cassidy è una miniserie, mancano due numeri alla conclusione, c'è davvero qualcosa su cui discutere prima che finisca? Comunque Ruju continua a tessere la tela, i vari personaggi, visti o intravisti, iniziano a confluire verso l'epilogo.
L'impressione è che questo sia l'episodio in cui è stato tolto il tappo della vasca da bagno.
L'acqua vortica, trascina con sé la nostra attenzione, ma non assume ancora quella velocità ipnotica che eccita gli animi.
Sembra sempre che succeda troppo poco. Ma come dicevo qui, è comunque gustoso da aspettare.
E aspettiamo.


Nathan Never 243 - Incursione notturna: titolo brutto, Nathan in copertina con le basette, ultimo numero della pre Guerra dei Mondi. Finalmente!
L'altalenante concetto di etica nell'Universo Alfa trova in questo episodio la più incostante delle sue rappresentazioni. E Nathan si rivela nuovamente indecifrabile, dicotomico, incostante. Insomma, quelle robe che i nerd dicono ma nel numero 90 ha detto, che poi quando Reiser, e allora perché quella volta invece, e Sig, perché Sig se lo sapeva ed era suo amico, ma lui lo sapeva e l'avevano mostrato...etc, etc, etc.
Comunque l'impressione è che si sia cercato di allungare il brodo per trascinare nelle ultime pagine le due staffilate finali.
Ahimè, l'internet in queste cose è spietato e già si sapeva tutto... Dannata globalizzazione!

Comunque io li ho letti volentieri tutti e tre. Leggermente, ma volentieri.

Per ora questi. Ché del Dylan Dog Color Fest forse è meglio se non ne parlo e il Dampyr adesso mi sfugge se l'ho letto o no.

Tornerò.

21.8.11

L'attore di Pisa

Bene.
Le ferie sono irrimediabilmente terminate.

Teoricamente non sarebbe neanche il caso di parlarne. Probabilmente non lo farò, o magari tra qualche mese o qualche anno.
Sarebbe facile. (Post che avrei dovuto scrivere il...) e così lascerei il tempo di disperdersi a quest'incerta cognizione di me stesso, ruvido sfregarsi del fiammifero di un equilibrio che non si accende.
Scintille sparse e nessuna fiamma.

Per ora Pisa.
Che, si sa, è questo


Ma sinceramente mi piace pensare che sia questo:


Regole a cui trasgredire.


Testardaggine.

Ma soprattutto:












Soprattutto persone che si sbracciano, che si affannano illudendosi di manipolare la realtà, simulando una forza che non gli è stata data, caricandosi di pesi effimeri, lontani da sé stessi, eppure convinti di dare al mondo l'impressione di farcela, che sia vero.
Recitano la loro parte con convinzione, attori improvvisati che sfogliano uno scarno copione.

Ma basta spostarsi un semplice istante dal loro punto di vista per smascherare il trucco, e vederli per come appaiono veramente: fantocci in pose assurde, ridicole marionette a imitare un'idea ormai logora e deforme.
Gente, che fa la gente.

E io tra loro.

(e tra parentesi, io li adoro, starei giorni a fissarli, fascino ipnotico dell'irreale, dell'incredibile, dell'incosciente...grazie gente!)

Vajont - foto e poco altro

Vedete questa collina?

Cinquant'anni fa non c'era.

E' scivolata giù da qui
dal Monte Toc, il monte marcio.

Era la notte del 9 ottobre 1963, in quell'avvallamento dove ora si erge la collina c'era un lago. Un lago artificiale trattenuto da una diga. Se ritornate su sulla prima foto la vedete in basso a destra.

Ve la mostro meglio

264,6 metri di altezza, invaso massimo a 722,5 metri sul livello del mare, 168,715 metri cubi di capacità. Era la più alta del mondo, un capolavoro di ingegneria. Un capolavoro.

Lì dove ora c'è la collina c'era un lago.

Un lago che aveva raggiunto la sua altezza massima e che ora si stava cercando di abbassare in tutta fretta.
E proprio quell'acqua che aveva sollevato la frana, ora le stava togliendo la base d'appoggio: la notte del 9 ottobre 1963.

Dapprima il rumore del Toc che precipita giù, 30 metri al secondo, 270 milioni di metri cubi di terra e rocce.
Poi l'onda, il lago che si svuota, l'acqua scacciata dall'irruenza della montagna.

Un'onda tricuspide dicono. Due fronti risalgono le pareti della vallata, uno sale verso Casso e ricade sulla frana, l'altro scavalca la sponda del lago e si infrange sul paese di Erto.

Il terzo, 50 milioni di metri cubi di acqua, si alza 100 metri sopra il ciglio della diga, si porta via il coronamento che la sovrasta e, almeno per metà della sua portata, la scavalca.
25 milioni di metri cubi d'acqua s'insinuano nella stretta gola del torrente Vajont, acquistano velocità, spingono per uscire.

Passano da qui, buttandosi nella valle del Piave.

A 100 chilometri orari.
L'onda d'urto generata dallo spostamento dell'aria è stato equivalente a quello della bomba di Hiroshima. Sarebbe bastato quello a spazzare via Longarone. Invece c'è stata anche l'acqua, il fango, le rocce, i detriti.

C'è stato il buio, il frastuono, la pioggia dal cielo stellato. Lo stupore, lo stordimento, la paura.

Poi il silenzio. Rumoroso.

Ora c'è solo una diga. Un capolavoro d'ingegneria che ha resistito a una sollecitazione 7 volte superiore a quella per cui era stata progettata. Un capolavoro.

Un precipizio di calcestruzzo che scende giù come l'inferno di Dante.

Chissà se tratterrà anche questa lacrima...

15.8.11

senza thè


Io non bevo, tipo neanche le bibite gassate. Non fumo, non mi drogo, tipo neanche la redbull. Sto lontano dal caffè, ultimamente mangio anche poco. Non gioco a poker e sono fobico delle dipendenze, non prego e mi dà soddisfazione impegnarmi nei preliminari.
Insomma, come uomo sono un disastro.

Succede quindi che, in questa situazione, appena uno c'ha un attimo di depressione diventa decisamente complicato gestire la cosa.
Fino a qualche tempo fa aprivo il frigo e quel che succedeva succedeva, adesso invece mi sono impuntato che no, che se proprio devo essere ostinato in qualcosa, debba essere nell'attacco a quei chili di esistenza incerta che mi sono caricato addosso in questo mio vivere irrispettoso.

Dunque più niente. Solo me stesso.
E non sono proprio uno di compagnia.

E poi c'è l'Estathè.
La mia madeleine preferita. L'esaltazione del ricordo di ciò che dovrei abbandonare, invece.
Indelicato controsenso che si insinua tra i meccanismi della mente, omeopaticamente.

Tutto questo per dire che si ricomincia a scrivere.

Tanto domani si riparte e si ritorna sabato, quindi non si scriverà neanche lo stesso: ma almeno la testa adesso funziona!


13.8.11

ritorni





Bene!
Siamo tornati... Vivi, vegeti e ingrassati.

Perdo quei 4-5 chili e poi ricomincio a postare!

9.8.11

di speranza

Perché la speranza è una puttana.
La paghi per illuderti di ciò che non hai, e lei ti regala un sogno surrogato e finto.

Nel consolatorio amplesso tra ragione e dolore si adagia nell'oblio di un attimo.
Per ricordare ancora più forte, poi.

E rivivi quell'istante, pensando che non era il caso, che non ne è valsa la pena.
Ma lei si è già presa quel che doveva prendersi di te, e già è scomparsa dietro l'angolo fumoso del disinganno.

Ma la ricercherai.
Già lo sai.

E giocherà di nuovo con te, la sua illusione a pagamento.

5.8.11

George Clooney in: un piano infallibile!



quello che non si è

Ché potrai anche essere bravo a dissimulare, ma quel che sei non lo cambi.
Certi atteggiamenti, certe vie crudeli che continui a percorrere, non sono solo tue: sono te!

Parte inscindibile dell'essere te stesso, elemento costituente di quel tutto che ti trascini addosso, a volte stancamente, ma sempre con la sciocca fierezza di sentirti tuo. Anche quando ti allontani da ciò che sei, brevi sprazzi di altra vita, terribilmente insopportabile, talmente inconciliabile da bruciarti dentro.
Sale sulle ferite di un nuovo cercarti.

E quindi continui a fare te stesso, con la lucidità incosciente di chi è convinto di un'idea, annaspando come una mosca su un vetro, a volte, ma sempre con la sconsideratezza di credere in ciò che si è.

Perché tanto quel che sei non lo cambi.
E ti ritrovi a pensarci, in bilico tra la rassegnazione e il vanto. Dolentemente incerto.
Rimani lì.

Accarezzando ombre di te stesso per scrutarti con altri occhi.

3.8.11

parallele che s'incontrano

Splitscreen: A Love Story from JW Griffiths on Vimeo.


Per arrivare a questo video ho fatto così e così.
Per vedere sempre qualcosa di interessante è uno dei modi migliori.

Facecook: l'angolo cottura del mercoledì 8


Alla faccia di quelli che avevano puntato sul suicidio: eccomi qui!
E' che i bookmakers inglesi mi davano 5 a 1. La mia commercialista ha detto che non mi conveniva!

Altri due giorni di lavoro di lavoro. Poi si parte.
Nel frigo verranno stipate le birre per abbeverare gli amici, che si alterneranno alla nutrizione dei rarissimi esemplari di animali esotici che convivono con noi, in un ambiente appositamente ricreato per loro.


Quindi in questi giorni occorre liberare spazio.

Tutto ciò che presenta una scadenza inferiore a 10 giorni verrà estratto coattamente dallo scaffale in cui solitamente alloggia,  accuratamente disposto di fronte agli occhi scrutratori di un'apposita commissione, e infine a ognuno verrà assegnato il ruolo più adatto da recitare in questa mirabolante rappresentazione appositamente allestita.

Ogni ingrediente si esibirà, da solo o in gruppo, rigorosamete dal vivo.

Uovo e macinato di manzo ci delizieranno con Il deserto della Tartare.
Opera finemente tritata in punta di coltello, in cui l'estrosità della senape si unisce al gusto della cipolla dolce, in un amalgama compatto eppur scioglievole.
L'esibizione prevede di emulsionare in una terrina dell'olio d'oliva con sale e pepe e un po' di senape, si aggiungerà poi il succo di un limone seguito da una piacevole fuga di elementi tritati: cipolla, aglio e prezzemolo.
Quando tutto sembra concluso, ecco il colpo di scena: tuorlo d'uovo!
Siamo pesche sciroppate, coglione!

Dopo questo finale mozzafiato non resta che amalgamare per bene tutti gli ingredienti aggiungendo qualche goccia di salsa Worcester.
L'epilogo, amabilmente distribuito su un piatto teso, sarà delizioso.

Saremo poi estasiati dal Tempo delle melanzane(♫ dreams are my reality...♫♫)
Brillante commedia romantica che contrappone l'acidità di una melanzana di città con la molle impacciataggine contadina di una mozzarella di bufala.
L'anima amarognola della melanzana si addolcirà sulla piastra dell'amore e morbidi petali, tagliati abbastanza sottili, avvolgeranno in un caldo abbraccio un cuore di mozzarella, ridotto a tocchetti da un primo rifiuto di lei.
Sarà l'intervento risolutivo della passata di pomodoro a dare una nuova speranza alla coppia.
Arrotolati tutti e tre in uno stretto rapporto, passeranno 20 minuti nel forno della passione, fino a capire davvero quanto si amano.
Celebrerà il matrimonio un filo d'olio.

Scroscianti applausi finali, ovazione, ovulazioni improvvise, adulazioni provvisorie...

E siccome c'è anche chi non ci crede, la foto di rito:


Ma affidiamoci al giudizio incontestabile della nostra giuria.

La melanzana batte sempre sul Deuteronomio!

MeeheheX!
Sento l'odore della tua tartare!fhfhfhfhf

2.8.11

malinconie

Ci sono cose che succedono mentre tu sei qui a scrivere le tue cazzate.
Non le cose del mondo. Altro.

Ci sono cose che capitano a te, anche se tu non ci sei.

E ti ritrovi a ritornare indietro sui tuoi passi, calpestando i pensieri di ieri, indietro.
Fino ai ricordi: un amalgama informe di esistenza fallace, di attimi scaduti. Fuori tempo massimo.

Mescoli la tua tristezza con qualche fugace istante di felicità, con l'illusione distorta di poterla addolcire.
Eppure ogni sorso lo senti sempre più amaro.
Fino a godere di quell'asprezza.

Sentirla tua.

E pensi che non vuoi scrivere nulla di ciò che spinge alle porte di te stesso, spintonando per uscire.
Anche se sai che in ogni parola troveresti la tua catarsi, il tuo sfogo, la tua liberazione.
No.

Ne sei geloso addirittura. Pur non sapendo neanche effettivamente cosa sia. Eppure è tua.

E rimani lì. In attesa della prossima idea.

Stavolta passo.
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