12.9.13

La pazienza del destino - ovvero all'arme a Hollywood


Ci sono certe storie che arrancano. Ti trascinano lungo salite sfiancanti, addirittura vie ferrate in cui devi premurarti a ogni passo di avere almeno un moschettone agganciato al cavo. Sono storie che rischi di perdere, vuoi per spossatezza o vuoi per noia. Sentieri dal passo incerto, su cui il proseguire diventa un evento dubbioso, uno sforzo di volontà.

Questa non è così, lo dico subito. Anche se, almeno fino a metà, tutti gli elementi che potrebbero ridurla a quello si affacciano in dosi variabili sparsi tra le pagine, accentuando di volta in volta un attrito che rimane però sempre al limite.

(Non impazzisco per i disegni di Freghieri e questo non mi ha aiutato, lo ammetto. Ma è una cosa che mi porto dietro da Frankestein! o Armageddon! [che chissà come mai gli danno da disegnare tutti i titoli col punto esclamativo!] Comunque Freghieri c'ha regalato la Diana con tre mani in Ultima fermata: l'incubo! [punto esclamativo] e per questo gli vorrò sempre bene
)

Ci vuole pazienza.
Come quando aspetti l'alba, ché il sole necessita dei suoi tempi per sorgere e a volte le tende della notte sono panni pesanti da sollevare. Ci vuole pazienza, sopportare il buio per poi vivere un estasi che si consuma in un istante. Pazienza.

È che Paola Barbato confeziona una storia che è come quei vecchi giocatori di scacchi nei parchi. Quelli che preparano la scacchiera in modo meticoloso, dispongono i pezzi lentamente, uno alla volta seguendo un ordine studiato. Ragionando su quale pedina possa meritarsi una determinata casa, misurandone la posizione per cercare il centro perfetto di ogni casella, il baricentro che permetta l'equilibrio perfetto di quella disposizone iniziale, come se ogni figura dovesse rimanere lì per sempre.
E tu sei lì che guardi, che aspetti impaziente, che reclami il gioco, il movimento, la partita. E non comprendi che state già giocando, che quella monotona preparazione è già movimento, già strategia, partita.

Va così. Che quel che sembra l'inizio altro non è che la fine. E il vecchio apre. Apertura del barbiere. E in poche mosse è già matto. Ti ha fregato.
Ecco, questa storia è questo, si prepara lentamente, dispone i suoi pezzi e in poche mosse ti frega.

Personaggi stereotipati da hard boiled, e lo dico in senso positivo, una Hollywood in cui nessuno è buono, non ci sono personaggi positivi in scena, quelli esistono solo nei ricordi, fotografie, flashback.
Il presente è costruito invece su ombre e penombre, su un protagonista che recita la sua spietata ambiguità, riproponendo in un racconto solido e onesto un vecchio inciso: che non c'è redenzione per nessuno.

Copertina meravigliosa di Di Gennaro, ma che ve lo dico a fare?


4 commenti:

  1. non l'ho ancora letto ma ci tenevo a dire che invece a me freghieri piace. come fumettista. come uomo non so.

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    1. beh, è un bell'ometto http://1.bp.blogspot.com/-M4RwQBiSCJM/UayYXw_9z3I/AAAAAAAAHMs/fECftdWh0CA/s1600/Giovanni+Freghieri.JPG

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  2. Una mano in più può sempre tornar utile.

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È l'ultima cosa che potrete dire in questo posto. Pensateci bene prima di scrivere le solite cazzate...

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