19.9.13

I kill giants - ovvero tarlo martello


A leggere troppi fumetti può capitare di rischiare di rovinarseli.
Cioè, pur essendo i meccanismi narrativi molteplici e spesso sorprendenti si sa che tendono comunque a ripetersi. Si ripetono i personaggi, si ripetono le storie, le soluzioni, i colpi di scena, i finali.
C'è una bella parola in spagnolo: acostumbrado. Significa, più o meno, abituato, avvezzo, quasi assuefatto.

Ecco, quando leggi un fumetto dopo averne letti tanti ti rendi conto che c'è una parte della tua mente così acostumbrada alla narrazione che tende a fuggire via, a precorrerla.
Un po' come uno scacchista percorre in automatico tutte le soluzioni che siamo in grado di elaborare, le esamina, le soppesa, ne decide la più probabile in base allo scorrere delle vignette, come un algoritmo d'intelligenza artificiale impostato sullo svelamento del trucco. Occhi allenati a vedere i fili.

Che per certi libri 'sta cosa tende proprio a rovinarteli eh, altri invece resistono, ti ingannano, ti sfidano portandoti sul loro terreno, e lì non sai se vincerai, ma la mente è cosa imperterrita e ci prova lo stesso.
Gli altri, quelli che sai dove vogliono andare a parare, quelli che non poteva essere che così, quelli che vabbé si capiva, era ovvio a pagina tre, ecco, questi altri libri che senso hanno? Cosa possono dare al lettore?

Adesso lo capiamo.

I kill giants è un libro bello (dal latino bellu(m) ‘carino’, che deriva dalla contrazione della parola bonolus ‘buono in parte’), dove il continuo smascheramento degli intenti (seppur non volontario) diventa un espediente per arricchire la narrazione, per distogliere la mente da complicate congetture e permetterle di dedicarsi con serenità alla magia delle tavole, alla loro leggera intensità, epicità tascabile.
Perché una delle tante cose che funzionano di questo libro sono proprio i disegni, anzi, probabilmente è la cosa che funziona meglio.

Una storia di formazione permeata del concetto di deformazione, dove il reale è il fine ma non il mezzo.
Barbara, ragazzina asociale di Long Island, irrequieta, irrisolta, irridente. Barbara che si rifugia in un mondo terribile, spaventoso pur di fuggire dal suo mondo spaventoso e terribile.
Un mondo, il primo, in cui i Giganti sono la razza dominante, in cui sono la razza malefica dominante.
Ma in quel mondo lei ha un'arma, nel mondo 1 può difendersi, ad averlo nel mondo 2 uno strumento del genere, il mitico martello Coveleski, ma c'è solo nel mondo 1.
Allora viene facile sovrapporre mondo 1 a mondo 2, e poco importa se i Giganti invaderanno entrambi. Tanto c'è Coveleski!

Ecco, anche se di pagina in pagina diventa sempre più facile capire come funziona, cos'è Coveleski, chi sono i giganti, chi è Barbara, la sua famiglia, il suo malessere nei confronti del mondo. Anche se sappiamo come finirà (o quantomeno possiamo intuirlo con un buon margine probabilistico), la lettura riesce a mantenersi sempre avvincente, mediamente emozionante, visivamente stimolante.

Ché, a voler proprio andare a cercare una pecca, quello che non risulta perfettamente a fuoco nella storia è quel senso di tragicità che la permea senza soluzione di continuità. Cioè, dei siparietti leggeri ci sarebbero anche, ma difettano sia di comicità che di ironia rimanendo delle scene vuote, senza un effettivo riscontro emotivo. (che ad andare in fondo al libro e a leggere le vignette umoristiche sull'ideazione della storia realizzate dagli autori, si capisce anche come mai. Che non ce n'è una che faccia quantomeno sorridere, insomma, non era il loro ambito...)

Quindi, abbiamo un racconto abbastanza prevedibile, di quelli che non poteva essere che così, che vabbé si capiva, che era ovvio a pagina tre, eppure abbiamo un racconto che funziona. Perché? Perché è scritto bene e disegnato meglio, perché anche se non sa sorprenderti riesce comunque a meravigliarti, perché a volte un viaggio è speciale non per la meta ma per chi ti accompagna lungo il percorso.
Ecco, Joe Kelly e JM Ken Niimura sono degli ottimi compagni di viaggio.


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