30.9.13

Un lavoro vero - ovvero il puro di Berlino


Ci sono libri che mi prendono alla sprovvista.

Molte volte è solo un discorso sul come me li ero immaginati, spesso un titolo o una copertina sono micce che accendono un percorso di fantasia attraverso cui lambire quelle che in genere vengono chiamate aspettative.
In altre occasioni, invece,è una questione di chimica, di reazioni inaspettate. Un po' come la prima volta che lasci cadere una mentos in una bottiglia di coca cola e, per quanto tu possa averlo visto già mille volte su youtube, di fronte a quel inarrestabile disastro ti sorprende una inattesa, infantile meraviglia.

Un lavoro vero di Alberto Madrigal è stato un po' questo. Questo della coca cola, dico.

Ne parlo con una certa inadeguatezza, lo ammetto. Perché andrebbe fatto un discorso un po' più serio sull'accurata semplicità dei disegni, l'uso meticoloso dei colori che ti guidano in una sorta di percorso cromatico sospeso tra differenti piani temporali. Una sorta di finestre della memoria da cui sbirciare rapidamente, rubare un perché, chiarire un dopo attraverso i vetri colorati del prima.

Dovrei parlarne, sì.
Eppure in questo momento mi va di starmene qui, a sorprendermi di quanto questo fumetto sia stato capace di descrivere il mio personale zeitgeist. Non tanto la tendenza predominante di questo scampolo di secolo, cioé forse anche sì ma non ho un punto di vista così preferenziale da riuscire a far combaciare le atmosfere della storia con lo spirito di questo tempo.
Ma con lo spirito del mio intimo vivere sì. Fuori tempo massimo, ovviamente.
Ché avrei dovuto essere io quindic'anni fa a pensarlo, e invece lo sono adesso, a trentasette, in bilico sulla corda tesa dell'irrealizzazione, a percepire la scomodità di ogni posto in cui mi siedo dovendo comunque combattere con la soddisfazione pigra dell'essere seduto.

Un lavoro vero è un libro che parla di sé stesso. Racconta di com'è nato, di quali siano i meccanismi che ti portano a credere e a non credere in ciò che fai, di come gli incontri con certe persone ci modifichino, a livello del DNA. Parla di bisogni, necessità, di cose per cui siamo fatti. Cose a cui rinunciamo solo per finta, magari perché quando non le sentiamo vicine diventano ancora più vere e intense. Ma questo lo scopriamo solo dopo. E il dopo implica sempre che ci sia stato un dolore, prima.

In effetti avrei ancora diverse cose da dire. Sui personaggi, sulle città viste dall'alto e da dentro, sulle cose che capitano e su quanto spesso una passione riesca a trovare comburente nel tempo che non le dedichiamo piuttosto che nello spazio immenso di un'assidua dedizione.

Ecco, avrei diverse cose da dire, sì. Ma perché?
Alla fine sono solo cose mie, magari anche noiose. E quindi non le dico, me ne resto qui, nello spirito del mio tempo, a scoprire dove mi porterà tutta questa incompiutezza.
E della storia non serve neanche che vi racconti.

Insomma, leggetevelo.

23.9.13

Gli elementi del disastro


In realtà non è che mi importi molto che l'altro giorno sia morto Alvàro Mutis.
La gente muore, è una necessità.
(metto le mani avanti, non stiamo affrontando questo tema qui e nemmeno questo. Soprattutto perché alla gente, quella vera, che se ne sia andato uno dei poeti più rilevanti di questo secolo e di quello passato poco gli cale. Come a me tra l'altro. Però almeno uno che scrivesse 'RIP Alvàro, hai consegnato alla morte una goccia di splendore' ce lo potevano anche mettere su facebook, magari finto, che tanto poi gli altri si accodano...)

Non ho molta voglia di scrivere, lo ammetto, sarà questa disperata assenza di noia, oppure l'autunno che mi schernisce, che non arriva e mi schernisce, e io, probabilmente, forse, avrei un sussurato bisogno che mi schermisse, invece. [ho notato che nei post precedenti mancavano delle virgole e dato che non mi sembrava corretto modificarli le ho inserite tutte nella frase precedente. Questa frase invece non ha virgole a causa del karma.]

Fatto sta che, alla fine di tutto, un giorno muori.

Che a quel punto si potrebbe anche decretare di aver già dato abbastanza, signori si chiude, buongiorno, buonpomeriggio e se non ci vediamo buonasera. Si potrebbe.
Perché il rischio ormai è quello di non morire in pace, come se non bastasse il pressoché diffuso non vivere in pace.

Opzione 1 - Muori, vieni messo in una bara e tumulato
Ipotesi migliore: un raggio alieno risuscita il tuo cadavere e lo trasforma in un'arma di distruzione di massa
(vedi qui)

Opzione 2 - Muori e doni il tuo corpo alla scienza
Ipotesi migliore: fanno esperimenti sul tuo corpo con elettricità ad alto voltaggio, ti mettono un cervello ab ab qualcosa e il tuo cadavere risuscita
(vedi qui)

Opzione 3 - Muori immolandoti per i peccati dell'uomo
Ipotesi migliore: appendono l'immagine di te, inchiodato a una croce e con degli addominali da paura, in tutte le scuole. Dopo tre giorni intanto il tuo cadavere risuscita.
(vedi qui)

Opzione 4 - Muori, vieni messo in una bara e cremato
Ipotesi migliore: tra centinaia di anni i tuoi parenti proveranno a clonarti ma dato che le tue ceneri sono mischiate con quelle del legno della bara nascerà un essere mezzo te e mezzo pioppo
(vedi qui)

Insomma, non c'è redenzione: non si può morire in pace.

Ci sarebbero anche altre opzioni che mi vengono in mente. ma la premessa era che non avevo voglia di scrivere, e infatti non ne ho voglia. Ché io mantengo sempre le premesse.

Appena mi va parlo di Sailor Twain.

E di altre cose, se miva.

E si è concluso Dexter.

Fine.

22.9.13

Morto per miracolo


L'attendo, come quando da piccolo aspetti che ti leghino una scarpa slacciata. Osservando con la bramosia di svelare ciò che fino a quel momento continua a essere solo magia.
Quando stacca la matita dal foglio sembra soddisfatta.

Lo vedi, mi dice. Combaciano!
Combaciano perfettamente, dove uno si espande l'altro si ritrae, camminano lungo la stessa curva, si uniscono nella più perfetta delle simbiosi, mai simmetrica eppure sempre equa, equilibrata, giusta.
E in ognuno permane una parte dell'altro, come a suggellare quell'osmosi, l'incastro primordiale che nella sua forma più pura va a formare la perfezione del cerchio.

Mi guarda come i naufraghi s'illuminano al profilo di un'isola in lontananza.

Capisci, noi siamo così. È il miglior modo di stare insieme, no? A completarsi in una complementarità generosa, a seguire gli stessi percorsi senza perdere le proprie peculiarità, a bastarsi.

La guardo come non dovrei.
Già.
E le curve che stanno all'esterno?
Sorride nervosa.
Quelle con cosa si completano? Chi le sfiora? In cosa trovano un tragitto comune?
Due persone che si bastano sono esseri a una sola dimensione, noi no, noi siamo immensi, abbiamo spigoli che coprono angoli talmente difficili da raggiungere che qualsiasi incastro non potrebbe essere che posticcio, abbiamo percorsi dentro noi impossibili da tracciare senza mai staccare la matita dal foglio.
Siamo immensi.
Per questo la nostra realizzazione non passa dal combaciarci, ma dal formare la base solida di una struttura attraverso cui nutrirci di ciò che ci sta intorno. Siamo barriere coralline, piante rampicanti, siamo frattali, foreste di mangrovie, gocce di pioggia su un vetro...

Siamo immensi.

20.9.13

La scia temi sfogare!


(e vi avevo avvertito che non era finita)

Ecco, questa è una foto del cielo di Padova scattata qualche ora fa

L'ho fatta io col mio telefonino dalla finestra dell'ufficio, qualunque padovano/patavino avrebbe potuto scattarla.

Io non ho parole. Davvero. Se non che devono VERGOGNARSI e lo scrivo in maiuscolo, perché ormai sono senza ritegno!
Che lo diceva anche il Mattino qualche giorno fa

Ma quelle non erano niente in confronto, no, solo schizzi preparatori...

Le scie chimiche, eh? Fa male sentirselo dire...

Comunque quelle che sto vedendo in questo istante sopra Padova non sono nemmeno più scie, sono fiumi in piena, laghi tracimanti, sono scione chimiche, esperimenti sfuggiti al controllo, esagerazioni. Cioè, in alcuni casi somigliano addirittura a nuvole da quanto sono vaste e vaporose.
Cazzo (scusate), non posso che rabbrividire di fronte a quella distesa di metalli pesanti pronti a cadere su di noi, sui nostri bambini, sulle nostre falde, sui nostri campi, sui nostri pm10.
Bario, alluminio, silicio prima erano belve che ci aspettavano in agguato lungo quelle scie mortali, oggi invece hanno addirittura preso il sopravvento, sono branchi di fiere feroci che invadono l'aria che respiriamo e si posano sulle nostre città per... per... per... sì, insomma, si posano sulle nostre città per fare robe da cattivi. Da multinazionali cattive in combutta coi governi, e i medici, e i magistrati, e i biologi, e i chimici, e i meteorologi, e le compagnie aeree, e i piloti, e i mezzi di informazione generalista, e gli stronzi di internet che prendono tutti per il culo. Insomma, mancano gli Illuminati e... e gli Illuminati, e il Bildeberg, e le banche, e i produttori di aerei, e gli artigiani della scia chimica. Insomma, è un complotto.

E VERGOGNA!!! Lo scrivo in maiuscolo di nuovo.

Che la gente è proprio scema a volte. Cioè, c'è una minaccia del genere, un progetto per sovvertire il clima, controllare le nostre azioni, provocare malattie, rendere sterili i campi, modificare l'intero ordine mondiale, e loro che fanno? Niente. Guardano il cielo e dicono gli aerei...

Ma tutta la cazzo di fatica che facciamo noi, NOI, ogni stracazzo di giorno a postare foto su facebook, mettere video su youtube, scrivere articoli sui siti di informazione vera, cioè, di quella non gliene frega niente a nessuno? Solo noi abbiamo a cuore questo mondo che è l'unico che c'è? Solo noi ci rendiamo conto che se tutti facessero girare la verità se tutti caricassero i video su youtube, se tutti mettessero le foto in facebook allora ci sarebbe una tale quantità di gente informata che i governi non potrebbero più fare le cose alle nostre spalle?

Scie di condensazione. Vi rendete conto? E la gente ci crede anche...
Tu gli dici, ma no non ti stiamo infettando figurati! Ti pare che ti irroriamo con metalli pesanti mettendo a rischio te e la tua famiglia? Ma no, quelle sono scie di condensazione.E loro ci credono.

Bene, come sapete questa è una scia chimica.

Ecco, una scia di condensazione (se non l'aveta mai vista) è fatta così
Vedete? la gente è davvero scema che pare che si diverta a farsi prendere per il culo.

Oh, uno l'altro giorno mi fa: ma scusa, ma se 'ste scie sono così pericolose che la gente deve rivoltarsi e si vede che non sono scie di condensazione etc etc etc, ma per che cazzo non le hanno fatte trasparenti? Che così nessuno se ne sarebbe mai accorto e loro avrebbero potuto irrorarti indisturbati e farsi i loro esperimenti per i prossimi settant'anni.

Capite? Ragionano così. Non ci arrivano mica. Che non lo sanno che loro ci giocano su 'sta cosa, che la usano per screditare il nostro lavoro. E se ragionano così posso anche caricarli io i video su youtube, ma son le teste che vanno cambiate.
Genteeee: è dagli anni novanta che ci avvelenano!

O almeno è quel che pensano.

Vi mostro una cosa. La conoscete Betty Page? (e fatevi il segno della croce quando dico Betty Page! Sempre sia lodata...)
Queste foto sono degli anni '50. Guardate.




Lo so che non è facile concentrarcisi su, ché lei è davvero, cioé davvero...ehm... Lo so che non è facile concertrarcisi su che... ehm... Lo...

Comunque, guardate solo le aree che vi ho cerchiato. Scie chimiche. Negli anni cinquanta!
Bella botta eh? Non ve l'aspettavate...

Adesso siete quasi pronti per questa.

Questa foto è del 1900. È un aliante costruito dai fratelli Wright.
Riusciranno a far volare il primo aereo solamente cinque anni dopo, nel 1905.
Ecco, e dentro il cerchio rosso cosa c'è? Una scia chimica... In anticipo di ben cinque anni sul primo volo dell'uomo.
Si vede meglio aggiungendo del semplice contrasto a quella zona.


Mi sto immaginando le vostre facce.

Monet, 1856

Giorgione, 1505
Giotto, 1290

E quindi? Quindi se le scie chimiche esistevano dapprima degli aerei e prima delle multinazionali crudeli e spietate che cosa sono? Chi le crea? E perché?
Ma soprattutto, le avete viste le foto di Betty Page qui sopra? E... e... ehm. (No, questo di Betty Page era per vedere se vi distraevate...)

Chi le crea?

Uno dei prossimi venerdì lo sveleremo.

(Come sempre, stay tuned!)



19.9.13

I kill giants - ovvero tarlo martello


A leggere troppi fumetti può capitare di rischiare di rovinarseli.
Cioè, pur essendo i meccanismi narrativi molteplici e spesso sorprendenti si sa che tendono comunque a ripetersi. Si ripetono i personaggi, si ripetono le storie, le soluzioni, i colpi di scena, i finali.
C'è una bella parola in spagnolo: acostumbrado. Significa, più o meno, abituato, avvezzo, quasi assuefatto.

Ecco, quando leggi un fumetto dopo averne letti tanti ti rendi conto che c'è una parte della tua mente così acostumbrada alla narrazione che tende a fuggire via, a precorrerla.
Un po' come uno scacchista percorre in automatico tutte le soluzioni che siamo in grado di elaborare, le esamina, le soppesa, ne decide la più probabile in base allo scorrere delle vignette, come un algoritmo d'intelligenza artificiale impostato sullo svelamento del trucco. Occhi allenati a vedere i fili.

Che per certi libri 'sta cosa tende proprio a rovinarteli eh, altri invece resistono, ti ingannano, ti sfidano portandoti sul loro terreno, e lì non sai se vincerai, ma la mente è cosa imperterrita e ci prova lo stesso.
Gli altri, quelli che sai dove vogliono andare a parare, quelli che non poteva essere che così, quelli che vabbé si capiva, era ovvio a pagina tre, ecco, questi altri libri che senso hanno? Cosa possono dare al lettore?

Adesso lo capiamo.

I kill giants è un libro bello (dal latino bellu(m) ‘carino’, che deriva dalla contrazione della parola bonolus ‘buono in parte’), dove il continuo smascheramento degli intenti (seppur non volontario) diventa un espediente per arricchire la narrazione, per distogliere la mente da complicate congetture e permetterle di dedicarsi con serenità alla magia delle tavole, alla loro leggera intensità, epicità tascabile.
Perché una delle tante cose che funzionano di questo libro sono proprio i disegni, anzi, probabilmente è la cosa che funziona meglio.

Una storia di formazione permeata del concetto di deformazione, dove il reale è il fine ma non il mezzo.
Barbara, ragazzina asociale di Long Island, irrequieta, irrisolta, irridente. Barbara che si rifugia in un mondo terribile, spaventoso pur di fuggire dal suo mondo spaventoso e terribile.
Un mondo, il primo, in cui i Giganti sono la razza dominante, in cui sono la razza malefica dominante.
Ma in quel mondo lei ha un'arma, nel mondo 1 può difendersi, ad averlo nel mondo 2 uno strumento del genere, il mitico martello Coveleski, ma c'è solo nel mondo 1.
Allora viene facile sovrapporre mondo 1 a mondo 2, e poco importa se i Giganti invaderanno entrambi. Tanto c'è Coveleski!

Ecco, anche se di pagina in pagina diventa sempre più facile capire come funziona, cos'è Coveleski, chi sono i giganti, chi è Barbara, la sua famiglia, il suo malessere nei confronti del mondo. Anche se sappiamo come finirà (o quantomeno possiamo intuirlo con un buon margine probabilistico), la lettura riesce a mantenersi sempre avvincente, mediamente emozionante, visivamente stimolante.

Ché, a voler proprio andare a cercare una pecca, quello che non risulta perfettamente a fuoco nella storia è quel senso di tragicità che la permea senza soluzione di continuità. Cioè, dei siparietti leggeri ci sarebbero anche, ma difettano sia di comicità che di ironia rimanendo delle scene vuote, senza un effettivo riscontro emotivo. (che ad andare in fondo al libro e a leggere le vignette umoristiche sull'ideazione della storia realizzate dagli autori, si capisce anche come mai. Che non ce n'è una che faccia quantomeno sorridere, insomma, non era il loro ambito...)

Quindi, abbiamo un racconto abbastanza prevedibile, di quelli che non poteva essere che così, che vabbé si capiva, che era ovvio a pagina tre, eppure abbiamo un racconto che funziona. Perché? Perché è scritto bene e disegnato meglio, perché anche se non sa sorprenderti riesce comunque a meravigliarti, perché a volte un viaggio è speciale non per la meta ma per chi ti accompagna lungo il percorso.
Ecco, Joe Kelly e JM Ken Niimura sono degli ottimi compagni di viaggio.


18.9.13

Morire di paura e Vivere di paura: analisi comparata.


Ci sono certi giorni in cui ti svegli e in testa c'hai Gerry Scotti che canta a ripetizione 'Smile'.
Scommetto che capita un po' a tutti e non so se questo fenomeno abbia un nome, anzi, probabilmente lo ha: è che esiste un genere specifico di frammenti della memoria che sono più ostici delle idee di Inception. Cioè, immuni anche alla Lacuna Inc. tanto per capirci. Credo siano una specie di trigger, dei meccanismi a orologeria che si innescano inevitabilmente e ti tichettano in testa la loro incombenza.

Ecco, quando c'è Gerry Scotti che mi canta 'Smile' in testa so già che sarà una giornata di merda (no, non provate a immaginarlo o a tentare di cantarvela in testa, davvero, è letale: non fatelo a casa. Manténgase fuera del alcance de los niños.)

Quando succede, il primo pensiero è sempre quello che sarebe stato meglio svegliarsi con l'angosciante desiderio di morire. È tipo un'esigenza di adrenalina, un istante in cui demandare il controllo ai sensi prima di ristabilire il contatto con la razionalità e riadagiarsi nella consapevolezza di non poter morire.

Già, essere immortali pare una cosa figa (e non vi nego che abbia anche i suoi vantaggi), eppure ammetto che devo ancora abituarmici. E sinceramente non so se accadrà mai.
A volte mi chiedo se con l'eterna giovinezza mi abbiano tolto la morte o la vita?

Che non è quel solito discorso del fatto che vedi tutte le persone a cui vuoi bene morire, no, cioè non solo: è un qualcosa di molto più pragmatico, crudelmente correlato all'esistenza stessa.
È che un immortale non dovrebbe essere umano. Ve lo dico con sulle spalle la croce dell'esperienza.
Davvero, siamo esseri cerebralmente troppo complicati e crudelmente difettosi per sopportare di convivere per sempre con ciò che siamo. Senza facoltà di recuperarci, di lavorare davvero su noi stessi per darci una sensazione di cambiamento.

La verità è che l'immortalità è come la vita in un piccolo paesino: quando ce l'hai non vedi l'ora di abbandonarla e quando non ce l'hai la idealizzi fino a non desiderare nient'altro.
Per questo quando mi sveglio mi piace immaginare come dovrebbe essere la mia morte. M'invento situazioni e mi sforzo di creare eventi che siano unici: insomma, un immortale se la merita una morte diversa da quella di tutti gli altri.

È che spesso la realtà supera la mia fantasia.
E va sempre a finire che le morti che mi ero immaginato siano da scartare perché qualche cretino (scusate il termine) me le ha depredate della loro unicità.

È successo con la danzatrice di lap dance

è ricapitato con l'asse del cesso

di nuovo,  mi hanno violentato anche la fantasia di essere fatto a pezzi da un commando vegano


Fino ad arrivare all'altro ieri. Quando la violenza inveterata del temibile popolo russo mi ha portato via per sempre il sogno di morire a seguito di una lite per Immanuel Kant. Il filosofo, non il cantante. Quello è Immanuel Casto.


La vita è davvero difficile. Cazzo. Ma la morte, beh, la morte è ancora peggio.

EXTRA

17.9.13

È tutta una montatura!


Ho gli occhiali nuovi. Non che io abbia perso vista in questi anni, ma ormai erano troppo rovinati quelli che avevo. E così ho gli occhiali nuovi, color acqua sporca.
È che questi nuovi occhiali non sono come quelli che avevo, hanno delle stanghette spesse, nere e nel punto in cui la giuntura dei musetti si incastra sull'asticciola raggiungono il massimo della loro altezza.
Succede quindi che, a differenza di prima, nel ruotare la testa per guardare dietro di me lo sguardo incappa in un punto cieco. Non c'è modo di evitarlo, non è aggirabile. È proprio lì, nel punto di massima angolazione dell'iride. Tu ti sposti e lui si sposta.

Ed è scomodo, quando fai retromarcia, quando senti un rumore dietro te, quando ti lanciano una palla a centro area.
Che poi, capita di fermarmi di fronte allo specchio e di non riconoscermi. Con il timore che da quell'angolo cieco sbuchi la moglie di Pirandello a dirmi che c'ho il naso storto, lo sguardo insufficiente, che non sono io quel che sono. Che non mi conosco.

È che potrebbe esserci qualsiasi cosa dietro a quel muro nero. Perché a poco serve voltare di più la testa, quel che si nasconde al riparo di quel punto misterioso si muove assieme a esso.

E c'ho pensato, mentre facevo retromarcia c'ho pensato, che ci sarebbero molte cose che starebbero bene lì dietro. Così da non poterle più vedere, che se proprio di liberarsene non si riesce quantomento potrei risparmiarmi l'impatto di averle costantemente nel cervello.

Cioè, magari bastava solo cambiare gli occhiali per risolversi la vita.

13.9.13

Koalunquismi


Non so perché nessuno lo dica, ma i koala hanno le impronte digitali.
Oltre ai primati sono tra i pochi animali ad averle, e di questo se ne approfittano spudoratamente.
Il punto è che, a differenza di quelle delle scimmie, le impronte dei koala sono dannatamente simili a quelle umane. Così simili da renderne arduo il riconoscimento anche agli occhi più allenati.






Una ricerca effettuata dal KKK (Koala Koality Kontrol) ha stabilito che, nel 2012 in Australia, il 40% dei crimini efferati irrisolti potrebbe essere stato commesso da koala. Sulla scena del crimine di ben l'80% di questi sono state rinvenute impronte considerate umane ma che in realtà sarebbero da attribuire agli ambigui marsupiali.
Ovviamente nessuna di tali impronte compariva nei database forensi.
E non è tutto, la stessa ricerca ha appurato che nel 3% dei casi risolti grazie rilevazione dattiloscopica le deduzioni degli inquirenti siano state compromesse da coincidenza tra le creste papillari di individui umani conosciuti e individui koala mai identificati.



Diverse sono state le dichiarazioni delle più importanti autorità australiane. Quella dei crimini commessi dai koala (il 25% di questi sono omicidi) è ormai una piaga che occorre debellare a tutti i costi. Eppure nessuno nel mondo ne parla.
Poco importa se cittadini australiani sono stati ingiustamente incarcerati in luogo dei temibili orsetti marsupiali, e nemmeno importa che ben 14 miliardi di dollari australiani siano spariti nei soli primi sei mesi del 2013 a causa di rapine e furti escogitati da tali criminali arboricoli.
No, pare che la nomea di simpatici orsetti e l'incauta promozione di tale animale a simbolo dell'isola, abbiano avuto l'effetto di far abbassare le difese da parte di tutti nei confronti di un'organizzazione criminale che per crimini commessi risulta seconda solamente alla mafia russa.



E niente, il senso di questo articolo (e di altri che seguiranno su differenti argomenti) è proprio quello di smuovere le coscenze intorpidite da troppi anni di tv generalista e di informazioni corrotte provenienti dai giornali (pagati coi soldi nostri) e dai soliti blog allineati che altro non sono che megafoni dei poteri forti a discapito di noi cittadini.
Fate attenzione, sempre, perché un popolo informato è un pericolo per lo status quo di questi governi che non abbiamo votato. E non fatevi fregare dai soliti ciarlatani che da vent'anni ci dicono che va tutto bene.

Chiedetevi sempre del perché nessuno parla di un certo argomento, perché quell'argomento diventerà vitale per la vostra lotta di popolo libero.

Stay tuned! (e ci vediamo la prossima settimana con... non so, devo ancora decidere ^_^ )

12.9.13

La pazienza del destino - ovvero all'arme a Hollywood


Ci sono certe storie che arrancano. Ti trascinano lungo salite sfiancanti, addirittura vie ferrate in cui devi premurarti a ogni passo di avere almeno un moschettone agganciato al cavo. Sono storie che rischi di perdere, vuoi per spossatezza o vuoi per noia. Sentieri dal passo incerto, su cui il proseguire diventa un evento dubbioso, uno sforzo di volontà.

Questa non è così, lo dico subito. Anche se, almeno fino a metà, tutti gli elementi che potrebbero ridurla a quello si affacciano in dosi variabili sparsi tra le pagine, accentuando di volta in volta un attrito che rimane però sempre al limite.

(Non impazzisco per i disegni di Freghieri e questo non mi ha aiutato, lo ammetto. Ma è una cosa che mi porto dietro da Frankestein! o Armageddon! [che chissà come mai gli danno da disegnare tutti i titoli col punto esclamativo!] Comunque Freghieri c'ha regalato la Diana con tre mani in Ultima fermata: l'incubo! [punto esclamativo] e per questo gli vorrò sempre bene
)

Ci vuole pazienza.
Come quando aspetti l'alba, ché il sole necessita dei suoi tempi per sorgere e a volte le tende della notte sono panni pesanti da sollevare. Ci vuole pazienza, sopportare il buio per poi vivere un estasi che si consuma in un istante. Pazienza.

È che Paola Barbato confeziona una storia che è come quei vecchi giocatori di scacchi nei parchi. Quelli che preparano la scacchiera in modo meticoloso, dispongono i pezzi lentamente, uno alla volta seguendo un ordine studiato. Ragionando su quale pedina possa meritarsi una determinata casa, misurandone la posizione per cercare il centro perfetto di ogni casella, il baricentro che permetta l'equilibrio perfetto di quella disposizone iniziale, come se ogni figura dovesse rimanere lì per sempre.
E tu sei lì che guardi, che aspetti impaziente, che reclami il gioco, il movimento, la partita. E non comprendi che state già giocando, che quella monotona preparazione è già movimento, già strategia, partita.

Va così. Che quel che sembra l'inizio altro non è che la fine. E il vecchio apre. Apertura del barbiere. E in poche mosse è già matto. Ti ha fregato.
Ecco, questa storia è questo, si prepara lentamente, dispone i suoi pezzi e in poche mosse ti frega.

Personaggi stereotipati da hard boiled, e lo dico in senso positivo, una Hollywood in cui nessuno è buono, non ci sono personaggi positivi in scena, quelli esistono solo nei ricordi, fotografie, flashback.
Il presente è costruito invece su ombre e penombre, su un protagonista che recita la sua spietata ambiguità, riproponendo in un racconto solido e onesto un vecchio inciso: che non c'è redenzione per nessuno.

Copertina meravigliosa di Di Gennaro, ma che ve lo dico a fare?


9.9.13

Ragione(ria) e sentimento (post che avrei preferito scrivere il 06.05.1994)


"Lei sa!"
Me lo ripeto nella testa, salendo i due piani di scale che conducono proprio di fronte alla porta dell'aula. Quarta B.
Il nome è incavato con lettere bordeaux su una targa d'un beige svogliato. Lei sa!
E non perché io ne sia convinto, anzi, io sono certo e spero che lei non sappia (che senso avrebbe, poi? no, il mio dire l'ho detto e lei non sa), ma quell'anagramma è così inesorabilmente confortante che pare un ossimoro, la prosecuzione inconsapevole di quel gioco d'inchiostri e pagine strappate, messaggi in bottiglia affidati al mare muto del sottobanco.

Entrare nell'aula è un'immersione ruvida, polvere di gesso e caldo si appiccicano a maggio e ai polmoni. Il primo respiro gratta la gola come se ci si muovesse avvolti da una nebbia di vetro finemente frantumato.
E cerco il muro, le spalle al muro.
Ciao, io sono lui. Esteticamente vorrei essere il Dylan Dog del primo Roi, quello di Ti ho visto morire, per questo porto la camicia sgualcita fuori dai jeans e (accantonato il bello) mi escogito tenebroso con risultati quantomeno inosservabili.

Lei è giù. Due piani.
Perché la Seconda A è proprio qua sotto. Lei è lì, potrei vederle le scriminature dei capelli corvini se non ci fosse tutta questa scuola costruita intorno. Da qui addirittura il profilo degli occhiali e il riflesso del suo sguardo delizioso sulle lenti. Poi poco altro, che avvolta in quelle felpe larghissime non ha un'altra forma se non quella di quel sorriso letale come la lama di un rasoio troppo affilato.
E certe ore di quelle noiose, col gomito appoggiato sul banco dietro di me, io guardo giù, con la soffocata speranza di vedere al di là, e scrivo, scrivo che a volte mi pare che le parole arrivino direttamente dalle mani, senza passare nemmeno dal cervello o dal cuore. No, il cuore no, quello è un muscolo, roba da poeti e da macellai. L'amore ha il suo rifugio nella testa.

Che poi c'ha il moroso, dice. E io son qui col Tuir che mi chiedo che attinenza ci sia tra l'amore e un debitore insolvente. Entrambi sfuggevoli, bugiardi e decisi a fregarti.

Kurt Kobain è morto, era vecchio, non dovrebbe fare notizia ma è morto. Me ne ricordo ogni volta che indosso una camicia a quadri. Non voglio farmi notare, ma vestirsi male mi serve a questo, che poi per me non è nemmeno vestirsi male, è solo il rifiutare il resto.
Anche Senna è morto, e prima di lui Ratzenberger. Non se lo ricorderà nessuno ho pensato e ho deciso di appuntarmelo mentalmente. Ogni volta che diranno Senna io penserò Ratzenberger, non ci sarà un motivo particolare, solo un allenarsi al ricordo.

Anche lei vorrò ricordarmela, e come potrei non farlo? Cos'altro potrà mai succedermi di così grande? No, davvero, non ce l'ho abbastanza fantasia per immaginare un evento che possa destarmi da questo sentire.
Dicono il tempo, la vita. Che col tempo, con la vita tutto viene messo in disparte, passa oltre, come detriti intrappolati in un conoide di deiezione.
E che anche a trovarlo un modo di frenare quella corrente, una diga emozionale che imbrigli quel soccombere di attimi, beh, quanto potrebbe reggere? Quanto insostenibile potrebbe diventare il peso della memoria?

È che io non voglio perdere nulla, sostituire lo spazio occupato da queste sensazioni con quelle che verranno. Non voglio perdere nulla di tutto questo.
E guardo giù, a ignorare quei due piani di piastrelle rossastre.
E la vedo.
È bella come questa disillusione, più di ogni cosa che ho scritto nascondendomi dal suo giudizio.

Adesso è qui, assieme a tutto quel che avrò.
E ancora, e ancora, ancora...
Poi chissà...

Ghe manca on bojo - Puntata 1


Che in effetti una rubrica di cucina tradizionale veneta mancava.
La scrivo in italiano per cortesia.
La cosa strana è che mi sono messo a scrivere 'sta cosa dopo aver letto di quella scuola elementare di Bergamo in cui i genitori italiani hanno fatto togliere i propri figli perché nella classe (prima) c'erano troppi bambini stranieri, e a loro avviso avrebbero di sicuro rallentato l'apprendimento dei propri pargoli.
Come se le Peppa Pig e i Dragon Ball che trasmettono sulle tv degli immigrati fossero filtrate e parlassero in un'altra lingua. E niente, 'sta gente non si rende conto che l'apprendimento è rallentato dall'ignoranza e dalla stupidità (e probabilmente dai loro figli, che generalmente gli stranieri c'hanno più voglia di imparare e più stimoli. Ma questo me lo dicono i maestri che conosco, quindi non gente del ramo...)

Comunque, stavo pensando che io sono arrivato in prima elementare senza aver mai parlato in italiano in vita mia. Provengo dalle profondità della pianura padana, la bassa, l'italiano lo usavi come linguaggio segreto quando non volevi farti capire. In certi quartieri, quelli più mimetizzati tra le fratte, l'italiano era una sorta di essere mitologico. Si diceva che un tempo un vecchio zio che abitava a Battaglia Terme era in grado di parlarlo, ma nessuno lo aveva mai sentito davvero. Per il resto ci si giocava sopra e si faceva finta di saperlo parlare emettendo suoni gutturali, un po' come quando fai ahlacamalahala fingendo di parlare arabo.

Un altro dei miti che dovevano essere ancora sfatati era quello degli gnocchi.
Fino a quindici anni non era mai apparsa nella mia breve esistenza la seppur minima avvisaglia del fatto che gli gnocchi potessero essere conditi in maniera differente che alla veneta.
Al ragù, al pomodoro, ai quattro formaggi, non solo erano combinazioni che non conoscevo, ma soprattutto erano abbinamenti che non mi sarebbero proprio mai saltati in mente. Cioè, è come se mi avessero detto che si poteva giocare a calcio a testa in giù.

In realtà la ricetta è quella dei maneghi, che si differenziano dagli gnocchi per due caratteristiche principali: non vengono passati su grattugie, forchette, pollici o quant'altro ma rimangono dritti come manici, e sono fatti con le patate americane (che al dire il vero mia nonna li faceva con il pan biscotto, ma quella è una ricetta che non sono ancora riuscito a recuperare).

Il condimento deriva da un gusto tutto rinascimentale che obbligava i poveri cuochi a coprire il sapore stantio o salato degli ingredienti (dovuto ai metodi di conservazione) con un tripudio di spezie e dolcezza.

Comunque, presupponendo di mettere gli ingredienti a caso e poi aggiustare il tiro man mano, si fa così:
più o meno un chilo di patate americane lessate (lo so, tutte le patate sono americane. Ma evidentemente alcune sono più americane di altre. E comunque queste in sudamerica le chiamano batata), sbucciate a caldo e passate subito allo schiacciapatate. Appena la purea e tiepida si amalgama molto rapidamente con almeno 200 gr di farina e un uovo. Aggiungete farina fino a che viene bene. Quando la massa è bella compatta si lavora coi palmi delle mani, staccando delle piccole porzioni e trasformandole in cilindri spessi un dito e lunghi 3-4 centimetri e dalla forma vagamente somigliante a una lippa.
Si cuociono in acqua bollente salata al momento e appena riaffiorano si pescano con una schiumarola.
Nel mentre si mette a rinvenire in acqua tiepida una manciata di uva passa.
Si fa sciogliere in un pentolino una dose generosa di burro e vi si unisce l'uvetta ben scolata. Si spegne.
In una ciotolina a parte si prepara un condimento secco formato da formaggio grana grattuggiato, zucchero (indicativamente in parti uguali) e cannella in base al gusto, ma comunque mai troppo poca.

A 'sto punto si condiscono i maneghi con burro e uvetta e si spolverano con formaggio zucchero e cannella.
La ciotolina poi si mette in tavola che uno se ne aggiunge quanto vuole a seconda dei gusti.

Ecco, e questa è la cucina tipica veneta. Basta, non mi risulta ci sia altro.

Fine.






5.9.13

L'essenziale è invisibile agli orchi


Ieri sera in palestra c'era uno con un pene cazzo enorme.
Non che di solito io mi aggiri per lo spogliatoio a fare birdwatching, sia ben chiaro.
Ma se una cosa del genere attraversa serendipiticamente il tuo campo visivo, beh, diventa complicato non buttarci l'occhio.

È come quando ti dicono di non pensare ai canguri per un minuto, che anche se non hai mai pensato ai canguri in vita tua stai sicuro che in quel minuto un marsupiale ti balzerà mentalmente davanti agli occhi. Io, tra l'altro, ai canguri ci penso già svariate volte al giorno, tipo se è possibile per un canguro entrare completamente nel proprio marsupio e sparire in un'altra dimensione, o se in Australia si utilizzavano i canguri per pigiare l'uva come qui gli asini per girare le ruote delle macine.

(Ah, ma le scarpe Canguro non erano in canguro? Ed è vero che il nome deriva dall'accoppiata cane-guru? Ma ai cangurini non gli viene da vomitare?)

Comunque, non si parlava di canguri ma di cazzi enormi.
Che quando li vedi sullo schermo (anche qui, non è che uno va apposta a cercare con google, cioè, sono eventualità cose che capitano), dici sempre che è l'inquadratura, il cgi, after effect, mandingo il segreto dei pornostar, l'eccezione che conferma la regola, l'anamorfosi, l'obbiettivo col grandangolo, Clio make-up, la cinesica, la magia del cinema.
Sullo schermo, ma dal vivo è come vedere un canguro dal vivo. L'avete mai visto? Io, sì. E anche un varano di Komodo.
E una lepre della Patagonia.

Il mio vicino ha tre conigli.

Fatto 'sta che quelli sono momenti in cui al maschio medio passa tutta la vita davanti agli occhi, con le frasi che gli si fermano al rallenty tra un orecchio e l'altro come in un film dei Wachowsky.
E le dimensioni che non contano, e l'importante è come lo usi, e non è la bacchetta ma il direttore d'orchestra, e a quelli grossi gli va su come la sbarra dei passaggi a livello mentre a noi si allunga come la scala dei pompieri, e la vagina c'ha solo i primi 5 centimetri di sensibili il resto dello spazio le donne lo usano per nasconderci i diari segreti e la maria, e il punto G è subito lì a destra dopo il bancone che se ce l'hai troppo lungo lo manchi di sicuro, e le donne mica le guardano 'ste cose che tanto c'hanno l'invidia del pene comunque e per loro uno vale l'altro, ma a quelli così gli viene l'ictus, per me è scomodo non lo vorrei mai, Venezia è bella ma non ci vivrei.

Questo il maschio medio.

Io invece ho pensato ai canguri. Quanto potrebbe saltare un canguro sulla luna? Ma tipo così tanto da rischiare di uscire dall'atmosfera? E come dovrebbe essere la tuta spaziale di un canguro? Ve lo immaginate un canguro sulla luna? Io sì, e anche due canguri in palestra che fanno la bicicletta e si schiantano a vicenda contro al muro. Che poi questo non è nemmeno possibile, è una legge fisica. Una legge fisica sui canguri.
E un canguro con la testa esplosa perché è uscito dall'atmosfera saltando.

Che poi mi sono reso conto che la gente lì intorno mica lo sa che stai pensando ai canguri, cioè, pensa che tu sia lì a guardare il cazzo a uno, enorme per carità ma sempre cazzo a uno è.
Che vabbé che su Repubblica c'è scritto che i bisessuali domineranno il mondo, come il Dottor Zero di Fantaman o Mignolo e Prof.



Ma spiegaglielo te che non avevi nessuna brama di conquista del globo terracqueo, che tanto se ti vedono che sei lì a guardare il cazzo (enorme) a uno mica pensano ecco il nuovo Bin Laden che sta sicuramente escogitanto un nuovo bieco trucco per dominare il mondo, no, pensano a questo ghe piase el bigolo... E io stavo solo ragionando di canguri.

Ecco, mi sa che non ci torno più in palestra.



[non sono tipo da porre divieti, ma tutte quelle che mi hanno visto il cazzo non dovrebbero commentare questo post]











3.9.13

Inflessioni di settembre



Mi guarda come un sovrappensiero, come quando esplori certi quadri camminando all'indietro.
Ha seni leggeri, non piccoli ma leggeri. Sfrontati in certi loro atteggiamenti, in quel protendersi ieratico verso il mio sguardo. Valicandolo, come si attraversa una tenda di fili,  trapassandolo per adagiarsi in quell'oltre foderato d'immaginazione.
Parla. Ma io non la sento ancora.

L'arrivo della sua voce è immergersi in una vasca di vapore.
Dolore improvviso, inaspettato quanto atteso,  poi il respiro si abitua e quell'avvolgerti diventa tepore, pace, appagamento addirittura.

"... io non me lo ricordavo così settembre!"

Ora sono io che guardo lei. Dapprima cerco il socchiudersi delle labbra, il dissolversi di quell'ultima parola, ...bre, la punta della lingua che vibra sul palato. È solo una speranza, un'ipotesi che si distrae mentre viene sgretolata nell'anticipo d'autunno disperso nei suoi occhi.

"Così come?" ma già lo so.

Morde l'interno della guancia anche se sa già cosa rispondere. Eppure l'equilibrio della situazione necessita quel gesto.

"Così che fa schifo! Settembre è il peggiore dei mesi..."

"Ma non era april..." non finisco la frase. Le ultime lettere rotolano sul pavimento, inseguendo la gonna che svolazza sui talloni che si alternano lungo la linea immaginaria della condiscendenza.

Se ne va. Lasciandomi qui, io e settembre.
Con l'estate che tracima lì fuori e la sua assenza che è già inverno.

2.9.13

La vita dei santi raccontata male - Parte terza


Bene, dopo aver parlato di Santa Cristina nella prima parte di questa rubrica e dopo esserci ampiamente dilungati sulle vite di San Michele, San Valentino, Sant'Antonio e San Francesco nella seconda parte, arriviamo finalmente alla terza e ultima tappa di questo viaggio.
Un viaggio che c'ha portato a conoscere un po' meglio il significato e l'importanza ricoperti dagli accadimenti più indiscreti succeduti a questi personaggi inarrivabili quali sono i santi. (scritto tutto senza punteggiatura, sì. Si può!)
[Che tra l'altro questa è la prima volta su questo blog che alla parte prima succedono le altre...]

I santi.
Chi erano veramente? Da dove derivavano i loro poteri? Perché dovevano mascherarsi?

San Pantaleone (copio da wikipedia che non c'ho palle) fu dapprima condannato al rogo, ma le fiamme si spensero, poi ad essere immerso nel piombo fuso, ma il piombo si raffreddò miracolosamente; a questo punto Pantaleone fu gettato in mare con una pietra legata al collo, ma il masso prese a galleggiare; venne condannato ad feras, ma le belve che avrebbero dovuto sbranarlo si misero a fargli le feste; fu poi legato ad una ruota, ma le corde si spezzarono e la ruota andò in frantumi.

E niente, l'unico modo di eliminarlo definitivamente è stato quello di decapitarlo.
Vi ricorda niente?
...forevaaaaaaaar

San Romano mentre era avvolto dalle fiamme riusciva a comandarle, San Giuseppe da Copertino quand'era in estasi diventava duro come la pietra che pareva una statua e i suoi confratelli gli tiravano i tizzoni ardenti ma lui non sentiva niente, Santa Caterina da Siena era in grado di rendersi invisibili le stigmate, San Bernardino da Siena attraversava i fiumi surfando sopra il suo martello.

no vabbé, ditemi che c'è anche il santo che si allunga!
Santa Teresa
"Un cherubino teneva in mano un lungo dardo d'oro, sulla cui punta di ferro, sembrava avere un po' di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando ritirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace d'amore. Lo spasimo della ferita era così vivo che mi faceva uscire nei gemiti, ma insieme pure tanto dolce da impedirmi di desiderarne la fine, e di cercare altro diversivo fuori che in Dio."
Vabbé, Teresa mi sa che non serve nemmeno spiegartelo, vero?



Il mio preferito però è lui, San Bernardino da Chiaravalle.
Secondo quanto riportano gli scritti agiografici il giovane monaco un giorno si addormenta nella chiesa di Châtillon-sur-Seine, sarà il caldo, sarà la stanchezza, non si sa: si addormenta.  Vedendolo indifeso arriva la Madonna che lo coglie alla sprovvista, caccia fuori una tetta e gliela infila in bocca schizzando latte come un gavettone bucato.





Cioè, tu fai il santo per tutta la vita, ti martirizzano, ti insultano, ti sputano e qual è la ricompensa? La Madonna che tira fuori una tetta e ti schizza col latte?
E niente, a Bernardì ritieniti fortunato che non t'è apparso Gesù, va'!

1.9.13

Le vite dei santi raccontate male - Parte prima


Lo scorso agosto ho fatto qualche giorno di ferie.
Sì, ho aspettato apposta l'arrivo di settembre per poter cominciare il post con 'lo scorso agosto'.
Comunque, niente di che, un giorno di qua, un giorno di là, giretti.

In mezzo a questo girovagare sono stato a Onano. No, l'onanismo non c'entra e nemmeno i palindromi.
A uno di Onano però se gli chiedi di dove sei ti risponde 'Di Onano', e tu pensi che si sia incazzato e allora ammutolisci. Sì, non è che si facciano grandi discorsi in quelle zone lì. Magari un giorno ne parlo.

Fatto sta che veleggiando verso Bolsena mi sono imbattuto in Santa Cristina.

Allora, dovete sapere che nel cristianesimo non c'era mica scritto da nessuna parte di adorare i santi, anzi, gli Ebrei erano dei monoteisti coi controcazzi e agli idoli gli spaccavano il culo. Anche il primo comandamento parla chiaro...

Solo che il cristianesimo è una roba che dovevano averla tutti, come l'internet. È che in giro per il mondo i pagani c'avevano già i loro culti già belli e pronti, cos'è si buttava via tutto?
È come quando hanno cominciato a diffondersi i pc che ognuno c'aveva la sua cazzo di presa per i device, e se uno il mouse ce l'aveva già? Beh, c'erano adattatori di tutti i tipi, vi ricordate? Da ps2 a usb, da usb a ps3, da ps2 a stampante, da ps3 a vga... che a volte ti serviva giusto quel mezzo metro dietro al pc per farci stare tutto.
Ecco, i santi sono degli adattatori.
Cioè, noi qua si ha già il culto di Giove con tempio e tutto, che si fa? Chiamiamo le ruspe? Ci diamo fuoco a tutto il merchandising? E il cristiano, che i conti sa farli, dice: ma no, facciamo che è il tempio di San Giovenale e siamo a posto.

Santa Cristina, per dire, era una ragazzina di 12 anni che è stata educata al cristianesimo di nascosto dai genitori (parliamo del 304 e quindi in piena persecuzione da parte di Diocleziano). Quando il padre lo viene a scoprire che fa? Mica può ammettere di essere un genitore di merda, quindi rinchiude la figlia in una torre e dato che questa non rinsavisce ordina di schiaffeggiarla e percuoterla con verghe da dodici uomini, i quali man mano vengono meno e cadono esausti. (chi ha detto gang bang? chi ha detto gang bang?).

In seguito la ragazzina fu: messa su una ruota della tortura che le spezzò il corpo in due mentre sotto ardeva un fuoco ustionante, gettata nel lago con una pietra al collo sulla quale la fanciulla ritornò inventando tra l'altro il surf, immersa in un calderone di pece e olio bollente, murata viva all'interno di una fornace.
Ma niente, nulla la scalfiva, sopravvisse a tutto.

Ce-nto! Ce-nto! Girala-la-la-laaaa

Stremati le ficcarono due frecce nel cuore e con quelle morì.

Dunque, ricapitolando: c'è una ragazzina che sembra immortale e affronta senza dolore qualunque supplizio e poi basta un paletto di frassino nel cuore per ucciderla?


Santa Cristina era un vampiro! Caso risolto.

Esistono poi altri casi di santi che non erano ciò che volevano far sembrare.
Per esempio... [continua]

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