13.4.14

pre-senza


Mi guarda come se non dovesse farlo, come a nascondere in quel gesto il graffio ruvido di un divieto.
Poi mi parla, senza fissarmi negli occhi stavolta, quasi a negarmi l'incanto autunnale del suo sguardo, mi punisce e lo sa. Però parla: "lo sai vero che il graffio ruvido di un divieto non significa un cazzo?"

Lo sapevo.
"Ma... ma... io non l'ho detta quella frase. Mi leggi i pensieri adesso?"
"In realtà li anticipo... li so prima che tu li dica. Ti so prima di te..."
E sorride.
"Sai cosa sto per dire?"
"Sì..."
"Cosa?"
"Vorrei baciarti..."
Indugio su uno sbattito di palpebre, quell'abbastanza per credere che me lo stia dicendo davvero, che non sia solo l'oziosa ripetizione del mio illudermi.
"E cosa ne pensi?"
"Che non significa nulla, come la frase di prima."
"... il graffio?"
"No, l'oziosa ripetizione del mio illudermi..."

"Te l'ho detto che è aprile..."
"Già..."
"Sai che ora me ne andrò, vero? Lo sai da prima di me..."
"So che la tua presenza è soltanto l'anticipo del tuo mancarmi, che il con te è solo ciò che precede il senza te. Presenza, prima del senza. I dizionari non lo dicono ma io lo so."
"Li anticipi..."
"Già."

"Ma non mi hai risposto. Lo sai che me ne andrò?"
Mi guarda, con la stessa confidenza con cui si guardano quegli stereogrammi variopinti, speranzosi o illusi che nascondano qualcosa, che esista una chiave d'accesso che ce ne spalanchi l'uscio.
"Vorrei baciarti..."

Ma non seppi mai di chi dei due fosse il pensiero di quell'attimo.

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