10.2.14

Le colpe dei morti


Mi fa schifo la gente che litiga nei commenti sui siti dei giornali online, e mi fanno schifo le discussioni su wikipedia per spostare un certo paragrafo da un significato all'altro, e facebook, anche se facebook mi fa schifo a prescindere riesce a risultarmi ancora più aberrante in giorni come questo.

Mi fa schifo che qui, adesso, nell'imperantismo dell'uno vale uno, ci si debba prendere la briga di scapicollarsi per giustificare una strage, accusando, riproponendo, tergiversando, scagionando, rimbrottando. Come se ci fosse davvero un merito nella morte, quasi a tacciare di avventatezza chi sbadatamente ha finito i suoi giorni ammassato nel fondo di una buca.

Chi si avventa sulle cause, chi sui numeri, chi ripete frasi imparate a memoria. Come se fosse un problema dei morti, come se il senso fosse quello di far capire a quei corpi sommersi il perché della loro situazione, convincendoli di quel che è stato, posando loro una mano a scaldare la fronte e sussurrando che è andata bene così, che ovviamente non poteva essere altrimenti. Causa e effetto, è scienza, dinamica.

Come fosse un problema dei morti, e non un'occasione per i vivi di capirsi, di guardare avanti con una consapevolezza differente, una coscienza meno fumosa di ciò che si è, come uomini, uomini vivi.
E invece lo sguardo va indietro, più indietro, e indietro ancora, trasformando il ricordo in un inseguimento, un domino al contrario che ricolloca incessantemente i se. Ma se l'anno prima, e l'anno prima e prima. C'è chi arriva ai Romani, gli antichi Romani, giuro.

Perché siamo così, ci servono colpe e giustificazioni. Ce lo insegnamo da soli.
E ci accusiamo di ben altro sopprassedendo al mal altro.

Io so solo che non si dovrebbe morire, non così.
E per oggi è l'unico ricordo che voglio avere.

9.2.14

Unhappy days



Come dicevo qualche tempo fa, questo è un periodo un po' particolare. Ci sono diverse cose che devo fare, tentativi a volte che mi portano però via parecchio tempo, e pensieri che si concentrano su altro e giorni lontani dal pc. Insomma, dato che questo mica è un diario, diventa un po' difficoltoso essere sempre sul pezzo con un nuovo post. Ma passerà.

Comunque, dato che non si può di certo abbandonare il blog ho deciso che ogni tanto posterò qualche contenuto non mio, magari qualche scritto che mi ha particolarmente interessato, qualche estratto da opere di particolare valore o con un significato che mi sta a cuore.

Questa mattina lascerò quindi spazio a un brano tratto da questo libro qui: 101 modi per essere infelici.

Un libro molto bello che paga di sicuro la confezione poco curata, e soprattutto l'immediato accomunamento con tutta quella serie di libercoli di poco conto che ormai ti danno le 101 modalità per fare qualunque cosa, da liberarsi del proprio capo a smettere di colorare di rosa la biancheria.

Vi lascio quindi a questo estratto che ho trovato davvero illuminante:

"Nella sua Lettera sulla felicità Epicuro esordiva affermando che non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. Dato che noi qui stiamo parlando proprio dell'argomento opposto mi verrebbe da ribaltare la sua tesi dicendo che si è sempre troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza dell'infelicità.
Il troppo diventa cioè una componente essenziale, un asintoto a cui tendere senza vedere però mai realizzato il suo compimento. Il non ottenere diventa quindi elemento essenziale dell'infelicità, stato d'animo che celebra il suo compimento nell'incompimento e che, proprio a fronte della facilità e faciloneria della società moderna diventa un traguardo sempre più ostico, soprattutto perché è essenziale che chi voglia davvero essere infelice riesca a predisporsi psicologicamente in modo adeguato per vivere il raggiungimento dell'infelicità come una sconfitta (pur essendo esso una vittoria, sia ben chiaro), riuscendo quindi ad ammantare di negatività anche la conquista stessa dell'agognata afflizione.

Anche se parrebbe così facile essere completamente infelici di questi tempi, paghiamo notevolmente la distrazione di un attimo, la meraviglia di un tramonto, un gesto gentile, un video di gattini su instagram, troppe sono le deviazioni che in un istante potrebbero vanificare il cammino effettuato nel nostro percorso, magari annuale, verso l'infelicità.
Nel prossimo capitolo impareremo quindi come percepire gli stimoli esterni filtrandoli con quello che chiameremo PAIN (Procedimento Allopatico Istantaneo di Negativizzazione).
Il PAIN sarà i nostri occhiali a raggi X, i Google Glasses che ci mostreranno l'essenza primordiale e negativa delle cose. Di fronte a un tramonto il PAIN ci farà pensare a una bomba a idrogeno veicolo di sterminio di intere popolazioni, di fronte ai gattini vedremo solo dei portatori di toxoplasmosi che minacceranno ogni puerpera con cui verranno a contatto, di fronte a ogni cuore stilizzato penseremo al sangue, ai banchi da macellai, a quest'orrendo muscolo e al suo osceno battito. Il PAIN sarà lo scudo che ci permettera di fissare la Medusa dell'esistenza, evitando di rimanere pietrificati a causa della sua falsa e ingannatrice bellezza.

Essere infelici non è una meta, non è un arrivo, ma il costante procedere giorno per giorno, minuto per minuto, ancorati alla nostra forza di volontà e alla resistenza a qualsivoglia interferenza di tutti quei subdoli istanti di godimento che la vita ci propone e che al termine di questo libro avremo imparato a evitare in modo istintivo e naturale.

Girate pagina e vi spiegherò come essere infelici dopo avere vinto 12 milioni alla lotteria.

----------------------------------------------------------------------------------------

Lettura consigliata del giorno: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia - G. Leopardi
Massima del giorno: Ogni ora perduta durante la giovinezza è una possibilità di infelicità per l'avvenire - Honoré de Balzac
Film consigliato del giorno: La casa sul lago del tempo
Foto del giorno:

"


8.2.14

Affabulazioni 2


Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, si ritrovarono a bere nello stesso ruscello. Il lupo era più a monte, mentre l'agnello beveva a una certa distanza, verso valle. La fame però spinse il lupo ad attaccar briga e allora disse: "Perché osi intorbidarmi l'acqua?"
L'agnello tremando rispose: "Come posso fare questo se l'acqua scorre da te a me?"
"E' vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato con brutte parole".
"Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato".
"Allora" riprese il lupo "fu certamente tuo padre a rivolgermi tutte quelle villanie".
"Eh no!" disse l'agnello "in realtà sono stato clonato da un'altra pecora come Dolly, e i cloni si sa nascono orfani".
"Ecco" concluse il lupo "a me i cloni sono sempre stati sul cazzo!"
Quindi saltò addosso all'agnello e se lo mangiò.
Questo racconto insegna che, se sei un clone, forse è meglio che tu non ti metta a rompere le palle ai lupi.

5.2.14

Gatto, fosso e verze


Allora, breve cronistoria:
ieri sera mi butto sul divano ad assaporare il "caldo buono" (come diceva Montale Ungaretti) del portatile tra ombelico e ginocchia, inizio addirittura a scrivere un post, un post astioso probabilmente, non cattivo eh ma di sicuro insofferente, ci avevo anche il titolo in testa "Lo stage degli innocenti" o una roba del genere.
Io parlo sempre molto volentieri di politica, credo che pensare e parlare politicamente sia essenziale nel momento stesso in cui si decide di vivere in un posto in cui figuri all'appello almeno una persona in più rispetto a noi. Ne parlo volentieri ma non ne so scrivere, davvero. Eppure mi ero messo con 'sto post che era una lunga, inutile, sconclusionata apologia di non so nemmeno io cosa, forse del diritto/dovere all'essere intelligenti o, molto più prosaicamente, era una difesa della complessità.

Più che altro perché, di questi tempi, semplicità si raccorda tendenzialmente con faciloneria. Riassumere a slogan un concetto complesso è sicuramente il modo migliore per darlo in pasto alla gente, ma di sicuro non è un metodo utilizzabile se a 'sta cazzo di gente le cose gliele si vuole far capire all'interno di un processo che implichi un ragionamento critico.
Chi comunica con dieci parole di slogan un concetto, una legge, un programma che di loro occuperebbero interi testi, libri, protocolli, alimenta l'ignoranza per trarne un proprio profitto. E questo vale per qualunque fazione, partito, movimento, tifoseria esso appartenga.

Era una cosa così, ma molto più lunga e accanita. Che come sempre, a voler difendere qualcosa si finisce col dar contro a qualcos'altro. E quindi giù a dirgliene a quelli che fanno gli esempi con le similitudini decontestualizzate che si sta parlando di carceri e dopo un secondo ci si sta tutti arrovellando sulla macchina da formula uno con la benzina e il meccanico giovane che fa i danni e cose così, e giù a quelli che si vendono come puri che tanto è matematico che arriva sempre uno più puro di te che ti fa il culo, e giù alla gente poi, al meccanico quello vero non quello dell'esempio che non mi fa mai una cazzo di ricevuta, e a quel ragazzino di merda che non attraversa mai sulle strisce anche se sono a venti metri, e che dire di quella stronza del piano di sopra che continua a buttare i sacchetti a caso nel bidone dell'umido? E avanti così, che mi son dovuto fermare perché stava saltando fuori che nonostante tutto i cittadini politici erano meglio dei cittadini non politici e (cazzo) questo aprirebbe dei tremebondi interrogativi su "il potere a chi?"

Comunque, facevo 'sta roba e mi son dovuto alzare che c'era l'acqua delle verze che stava tracimando dalla pentola, e c'era anche freddo che avevo la finestra aperta, e fuori pioveva che niente niente esondava anche il Brenta che è lì, impetuoso ieri, a qualche centinaio di metri che gorgoglia ancora e al buio pareva fermo da quanto carico.
È che stavo scrivendo e per non avere rotture di maroni avevo effettivamente messo troppa acqua, e lo so con le verze sofegae bisognerebbe avere più rispetto della ricetta, ché è il tempo e la pazienza che le rende malinconicamente buone.
Fatto sta che mi sono dovuto alzare e a casa mia se liberi un posto viene automaticamente occupato da un gatto, un po' come quando fai una linea a tetris e i pezzi sopra riempiono i nuovi spazi formatisi. Ecco.
E se su quel posto c'è un computer va a finire che con le sue zampine il gatto cancella il post che stavi scrivendo e ne spedisce uno suo, un post da gatto che noi non possiamo capire evidentemente.
Però quel che sono riuscito a capire è che era un post bello. Migliore di sicuro di quello che stavo scrivendo e probabilmente superiore a qualunque altro presente in questo blog.
Quindi l'ho lasciato, ma ci tengo a dire che l'ha scritto lei ché non voglio prendermi meriti di altri.

E in tutto ciò le verze non erano nemmeno tanto buone.

Bonus Track