L'odio.
Da fruitore di wikipedia potre dire che "l'odio è un sentimento umano (umano!) che si esprime in una forte avversione o una profonda antipatia. Lo distingue da questi ultimi la volontà di distruggere l'oggetto odiato, e la percezione della sostanziale "giustizia" di questa distruzione: chi odia sente che è giusto, al di là di leggi e imperativi morali, distruggere ciò che odia".
Sempre nella pagina di wikipedia troviamo in bella vista l'ideogramma cinese che rappresenta l'odio, sa'lcazzo perché
Ecco, adesso lasciatemelo fare!
Dopo anni che mi smaronano in ogni dove sui messaggi subliminali nascosti nei cartoni animati della Disney, sono giunto alla conclusione che il vero messaggio subliminale è che ci sono i messaggi subliminali. Ovunque.
Basta saperli e volerli leggere.
L'ho visto fare sull'internet e adesso lo faccio io. Guardate:
Dall'ideogramma cinese "odio" vediamo apparire, in modo neanche troppo velato, la scritta "Mak". "Makkox", capite?
Odio.
Perché Makkox è una persona buona. E le persone buone odiano.
Quelle cattive disprezzano, irridono, denigrano. Ma non hanno quel senso della giustizia tale per suscitarsi il moto inveterato denso di annientamento e rancore che solo un buono sa provare.
E' probabilmente in quel vituperato sentimento che si nasconde la scintilla che anima certe ispirazioni, il bosone di Higgs che, spogliato da tutti gli orpelli della materia, si nasconde tra le pieghe di quell'anima irrequieta, in un entanglement perfetto con la punta della penna.
Parlare di Makkox non è facile. Il rischio è sempre quello di lasciarsi ammaliare dalla sua bravura, dalla perfezione dei tempi, dal "dono" e adagiarsi in un "bravo", un "genio", un "sublime". Insomma, il rischio a parlare di Makkox è quello di ritrovarsi a fargli un pompino (dialettico) e smettere di pensare invece a quel che realmente ha fatto, a quali sono le sensazioni che è riuscito a trasmettere alla carta, magari soffermarsi anche sugli intenti, i significati, l'umanità.
E di pompini Makkox non ne ha proprio bisogno, perché (cazzo) è davvero bravo!
E' proprio nell'odio, comunque, che troviamo il filo conduttore di questo "Se muori siamo pari" (che, diciamolo subito, merita sicuramente una seconda lettura... quotidiana).
Non tanto in quello perpetrato dall'autore (che c'è), non in quello espresso dai protagonisti (che a volte è una coltellata), ma soprattutto in quello provato dal lettore, suscitato più che manifestato.
Perché in ognuno dei sei episodi proposti arriva il momento in cui si frantuma l'empatia con uno dei personaggi. E lo si odia. Per ciò che è, per il suo non essere stereotipato, per il suo non essere un segno colorato su un pezzo di carta, per la sua tragica, crudele, tangibile realtà. Lo si odia per quella parte di lui che è esistita nelle nostre vite, magari in noi.
Lo si odia per il suo modo di essere mamma di Cogne, fattore di Avetrana, casalinga di Voghera, disegnatore di Formia...
Attraverso le parole, ancor più che coi disegni, gli infimi segreti della gente normale vengono svelati.
I testi sono sofferti, crudi, rivelatori e riescono talvolta a sovrastare addirittura le illustrazioni. Pur azzardando una verbosità complessa e ricercata (non aulica, ma ricercata sì), le pagine non sono mai pesanti, l'occhio non tenta mai di imbrogliare, di passare oltre. No, il modo in cui è posizionata ogni parola, la cura e l'utilizzo del lettering, l'inelegante realismo dei discorsi: tutto è da gustare.
E così, di odio in odio, in un'alternanza inquietantemente rassicurante, l'artista formiano ci trascina in un ruvido susseguirsi di situazioni senza epilogo, visioni incomplete di un mondo rassegnato. Si ferma sempre lì, sempre un attimo prima: sembra che ci tenga la mano in quel viaggio e invece ci accorgiamo all'ultima vignetta che lui non c'è, è già arretrato di qualche passo e ci guarda.
Siamo soli di fronte all'irrealizzazione, al dubbio, al cosa c'è dopo, e lo odiamo. Profondamente.
Odio.
Ecco, detto in due parole questo libro è fastidiosamente caustico. Detto in una parola è odio.
Detto senza parole è
Eppure mi piace!
ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
29.9.11
Se muori siamo pari - ovvero ti amMakkox
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Parole, parole, parole: Diacronia
In linguistica, la diacronia indica lo studio e la valutazione dei fatti linguistici considerati in base al loro divenire nel tempo, secondo una prospettiva dinamica ed evolutiva. Questo sempre ascoltando quel che dice wikipedia.
Tutto questo per dire che la lingua cambia nel tempo. Parole, locuzioni, frasi, sintassi, se riappiccichiamo i fogli sui calendari passati, le vediamo mutare, nascere, morire, resuscitare.
Perché la lingua è un fiume che travolge le nostre esistenze e varia il suo corso in base agli accadimenti, grandi o piccoli che essi siano.
E così, anche la tua lingua varia nel tempo, i significati si invertono nella danza dei giorni, quel che mi dicevi mesi fa adesso ha trasmutato il proprio senso, all'incoscienza dei "sì" è prevaricata la rigorosa cupezza dei "no", e le singole parole hanno un suono incostante, denso d'incomprensione. Diacronia.
E in tutto questo cambiare, io sono rimasto lo stesso.
28.9.11
Un giorno da Pecorino
Ci sono giorni in cui prendersi sul serio proprio non conviene.
Eppure è con serietà che scrivo queste righe.
Di Pecorino credo di averne già parlato da qualche parte in questo blog.
E' il personaggio di un fumetto. L'intuizione goliardica del Giack, padre padrone di quell'entità fumettistica che, pur nella sua irreale irrealtà, si proietta come un proiettile attraverso la nostra reale realtà.
Pecorino nasce, probabilmente, come presa in giro del "mondo Disney", l'esasperazione della sfortunata quotidianità di un empatico Paperino, quello che fa simpatia pur incarnando i vizi contro cui generalmente ci lamentiamo: la pigrizia, l'inoperosità, il nepotismo, l'incompetenza...
Nella sua tragica riproposizione però Pecorino va oltre, si spoglia di quei difetti per presentarsi a noi puro, ingenuo, vittima innocente (un agnello sacrificale, appunto) delle proprie azioni, azioni tanto normali quanto sconsiderate. E' proprio in questo passaggio che Pecorino diventa 'NOI'. Noi lamentosi, sfortunati, irrecuperabili, rassegnati. E nella rappresentazione della sua realtà scorgiamo la nostra: l'affidarsi a un mondo che si rivela sempre e comunque ostile, il credere, l'imbonire, il tradimento perpetrato da chi più ci è vicino.
Perché l'epilogo è sempre lo stesso, qualunque sia la narrazione, la storia, la vita, finisce sempre così: Pecorino la prende sistematicamente in culo!
Ed è proprio il sistema, quello della politica che a crederci o non crederci, quello dell'economia che a crederci o non crederci, quello della società che a crederci o non crederci, insomma quello di NOI che a crederci o non crederci, a fare o non fare, dire o non dire, alla fine tocca che la si prende in culo (rimango nel metaforico naturalmente).
Ecco Pecorino è questo, o almeno questo è quello che ho pensato quando l'ho letto per la prima volta.
E a farci un pensiero serio mi sembra un personaggio così malinconico.
Così malinconico appunto che ho pensato che non merita una redenzione, una riscossa, una via di fuga.
Appunto perché è l'incarnazione di quello spirito imperterrito e cocciuto che continua ritornare, a vivere, a insistere, a lamentarsi anche, ma senza poi cambiare nulla di ciò che è e ciò che fa.
Non ho voluto dare scampo al nostro eroe nemmeno in un mondo di fantasia, e ringrazio Il Giack che me l'ha permesso e soprattutto che ha disegnato e inchiostrato in modo splendido quel che mi è passato per la testa in quel momento.
Il senso di tutto, a parte che a me fa ridere e questo mi basta, credo di averlo già spiegato qua sopra, quindi se siete arrivati qui lo sapete già.
Quindi Pecorino contro Harry
Ma in fondo è sempre così che finisce.
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27.9.11
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Buon compleanno!
[...segue]
Vivere di lei significava vivere d'invenzione.
Ogni momento importante necessitava di un corrispettivo irreale, uno specchio deformante che ne ridisegnasse i bordi. Non perché il mondo non ci bastasse (il mondo era fin troppo per noi al tempo), ma per l'irritante consapevolezza che nel mondo così com'era non saremmo potuti esistere.
Non era neanche una questione d'improbabilità a dire il vero. Sì, gli anni di differenza erano un abisso in quel momento, ma era un abisso in cui il cadere era morbido e sfumato. E non era nemmeno il volersi o il piacersi, quantomeno non lo era per me.
Eppure c'era qualcosa che non funzionava nel reale.
O forse era soltanto una scusa per inventare. Costruire mondi e modi, personalità, situazioni.
Universi in cui perdersi e trovarsi, fantasie talmente nostre da essere addirittura imperfette, fallaci, avverse.
E tutto per un gioco d'anime che arrancava nell'illusione di aversi, senza trovare l'effettiva direzione in cui posizionare quelle due tessere del puzzle che sapevamo essere fatte per combaciare. Ma non ci siamo mai riusciti. Forse.
Quel giorno era il suo compleanno e io avevo una storia per lei.
[continua...]
Tratto da Q.C.D.A.
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