ovvero l'imprescindibile necessità di scrivere qualcosa (nell'attesa di una buona idea)
e comunque questo blog si sarebbe dovuto chiamare "dalla Parte di Topper Harley"
30.9.13
Un lavoro vero - ovvero il puro di Berlino
Ci sono libri che mi prendono alla sprovvista.
Molte volte è solo un discorso sul come me li ero immaginati, spesso un titolo o una copertina sono micce che accendono un percorso di fantasia attraverso cui lambire quelle che in genere vengono chiamate aspettative.
In altre occasioni, invece,è una questione di chimica, di reazioni inaspettate. Un po' come la prima volta che lasci cadere una mentos in una bottiglia di coca cola e, per quanto tu possa averlo visto già mille volte su youtube, di fronte a quel inarrestabile disastro ti sorprende una inattesa, infantile meraviglia.
Un lavoro vero di Alberto Madrigal è stato un po' questo. Questo della coca cola, dico.
Ne parlo con una certa inadeguatezza, lo ammetto. Perché andrebbe fatto un discorso un po' più serio sull'accurata semplicità dei disegni, l'uso meticoloso dei colori che ti guidano in una sorta di percorso cromatico sospeso tra differenti piani temporali. Una sorta di finestre della memoria da cui sbirciare rapidamente, rubare un perché, chiarire un dopo attraverso i vetri colorati del prima.
Dovrei parlarne, sì.
Eppure in questo momento mi va di starmene qui, a sorprendermi di quanto questo fumetto sia stato capace di descrivere il mio personale zeitgeist. Non tanto la tendenza predominante di questo scampolo di secolo, cioé forse anche sì ma non ho un punto di vista così preferenziale da riuscire a far combaciare le atmosfere della storia con lo spirito di questo tempo.
Ma con lo spirito del mio intimo vivere sì. Fuori tempo massimo, ovviamente.
Ché avrei dovuto essere io quindic'anni fa a pensarlo, e invece lo sono adesso, a trentasette, in bilico sulla corda tesa dell'irrealizzazione, a percepire la scomodità di ogni posto in cui mi siedo dovendo comunque combattere con la soddisfazione pigra dell'essere seduto.
Un lavoro vero è un libro che parla di sé stesso. Racconta di com'è nato, di quali siano i meccanismi che ti portano a credere e a non credere in ciò che fai, di come gli incontri con certe persone ci modifichino, a livello del DNA. Parla di bisogni, necessità, di cose per cui siamo fatti. Cose a cui rinunciamo solo per finta, magari perché quando non le sentiamo vicine diventano ancora più vere e intense. Ma questo lo scopriamo solo dopo. E il dopo implica sempre che ci sia stato un dolore, prima.
In effetti avrei ancora diverse cose da dire. Sui personaggi, sulle città viste dall'alto e da dentro, sulle cose che capitano e su quanto spesso una passione riesca a trovare comburente nel tempo che non le dedichiamo piuttosto che nello spazio immenso di un'assidua dedizione.
Ecco, avrei diverse cose da dire, sì. Ma perché?
Alla fine sono solo cose mie, magari anche noiose. E quindi non le dico, me ne resto qui, nello spirito del mio tempo, a scoprire dove mi porterà tutta questa incompiutezza.
E della storia non serve neanche che vi racconti.
Insomma, leggetevelo.
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23.9.13
Gli elementi del disastro
In realtà non è che mi importi molto che l'altro giorno sia morto Alvàro Mutis.
La gente muore, è una necessità.
(metto le mani avanti, non stiamo affrontando questo tema qui e nemmeno questo. Soprattutto perché alla gente, quella vera, che se ne sia andato uno dei poeti più rilevanti di questo secolo e di quello passato poco gli cale. Come a me tra l'altro. Però almeno uno che scrivesse 'RIP Alvàro, hai consegnato alla morte una goccia di splendore' ce lo potevano anche mettere su facebook, magari finto, che tanto poi gli altri si accodano...)
Non ho molta voglia di scrivere, lo ammetto, sarà questa disperata assenza di noia, oppure l'autunno che mi schernisce, che non arriva e mi schernisce, e io, probabilmente, forse, avrei un sussurato bisogno che mi schermisse, invece. [ho notato che nei post precedenti mancavano delle virgole e dato che non mi sembrava corretto modificarli le ho inserite tutte nella frase precedente. Questa frase invece non ha virgole a causa del karma.]
Fatto sta che, alla fine di tutto, un giorno muori.
Che a quel punto si potrebbe anche decretare di aver già dato abbastanza, signori si chiude, buongiorno, buonpomeriggio e se non ci vediamo buonasera. Si potrebbe.
Perché il rischio ormai è quello di non morire in pace, come se non bastasse il pressoché diffuso non vivere in pace.
Opzione 1 - Muori, vieni messo in una bara e tumulato
Ipotesi migliore: un raggio alieno risuscita il tuo cadavere e lo trasforma in un'arma di distruzione di massa
(vedi qui)
Opzione 2 - Muori e doni il tuo corpo alla scienza
Ipotesi migliore: fanno esperimenti sul tuo corpo con elettricità ad alto voltaggio, ti mettono un cervello ab ab qualcosa e il tuo cadavere risuscita
(vedi qui)
Opzione 3 - Muori immolandoti per i peccati dell'uomo
Ipotesi migliore: appendono l'immagine di te, inchiodato a una croce e con degli addominali da paura, in tutte le scuole. Dopo tre giorni intanto il tuo cadavere risuscita.
(vedi qui)
Opzione 4 - Muori, vieni messo in una bara e cremato
Ipotesi migliore: tra centinaia di anni i tuoi parenti proveranno a clonarti ma dato che le tue ceneri sono mischiate con quelle del legno della bara nascerà un essere mezzo te e mezzo pioppo
(vedi qui)
Insomma, non c'è redenzione: non si può morire in pace.
Ci sarebbero anche altre opzioni che mi vengono in mente. ma la premessa era che non avevo voglia di scrivere, e infatti non ne ho voglia. Ché io mantengo sempre le premesse.
Appena mi va parlo di Sailor Twain.
E di altre cose, se miva.
E si è concluso Dexter.
Fine.
22.9.13
Morto per miracolo
L'attendo, come quando da piccolo aspetti che ti leghino una scarpa slacciata. Osservando con la bramosia di svelare ciò che fino a quel momento continua a essere solo magia.
Quando stacca la matita dal foglio sembra soddisfatta.
Lo vedi, mi dice. Combaciano!
Combaciano perfettamente, dove uno si espande l'altro si ritrae, camminano lungo la stessa curva, si uniscono nella più perfetta delle simbiosi, mai simmetrica eppure sempre equa, equilibrata, giusta.
E in ognuno permane una parte dell'altro, come a suggellare quell'osmosi, l'incastro primordiale che nella sua forma più pura va a formare la perfezione del cerchio.
Mi guarda come i naufraghi s'illuminano al profilo di un'isola in lontananza.
Capisci, noi siamo così. È il miglior modo di stare insieme, no? A completarsi in una complementarità generosa, a seguire gli stessi percorsi senza perdere le proprie peculiarità, a bastarsi.
La guardo come non dovrei.
Già.
E le curve che stanno all'esterno?
Sorride nervosa.
Quelle con cosa si completano? Chi le sfiora? In cosa trovano un tragitto comune?
Due persone che si bastano sono esseri a una sola dimensione, noi no, noi siamo immensi, abbiamo spigoli che coprono angoli talmente difficili da raggiungere che qualsiasi incastro non potrebbe essere che posticcio, abbiamo percorsi dentro noi impossibili da tracciare senza mai staccare la matita dal foglio.
Siamo immensi.
Per questo la nostra realizzazione non passa dal combaciarci, ma dal formare la base solida di una struttura attraverso cui nutrirci di ciò che ci sta intorno. Siamo barriere coralline, piante rampicanti, siamo frattali, foreste di mangrovie, gocce di pioggia su un vetro...
Siamo immensi.
20.9.13
La scia temi sfogare!
(e vi avevo avvertito che non era finita)
Ecco, questa è una foto del cielo di Padova scattata qualche ora fa
L'ho fatta io col mio telefonino dalla finestra dell'ufficio, qualunque padovano/patavino avrebbe potuto scattarla.
Io non ho parole. Davvero. Se non che devono VERGOGNARSI e lo scrivo in maiuscolo, perché ormai sono senza ritegno!
Che lo diceva anche il Mattino qualche giorno fa
Ma quelle non erano niente in confronto, no, solo schizzi preparatori...
Le scie chimiche, eh? Fa male sentirselo dire...
Comunque quelle che sto vedendo in questo istante sopra Padova non sono nemmeno più scie, sono fiumi in piena, laghi tracimanti, sono scione chimiche, esperimenti sfuggiti al controllo, esagerazioni. Cioè, in alcuni casi somigliano addirittura a nuvole da quanto sono vaste e vaporose.
Cazzo (scusate), non posso che rabbrividire di fronte a quella distesa di metalli pesanti pronti a cadere su di noi, sui nostri bambini, sulle nostre falde, sui nostri campi, sui nostri pm10.
Bario, alluminio, silicio prima erano belve che ci aspettavano in agguato lungo quelle scie mortali, oggi invece hanno addirittura preso il sopravvento, sono branchi di fiere feroci che invadono l'aria che respiriamo e si posano sulle nostre città per... per... per... sì, insomma, si posano sulle nostre città per fare robe da cattivi. Da multinazionali cattive in combutta coi governi, e i medici, e i magistrati, e i biologi, e i chimici, e i meteorologi, e le compagnie aeree, e i piloti, e i mezzi di informazione generalista, e gli stronzi di internet che prendono tutti per il culo. Insomma, mancano gli Illuminati e... e gli Illuminati, e il Bildeberg, e le banche, e i produttori di aerei, e gli artigiani della scia chimica. Insomma, è un complotto.
E VERGOGNA!!! Lo scrivo in maiuscolo di nuovo.
Che la gente è proprio scema a volte. Cioè, c'è una minaccia del genere, un progetto per sovvertire il clima, controllare le nostre azioni, provocare malattie, rendere sterili i campi, modificare l'intero ordine mondiale, e loro che fanno? Niente. Guardano il cielo e dicono gli aerei...
Ma tutta la cazzo di fatica che facciamo noi, NOI, ogni stracazzo di giorno a postare foto su facebook, mettere video su youtube, scrivere articoli sui siti di informazione vera, cioè, di quella non gliene frega niente a nessuno? Solo noi abbiamo a cuore questo mondo che è l'unico che c'è? Solo noi ci rendiamo conto che se tutti facessero girare la verità se tutti caricassero i video su youtube, se tutti mettessero le foto in facebook allora ci sarebbe una tale quantità di gente informata che i governi non potrebbero più fare le cose alle nostre spalle?
Scie di condensazione. Vi rendete conto? E la gente ci crede anche...
Tu gli dici, ma no non ti stiamo infettando figurati! Ti pare che ti irroriamo con metalli pesanti mettendo a rischio te e la tua famiglia? Ma no, quelle sono scie di condensazione.E loro ci credono.
Bene, come sapete questa è una scia chimica.
Ecco, una scia di condensazione (se non l'aveta mai vista) è fatta così
Vedete? la gente è davvero scema che pare che si diverta a farsi prendere per il culo.
Oh, uno l'altro giorno mi fa: ma scusa, ma se 'ste scie sono così pericolose che la gente deve rivoltarsi e si vede che non sono scie di condensazione etc etc etc, ma per che cazzo non le hanno fatte trasparenti? Che così nessuno se ne sarebbe mai accorto e loro avrebbero potuto irrorarti indisturbati e farsi i loro esperimenti per i prossimi settant'anni.
Capite? Ragionano così. Non ci arrivano mica. Che non lo sanno che loro ci giocano su 'sta cosa, che la usano per screditare il nostro lavoro. E se ragionano così posso anche caricarli io i video su youtube, ma son le teste che vanno cambiate.
Genteeee: è dagli anni novanta che ci avvelenano!
O almeno è quel che pensano.
Vi mostro una cosa. La conoscete Betty Page? (e fatevi il segno della croce quando dico Betty Page! Sempre sia lodata...)
Queste foto sono degli anni '50. Guardate.
Lo so che non è facile concentrarcisi su, ché lei è davvero, cioé davvero...ehm... Lo so che non è facile concertrarcisi su che... ehm... Lo...
Comunque, guardate solo le aree che vi ho cerchiato. Scie chimiche. Negli anni cinquanta!
Bella botta eh? Non ve l'aspettavate...
Adesso siete quasi pronti per questa.
Questa foto è del 1900. È un aliante costruito dai fratelli Wright.
Riusciranno a far volare il primo aereo solamente cinque anni dopo, nel 1905.
Ecco, e dentro il cerchio rosso cosa c'è? Una scia chimica... In anticipo di ben cinque anni sul primo volo dell'uomo.
Si vede meglio aggiungendo del semplice contrasto a quella zona.
Mi sto immaginando le vostre facce.
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| Monet, 1856 |
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| Giorgione, 1505 |
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| Giotto, 1290 |
E quindi? Quindi se le scie chimiche esistevano dapprima degli aerei e prima delle multinazionali crudeli e spietate che cosa sono? Chi le crea? E perché?
Ma soprattutto, le avete viste le foto di Betty Page qui sopra? E... e... ehm. (No, questo di Betty Page era per vedere se vi distraevate...)
Chi le crea?
Uno dei prossimi venerdì lo sveleremo.
(Come sempre, stay tuned!)
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19.9.13
I kill giants - ovvero tarlo martello
A leggere troppi fumetti può capitare di rischiare di rovinarseli.
Cioè, pur essendo i meccanismi narrativi molteplici e spesso sorprendenti si sa che tendono comunque a ripetersi. Si ripetono i personaggi, si ripetono le storie, le soluzioni, i colpi di scena, i finali.
C'è una bella parola in spagnolo: acostumbrado. Significa, più o meno, abituato, avvezzo, quasi assuefatto.
Ecco, quando leggi un fumetto dopo averne letti tanti ti rendi conto che c'è una parte della tua mente così acostumbrada alla narrazione che tende a fuggire via, a precorrerla.
Un po' come uno scacchista percorre in automatico tutte le soluzioni che siamo in grado di elaborare, le esamina, le soppesa, ne decide la più probabile in base allo scorrere delle vignette, come un algoritmo d'intelligenza artificiale impostato sullo svelamento del trucco. Occhi allenati a vedere i fili.
Che per certi libri 'sta cosa tende proprio a rovinarteli eh, altri invece resistono, ti ingannano, ti sfidano portandoti sul loro terreno, e lì non sai se vincerai, ma la mente è cosa imperterrita e ci prova lo stesso.
Gli altri, quelli che sai dove vogliono andare a parare, quelli che non poteva essere che così, quelli che vabbé si capiva, era ovvio a pagina tre, ecco, questi altri libri che senso hanno? Cosa possono dare al lettore?
Adesso lo capiamo.
I kill giants è un libro bello (dal latino bellu(m) ‘carino’, che deriva dalla contrazione della parola bonolus ‘buono in parte’), dove il continuo smascheramento degli intenti (seppur non volontario) diventa un espediente per arricchire la narrazione, per distogliere la mente da complicate congetture e permetterle di dedicarsi con serenità alla magia delle tavole, alla loro leggera intensità, epicità tascabile.
Perché una delle tante cose che funzionano di questo libro sono proprio i disegni, anzi, probabilmente è la cosa che funziona meglio.
Una storia di formazione permeata del concetto di deformazione, dove il reale è il fine ma non il mezzo.
Barbara, ragazzina asociale di Long Island, irrequieta, irrisolta, irridente. Barbara che si rifugia in un mondo terribile, spaventoso pur di fuggire dal suo mondo spaventoso e terribile.
Un mondo, il primo, in cui i Giganti sono la razza dominante, in cui sono la razza malefica dominante.
Ma in quel mondo lei ha un'arma, nel mondo 1 può difendersi, ad averlo nel mondo 2 uno strumento del genere, il mitico martello Coveleski, ma c'è solo nel mondo 1.
Allora viene facile sovrapporre mondo 1 a mondo 2, e poco importa se i Giganti invaderanno entrambi. Tanto c'è Coveleski!
Ecco, anche se di pagina in pagina diventa sempre più facile capire come funziona, cos'è Coveleski, chi sono i giganti, chi è Barbara, la sua famiglia, il suo malessere nei confronti del mondo. Anche se sappiamo come finirà (o quantomeno possiamo intuirlo con un buon margine probabilistico), la lettura riesce a mantenersi sempre avvincente, mediamente emozionante, visivamente stimolante.
Ché, a voler proprio andare a cercare una pecca, quello che non risulta perfettamente a fuoco nella storia è quel senso di tragicità che la permea senza soluzione di continuità. Cioè, dei siparietti leggeri ci sarebbero anche, ma difettano sia di comicità che di ironia rimanendo delle scene vuote, senza un effettivo riscontro emotivo. (che ad andare in fondo al libro e a leggere le vignette umoristiche sull'ideazione della storia realizzate dagli autori, si capisce anche come mai. Che non ce n'è una che faccia quantomeno sorridere, insomma, non era il loro ambito...)
Quindi, abbiamo un racconto abbastanza prevedibile, di quelli che non poteva essere che così, che vabbé si capiva, che era ovvio a pagina tre, eppure abbiamo un racconto che funziona. Perché? Perché è scritto bene e disegnato meglio, perché anche se non sa sorprenderti riesce comunque a meravigliarti, perché a volte un viaggio è speciale non per la meta ma per chi ti accompagna lungo il percorso.
Ecco, Joe Kelly e JM Ken Niimura sono degli ottimi compagni di viaggio.
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