14.12.11

Lettere da Q.C.D.A.S.



"Erato cara,
  qui è una qualche ora della notte e mi stavo chiedendo cosa sarebbero stati questi giorni senza la preziosa, quotidiana scoperta del tuo mondo, senza la possibilità di concentrare le attenzioni sui tuoi attimi, magari sciogliendo le parole in considerazioni inopportune, frammenti d’un’effimera poesia che si trascinano dietro ai miei passi e che irriverenti hanno contaminato i nostri discorsi, deviandoli a volte, sviandoli tra le pieghe di una realtà fittizia, puramente onirica e crudelmente tracimante di illusioni passate, immagini come bolle di sapone che si sono affacciate ai miei pensieri con la stessa velata incoscienza che spesso ho lasciato ai miei sguardi, meticolosi esploratori alla strenua ricerca di nuovi riflessi tra le onde dei tuoi occhi.
Ci sono stati momenti in cui ho vacillato, attimi in cui i pensieri mi hanno investito, pesanti come pietre frananti a scuotere le fondamenta di questo spicciolo di vita che mi sto costruendo dalle ceneri di tutto ciò che ho vissuto e bruciato. E’ stato insolito, spiazzante direi, dovermi confrontare con un mondo che mi sussurrava lontano da dietro le spalle, è stato spregevole a volte l’insinuarsi dei dubbi, il sovrapporsi vellutato dei perché, l’esaltazione attraverso la consapevolezza del come ti vedevo, di tutto ciò che di te difetta il mio cammino, di tutti quei particolari che come quadri impreziosiscono da un tempo indefinito la mia mente e che svelavo in te a ogni sguardo o parola. So che in qualche momento anche tu hai vissuto qualcosa di simile, sicuramente diverso, addirittura distante magari, ma comunque credo sia simile quella sensazione di incompletezza che ci ha pervaso, quell’esile collana di mancanze che a un tratto sono apparse più visibili, come se un raggio di chissà che sole le avesse per un secondo illuminate e portate alla nostra vista.

Probabilmente è così, forse abbiamo ancora molto da costruire, da capire, c’è un infinito spazio per i cambiamenti nelle nostre vite, e c’è soprattutto in funzione delle persone che amiamo, amare è sicuramente un reciproco avvicinamento ma anche e soprattutto un inconscio cambiamento degli uni rispetto agli altri. In questi giorni, mentre i pensieri mi avvolgevano come spine di un rovo, ho trovato in me risposte a domande che probabilmente non mi ero mai posto, l’invaghirmi di quello splendore che come un manto ti porti addosso ha rimesso in funzione parti del mio cuore che troppo spesso ho evitato di valorizzare, come quei muscoli che si indolenziscono alla prima corsa dopo tanto tempo.
I dubbi non sono mai negativi, sono espressione della nostra legittima voglia di sentirci bene pienamente, sono risvegli di un animo che ogni tanto rischia di assuefarsi alle situazioni, i dubbi sono trampolini mediante i quali possiamo calibrare i nostri salti e raggiungere in certe risposte la parvenza d’aver volato.

Non esistono persone perfette, non dobbiamo pretenderlo così come non dobbiamo portare a credere nessuno che noi lo siamo, esistono persone, cariche come tutti di difetti che spesso sono esclusivamente da amare.

La situazione che ho vissuto in questi giorni ha colorato di nuove sfumature le mie emozioni, il caso come un pittore svogliato ha lasciato le nostre vite come macchie sulla tela di questo mondo e in una sensazione sottile come un brivido sento che piano piano le cose prendono forma tra le gocce di colore.
Io so che devo ringraziarti per tutto questo e di controcanto però devo anche scusarmi per emozioni che magari avresti preferito non vivere, per momenti che in realtà non ti sarebbero mai appartenuti, per dubbi che forse e giustamente non avresti mai sentito tuoi.


Fra pochi giorni ormai io prenderò la mia strada, non so se avrò un’altra occasione come questa per ringraziarti, non  so se ci saluteremo come se fosse un addio, senza un riferimento, un recapito e con la presunzione che il caso accompagni le nostre vite verso altri crocevia un giorno. 

In ogni caso, grazie!

Ti lascio con quel bacio e quell’abbraccio che non ti ho dato."

13.12.11

Alla rovescia


13/12/11 10.09.08
Ho guardato l'orologio proprio in quell'attimo oggi.

Conto alla rovescia.

Attimi inversi da scandire nell'illusione di una meta.
Numeri sparsi, ordinati più dalla speranza che non dalla matematica. E ci si perde nell'attesa di quello zero liberatorio, principio e fine di questa seria serie, arabesco arzigogolo depauperato da ogni velleità: zero.
Precisamente tondo e forse anch'esso alla rovescia.

Quando ho iniziato a #occupare questo spazio, qualche mese fa, dentro di me dicevo: beh, di roba scritta ne ho, inventiamoci 'sta cosa del diario a ritroso e quando proprio non ho idee ributtiamo nella mischia qualche vecchio scritto.

Non avevo però tenuto conto di tre cose riguardanti i vecchi scritti:
- sono davvero insopportabili, addirittura brutti
- sono su carta, e pazienza per copiarli proprio non ne ho
- niente, è che ormai avevo scritto tre

Ogni tanto mi scrivo qualche nota sullo smartphone: abbozzi di idee, cose su cui vorrei scrivere, una frase estemporanea, un aforisma da cartiglio dei baci.
E se proprio ho voglia di scrivere parto da lì, da quelle briciole di pane abbandonate lungo il sentiero brullo dell'ispirazione.

Perché, come si diceva, non è che io c'abbia molto da dire. Anche se il fatto che questo sia il secondo post per dire che non ho niente da dire già la dice lunga.

Comunque.
E' iniziato il conto alla rovescia. Neanche so dove mi porterà, a cosa sta puntando, a cosa sto puntando.

So che oggi stavo facendo un po' di pulizia tra le note del telefono e ti trovo questa:

"I telefoni non sono come i gatti"
E nella mia testa avrei dovuto scriverci sopra qualcosa.
D'altronde una cazzata frase di tale inutilità sensibilità merita un intervento consono.

Come i gatti. Probabilmente è vero. O forse no, e mi sbagliavo.

P.s. Oggi scrivo a caso, lo so, l'ho notato.
P.p.s. Lo so che esistono sinonimi del verbo scrivere. non è questo post il luogo in cui usarli però

Ci sono giorni in cui vorrei scrivere altro.
Ci penso.
E' come un formicolio sulla punta delle dita. Una sensazione invernale.
E' come quando ti rimetti i guanti dopo aver toccato la neve.

Osservo il mondo, quel che succede, piccolo o grande che sia, e mi rendo conto di averne più o meno un'opinione.
Lo ammetto, vorrei saperne scrivere. A volte quantomeno.

Di crisi, mondiali o personali che siano, di come si possa essere condannati a morte da qualcosa che non si vede, sia essa malattia o religione poco cambia, di futuro rubato e futuro ingannato, di Rom, fuoco, rabbia e stupidità, di come e perché qualcuno pensa che sia più onorevole e giustificabile stuprata di scopata, di politica e di dio, di ici, bombe, burro, mondo. Di mondo.

Ma c'è questo silenzio. Non l'avevo mai portato in giro per queste stanze, eppure lo trovo a suo agio pure qui. Un silenzio che urla.

Ma sempre silenzio è.

E ogni tanto penso che sia stato il "parla solo se interrogato" a fregarmi.

9.12.11

BILO.TA = (4,1,5,2)


Non sono un integralista, anzi, spesso riesco a essere anche una persona decisamente affabile.
Polemico sì, ma neanche esageratamente. Per nulla diplomatico ma pur sempre conciliante.
Eppure c'è una cosa che proprio non sopporto: gli errori nei fumetti.

Errori di battitura, refusi, errori ortografici, grammaticali, di sintassi, coquille. Capita.
(la parola refuso l'ho sempre trovata affascinante, l'ho sempre associata alla fatica, al dover appunto rifondere la lastra tipografica, al piombo colante, al calore, al fuoco che frusta le gote... anche coquille ha la sua storia, un'altra volta però...)

E per carità, chi non fa non falla, si sa: che poi ogni cosa ha la sua gravità, s'intende.

E' che mi sorprende sempre che, nei vari passaggi di creazione dell'opera, nessuno si sia accorto di quel qual'è, del pò, di buoi al posto di buio, della parola che manca, del nome sbagliato.
Mi sorprende e mi spaventa.

Perché mi si dissolve quell'idea di cura amorevole, di attenzione materna, che tanto mi conforta associare alla filiera attraverso cui passa il fumetto per arrivare alla stampa.

E così quando mi succede di incontrare un errore, mi blocco.
Basta, non riesco più a proseguire.
A volte bastano 5 minuti, altre volte un giorno, magari una settimana. E' capitato anche un mai più.

E' una questione di rispetto verso la storia, un discorso tra me e la pagina.

Comunque ieri è stata giornata di grandi manovre pre-natalizie.
Una di quelle giornate in cui l'aspirapolvere la fa da padrona e il mocio è il re della casa.
Ma quando succedono dei giorni così, la prima cosa da fare è raccogliere tutti gli albi che sono sparsi per casa, radunarli in un unico punto, dividere quelli letti da quelli da leggere e poi trovare per ognuno una nuova casa tra gli spiragli delle librerie.

In questo marasma mi capita tra le mani il Dylan Dog Gigante n.20, comprato e abbandonato lì in attesa di una giornata di ispirazione dato che tra me e l'Old Boy non è che ultimamente corra buon sangue.
Comunque ora ce l'ho tra le mani, scosto la copertina, prima pagina:

BILOTA?!? Ma mica sarà Alessandro Bilotta quello di Valter Buio?
Cioè, magari c'è un motivo, magari sono rincoglionito io, magari è un altro. Ma se fosse, cazzo, se fosse, cosa posso aspettarmi da un fumetto in cui nessuno si è accorto che perfino il nome dell'autore è stato scritto sbagliato? Bilota...

Che poi la storia un po' l'ho letta e fin dove sono arrivato non è neanche male.
Fastidio.

Comunque 'sta storia della T che sparisce mi ha fatto tornare alla mente una cosa di un po' di tempo fa.
Chissà, magari un altro giorno...

P.s. Ah, quella di apertura è una crittografia coniata per l'occasione dal  titolo "IN EGITTO".
Toccherà pensare a un premio se qualcuno la risolve...