13.11.14

I postumi della fine


Avessi tempo scriverei.
Anzi, prima penserei e poi scriverei.
E invece non penso. A niente.
E scrivo frasi senza il verbo, solo per aggrapparmi alla pausa d'atmosfera di un punto.
E inizio frasi con la congiunzione, ne metto in fila 3 come a Tetris e rimango lì in attesa, immaginandomi che spariscano, che le lettere più in alto riscendano giù a riempire il vuoto che si è formato, che si formino nuove parole, nuovi concetti, idee, casualità.

Perché in questi momenti il mondo dovrebbe funzionare al posto mio, fare quello che non faccio. Le cose dovrebbero arrivare, formarsi per quell'inspiegabile presentarsi del capitare.
È che a me sembra di essere già oltre la fine. Oltre il punto, in quel limbo tra il finale e il niente.

Sono tornato da Lucca con qualche libro di cui non ho parlato e che in gran parte non ho letto, accumuli addossati a questa staticità. Alcuni sono lì sopra. Altri non sono usciti nella foto, anche loro oltre il limite del vivibile.

Aspetto la scintilla che accenda quell'esca che non vedo, non percepisco sotto alle dita.
E niente.

Lentamente terminerò di finire.


7.11.14

Le ragazzine... di Ratigher - ovvero Io, te e le erose


[PREMESSA]
Ho letto Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. di Ratigher.
Me lo sono trovato nella cassetta delle lettere e l'ho letto.
Cioè, prima sono andato sul sito entro il 30 giugno, poi ho cliccato ho pagato ed è arrivato. E l'ho letto.
In realtà, a essere precisi, non era nella cassetta delle lettere, non ci stava, il postino l'ha appoggiato sopra così che chiunque avrebbe potuto prenderlo e leggerlo, forse anche il postino stesso, ma non credo l'abbia fatto nessuno, o forse sì non è importante. L'ho letto io e tanto mi basta.
L'ho letto, tra l'altro, pensando a quand'è che si smette di essere adolescenti, ci pensavo sfogliando quelle pagine pesanti, vaste, quel tipo di pagina che ti sposta l'aria sul viso con una tale portata da costringerti quasi a chiudere le palpebre, quasi, senti quel soffio denso d'inchiostro risalire lungo la curva della sclera, impetuoso addirittura quando attraversa la bisettrice di quell'angolo ideale tra copertina e cervello. L'aria spostata dalle pagine de Le ragazzine ha la stessa devastante, sontuosa imponenza di quella prodotta dal battito d'ali della famigerata farfalla che provoca uragani dall'altra parte del mondo.
E ho pensato che si smette quando non ci si sente più diversi.

Il libro di Ratigher è una bugia.
Finisci di leggerlo e la prima cosa che ti viene in mente è che nel titolo c'era già tutto. In tre atti la descrizione minima di tutta la storia. Azione, reazione, lezione.
Poi lo riguardi, i disegni che trasudano l'inquieta arroganza della normalità, quel tratto affilato che emerge dalla pagina come la marmellata di una merendina messa in microonde, i colori che non potrebbero essere che quelli, lo riguardi e magari lo rileggi. E ti accorgi che non è vero. Che le ragazzine non hanno perso il controllo, che la società non le teme e soprattutto che non c'è nessuna fine.

È un imbroglio, è giusto saperlo. È un imbroglio nello stesso modo in cui lo è l'adolescenza.
Quando credi che nulla finirà, quando quella percezione di crescita che punge tendendosi sottopelle ti illude che non esista un'alternativa a ciò che sei. È da qui che nascono quelle corrispondenze indissolubili, quelle amicizie senza orizzonte, nell'interminata incoscienza che il mondo sia tutto lì, fisso, immutabile. Bugiardo appunto.

Di questo parla Ratigher, di un'amicizia ormonale, di due ragazze che si scivolano sulla superficie della vita  trascinandosi come se fossero fogli di carta vetrata. E nella loro convinzione di consumare il mondo lentamente si logorano, si erodono fino a perdere ogni attrito, sconfitte dalla sconfinatezza della realtà. Fino a uno stravolgimento talmente enorme da riequilibrare ogni cosa.

Il fumettista è un osservatore silenzioso, uno stalker discreto,  un lurker che legge la linea della vita di quelle due adolescenti irrequiete (Castracani e Motta, nemmeno un nome, come alle medie), quella vita fatta di un trasgressivo nulla che gocciola nella persuasione di dover essere diverse dagli altri diversi.
Come in Trama, gioca con le attese, con l'aspettativa di tragedia del lettore e si diverte a protrarre quell'opera di convincimento di aver svelato il trucco, di poter avvicinarsi alla fine anche in solitaria.
Ma la fine, per quanto non sia una fine, è comunque azzurra. E l'azzurro si sa, qui sulla terra è il colore delle cose di cui non riesci a scorgere il confine, di quelle che arrivano a piegarsi dietro la curva dell'orizzonte.

Comunque, a me ha inevitabilmente ricordato Buzzati. Quel girovagare tra una normalità inconsueta eppure banale, quell'incaponirsi sulle situazioni fremendo nell'attesa della svolta, di un deus ex machina, dell'evento principale di quella trama che si presuppone di conoscere. E poi l'impensabile, la personificazione del surreale, quel momento talmente scostante da qualunque immaginazione da sembrare assolutamente indicato, inevitabile.

Ecco, Le ragazzine non poteva che finire così.

[RECENSIONE]
Strano ma bello.

4.11.14

Grazie di non esistere


Scrivo un post al giorno da diversi anni ormai.
Non li pubblico.
Per questo il conto non torna.

Non lo sto scrivendo per dire che sono un figo, no, anzi, scrivere è quasi sempre una colpa più che un vanto. Almeno per me.
È solo che, quando vedo il blog non aggiornato per più di una settimana, mi chiedo com'è andata a finire poi con me, con quella dedizione al perdersi, con i libri sfogliati e lasciati lì, con le frasi interrotte sul crepaccio di una virgola, con quell'ambizione al vuoto.

Fino a qualche mese fa scrivevo sul divano, in un posto perfetto, un "cucio" si direbbe in veneto, un angolo ideale in cui mi sentivo sospeso attaccato a dei fili, come i pazienti in coma di qualche film di fantascienza anni '80.
Ora non ho più quel divano lì, Milano è crudele sotto questo aspetto, e ho ricominciato a scrivere a caso come quando avevo quindic'anni.

A caso è da intendersi come dove capita, che poi anche l'altro a caso andrebbe bene. Scrivo le poesie finte di Gianni Rodari, rido e poi le cancello. Scrivo l'elenco delle parole venete che vorrei salvare, quelle che mi mancano, che non sento più dire da anni, tipo "incoconare". Cerco di ricordarmi chi me le ha dette l'ultima volta. Scrivo titoli di cose che non sarei proprio capace di scrivere, come fossero promemoria di quel che non sono. 

Tutto quel che non c'è qui non esiste, non serve qui e quindi non esiste. È importante che non ci sia.

Autunno di Gianni Rodari

La formica non sta ferma un giorno
che domani comincia l'inverno
"questa volta arriva l'inferno"
si ripete guardandosi intorno.

La cicala riposa supina
ogni tanto si gira e frinisce,
guarda l'altra però non capisce
l'affannarsi della sua vicina.

"Io, ti vedo cicala sei triste
dello smartphone tu c'hai la febbre,
ti fai foto da maggio a settembre
e ti trovi ora senza provviste."

"Mi fò foto perché sono figa
 poi le vendo a cimici e mosche,
 faccio i soldi con quelle più losche
 e son triste perché ho finito i giga!"

"Già straripa però la mia cesta,
  ché a ogni selfie mi danno cibarie
  son stupenda (non per darmi arie).
 Questo inverno per me sarà festa!

Questo insegna l'autunno con gioia
che non serve tu abbia talenti,
per non farti mancar gli alimenti
basta solo tu faccia la troia!

P.s. Sì, son appena tornato da Lucca. Per i prossimi giorni vi romperò il cazzo coi fumetti.




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